Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 24

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Per estendere gli atti in colto stile, Pio II aveva attaccato alla sua cancelleria un collegio di sessanta abbreviatori, tutti letterati. Abusarono del loro posto per far traffico de' rescritti; onde Paolo II, volendo tutto fosse gratuito, li soppresse, senza riguardo alle somme con cui aveano compro que' posti. Si pensi quanti nemici si fece! ed erano scrittori. Fra essi il Platina, il quale credette sgomentare il papa minacciando scrivere contro di lui, e indurre i principi a radunare un concilio per riparare a tale ingiustizia. Ciò parve colpa di stato[226]; e aggiungendosi il sospetto d'una congiura contro il papa; con altri il Platina fu arrestato e torturato, prima per accusa di fellonia, poi di eresia, entrambi non provate. Tenuto in carcere quattro mesi e senza fuoco, siccome egli si lamenta, il Platina si vendicò col dettare una storia de' papi ostilissima, dalla quale i Protestanti ripescarono molti fatterelli contro la Corte romana, perciò noverando lui fra gli anticipati testimonj della verità. Qui noi non abbiamo che a notare la pochissima critica di questo abborracciatore passionato. Per esempio, di Paolo II egli fa un nemico di tutti i letterati, giudicandoli tutti eretici, e sconsigliando i padri dallo sciupare denari e tempo nell'istruzione dei figliuoli, bastando sapessero leggere e scrivere. Se non avessimo altre testimonianze, basti il dire come, sotto quel pontefice, s'introducesse la stampa a Roma, e i primi libri uscissero dedicati ad esso, con larghe lodi della sua munifica protezione; e il Platina stesso narra ch'e' cercava d'ogni parte statue antiche per ornar il suo palazzo[227].

Che se quanto noi esponemmo basta a smentire gli storici plebei, che cianciano fosse servile la fede, assoluta l'ignoranza, giustifica quelli che, al vedere la scienza staccarsi dall'appoggio della fede, spaventavansi che la salute delle anime si facesse dipendere dalle vicende del sapere. E questo paganizzamento, ancor più che nella scienza, rendeasi appariscente nelle arti belle e nella letteratura, dove al convenzionale tipico surrogavasi la plastica raffinatezza; e l'appassionamento per l'antichità diede a credere non si potesse compiere il risorgimento se non ripristinandola, fino a rimettere in culto le idee che il vangelo aveva dissipate, e rialzare le ruine della Roma pagana sopra gli edifizj della Roma cristiana.

Sugli altari si correva ad ammirare pitturate le amasie de' pittori, e belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione. Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma d'un re magio, prostrato avanti una Madonna ch'era la Giulia Farnese, come il Pordenone fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato a una santa Giustina, la quale era Laura Dianti, druda di lui. Tutto gentilesco si mostrò il Ligorio nella villa Pia, eretta per ricreazione de' papi. Il Tiziano per santa Caterina fece il ritratto della regina Cornaro, pompeggiante di dovizie e bellezze. Nell'adorazione de' Magi spesso si ritrassero i Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella corona a cui aspiravano. Nel quartiere della badessa di San Paolo a Parma il Correggio eseguì scene più che mondane: nella sacristia di Siena si collocarono le tre Grazie ignude; e ignudi turbavano l'austerità delle tombe principesche, e fin le cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul sepolcro dato il titolo di _diva_; e Carlo Pinti nell'epitafio la dichiarava «onor e gloria delle concubine». S'un sepolcro in San Daniele a Venezia leggesi: _Fata vicit impia_; come la divisa di monsignor Paolo Giovio dicea: _Fato prudentia minor_. Sotto Giulio II esortavasi alla crociata perchè darebbe occasione d'acquistare manoscritti.

