Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 22

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Dove conservaronsi tutti i manuscritti dell'antichità? chi li trascrisse? Dicono che il clero ne abbia lasciato perire alcuno per ignoranza o per usar quella carta a scrivervi lavori che ad esso più importavano. Foss'anche colpa l'usar mezzi proprj a proprio utile, è ampiamente riscattata dal merito de' tanti tramandatici, e ne loda il buon gusto il vedere che questi sono i capolavori del genio classico.

Nè è da trascurare che i paesi più istruiti d'allora erano l'Italia e la Spagna; e sono appunto quelli che respinsero il protestantismo. Qui da noi in generale, discutendo l'applicazione, non s'impugnava il principio; l'Inquisizione, nel secolo XV, ebbe poc'altro che a perseguitare maliardi e superstiziosi anzichè eretici, nè conosco quali fossero quelli che combattè il famoso Giovanni da Capistrano, nè quelli che dalla Francia e dalla Lombardia si erano ricoverati fra i monti della Valtellina, e alla cui conversione andò il beato Andrea Grego di Peschiera, domenicano di San Marco in Firenze, che morì il 1455, dopo dimorato quarantacinque anni fra que' pastori e carbonari alpini. Neppur potemmo accertare che cosa fosse la _setta pitagorica_, diffusa in tutta Italia, alla quale diceasi appartenere Arnaldo di Villanuova; oppure la società segreta che avea giurato la distruzione del cristianesimo, e della quale parla con sbigottimento la _discesa di san Paolo all'inferno_[193]. Il cronista Ser Cambi, al 1453, scrive che Giovanni Decani, medico, il quale non credeva la resurrezione de' morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quel anno morì Carlo d'Arezzo cancelliere della signoria, ed ebbe grandissime doti: «Dio l'abbia onorato in cielo, se l'ha meritato; non che si stimi, perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano». Lodovico Cortusio giureconsulto, morendo a Padova il 17 luglio 1418 lasciò per testamento che amici nè parenti nol piangessero; se no, rimanessero diseredati, mentre suo legatario universale sarebbe quello che ridesse di miglior cuore: non parare a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme col clero, cantando _alleluja_ tra viole, trombe, liuti, tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme e ghirlande di fiori; non lo seguano monaci che abbiano la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia. Il nostro secolo, che tanto s'intende di libertà, lo chiamerebbe un libero pensatore.

Ma intanto il mondo si era trasformato, fissate le genti sul suolo che diverrebbe lor patria; e restauratasi l'antica coltura, si moltiplicavano le scoperte, si sentivano nuovi bisogni.

Non limitandosi a dirozzare la società nuova, la letteratura pretendeva modificarne le credenze e gli atti, ritornando nelle teoriche e nella pratica verso il paganesimo. Le scienze, allattate nel santuario e disciplinate dagli scolastici come un esercito sotto al Verbo di Dio, or disertavano, e dilatandosi mediante la stampa, mordeano il seno che le avea nudrite. Passando dal periodo credente al pensante, l'uomo s'appropriava col raziocinio le verità, che fin là avea ricevute dalla fede, e mentre fin allora la religione era, quale Grozio la definì, unico principio dell'universale giustizia, or non più soltanto dalla Chiesa domandavasi in che modo servire meglio a Dio e al prossimo. Platone avea detto: «Filosofia è imparare a conoscer Dio: filosofare è amar Dio: filosofare è imitar Dio»[194], onde fu preferito dai primi Cristiani, ma condusse facilmente nell'idealismo. La filosofia scolastica, tutta armata di logica, avea preso per oracolo Aristotele, in verità maestro eccellente, poichè in esso trovasi anche la critica degli altri sistemi, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Aristotele anch'esso proclama e dimostra il Dio supremo, la legge morale, l'anima immortale: ma al Cristiano che attende tutto da Dio, poteva essere fedel maestro questo, che esagera la potenza della natura e l'efficacia dell'umana volontà? Egli che erige in principio supremo la natura, poteva rimanere l'oracolo d'una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa nelle versioni e nei commenti de' Musulmani, che gli aveano prestato sentimenti assurdi e sofisterie; che traducendo teosofizzavano l'autore, e in modo fantastico osservando il mondo, applicavano l'astronomia all'astrologia, l'astrologia alla medicina. I nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovrapposero; nè la critica sapeva riconoscervi l'alterazione, mentre l'idolatria professata ad Aristotele impediva di supporlo in fallo; donde una miscela d'arabo, di scolastico, di cristiano, bastardume sterile, e indicifrabile a quei che voleano conciliarlo colla teologia dogmatica.

