Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 31

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Ma quando il vediamo obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendiamo di versare in un'età troppo differente da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarre i re umiliati, dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di Canossa. E di Giulio non è male che non dicano il Guicciardini, il Budeo, Erasmo, Hutten[289] e la turma seguace. Ma chi al pari di lui suntuoso nello spendere? Abbellisce la chiesa de' Santi Apostoli; fabbrica un palazzo presso San Pietro in Vincoli; ingrandisce il Museo, collocandovi capolavori e una stamperia; fa la via Giulia e la via de' Banchi colla fontana iscritta «Italia liberata», e colà la zecca ove si battono i giulj. Dell'antica ricchezza di fontane a Roma non restando che l'Acqua Vergine, egli ne conduce un'altra al giardino del Vaticano, e su quel colle mette le fondamenta della più vasta chiesa del mondo, abbattendo l'antica basilica piena di sacre memorie[290] per eriger la nuova con inarrivabile magnificenza. Michelangelo presume a centomila scudi il valore della sua tomba, «Te ne darò dugentomila» dic'egli, e la vuole la più insigne opera del mondo; rifabbrica e munisce Civitavecchia ed Ostia, il castello ornandone con nobili pitture, come l'altro di Grottaferrata. Insomma, Carlo Fea potè sostenere che da lui più che da Leone X dovesse intitolarsi quel secolo.

Quanto all'ecclesiastico, non fece cardinali di case ricche, e pubblicò una famosa costituzione contro le elezioni simoniache. Nel conclave anch'egli avea preso impegno d'unire un concilio fra due anni, ma poichè altre occupazioni il distraevano, i cardinali Borgia, Carvajal e Briçonnet, stuzzicarono il re di Francia a raccoglierlo. Strano scambio di parti si offerse allora: il capo della Chiesa combattere colle armi mondane; il re di Francia torcer contro di lui le armi spirituali. Convocati a Orleans poi a Tours (1510) i prelati del suo regno, Luigi XII posò loro delle domande, a cui risposero che il papa non avea diritto di fare guerra a principi stranieri; che questi, per riparare un'ingiusta aggressione, poteano anche invadere per qualche tempo le terre della Chiesa, e ricusare obbedienza al papa nemico, per difendere i loro diritti temporali; che negli affari ecclesiastici bastava attenersi al vecchio gius canonico, e non fare caso delle censure pontifizie (settembre 1511).

Accordatisi anche con Massimiliano, imperatore eletto di Germania, i cardinali indissero un concilio a Pisa, come necessario a reprimere questo papa sfrenato, contro le cui censure protestavano anticipatamente. Si pensi in quali furie ne montò Giulio II! e manifestò al mondo che solo le contingenze politiche aveanlo impedito dal convocare il sinodo, ma l'aprirebbe a Roma il 1 aprile 1512. I prelati di Francia s'accorgeano d'essere meri stromenti alla politica ed animosità del re; pure, sempre ligi al potere, il secondavano, ma trovaronsi quasi soli allorchè a Pisa fu aperto il concilio ai 5 novembre, protestando non separarsi finchè non fosse compiuta la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, e ristabilita la pace in Europa. Intanto, calcando le orme del concilio di Basilea, cercavasi ripristinare nella Chiesa il governo aristocratico, e si confermava il decreto di Costanza che riconosceva superiore il concilio al papa.

Così, pur professando riverenza al pontefice, minacciavano di rinnovare il grande scisma. Ma scarso assenso trovavano. De' prelati di Germania nessuno venne, malgrado le istanze di Massimiliano, il quale mandava circolari querelando che dalla nazione germanica ogni anno si smungessero ingenti grosse somme per alimentare il lusso della Corte di Roma, e che il concilio avrebbe, come il potere, così la volontà di porvi rimedio. I più consideravano il sinodo come un conciliabolo; il popolo pisano accoglieva a fischi i prelati; i Fiorentini mal soffrivano di tenersi in paese quel seme di zizzania, onde si dovette trasferirlo a Milano. Qui pure l'opinione popolare lo avversava; se que' prelati entrassero in una chiesa, sospendeansi i sacri riti; ed essendo in quel tempo, alla battaglia di Ravenna, caduto prigioniero de' Francesi il cardinale De' Medici, che poi fu papa Leone X, gli uffiziali affollavansi a implorare gli assolvesse d'avere guerreggiato il papa, e lasciasse dare sepoltura ecclesiastica ai loro camerata, cascati combattendo.