L'eloquenza sacra deduceva non solo le forme, ma e le autorità e gli esempj dei classici. Nei funerali di Guidobaldo da Montefeltro, l'Odasio ne recitò il panegirico nel duomo d'Urbino, più volte esclamando agli Dei immortali, dicendo come il vescovo di Fossombrone coi sacramenti amministratigli avesse placato gli Dei e i Mani; _Deos illos superos et Manes placavit_. Il cardinale Bessarione, compiangendo la morte di Gemistio Pletone, dice: «Intesi che il nostro padre e maestro, essendosi spogliato di quanto avea di terrestre, volò verso i cieli in un luogo purissimo, dove può ballare coi celesti la mistica danza di Bacco». Il Poliziano, scrivendo a Lorenzo de' Medici al 6 aprile 1479, lagnasi che sua moglie avesse messo il figlio Giovanni (che fu poi Leone X) a leggere i salmi, invece de' libri nostri: _transtulit jam illum mater ad psalterii lectionem, atque a nobis abduxit_[228].

Nel 1526 essendo presa Siena da' fuorusciti, un buon canonico, memore di ciò ch'è narrato nel terzo libro di Macrobio, recitò la messa, e proferì la formola imprecatoria che ivi è indicata contro i nemici; se non che, invece di _Tellus mater, teque Jupiter obtestor_, disse _Tellus, teque Christe Deus obtestor_.

Oscenamente scriveano il Panormita nell'Ermafrodito, Giovian Pontano, Francesco Filelfo, Poggio Bracciolini, il Landino, il Poliziano, Lorenzo de' Medici, Giovanni Della Casa monsignore, Angelo Firenzuola frate, ed altre persone gravi, non solo porgendo manifestazioni, ma apologie del vizio, e scherzando su quanto ha di più sacro la società e la famiglia. Nell'esaltazione di Alessandro VI le iscrizioni alludevano sempre al nome eroico:

_Cæsare magna fuit, nunc Roma est maxima: sextus_ _Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;_

e un'altra:

_Scit venisse suum patria grata Jovem_.

Per Leone X si fece quest'epigramma:

_Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors_ _Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet._

Esso Leone X eccitava Francesco I contro i Turchi _per Deos atque homines_. V'è chi chiama Olimpo il paradiso, Erebo l'inferno, lectisternia le maggiori solennità, _arciflamini_ i vescovi, _infula romulea_ la tiara, _senatus Latii_ il sacro concistoro, ambrosia e nettare le sacrosante specie; _sacra Deorum_ la messa, _simulacra sancta Deorum_ le immagini de' santi.

Le allusioni gentilesche del Bembo strisciano all'empietà; partendo per la Sicilia, invoca gli Dei propizj al suo viaggio, _quod velim Dii approbent_; fa Leone X assunto al pontificato _per decreto degli Dei immortali_; parla dei doni alla _dea lauretana_, dello _zefiro celeste_, del _collegio degli auguri_, per indicare lo Spirito santo e i cardinali; chiama _persuasionem_ la fede, la scomunica _aqua et igni interdictionem_; fa dal veneto senato esortare il papa _uti fidat diis immortalibus, quorum vices in terra gerit_; e così _litare diis manibus_ è la messa dei morti; san Francesco in _numerum deorum receptus est_. Ne' versi poi anteponeva il piacere di vedere la sua donna a quello degli eletti in cielo:

E s'io potessi un dì per mia ventura Queste due luci desiose in lei Fermar quant'io vorrei, Su nel cielo non è spirto beato Con ch'io cangiassi il mio felice stato.

Negli _Asolani_ conforta i giovani ad amare; e al cardinale Sadoleto scriveva: «Non leggete le epistole di san Paolo, chè quel barbaro stile non vi corrompa il gusto; lasciate da canto coteste baje, indegne d'uom grave. _Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ_».

Nell'epitafio pel famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la pietà, per la quale suppone che canti in cielo:

_Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est_ _Carmina nunc cœli te canere ad cytharam:_

eppure i costui versi ostentano gli amori colla famosa Imperia, e con un'Albina, una Lucia, una Bona, una Violetta, una Ghiera, una Cesarina, una Merimna, una Giulia, le quali appaja a quella cortigiana; ed era prelato.

Ma il Bembo, come gli altri del suo tempo, credeva il risorgimento consistere nelle forme; doversi abbattere la scolastica per mezzo di Cicerone, e mediante l'espressione materiale giungere allo spirito; abborriva dagli umanisti, che dicean il latino moderno dovere essere di vario colore; e piacevagli meglio parlare come Cicerone che essere papa.

