Part 23
Questo Pietro Pomponazio mantovano (1473-1525), brutta figura, cattivo filologo e debole logico, ma arguto, sonoro e vivace parlatore, tormentato dall'incertezza del vero a segno da perderne il sonno, e soffrir la febbre e vertigini[209], accorgendosi d'altra parte che il ricercarlo provoca beffe dal vulgo, persecuzioni dagli inquisitori[210], pone ogni studio a conciliare la ragione colla fede. Gli resta qualche dubbio; e promovendo discussioni senza riguardo al dogma e alla disciplina cattolica, vi risponde facilmente: ma altri dubbj gli rampollano, e da ciascuna soluzione ritrae nuove incertezze, sempre allontanandosi d'un passo, finchè riesce fuor del cristianesimo, anzi d'ogni credenza positiva: dubita fin della Providenza e dell'individualità dell'anima[211], fa inventate dagli uomini le idee morali e le postume retribuzioni[212]; conchiude riferendosi interamente alla Chiesa, pur professando ch'ella non dà nessuna soddisfacente soluzione.
Volete vedere com'egli o vacilli fra le autorità, o se ne rida? Trattando della destinazione delle anime, repudia il panteismo, _monstrum ab Averrhoe excogitatum_; ma (dice) se fosse vero, come molti Domenicani asseriscono, che san Tommaso avesse ricevuto, realmente e davanti testimonj, tutta la sua dottrina filosofica da Gesù Cristo, non oserei muover dubbio su veruna delle sue asserzioni, per quanto mi sappiano di _false e assurde_, e ch'io ci veda illusioni e decezioni piuttosto che soluzioni; perocchè, a detta di Platone, è empietà il non credere agli Dei o ai figli degli Dei, quando anche sembrino rivelar cose impossibili. Vero o no che sia il racconto, io citerò di lui su tal soggetto cose che ispirano gravi dubbj, de' quali attendo soluzione dagli infiniti uomini illustri della sua _setta_».
E qui, schierate le argomentazioni più speciose contro l'immortalità, conchiude che questo problema, come quello dell'eternità del mondo, da nessuna ragion naturale può essere risolto; onde s'ha da seguire Platone, ove _de legibus_ dice: «Quando molti dubitano d'una cosa, è solo di Dio l'assicurarla». Vuolsi dunque esaminare quello che viene stabilito nella sacra scrittura; e poichè ivi è asserita l'immortalità, non è lecito dubitarne; repugna essa ai principj naturali, ma il voler adoprare questi sarebbe un oltraggiar la fede[213].
Può darsi più strano modo d'accettare la tradizione religiosa?
Il Bayle trova cento discolpe al Pomponazio, e ben si comprende, giacchè in lui difendea se stesso. Chi però volesse scusarlo dovrebbe allegare che incertissime dottrine correano sull'anima, quando i Platonici ne ammetteano tre, la vegetativa, la sensitiva, la razionale; e de' Peripatetici alcuni sosteneano l'unicità delle intelligenze, altri la moltiplicità, pur facendole mortali. Il Pomponazio volle scostarsi da tutte le dottrine d'allora; dimostrò che nessuna, e tanto meno quella d'Aristotele, bastava a provare l'immortalità, ma che, neppur negando questa, ne soffrirebbe la morale privata o la pubblica, anzi ne vantaggerebbe.
Altrettanto egli usa intorno al libero arbitrio. «Se c'è una volontà superiore alla mia, una legge imposta al mondo, come dovrei io rispondere del mio pensiero, de' miei movimenti? Ora, una volontà, un ordine superiore esiste: dunque tutto ciò che si opera non può farsi che secondo una via già tracciata: operi bene o male, non ne ho merito nè colpa». Su questo motivo acconcia mille variazioni, poi conchiude col rifuggire alla fede, e sottomettersi alle decisioni della Chiesa.