Fra ciò le sorti della guerra mutavansi; l'esercito pontifizio, sostenuto dagli Svizzeri, snidava i Francesi dalla Romagna e gli assaliva in Lombardia, sicchè i prelati migrarono da Milano ad Asti, poi a Lione, e sebbene continuassero a intitolarsi concilio ecumenico, altro non fecero che domandare sussidj al clero francese.

Giulio II non solo avea rejetto ogni accordo col conciliabolo, ma depose e scomunicò i cardinali disobbedienti, e pose all'interdetto tutta la Francia, e particolarmente Lione. Poi al 10 maggio aperse il concilio in Laterano, ove convennero dapprincipio quindici cardinali e settantanove vescovi, cresciuti poi a cenventi, quasi tutti italiani. Le cinque sessioni tenutesi da vivo Giulio II, limitaronsi a riprovare il conciliabolo.

Leone X, appena succeduto papa, fece allestire appartamenti in Laterano volendo egli stesso assistere alle discussioni del concilio, e quando, al 6 aprile 1513, aperse quivi la sesta sessione, esortò sovratutto a rimettere pace fra i principi cristiani, e promise non chiuderlo finchè l'opera non fosse compiuta. Anche Luigi XII, che per astio contro Giulio II aveva accolto gli errabondi padri del conciliabolo di Pisa, ora «vinto dall'importunità di sua moglie e dalle rimostranze de' sudditi ch'essa suscitava d'ogni lato», cessò di favorirli, e aderì al sinodo lateranense, al quale i capi dello scisma vennero a chiedere perdono e l'ottennero.

Come in ogni concilio, così in questo, eravi una commissione per la riforma, e si propose espresso di correggere molti abusi, e ricondurre alla primitiva osservanza de' canoni[291]. Nell'apertura, frate Egidio Canisio da Viterbo, famoso predicatore, esclamava: «Chi può vedere senza lacrime la corruttela e i disordini del secolo malvagio nel quale viviamo, il mostruoso sregolamento che regna ne' costumi, l'ambizione, l'impudicizia, il libertinaggio, l'empietà trionfare nel luogo santo, da cui questi vizj dovrebbero essere sbanditi per sempre?»

Nella nona sessione, Antonio Pucci magnificava l'eccellenza della Chiesa, perchè maggiore apparisse il dovere di ridurla alla pristina purezza; e tutti, ma egli maggiormente deplorare che a ciò si opponessero le nimicizie de' principi cristiani: i quali rigurgitanti di denaro, di popolazione, d'armi, di vigore, di genio, non sapeano adoprarli che a sovvertire il mondo con ostilità reciproche, invasioni, correrie, saccheggi, incendj, uccisioni d'innumerevoli adoratori di Cristo. «O cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti viscere de' popoli! o terra sitibonda, abbeverata da un rivo fumante di cristiano sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli innumerevoli micidj umani! Da vent'anni, cinquecentomila cristiani furono sgozzati di spada e ancor n'avete fame? e ancor sitite sangue?» Male ben peggiore dichiarava l'essersi provocata la collera di Dio con tante colpe; nè potere sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta l'interiore de' vizj: «Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna cominciare, ma non fermarsi là»[292].

I decreti di quel concilio furono tanto prudenti quanto rigorosi. Non elevare al sacerdozio se non persone d'età piena, di costumi esemplari, e studiose. Il concilio, risoluto a una riforma universale e a smorbare il campo del Signore e promuoverne la coltura, non dissimula che ogni giorno riceve lamentanze contro le estorsioni degli offiziali della curia romana, e perciò vuole si moderino le tasse, gli emolumenti, le regalie, i proventi, rimettendosi alle antiche consuetudini e alla istituzione primeva degli uffizj[293].