Egli recitava a memoria molti passi dello scorrettissimo Battista Mantovano: ma ciò ch'è maggiore meraviglia, altrettanto faceva il Sadoleto, un de' più pii di quel secolo. Il quale ha una consolatoria a Giovanni Camerario per la perdita di sua madre, che tutta volge sulla intrepidezza e magnanimità pagana, senza toccare agli argomenti ben più efficaci della religione. Jacobo Sannazaro, per cantare il parto della Vergine, invoca le Muse, scusandosi se le adduce a celebrare un infante nato in un presepio, e non mai nomina _Jesus_ perchè non è latino; perchè non è latino _propheta_, fa dal Giordano personificato narrare l'ascensione di Cristo qual la udì vaticinare da Proteo: Maria _spes fida deorum_, è dall'angelo Gabriele trovata intenta a leggere le Sibille (_illi veteres de more Sibyllæ in manibus_); e quand'ella assente a divenire madre, le ombre de' patriarchi esultano _quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis_. Dapertutto insomma arte pagana in soggetto sacro, alla guisa che sul suo sepolcro in una chiesa sorgono Apollo e Minerva, fauni e ninfe.

Girolamo Vida, dotto e santo vescovo di Cremona, che digiunava spesso a sole radici, nella _Poetica_ non parla che di Muse e Febo e Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichi, e ai quali, principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio:

_Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras_ _Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem._ _Nos aspice præsens,_ _Pectoribusque tuos castis infunde calores_ _Adveniens pater, atque animis te te insere nostris._

Come in un poema sul giuoco degli scacchi, alle nozze dell'Oceano colla Terra fa gareggiare Apollo e Mercurio; così usa nella _Cristiade_, dove applica a Dio Padre tutti i nomi di Giove, _regnator Olympi, superum pater, nimbipotens_; del Figlio fa un eroe, sul tipo di Enea; _multis comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus tristibus heros — ipse etiam_ (il cattivo ladrone) _verbis morientem heroa superbis stringebat_: Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere, spingono gli Ebrei al deicidio: all'ultima cena viene consacrato fior di Cerere: sulla croce al morente è porto tristo umor di Bacco (_sinceram Cererem — corrupti pocula Bacchi_). L'uomo soffrente sul Calvario non è il Dio riparatore, e allo spirare suo, non che l'alito d'amore si difonda sulle ire procaci, gli angeli vorrebbero farne vendette: sempre insomma dal Cristo, redentore dello spirito immortale, volgea gli occhi all'Apollo, tipo di bellezza corporea.

Vero è che, sin quando il sentimento religioso predomina, esercita sulla forma la sua forza riparatrice; pure il ravvivato splendore dell'antichità abbagliava per modo, da adombrare il cristianesimo; ammirando unicamente il bello della società classica, non vedeasi il buono della moderna, e le teoriche di quella si applicavano agli affari pubblici.

La fede nella sua integrità era stata fino allora la fonte unica d'ogni diritto, d'ogni ordine. Tutto il mondo civile riconosceva una religione, cioè una dottrina generale sulle relazioni fra il cielo e la terra, uno scopo alla vita dell'umanità, cioè compiere il disegno divino; una l'origine degli Stati, cioè la volontà di Dio; conformità di credenze, che costituiva un legame tra le varie società.

Da questa fonte unicamente traevasi il diritto di governare e di punire; gli Stati prendeano il nome del loro patrono, dicendosi patrimonio di san Pietro, come repubblica di san Marco o di san Giovanni; e sant'Ambrogio, san Geminiano, san Petronio, san Siro indicavano Milano, Modena, Bologna, Pavia; il nome e l'effigie del santo metteasi sulle monete e sugli stendardi: perfino le date storiche riferivansi al calendario ecclesiastico, dicendo che il giorno della candelara erano state rapite le spose veneziane, alla sant'Agnese sconfitti i Torriani dai Visconti; al san Sisino si vinse il Barbarossa a Legnano; a san Cosmo e Damiano fu preso Ezelino.