Poich'ebbe così tolto a dimostrare che la teologia dovea lasciar libera la parola alla filosofia, procedette avanti, sino a pretendere che la Chiesa non dovesse impacciar più gli ardimenti della filosofia, giacchè il dominio di essa, per evidenti segni, volgeva al declino. Nel trattato _delle Incantagioni_ professa tenersi alla natura qualvolta le argomentazioni bastano a dar ragione di fenomeni, per quanto straordinarj, ma nega assolutamente il miracolo; non darsi alcun fatto nella storia sacra o nella profana che esca dal naturale; se eccettua i fatti scritturali è mera precauzione oratoria; secondo lui, ogni cosa è concatenata in natura; di guisa che i rivolgimenti degli imperi e delle religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del cielo colla terra, e profittano della sospensione delle leggi fisiche ordinarie per fondare nuove credenze; cessata l'influenza, cessano i prodigi: le religioni decadono, e non lascerebbero che l'incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi; le stelle, le costellazioni, le intelligenze celesti determinano l'applicazione anche straordinaria di leggi fisse: per essi nascono le religioni e muojono, via via che l'umanità si perfeziona, tutte avendo un'origine, una stasi, una decadenza, neppur eccettuandone la cristiana[214].
In tutto ciò mostrava ingegno robusto, superiore ai tempi, precursore di molte novità; ma era ateo o ipocrita? Le sue proteste di fede non salvano l'arguzia e la sofisteria de' suoi ragionamenti.
Per tali guise la filosofia era messa in contrasto assoluto colla religione, sotto pretesto d'accordarla. Anche Cartesio presunse aquetare l'eterno conflitto tra la fede e il raziocinio, col dire che la ragione ha un regno suo proprio, ove la tradizione non dee penetrare; e così la fede ha terre riservate, chiuse al libero pensiero; la religione è una cosa, la filosofia un'altra; esse devono trovar pace nel reciproco isolamento; non è necessario scegliere; basta far a ciascuna il suo spazio legittimo; e se ben si guardi, tutte le insigni opere dell'età di Cartesio s'impiantano su questa base. Di certo la filosofia ha alcune parti diverse dalla teologia, per esempio la logica e la psicologia sperimentale; ma su punti essenziali, quali il principio e il fine delle cose, Dio e la nostra destinazione, potrebbe mai un uomo aver due opinioni contrarie? come operare fra due scienze, l'una che dice sì, l'altra che dice no?[215]
L'opera del Pomponazio fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico[216], dal Nifo, e da Ambrogio arcivescovo di Napoli, contro i quali la difese l'autore; poi dal Contarini che fu cardinale, da tre frati, Bartolomeo da Pisa, Girolamo Bacelliere, Silvestro Prieira.
Perocchè i frati vigilavano su questi aberramenti, e studiavano a combatterli; i filosofi si lagnano sempre dell'opposizione dei cucullati: il Pomponazio querelasi d'un eremita di sant'Agostino napoletano, che, predicando a Mantova, l'avea proferito eretico ed empio, mentre in vece il cardinal Bembo l'avea difeso alla Corte papale, e non trovato nel suo _De immortalitate_ nulla di contrario alla verità, e che egual opinione tenne il maestro del sacro palazzo. In fatto, mediante le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata, egli potè seguitar a professare impunemente; dopo morte fu onorato d'una statua, e deposto nella sepoltura d'un cardinale; ma allora divulgossi un epitafio che diceva: «Qui giacio sepolto. — Perchè? — Nol so, nè mi curo sapere se tu il sappi o no. Se stai bene ne godo. Io vivendo stetti bene. Sto bene ora? se sì o no non posso dirlo».
Poichè da noi facilmente ogni sentimento diviene passione, non piccola efficacia ebbe egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: «Parlateci delle anime», per conoscer di primo achito come vedesse nelle quistioni fondamentali.