Al movimento razionale repugna assolutamente l'islam, avverso ad ogni cultura civile e profana; pure un istante la protezione de' califfi gli diè tale impulso, da sorgerne un'età dell'oro della coltura musulmana, sebbene esagerata da coloro che imputano ai Cristiani d'averla respinta. Quegli italiani che il fanno, e che deridono o riprovano le crociate pensino che l'islam stabiliva il despotismo teocratico, dove non famiglia, non ceti, non liberi possessi, non gerarchia; bensì un'eguaglianza assoluta, ove tutto può la volontà d'un solo. Un tale despotismo, più robustamente attuatosi nei Turchi, represse la coltura degli Arabi a tal segno, che più non ne serbano nè impronta nè ricordo i Musulmani. Nella cristianità invece si riverirono e usufruttarono i loro dotti e pensatori, e massime Averroè, vissuto verso il 1180, e che fece quel Gran Commento, pel quale si disse essere stata la natura pienamente interpretata da Aristotele; Aristotele pienamente da Averroè.

Gli Arabi, dopo ricevuta la rivelazione di Maometto, aveano cominciato le dissensioni teologiche dall'eterna quistione del libero arbitrio e della predestinazione (_Kadariti_ e _Giabariti_), donde passarono a quella sugli attributi di Dio. Ma anche fra loro v'avea degli scettici; v'avea degli increduli; vacillavasi tra l'entusiasmo religioso e il libero pensare: e quel che fra noi la Scolastica, fu fra essi il Kaläm, discussioni razionali sia per esaminare, sia per difendere colla dialettica i dogmi attaccati. In tali esercizj la filosofia araba ampliò i problemi de' Peripatetici, e accolse l'eternità della materia e la teorica dell'unicità dell'intelletto.

E appunto la filosofia di Averroè s'appoggia sul panteismo; una sola essere l'anima, e Dio essere il mondo. La generazione (secondo lui) non è che un movimento. Ogni movimento suppone un soggetto. Questo soggetto unico, questa possibilità universale è la materia prima. Essa è dotata di ricettività, ma di nessun'altra qualità positiva, cioè può ricevere le più opposte modificazioni; materia prima, senza nome nè definizione; semplice possibilità. Ogni sostanza è dunque eterna per la sua materia, cioè perchè può essere. Chi dicesse che una cosa passa dal non essere all'essere le attribuirebbe una disposizione che mai non ebbe. La materia non fu generata e non può corrompersi. La serie delle generazioni è infinita da entrambi gli estremi: tutto quanto è possibile passerà in atto, altrimenti v'avrebbe alcun che di ozioso nell'universo: e nell'eternità non v'è divario tra il possibile e l'esistente. L'ordine non precedette il disordine, nè questo quello: nè il movimento il riposo o viceversa. Il movimento è continuo; ogni movimento è causato da un moto precedente. Se il moto dell'universo si fermasse, cesseremmo di misurare il tempo, cioè perderemmo il sentimento della vita successiva e dell'essere[195].