Gli stessi pensatori non cercavano altro che rendersi ragione di quel che credevano. Cattolici prima che filosofi, volenti godere della tradizione che aveano ricevuta coll'intelligenza, studiavano comprendere, ma in fondo credevano, portando l'offerta della loro scienza e ragione al tempio del Signore; e non pretendeano riformare il mondo e la società col pensiero loro proprio, senza tenere conto de' loro simili, nè de' fratelli e dei canoni trasmessi dai vecchi.

Così per quindici secoli non si era avuto che un idioma per favellare a Dio, una sola autorità morale, una sola convinzione; tutta Europa alla stess'ora, il giorno stesso, colle stesse parole supplicava, aspirava, esultava.

Ora invece scomponevasi l'intima società col surrogare alla fede il raziocinio, alla credenza assoluta le religioni comparate; inoculando il dubbio corrompevansi i costumi, e i costumi riagivano sopra le credenze. Ciò appare in tutti gli scrittori, e principalmente in Nicolò Macchiavello e Francesco Guicciardini. Quest'ultimo guarda all'esito, non mai alla giustizia d'una causa: le peggiori iniquità racconta colla freddezza d'un anatomico; vede o arguisce sottofini e cattive intenzioni dapertutto, nè mai riconosce virtù, religione, coscienza, bensì calcolo, invidia, ambizione; fatto ironico, forse per dispetto degli uomini e degli eventi, affetta un'imparzialità che in fondo è indifferenza tra l'onestà e la ribalderia. I papi non solo esamina e giudica al modo degli altri principi, ma sempre li trova in torto, gli accagiona di tutti i mali d'allora; eppure li servì; e diceva: «Il grado che ho avuto con più pontefici m'ha necessitato ad amare per il particolare mio la grandezza loro; se non fosse questo rispetto, avrei amato Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo ch'è interpretata e intesa comunemente, ma per veder ridurre questa caterva di scellerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizj o senza autorità»[229].

Altrove consigliava: «Non combattete mai con la religione, nè con le cose che pare che dipendano da Dio, perchè questo objetto ha troppa forza nella mente degli sciocchi»[230].

Non decidendosi fra Mosè e Numa, fra Giove e Cristo, ammette i miracoli ma d'ogni religione «in modo che della verità di una fede più che di un'altra è debole pruova il miracolo»[231]; in ogni nazione, e quasi in ogni città sono devozioni che fanno i medesimi miracoli, segno manifesto che le grazie di Dio soccorrono ognuno[232]. Egli tiensi certo anche per esperienza propria che v'ha spiriti aerei, i quali domesticamente parlano colle persone[233].

Dopo di ciò, non è più un fenomeno stravagante e un mito il Macchiavello, il quale sull'idolatrato tipo de' Greci e Romani foggia la nuova civiltà, cancellandone Cristo e il Vangelo. Secondo lui, natura creò gli uomini colla facoltà di desiderare tutto e l'impotenza di tutto ottenere, sicchè dirigendo essi il desiderio sopra gli stessi oggetti, trovansi condannati a odiarsi gli uni gli altri. Per togliersi a questa guerra di tutti contro tutti, è permessa ogni cosa, e di violare qualunque diritto e dovere; e la società fu istituita per comprimere l'anarchia mediante la forza organizzata.

In somma la sua è la dottrina dello Stato ateo, il quale non teme d'andar all'inferno, ed è a se stesso fine e legge. Niente v'ha di superiore ai sensi; l'idea della giustizia nacque dal vedere come tornasse utile il bene e nocivo il male; al bene gli uomini s'inducono solo per necessità; il principe dee farsi temere anzi che amare; scopo dei governi è il conservarsi, nè questo si può che coll'incrudelire, «perchè gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori, riottosi, talchè conviene ritenerli colla paura della pena». Suppone dunque l'uomo cattivo, come fa la Chiesa, non però in grazia del peccato originale, nè ammettendo un mediatore; non cerca il regno dello spirito, ma quello della forza. Dio è sempre coi forti; e a chi ha dà ancora; a chi ha poco, toglie anche quello che ha. È sventura che alla religione feroce antica, coi gladiatori, col culto degli eroi, coll'apoteosi de' conquistatori, e che mescolava le battaglie colle preghiere, il sangue colle feste, sia succeduta questa, tutta umiltà ed abjezione[234], negligente dei proprj interessi; e se può sperarsi alcun bene all'umanità consiste nel rivolgimento delle sfere, che potranno far rinascere qualche culto simile all'antico.