A que' pensamenti aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Daniele Barbaro che diceva: «Se non fossi cristiano seguirei in tutto Aristotele»[217]; Simone Porzio, la cui opera sull'anima è detta dal Gessner «più degna d'un porco che d'un uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre naturalista, fa generar le cose spontaneamente dalla putredine, allorchè più intenso era il calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle dissertazioni _De incognitis vulgo_, avendo posto molti errori, e asserito che, chiunque vive secondo i lumi della ragione e della legge naturale, otterrà l'eterna salute, e posto in bilancia i dogmi nostri coi pagani nell'evidente intenzione di mostrarli del pari credibili, fu côlto dall'inquisizione a Venezia, e s'un palco, colla mitera di carta dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi; da maggior castigo salvato da Sisto IV, ch'era suo allievo[218], tornato in Boemia e in Ungheria, dove già prima era vissuto come bibliotecario e educatore del figlio di Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia; cascando di cavallo si ruppe la pingue persona. Matteo Palmieri di Pisa, noto autore della _Vita civile_ (1483), cui Marsilio Ficino diresse una lettera come _poetæ theologico_, scrisse un poema in terzine a imitazione di Dante, intitolato _Città di vita_, nel quale sosteneva che le anime nostre sono quegli angeli che, nella ribellione, non furono per Dio nè contro Dio, ma rimasero neutri. L'Inquisizione disapprovò tal sentenza, onde il poema non fu mai pubblicato, nè il merita. I soliti parabolani dissero che l'autore fu bruciato col suo libro, mentre consta che ebbe funerali a Firenze per pubblico decreto; il Rinuccini ne recitò l'orazione funebre, e additava appunto posato sul suo cadavere, durante le esequie, quel libro, dove cantava che l'anima, sciolta dalla terrena soma, per varj luoghi s'aggira, finchè giunga alla superna patria.
Nicoletto Vernia da Padova propagò altrove l'unità dell'intelletto con tal calore, che diceasi l'avesse persuaso a tutta Italia[219]. Pietro Barozzi, vescovo di Padova, seppe indurlo a fare un libro (1499), ove disdicendo quel che avea sostenuto per trent'anni, dimostra tante essere le anime quanti i corpi, e conchiude col preferir il titolo di canonico a quello di soprafilosofo.
Fu suo scolaro Agostino Nifo calabrese, che sosteneva (_De intellectu et dæmonibus_, 1492), non esservi altra sostanza separata dalla materia se non le intelligenze che muovono i cieli; un'anima sola ed un'intelligenza sparsa nell'universo, vivifica e modifica gli esseri a sua voglia. Lo confutarono i monaci, e mal gli sarebbe avvenuto se esso vescovo di Padova non lo avesse scampato e indotto a modificar l'opera sua, come modificò l'insegnamento. Pure Leone X il favorì, lo fece conte palatino, e pagollo affinchè, contro il Pomponazio (1518), mostrasse che Aristotele sostiene l'immortalità dell'anima.
E lungamente regnò il realismo nella scuola di Padova. Regiomontano vi dava lezioni sopra Al-Fargani, e ben avanti nel secolo XVII vi si insegnavano tali dottrine, che noi non giudicheremo un progresso dello spirito umano, bensì un regresso verso la scolastica del medioevo e il peripatismo arabo; ma che, staccando dalle tradizioni, avviavano al pensare indipendente e alla scienza laica e razionale.
Gismondo Malatesta, che, essendo feudatario della Chiesa le defraudava i dovuti soccorsi, fu da Pio II scomunicato nel 1461, fra gli altri delitti apponendogli di non credere alla risurrezione dei corpi e all'immortalità dell'anima, e fu arso in effigie[220]. Paolo Mattia Doria napoletano, avea preparato l'_Idea d'una perfetta repubblica_, ma ne fu sospesa la stampa, e fu arsa come fetida d'immoralità e di panteismo. Speron Speroni, a Pio IV che gli dicea: «Corre voce in Roma che voi crediate assai poco», rispose: «Ho dunque vantaggiato col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di morire esclamò: «Fra mezz'ora sarò chiarito se l'anima sia peribile o immortale»[221].