Domandato venissero tolti agli Ordini mendicanti i privilegi accumulati nella bolla _Mare Magnum_, non si osò, ma fu imposto che neppure essi potessero predicare se non esaminati prima dal loro superiore con tutta coscienza, e trovati idonei per costumatezza, età, dottrina, probità, prudenza ed esemplarità[294]. Non si predichino superstizioni o rivelazioni; non si dipingano fatti immaginarj, ma l'evangelica verità e la sacra scrittura giusta la interpretazione dei dottori, approvata dalla Chiesa o dall'uso diuturno, senza aggiungere cosa contraria o dissonante[295]. I maestri non insegnino solo i classici, ma anche i precetti divini, gli articoli di fede, gli inni, i salmi e le vite dei santi.

Furono condannati i filosofi, che dicono l'anima esser mortale e una sola in tutti gli uomini, mentre Clemente V nel concilio di Vienna proferì che «l'anima è veramente ed essenzialmente la forma del corpo umano; che essa è immortale e molteplice secondo il numero de' corpi ne' quali è infusa». Pertanto il pontefice esortava i professori a non agitare vane quistioni sulla natura dell'anima, e dimostrarne l'immortalità anche secondo i principj scientifici; più della filosofia platonica, si studii la teologia; solo chi questa conosca entrerà nel sacerdozio, ove poi si deve vivere sobrj, casti, pii, astenendosi non solo dal male, ma dalle apparenze. La casa de' cardinali sarà un porto e un ospizio a tutti gli uomini dotti e probi, a' nobili e onesti poveri: semplice, frugale la loro tavola; non lusso nè avarizia; pochi servi e vigilati, castigandone i disordini, ricompensandone la morigeratezza. I sacerdoti in servizio non s'adoprino a ministeri abjetti. A quei che vengono a sollecitare impieghi non badino, bensì a quei che chiedono giustizia; sempre disposti a sostenere la causa del povero e dell'orfano. Hanno parenti bisognosi? È giusto soccorrerli, ma non a spese della Chiesa. I vescovi facciano eseguire gli ordini del concilio, e almeno ogni tre anni tengano sinodi diocesani per decidere de' casi di coscienza e delle controversie. Risiedano nella loro diocesi, o se ne affidarono l'amministrazione a persone probe, la visitino almeno ogni anno per riconoscerne i bisogni e sindacare i costumi del clero. Morendo non dimentichino che la Chiesa da essi amministrata ha diritto alla loro riconoscenza: e vogliano modesti funerali, giacchè il bene che lasciano appartiene ai poveri[296].

Fra altri punti vi si trattò di uno, tanto nuovo quanto importante, la stampa; la forza più potente e lo stromento più formidabile, dopo la parola, che Dio ponesse a disposizione dell'uomo. I papi ne aveano favorito la diffusione, come dicemmo, e Alessandro VI (_Inter multiplices_) riconosceva «sommamente utile che quanto concerne le sane cognizioni e la sana morale sia messo in luce mediante caratteri e lettere che fissano la verità in modo da porla sotto gli occhi degli uomini più lontani nel tempo e nello spazio». Ma presto e letterati e principi si accorsero che, quanta edificazione, tanto pericolo potea venirne alla fede, al costume, all'onoratezza. Pertanto il concilio decretò: «La stampa, per favore divino perfezionatasi ai nostri giorni, è opportunissima a esercitare gl'intelletti, e formare eruditi, de' quali godiamo che abbondi la Chiesa. Pure udiamo lamentare che molti imprimano opere, contenenti errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a persone anche elevate in dignità; di modo che i libri, invece di edificare, guastano e la fede e i costumi. Affine dunque che un'arte felicemente trovata a gloria di Dio, a incremento della fede ed a propagazione delle scienze utili, non divenga pietra d'inciampo ai fedeli, e volendo che essa prosperi tanto più, quanto più vigilanza vi si apporterà, stabiliamo che nessuna opera si pubblichi se prima non sia riveduta dal maestro del sacro palazzo o dai vescovi, che vi metteranno la propria firma gratuitamente e senza indugio». Erano ripari che una barbarie mascherata doveva poi spezzare, per lasciar le verità più venerabili come i diritti più sacri in balìa alle codarde speculazioni d'una ciurma vilissima, sicchè un pontefice dovesse esclamare: «Siam compresi d'orrore nel vedere da quali mostruose dottrine, anzi da quali portentosi errori ci troviamo inondati per quel diluvio di libri, d'opuscoli, di ogni genere scritti, la cui deplorabile eruzione sparse l'abominazione sulla faccia della terra» [297].