Roma egli ammira per «la potenza delle esecuzioni sue», perchè conquistò tanti popoli, e per guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze, leggi, libertà, indipendenza. Le crociate sono un mero scaltrimento di Urbano II; di frà Savonarola era stato entusiasta in gioventù, ma come ne vide la politica fallire, dovette credere non potesse riuscire se non la frodosa o violenta, scurante di ciò che sta sopra il tetto. Del maestro non ritenne più che l'amor della patria, e questa volea vedere forte e unita: «sian pur iniqui i mezzi, ma son passeggeri, e ne seguiranno il dominio supremo della legge, l'eguaglianza e la libertà di tutti, e si farà della cittadinanza un medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo sovrano»[235].

Adoratore della forza, e da quella sola sperando l'aquietamento delle fazioni, il Machiavelli fantasticava una monarchia italiana. Non già ch'egli pensasse mai a un signore, il quale soggiogasse le fiorentissime repubbliche di Venezia, di Genova, di Lucca, nè tanto meno Roma; ma un principe robusto che imponesse la sua politica a tutte. Eppure sarebbe stata questa, nelle idee d'allora, una vera servitù, una conquista, un uccidere l'autonomia a cui aspiravano i singoli popoletti; lo perchè tale politica era detestata dai migliori italiani. E sempre vi si erano opposti i pontefici, vedendo come il rinnovare un regno d'Italia al modo dei Goti e dei Longobardi non solo avrebbe mozza la loro sovranità, ma avvilita tutta Italia. Dell'essere stati operosissimi a impedir questa tirannide comune sopra l'Italia, il Machiavello imputava i pontefici. Ma non che altri, lo riprovava Francesco Guicciardini, riflettendo che l'Italia fu corsa a lor posta dai Barbari quando era sotto al dominio unico degli imperatori; che dalle sue divisioni trasse forse gravi mali, ma n'ebbe in compenso una straordinaria floridezza; che gl'Italiani, per abbondanza d'ingegno e di forze furono sempre difficilissimi a ridursi a unità anche quando Chiesa non v'era; che col conservare l'Italia in quel tenore di vita che s'addice alla sua natura e alla sua antichissima consuetudine, anzichè male, avea fatto bene la Chiesa romana[236].

Per far l'Italia il Machiavelli ricorreva, al solito, agli stranieri; non accorgendosi come i papi fossero la sola potenza che valesse a salvarne l'indipendenza, desiderava che i Francesi gli umiliassero, sollevando i baroni contro di essi in modo che o gl'insultassero come sotto Filippo il Bello, o li chiudessero in Castel Sant'Angelo; nè esser quelli «così spenti che non si potesse trovar modo a raccenderli»[237]; e a' suoi Fiorentini scriveva come si pensasse dai Francesi invadere Roma, il che «sarebbe da desiderare, acciocchè ancora a codesti nostri preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro»[238]. Ma della riforma religiosa non ebbe verun concetto; trattò il cristianesimo non altrimenti che il paganesimo, adattandolo a religione civile, siccome leggeva in un frammento di Varrone; col che giustificava l'intolleranza.

E dappertutto non mostrasi egli novatore, ma sempre ripete idee classiche, con qualche aggiunta e qualche applicazione. Nell'esporre «le verità effettuate delle cose», non inculca espresso l'ingiustizia, ma toglie per unica norma l'utilità; non come Satana dice al male, _Tu sei il mio bene_, ma, _Tu mi sei utile_; se l'utile deva posporsi all'onesto è disputa da frati.