Di quel misto di cabala, gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che univasi colla letteratura classica, coi filosofemi d'Aristotele, d'Epicuro, d'Averroè, per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che ora intitoleremmo razionalismo, erasi nella corte di Lorenzo de' Medici imbevuto Giovanni Pico della Mirandola, ricco signore e portentoso intelletto. Ebbe a maestro Elia del Medico, ebreo averroista che per lui compose varj trattati filosofici, fra cui uno sull'Intelletto e la Profezia (1492) e un commento sul libro _Della scienza del mondo_ (1485): a Venezia stamparonsi più volte (1506, 1544, 1598) le sue annotazioni sopra Averroè, le quistioni sulla creazione, sul primo motore, l'ente, l'essenza e l'uno. Uscendo da tale scuola, Pico professavasi educato, a non giurar nella parola di nessuno, ma diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliarne tutte le carte, conoscerne tutte le famiglie; anzi, l'indipendenza spingea fino a credere che l'oro puro, sebbene sotto forma tedesca, valesse meglio che il falso coll'eleganza romana[222].
A ventiquattro anni (1486) mandava per Europa una sfida, pronto a sostenere in Roma novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc.; quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici, arabi, alessandrini, latini, le altre erano opinioni sue. Alla sfida nessuno comparve, benchè Pico si assumesse di rifondere le spese del viaggio: ma il suo ardimento irritò l'amor proprio dei dotti; e in quella farragine ripescarono tredici proposizioni, che deferirono al papa come ereticali. Tra esse erano: Gesù Cristo non esser disceso personalmente agl'inferni, ma sol quanto all'effetto: non poteva essere dovuta una pena infinita al peccato d'un essere finito; non esser certo se Dio potesse ipostaticamente unirsi anche a creatura non ragionevole; la scienza che più ci rende certi della dottrina di Cristo è la magia e la cabala; come non dipende dalla volontà l'aver un sentimento, così neppure il credere; i miracoli di Gesù Cristo non sono prova evidente della sua divinità per l'operazione, ma per la maniera con cui gli ha operati; l'anima non conosce veruna cosa distintamente come se stessa.
Il pontefice, dopo maturo esame, le disapprovò (1487), e Pico le difese in un'apologia, poi nell'_Heptaptus de septiformi sex dierum geneseos enarratione,_ e nel _De Ente et Uno_. Da quel gergo scolastico non è agevole, almeno a me, ricavare un chiaro concetto; riducesi però ad appaciare Platone con Aristotele, la teologia pagana colla mosaica e colla cristiana.
Vantavasi d'aver egli primo in Italia reso ragione dell'aritmo teologico di Pitagora; l'unità numerica fondarsi sull'unità metafisica, la quale è al di sopra dell'ente. Allegorici credeva i libri di Virgilio, di Platone, di Omero; e lo stesso metodo applicava ai libri santi. A gran prezzo avea comprati certi libri di Esdra, che davano spiegazione della dottrina mosaica e dei misteri, e supponendoli genuini, con essi e colla cabalistica interpretava liberamente Mosè.