Quest'unità degli spiriti fu trionfalmente confutata da san Tommaso[196], e, nel XIV secolo, da Egidio di Roma, le cui opere troviamo pubblicate ai primordj della stampa[197], dipoi da Gerardo di Siena e Raimondo Lullo. Essi non fanno che esecrare quest'empio, il quale identifica l'anima di Giuda e quella di san Pietro, nega la creazione, la rivelazione, la Trinità, l'efficacia della preghiera, della limosina, delle litanie, la risurrezione e l'immortalità, e colloca il supremo bene nei godimenti. Egidio di Roma nel trattato _De erroribus philosophorum_, lo taccia d'aver rinnovellato tutti gli errori d'Aristotele, vie meno scusabile perchè direttamente intacca la fede nostra; biasima tutte le religioni, non meno quella de' Musulmani che quella de' Cristiani, perchè ammettono la creazione dal nulla: chiama fantasie le opinioni de' teologi, e sostiene che nessuna legge è vera, benchè possa esser utile.

E appunto una delle accuse principali contro Averroè si è la comparazione delle leggi di Mosè, di Cristo, di Maometto. Aveano dovuto istituirla i Musulmani per sostener la loro religione, ma Averroè più di spesso e dogmaticamente accenna ai _tres loquentes trium legum_[198], donde il crederlo autore del libro dei _Tre Impostori_, divenne arma per colpire chiunque si volea screditare.

E veramente gli scolastici del secolo XIII vanno d'accordo nel riprovare Averroè, ma ciò stesso mostra che v'avea dottori e scuole dov'era riverito e insegnato; nè forse mal s'apporrebbe chi ciò attribuisse principalmente a' Francescani, per opposizione ai Domenicani e ai Tomisti. Certo ne parla con rispetto Roggero Bacone.

E qui è luogo a ripudiar due altri pregiudizj da scuola contro il medioevo, opponendovi due meraviglie. La prima è la rapidità con cui, senza stampa nè poste, si difondeano i pochi libri. Le poesie de' Trovadori, appena prodotte, conosceansi in tutta Europa. Abelardo aveva appena pubblicato le sue scettiche teorie a Parigi, e subito le si possedeano in fondo all'Italia. I versi del Petrarca, lui vivo, gli davano una gloria estesa quanto a qualsiasi poeta de' giorni nostri; e meglio che a' giorni nostri s'aveva a Padova o a Bologna notizia di opere prodotte a Marocco o al Cairo. Più che all'attività degli Ebrei, io inclino ad ascrivere questo fatto alla grande e compatta società dei monaci.

L'altra meraviglia è che, in secoli vituperati per intolleranza, non s'avesse scrupolo di farsi scolari d'Ebrei e di Musulmani, tenendo le scienze come un campo neutro, e salvo a condannarne gli abusi. Coi Musulmani comunicavasi da un lato per la Spagna, dall'altro per la Sicilia, oltre i viaggi d'Oriente: onde ben presto venne dai nostri conosciuto Averroè. Ma il primo ad introdurne le opere nelle scuole fu Michele Scoto nel 1230, e per queste fu ben accolto nella Corte degli Hohenstaufen avversa ai papi; e Federico II, come re Manfredi, ebbe in corte Ermanno tedesco traduttore[199].

Non si tardò a conoscere il pericolo delle dottrine d'Averroè, e la Chiesa ne vietò la pubblica lettura, ma presto si sentì l'influenza del peripatismo arabo sui filosofi nostri, e principalmente su Alberto Magno, che nel 1255, per ordine di papa Alessandro IV compose a Roma un trattato contro l'unità dell'intelletto, nel quale già si trova la distinzione di verità filosofiche e verità teologiche[200]. Alberto adduce 30 argomenti che sostengono quell'asserto, 36 che lo ribattono, onde l'immoralità individuale gli sa numericamente più forte. Certamente nel secolo XIV Averroè era riverito come il migliore fra i commentatori d'Aristotele: Dante lo collocava coi più famosi antichi, e le sue opere spandeano dubbj sulla vita futura.