Intanto Leone X a Bologna (1515) con Francesco I conchiudeva un concordato, che derogava molti privilegi che la Corte francese pretendeva nelle elezioni de' prelati secondo la prammatica sanzione; concordato che, come nuovo trionfo della Chiesa romana, subito venne approvato dal concilio Lateranese.

Parve dunque avere questo ottenuto il suo intento, difatto lo scisma, regolata l'obbedienza della Francia, promosse molte riforme, talchè si sciolse il 16 marzo 1517. Ma il cardinale De Vio generale de' Domenicani sentiva il turbine in aria, onde insisteva perchè i prelati non si separassero.

Chi non potrà negare questi fatti ripeterà quella poltrona frase de' nostri giorni, «Troppo tardi».

NOTE

[286] Perfino Voltaire, il calunniatore per eccellenza, rimprovera il Guicciardini d'avere _ingannato_ l'Europa intorno alla morte di Alessandro VI, e d'aver _troppo creduto all'odio suo_. Così nella _Dissertazione sulla morte di Enrico IV_, dove alle, non asserzioni, ma insinuazioni del Bembo, del Giovio, del Tommasi, del Guicciardini oppone le ragioni del buon senso; l'aver il papa 87 anni, l'esser ricchissimo, il convenirgli di tenersi amici i cardinali, anzichè inimicarseli con un avvelenamento clamoroso: infine il non farne parola quel ciarlatano di Burcardo.

[287] Ratti, _Della famiglia Sforza_, 283.

[288] Giornale di Paride Grassi, nº 48.

[289] Eccitarono la bile di Ulrico di Hutten le imprese di Giulio II.

_Hoc mens illa hominum, partim sortita Deorum,_ _Et pars ipsa Dei patitur se errore teneri?_ _Ut scelere iste latro pollutus Julius omni,_ _Cui velit occludat cælum, rursusque recludat_ _Cui velit, et possit momento quemque beatum_ _Efficere aut contra, quantum quiscumque bene egit,_ _Et vixit bene, si lubeat, detrudere possit_ _Ad stygias pœnas, et Averni Tartara ditis,_ _Et quod non habet ipse, aliis divendere cælum..._ _Et nunc ille vagus sparsit promissa per orbem_ _Qui cedem et furias, scelerataque castra sequantur_ _Se duce, ut his cælum pateat. Qua fraude, tot urbes_ _Et tot perdidit ille duces, tot millia morti_ _Tradidit, et pulsa induxit bella acria pace,_ _Tranquillumque diu discordibus induit armis_ _El scelere implevit mundum, fas omne nefasque_ _Miscuit. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ._ _Naufraga direpti finxit matrimonia Petri_ _Vindice se bello asserere, atque ulciscier armis._

[290] N'ebbero dispiacere tutti i pii. _Qua in re adversos pene habuit cunctorum ordinum homines, et præsertim cardinales, non quod novam non cuperent basilicam magnificentissimam extrui, sed quia antiquam toto terrarum orbe venerabilem, tot sanctorum sepulcris augustissimam, tot celeberrimis in ea gestis insignem, funditus deleri ingemiscant_. Panvinio ap. FEA, Nota intorno a Raffaello, 41.

[291] _Cupientes, quatenus nobis ex alto promittitur, ea jam nimium invalentia mala corrigere, ac pleraque in pristinam sacrorum canonum observantiam reducere_. Sessio X, bulla reformationis.

[292] LABBE, _Concil_., tom. XIV, 232.

[293] Sessione VII.

[294] Sessione XI.