E quale allegoria, nell'_Heptameron_ espose il genesi mosaico, trattandolo come i Neoplatonici avrebbero potuto trattare la mitologia, sfoggiandovi sapienza orientale e occidentale. «Mosè e i profeti, Cristo e gli apostoli, Pitagora e Plutarco (dic'egli), e in generale i sacerdoti e filosofi del mondo antico velarono la loro sapienza sotto immagini, perchè la folla non era capace di gustare quel cibo della verità, e intesero tutt'altro da quel che suonino le parole. È fuor di dubbio che Mosè, nell'enumerazione delle sei giornate, non volle parlare della creazione del mondo visibile; ed a prima vista sembra grossolano, attesa la legge degli antichi savj di adombrare le cose sublimi. Altrettanto fece Cristo parlando per parabola al vulgo, e perciò san Giovanni, che fu più degli altri istrutto negli arcani, scrisse solo tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai Corintj, ancora carnali, e Dionigi Areopagita esortava a non mettere in carta i dogmi più reconditi; Cristo confidò arcanamente alcune verità a' discepoli suoi, che le tramandarono a voce; e il conoscerle è fondamento grandissimo della fede nostra». Non vi si giunge che per mezzo della cabala, dalla quale, per esempio, s'impara perchè Cristo dicesse d'esistere prima d'Abramo, e che dopo di sè manderebbe il Paracleto, e che egli veniva coll'acqua del battesimo e lo Spirito Santo col fuoco.
Chi non vede ove potesse portare un tale eccletismo? Che se veniva applaudito dalle accademie e dalla Corte de' Medici ove tale era la moda, non potea piacere a Roma: e per quanto egli si schermisse dietro a ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, realmente alla Chiesa volea sostituir se stesso nel definire e spiegare il dogma per mezzo della cabala e dell'ebraico. Innocenzo VIII diceva: «Costui vuol finir male, ed essere un giorno arso, poi vituperato in eterno, come qualchedun altro. Le cose della fede sono troppo delicate, e non posso tollerarlo: scriva opere di poesia, saranno più da' suoi denti»; malgrado le raccomandazioni del magnifico Lorenzo[223], mai non volle ritirarne la condanna, benchè schermisse da ogni molestia l'autore. Il quale, sempre più ingolfato negli studj, per quanto contento di sua sorte a segno, che diceva non vedrebbe di che mormorare contro la Providenza, se pure non perdesse lo scrignetto de' suoi scritti, non sapea darsi pace di essere incorso nella disapprovazione papale, si riprotestava di sentimento cattolico, e intanto non voleva confessare d'avere sbagliato nel sostenere certe proposizioni, anche dopo che furono condannate dalla bolla pontifizia.
Non mancavano persone che lo istigassero a buttar giù la buffa, romper con Roma, ed eccitare un grande scandalo: ma egli, assaggiata la vanità della scienza, tornò al cuore di Cristo e alla carità, ripetendo la sentenza di san Francesco, «Tanto sa l'uomo quanto opera». Allora contro gli Ebrei difese la fedeltà di san Girolamo nella versione dei salmi; voleva anche scrivere una grande opera per confutare i sette nemici della Chiesa; ma non compì che la parte contro gli astrologi; macerava il corpo; recitava l'uffizio come i preti, consumava «giorno e notte in leggere le sacre carte, nelle quali è insita una certa forza celeste, viva, efficace che con meraviglioso potere converte l'animo del leggitore all'amore divino», e pensava pigliarsi una croce e andar a piè scalzi predicando Gesù Cristo. Alfine da Alessandro VI ottenne una bolla, ove dichiaravasi che mai, per le tesi riprovate, non era incorso in veruna censura o sinistra nota, o da queste veniva assolto; e morì piamente nel 1494 in mano de' Domenicani, l'abito de' quali voleva vestire.
Ma la filosofia ponevasi sempre più in urto colla fede, e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de' dogmi non aveva qualche opinione erronea od eretica». I moderati credevano prestar omaggio alla fede col non riflettervi, accettare i dogmi senza esame, con quell'accidia voluttuosa che, in tempi a noi vicini, chiamava spirito forte l'indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in mano e spegnere i lumi. Già viveasi per l'intelletto più che per la coscienza; irrobustendo la ragione, lasciavasi ammutir la coscienza, guastare il cuore, e mescersi a tutto una superstizione puerile; e come conseguenza un materialismo semplice e pratico, un'accidia voluttuosa, talchè può dirsi che tutta l'Italia fosse trasformata in un gran Decamerone.