Il rinascimento che allora seguì fu piuttosto letterario che filosofico, e mentre stavasi ancora fedeli al sillogismo, il quale esclude le gradazioni e modificazioni, introduceasi quell'espressione colta sotto cui si palliano le divergenze d'opinioni. Di tale risorgimento letterario è rappresentante Francesco Petrarca, il quale vuolsi noverare fra' più efficaci sulla coltura europea pel tanto che adoprò a ravvivare la tradizione classica, non tanto nella forma esterna, quanto nello spirito intimo e libero, per cui considerava come barbarie il medioevo, e come ignoranza tuttociò che derivasse da altro fonte che da' classici. Pertanto egli sprezza affatto gli Arabi, e specialmente la loro medicina, a cui s'innestavano l'astrologia e l'incredulità, ed esortava a schivar tutto quanto derivasse da quella nazione[201]. E poichè alcuni diceano che noi potremmo eguagliare, e forse sorpassare i Greci e tutte le nazioni, eccetto gli Arabi, esclamava: _O infamis exceptio! o vertigo rerum admirabilis! o italica vel sopita ingenia, vel extincta!_

Per questo sentimento e pel religioso egli professavasi ostilissimo ad Averroè, e si piangeva che non ottenesse nome di dotto e filosofo chi non aguzza la lingua e la penna contro la religione; chi non va per le strade e per le piazze disputando sugli animali, e così mostrandosi animale. Più uno accannisce contro la religione, più a' costoro occhi è ingegnoso e dotto: ignorante chi la difende. «Per me (soggiunge) più sento denigrare la fede di Cristo, più amo Cristo e mi confermo nella sua dottrina, come un figliuolo, di cui la tenerezza filiale si fosse raffreddata, la riscalda se ode attentarsi all'onor di sua madre». Soleano essi (dice altrove) porre in mezzo qualche problema aristotelico, o sulle anime; ed io tacere, o celiare, o avviar tutt'altro discorso, o sorridendo chiedere come mai Aristotele avesse potuto saper cose, dove non val la ragione, dov'è impossibile l'esperienza. Essi stupivano, e in silenzio indispettivansi, e guardavanmi come un bestemmiatore.

Uno di costoro, «i quali pensano esser da nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare esso poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato quel detto dell'apostolo delle genti: _Io ho il mio maestro, e so a chi credo_; e, «Tienti il tuo cristianesimo, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest'altri ebber ciarle e nulla più; e deh! volessi tu legger Averroè, che vedresti quanto ei sorvola a cotesti tuoi buffoni». Il Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch'egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario[202].

Anche altri quattro[203] faticarono per trarlo al loro pensare, indispettendosi che prendesse sul serio la religione, e citasse Mosè e san Paolo, e conchiusero ch'egli era un uomo dabbene, ma senza cultura. E «se costoro (soggiunge) non temessero i supplizj degli uomini più che quelli di Dio, impugnerebbero non solo la creazione del mondo secondo Timeo, ma la genesi e il dogma di Cristo. Quando paura non li rattiene, combattono direttamente la verità; nelle loro conventicole ridonsi di Cristo, e adorano Aristotele senza capirlo. Disputando, in pubblico protestano di far astrazione dalla fede, cioè di indagare la verità ripudiando la verità, cercar la luce volgendo le spalle al sole. E come non tratterebbero d'illetterati noi, poichè chiamano idiota Gesù?»

Non sentendosi abile a confutarli, il Petrarca esortava Luigi Marsigli agostiniano a farlo, e «ribattere quel can rabbioso d'Averroè, che non cessa d'abbajare contro Cristo e la religione cattolica»[204].

Pietro d'Abano (1250-1316) aveva introdotto Averroè nell'Università di Padova, e con esso l'incredulo materialismo, e il considerar tutte le religioni come eguali, supponendole nate sotto certi influssi di stelle[205]; la qual fantasia dell'oroscopo delle religioni, più tardi vedremo ripigliata da Pomponazio e da Pico della Mirandola. Pietro fu accusato anche d'eresia, ma così vagamente, che alcuni lo imputano di non credere ai demonj, altri di averne alcuni famigliari, che teneva in un'ampolla. Dall'Inquisizione si salvò una volta; presone un'altra, morì mentre gli si faceva il processo; il quale finì col dichiararlo eretico, e ordinare ne fosse dissepolto il cadavere.