[295] _Mandantes omnibus ut evangelicam veritatem et sanctam scripturam, juxta declarationem, interpretationem et ampliationem doctorum, quos ecclesia vel usus diuturnus approbavit, legendosque hactenus recepit, et in posterum recipiet, prædicent, explanent: nec quidquam ejus proprio sensui contrarium aut dissonum adjiciant, sed illis semper insistant quæ ab ipsius sanctæ scripturæ verbis et præfatorum doctorum interpretationibus, rite et sane intellectis, non discordant_.

[296] Vedasi tutta la Sessione IX.

[297] Enciclica _Mirari vis_ di Gregorio XVI. Queste precauzioni non erano ignote all'antichità pagana. Valerio Massimo (Lib. VI, cap. 3) dice che, avendo Archiloco pubblicato poemi che offendeano il pudore, gli Spartani li fecer portar lontano dalla città, per impedire una lettura più atta a corrompere i costumi che ad ornar gli intelletti. Cicerone diceva di certi poeti: «Vedete quai mali cagionano? Ammolliscono le anime; spengono ogni impulso alla virtù». Lo stesso Ovidio dissuadeva dal leggere i libri osceni: _Eloquar invitus; teneros ne tange poetas_. M. Ulpiano poi è detto che, quando in un legato testamentario si trovino libri pericolosi, il giudice deve, sopra il parere d'uom prudente e onesto, far disparire ciò che diverrebbe sorgente di corruzione. Altri esempj sono a vedere in GRETSER, _De jure et more prohibendi libros malos_. E vedasi pure F. A. ZACCARIA, _Storia polemica della proibizione dei libri_. Roma 1797.

DISCORSO XIII.

LEONE X. MAGNIFICENZA PROFANA DEL PAPATO.

Al congresso che or dicemmo di Bologna tra Leon X e Francesco I, oltre i consueti omaggi del baciare i piedi, tenere la staffa, condurre a briglia il cavallo del papa, e fin sostenergli lo strascico, il re di Francia stette inginocchiato per terra tutto il tempo della messa, nella quale Leon X amministrò il sacrosanto pane ai francesi gentiluomini di esso. E poichè di questi la folla era soverchia, un uffiziale esclamò: «Santo Padre, giacchè non posso nè confessarmi al vostro orecchio, nè comunicarmi dalle vostre mani, m'accuserò in pubblico d'avere combattuto di tutta possa contro Giulio II». Il re soggiunse di trovarsi nel medesimo caso, scusandosene perchè quel pontefice era il più avverso che mai fosse stato alla loro nazione. Tutti i Francesi gridaronsi colpevoli di altrettanto, e il papa gli assolse tutti.

Quel re cavalleresco, per cui combattevano i cavallereschi Gastone di Foix e Bajardo senza paura e senza rimproveri, avea rese al papa Modena volontariamente, Parma e Piacenza per forza; di modo che il dominio temporale comprendeva le legazioni di Perugia (Umbria), Romagna, Bologna, Spoleto colla marca d'Ancona, e il ducato di Benevento chiuso nel napoletano; insomma le più belle contrade d'Italia dal Po a Terracina; contrade pingui, benchè alcune infette dalla malaria; schermite da attacchi stranieri, arricchite per la produzione dei terreni, delle miniere, dell'allume; pel traffico, principalmente ad Ancona; per l'aurea affluenza di forestieri. Il papa traeva da' suoi Stati non più di diciottomila scudi d'oro, eppure potea levarvi cinquemila pedoni e quattromila cavalli, oltre quelli dovutigli dai vassalli, e dodici galee: e l'autorità, ormai organizzata col reprimere i feudatarj e i tirannelli delle varie città, non sentivasi nè impacciata, nè invisa, perchè lasciava la libera attività ai Comuni.