Quel beffardo sincretismo manifestavasi, come avvien nelle mode, anche con frivolezze, e alla Corte de' Medici si teneano spesso dispute filosofiche e teologiche in questo senso. Nicola de Mirabilibus, domenicano, racconta come, _post convivium magnifice ac splendide factum_ nel palazzo di Lorenzo de' Medici, si pose in disputa una tesi, affissa nel tempio di Santa Riparata dai frati Minori, che il peccato di Adamo non è il maggiore di tutti i peccati. Frà Nicola divisa gli argomenti addotti dai varj interlocutori, e massime dal magnifico Lorenzo.
Da per tutto, ma forse peggio in Italia, la buffoneria si esercita col bersagliare le convinzioni, e mettere in canzonella le quistioni più serie, quando vengono agitate. Per tale spirito Luigi Pulci, nel bizzarro poema del _Morgante_, volgeva in baja tali disquisizioni:
Costor che fan sì gran disputazione Dell'anima ond'ell'entri ed ond'ell'esca O come il nocciol si stia nella pesca Hanno studiato in su n'un gran mellone.
Fin sul teatro recavansi, e sta manoscritta alla Biblioteca già Palatina di Firenze una rappresentazione del XV secolo, intitolala _I Sette Dormienti_, ove Tiburzio e Cirillo sostengono che, secondo Aristotele, la resurrezione dei morti è contro natura; Faustino cristiano disputa in contrario e conchiude:
Se Aristotel nol crede lo credo io, Se non lo fa natura lo fa Dio.
Faustino racconta all'imperatore Teodosio le ingiurie dettegli dai filosofi, e l'imperatore chiama teologi e filosofi a disputare in sua presenza, ma poichè non giungono a una conclusione, l'imperatore li congeda, si veste di cilizio, e prega Dio a palesare la verità. Qui interviene il noto miracolo de' sette dormienti.
V'ebbe qualche filosofo che accendeva il lumicino all'immagine di Platone; qualche accademia celebrava feste all'antica, sagrificando un capro; e molti cambiavansi il nome di battesimo, quasi vergognosi di portare quel d'un santo; e d'Antonio, Giovanni, Pietro, Luca, faceano Aonio, Gianni, Pierio, Lucio; e mutavano Vittore in Vittorio o Nicio, Marino in Glauco, Marco in Callimaco, Martino in Marzio, e così via.
Si sgomentò di questo paganizzamento Paolo II, e fece processare alcuni, tra' quali Pomponio Leto e Bartolomeo Sacchi, detto il Platina da Piadena ove nacque il 1421. L'accusa era che latinizzassero i nomi, e coi Platonici mettessero in dubbio l'anima e Dio. Rispondeano che, quanto al venerare Platone, imitavano sant'Agostino; che filosofi e teologi tutti allora disputavano su questi punti, affine di giungere alla verità; che del resto essi non disobbedivano alla Chiesa, anzi ne seguivano le pratiche[224], e mai non aveano lasciato di confessarsi e comunicarsi ogni anno.
È da bello spirito il lodare uno perchè perseguitato dai papi, e fargli merito di quel che i papi non poteano che riprovare. Ma dalla lettera ove il Platina, stando in carcere, racconta al cardinale Bessarione il suo processo, appare come l'accademia istituita da Pomponio Leto tendesse a trasformare il paganizzamento letterario in religioso; avvegnachè vi si celebrava il giorno della fondazione di Roma con sacrifizj; e Pomponio ogni giorno s'inginocchiava ad un altare dedicato a Romolo[225], e non volea leggere libro posteriore alla decadenza dell'impero, quindi neppure la Bibbia e i Padri. Fosse stato anche soltanto letterario, non v'è retto pensatore che non iscorga quanto pregiudicasse alla logica, alla morale, all'estetica il volere che Cristo e la redenzione cedessero il luogo alla voluttà pagana e al lepido bersagliamento contro le virtù domestiche e sociali.