Giovanni di Gianduno, che con Marsiglio di Padova sostenne Lodovico il Bavaro contro il papa, imparò o insegnò in quest'Università l'averroismo. Dove pure Paolo da Venezia e frate Urbano da Bologna, che nel 1334 ne stese un commento, ed altri, prima di Gaetano Tiene (1387-1465), reputatone fondatore dal Facciolati e dal Tommasino; mentre solo per l'alta sua nascita e per la scienza contribuì grandemente a diffondere tal dottrina con un corso che in numerosissime copie fu diffuso, ed ebbe credito nelle scuole italiche in tutto il secolo seguente. Paolo di Venezia ( — 1429) agostiniano, soprannomato _excellentissimus philosophorum monarcha_, ammettea francamente l'unicità dell'intelletto secondo Averroè, benchè non ne deducesse l'unicità delle anime. Anzi a Bologna ciò sostenne in pubblica disputa avanti al capitolo generale del suo Ordine contro Nicolò Fava. Ma per quanto si schermisse con tutta l'abilità dialettica, Ugo Benzi da Siena gli gridò: «Fava ha ragione, e tu hai torto». Il Benzi era nemico del Fava, onde Paolo esclamò: «In quel giorno divennero amici Erode e Pilato», e così risolse in riso l'adunanza.

Onofrio da Sulmona, Paolo della Pergola, Giovanni da Lendinara, Nicola da Foligno, Marsilio da Santa Sofia, Giacomo da Forlì, per nominar solo i nostri, parteggiavano in quel tempo pel peripatismo d'Averroè nella scuola di Padova. Nella quale, e all'abadia di San Giovanni in Verdara a Bologna, Averroè godette venerazione; Michele Savonarola nel 1440 lo chiama _ingenio divinus homo_, e affrettaronsi a commentarlo Claudio Betti, Tiberio Cancellieri di Bologna, il Zimara, lo Zaccaria, Lorenzo Molino di Rovigo, Apollinare Offredi, Bartolomeo Spina, Gerolamo Sabbioneta, Tommaso da Vio; la famosa Cassandra Fedele veneziana ottenne la laurea nel 1480, sostenendo tesi averroiste: Nicoletto Vernia, che professava a Padova sin al 1499, era imputato d'aver diffuso quel veleno per tutta Italia[206], e da lui imparò il Nifo: ma buoni amici l'indussero a ritrattarsi. E chi cercasse negli archivj di quelle Università, troverebbe ne' quinternetti le pruove de' molti studj fattisi colà intorno all'averroismo, che regnava nelle scuole venete, come il platonismo nelle toscane. Pertanto Francesco Patrizio illirico, che presunse fondare una filosofia nuova, esortava il papa a sbandir Aristotele come ripugnante al cristianesimo, a cui in quarantatre punti aderiva Platone.

Ma se quello al materialismo, questo conduceva al misticismo; ed entrambi all'incredulità. Gemistio Pletone di Costantinopoli (1355-1452), venuto a Firenze per contrariare l'unione della Chiesa greca colla latina, diffuse fantasie neoplatoniche, ed asseriva fra poco la religione di Maometto e quella di Cristo perirebbero, per far luogo ad una più vera, non diversa dalla pagana. Nel _Sunto dei dogmi di Zoroastro e Pitagora_ contrappone la teologia gentilesca alla ecclesiastica; e sebbene procedesse con cautela, il patriarca Gennadio gl'interruppe l'apostolato. Restò inedito il suo _Trattato delle leggi_[207], apologia del politeismo, i cui dogmi connette in un sistema filosofico regolare, con organamento e leggi e culto, feste, inni e preci per ciascun Dio. Insomma appare degno maestro di quel Pomponio Leto, che davanti ai papi professava di voler annichilare l'opera di Gesù Cristo.