È ben vero che Alessandro VI, volendo sottomettere i tirannelli della Romagna, avea di ciascun di costoro fatto un nemico, che nel principe della Romagna bestemmiava il capo della Chiesa: poi Giulio II colle superbe pretensioni aveva eccitato e serj e beffardi contrasti: ma impacciavano poco più che le opposizioni de' moderni nostri parlamenti. Inoltre il papa possedeva il Contado Venesino in Provenza e la città di Avignone; i re di Napoli e Sicilia faceangli omaggio della loro corona, ch'egli impediva fosse unita all'impero per non mettere a repentaglio l'indipendenza italiana. Chi potrà poi calcolare il denaro che a Roma proveniva da tutto il mondo per dispense, spogli, riserve, aspettative, annate di benefizj[298], spedizioni di bolle e investiture, elezione di quasi tutti i prelati?

E qual Roma fosse quando stava al vertice della società cristiana colle sue memorie e le sue grandezze; e quasi la seconda patria di tutti, il punto di partenza della storia d'ogni paese, si argomenti dal veder come, anche adesso che rimase indietro dalla civiltà convenzionale d'altre contrade, mostri originalità di costumanze e di caratteri, alterezza nel popolo, dignità fin nel depravamento, e insieme devozione, amor di famiglia, ingenuità; un complesso inesplicabile, per cui un esercito vincitore o la rivoluzione demolitrice s'arrestano davanti alle eterne sue mura. Che doveva essere allora, quando vigeano le idee del medioevo? Sapeasi che da Roma erano partiti i missionarj per conquistare al cristianesimo e alla civiltà tutta Europa e il nuovo mondo; di là i decreti che fransero la schiavitù; di là elemosine per ogni bisogno, rese possibili dal colarvi rendite d'ogni paese.

L'anno santo del 1500 fu celebrato con una pompa, che mai la maggiore; il papa di propria mano smurò la porta santa, dopo che per tre giorni erano sonate a festa tutte le campane: di Francia, di Germania, di Boemia innumerevoli vennero a domandare l'assoluzione dalle censure incorse per avere adottato le eresie degli Ussiti ed altre; per bastare ai devoti che accorreano alla basilica Vaticana dovette aprirsi la via che ancor si chiama Borgonuovo; e il continuato concorso indusse ad allungare il tempo delle indulgenze. Derivano da quella occasione le maggiori solennità che tutt'ora accompagnano quel rito, e la consuetudine di concederlo l'anno seguente a tutto l'orbe cattolico.

Scoprivansi intanto un nuovo varco all'estremo Oriente e l'America e le isole Oceanine; e il primo oro che se ne trasse veniva, quasi primizia della divinità, mandato a Roma che l'adoprava a indorare la soffitta della basilica Liberiana: col secondo viaggio di Cristoforo Colombo spedivasi una colonia di Benedettini, che annunziassero la fede ai popoli nuovi; ben presto Alessandro Giraldini d'Amelia era inviato primo vescovo a San Domingo, e alle popolazioni scoperte facevasi un'intimazione ove, dichiarata la fratellanza delle genti come uscite da un solo ceppo, esponevasi che Dio aveva costituito san Pietro qual capo della stirpe umana, «sottoposto l'intero mondo alla giurisdizione di lui, ordinatogli di piantare sua sede a Roma, e datogli podestà di estendere l'autorità sua su tutte le altre parti del mondo, e governare e giudicare tutti i Cristiani, Ebrei, Mori, Gentili e di qualunque fede; ed è chiamato papa, che vuol dire gran padre, tutore, ammirabile, il che durerà per tutti i secoli de' secoli».

E perchè tra le due nazioni scopritrici potea nascere conflitto sul dove cominciassero i dominj dell'una e finissero quelli dell'altra ne' paesi trovati, fu deferita la gran quistione al papa, ed egli di propria mano sulla mappa tracciò una linea meridiana, assegnando alla Spagna i dominj a ponente, e al Portogallo quelli a levante di essa[299]. Sublime immagine, il pontefice che divide il mondo per impedire la guerra, o che, dietro agli audaci scopritori, agli avidi trafficanti, ai sanguinarj conquistatori invia una milizia inerme che missiona, converte, battezza, incivilisce. E al tempo di Leon X venivano a Roma poveri Domenicani per denunziare al padre de' fedeli i barbari trattamenti che i conquistatori faceano soffrire agli Indiani, reclamando per questi i diritti di fratelli di Cristo.