I tradimenti altrui e le proprie empietà espone in tono d'assioma, senza passione, come evenienze naturali, con freddo computo di mezzi e di fine, con un'indifferenza che somiglia a complicità. Con questa scienza senza Dio, che eleva l'ordine politico di sopra del morale, la ragione di Stato sopra l'umanità, che suppone unica meta delle azioni il soddisfare gl'istinti egoistici e interessati, assolve la menzogna, il perfidiare la parola e i trattati, il conculcare il diritto delle genti, la cospirazione, l'assassinio, purchè si raggiunga lo scopo, si soddisfi l'ambizione, qualunque siasi: la vittoria arreca gloria, non il modo con cui la si ottiene. Perciò il Machiavello ammira chiunque riesce, sia pure a fini opposti, eccetto Giulio Cesare che spense le libertà classiche, e Gesù Cristo che abjettì gli uomini predicando l'umiltà. Ammira _la virtù_ dello scellerato Cesare Borgia, e fatto inorridire colle costui scelleratezze, conchiude: «Io non saprei quali precetti dare migliori ad un principe nuovo che l'esempio delle azioni del duca... Raccoltele, non saprei riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad imitazione a tutti coloro che per fortuna e con le armi d'altri sono saliti all'impero». L'appassionata sua vista non gli lasciava scorgere su quanto labile fondamento poggiasse la potenza di quel fortunato ribaldo; e quando egli cade, lo pronunzia «truculento e fraudolento uomo, e meritevole della pena che i cieli gli avevano serbata».

Armonizzar la natura col soprannaturale, la scienza colla fede, la rivelazione colla ragione, la filosofia colla teologia, era stato lo scopo degli Scolastici, e ormai erano beffati e posposti alle dottrine gentilesche[239]. Cambiata la bilancia degli atti, qual meraviglia se non veneravansi più i santi del paradiso, ma si applaudiva agli eroi dell'inferno? Virtù è la forza intelligente; mezzo di governo una dominazione unica e incondizionata. Invano Cristo avrà detto, «Perisca il mondo, ma facciasi la giustizia»; il Machiavello torna al pagano «Suprema legge è la salute dello Stato», e dice che «quando una città pecca contro uno Stato, per esempio agli altri e securtà di sè un principe non ha altro rimedio che spegnerla, altrimenti è tenuto o ignorante o vile: dove si delibera della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione di giusto nè d'ingiusto, nè di pietoso nè di crudele; nè di laudabile nè d'ignominioso». E segue che «un uomo il quale voglia fare in tutto professione di buono, conviene che rovini in fra i tanti che non sono buoni»: nelle esecuzioni non v'è pericolo alcuno, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta.

Altrettanto dicevano i Terroristi di Francia. Ed io non vedo in che cosa Machiavello sia migliore di Hobbes, se non che egli pone in capo di tutto la politica; e con voti contradditorj, contrasti inattesi, sentimenti generosi in mezzo a mostruose teoriche, scompiglia la critica, mentre Hobbes s'attiene alla morale, e tutto riduce ad unità inflessibile, non commovendosi per veruna passione: del resto entrambi confondono l'anima col corpo, l'onesto coll'utile, la ragione col calcolo, Iddio col nulla. Machiavello esprime l'egoismo del principe, come il Contratto Sociale di Rousseau espresse l'egoismo del suddito; entrambi del pari repugnanti alla carità cristiana, e ponendo fondamento alla sistemazione degli Stati non più l'ordine voluto da Dio, ma la volontà dell'uomo; traendo ogni podestà non da Dio ma dall'uomo; riducendo l'attività sociale non a compiere un disegno divino providenziale, ma ad emancipare l'umanità.

Non potevamo trascurare questa eresia politica, che trionfò e durò più delle altre; che, quando assassinava l'italica indipendenza, voleva uccidere anche il diritto e la giustizia: e indebolita l'autorità spirituale, preparava quel despotismo che non insinua la bontà, ma reprime colla forza, usata accortamente sopra la torma de' bipedi, che la loro stupidità condanna all'obbedienza.