Più erano coloro che bilanciavansi fra Aristotele e Platone, fra paganesimo e cristianesimo: e in religione l'eccletismo striscia all'eresia, se non è. Già nominammo Egidio da Roma, della nobilissima famiglia Colonna, scolaro di san Tommaso, generale degli Eremitani, poi arcivescovo di Bourges, eruditissimo nelle sacre scritture e nella filosofia aristotelica, e fra i dottori cognominato il Fondatissimo. Or egli dichiarava esserci cose che sono vere secondo il filosofo, non secondo la fede cattolica: quasi due verità contrarie possano sussistere. Tale proposizione venne condannata sotto Giovanni XXII, ed egli si ritrattò; ma questa _eresia_ divenne comune nel secolo XV, e si sosteneano pretti errori, come la mortalità dell'anima, l'unicità dell'intelligenza, l'ispirazione individuale, salvandosi col dire che erano illazioni dalle premesse di Platone e d'Aristotele, ma non pregiudicavano ai dogmi di Cristo. Così le due opposte scuole s'accordavano contro la rivelazione, non combattendola, ma affettando di non tenerne conto, quasi la non fosse mai avvenuta; eliminando la fede e ogni forza o sussidio soprannaturale, per seguire solo le vedute proprie in problemi di spettanza religiosa, la cui soluzione importa alla morale come al benessere della società.

A Platone prestava culto Marsilio Ficino, sino ad accendergli una lampada; nol discompagnava da Mosè, vi trovava l'intuizione de' misteri più profondi; il _Critone_ pareggiava ad un secondo vangelo, piovuto dal cielo; e servendo a due padroni, usava espressioni scritturali a spiegare il filosofo. Loda Giovanni de' Medici con queste parole: _Est homo Florentiæ missus a Deo cui nomen est Johannes: hic venit ut de summa patris sui Laurentii apud omnes authoritate testimonium perhibeat_. E da Plotino fa dire sopra Platone: _Hic est filius meus dilectus in quo mihi undique placeo: ipsum audite_[208]. Nel trattato _De religione Christiana_ (1474) prova la divina missione di Cristo dall'esser egli stato predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio; e dall'avere dato gli Dei _molto benigna testimonianza_ di esso: i preti sieno dotti, i dotti preti; e la vera scienza è il platonismo. Tutte le religioni son buone, e Dio le preferisce all'irreligione; la cristiana è più pura, ma v'è profeti e sacerdoti in ogni nazione, quali Orfeo, Virgilio, il Trismegisto, i Magi, ecc.: e il Ficino tradusse libri da ciascuno, senza investigarne l'autenticità: le Enneadi di Plotino, i libri d'Ermete, i misteri degli Egizj di Giamblico, le opere di Dionigi Areopagita, i Versi Dorati di Pitagora, opuscoli di Proclo, Senocrate, Sinesio, Teofrasto, Alcinoo, Zoroastro. Nel trattato _De vita cœlitus comparanda_, sull'astrologia erige un sistema della vita del mondo, ove tutte le forze solidariamente e le idee e i costumi si trovano messi in corrispondenza coi movimenti e le sistemazioni degli astri. Nella _Theologia platonica de immortalitate animæ_ (1488) adduce moltissime pruove di questa, ma fa preponderare la dottrina dell'emanazione; e assimila l'intelligenza e il bene alla luce, la materia e il male alle tenebre. In questo sincretismo, ciò che gli manca sempre è lo spirito cristiano, la carità.

Michele Mercato, suo prediletto discepolo, non sapea cacciare di testa i dubbj sull'immortalità dell'anima. Ed ecco una mattina è svegliato dallo scalpitare d'un cavallo e da una voce che il chiama a nome. Si affaccia, e il cavaliere gli grida: «Mercato! è vero». Egli avea pattuito col Ficino che, qual dei due morisse primo, darebbe all'altro notizie d'oltre la tomba; e il Ficino era appunto spirato in quell'istante.

Nè già faceansi quistioni generali sopra Aristotele e Averroè ed Alessandro Afrodisio; ma tutto s'era ristretto in pochi punti capitali: l'immortalità è un bel trovato de' legislatori; il primo uomo provenne da cause naturali: i miracoli sono illusioni o imposture: le preghiere, l'invocazione de' santi non hanno efficacia alcuna, e la dottrina dei tre impostori rinasceva quando Pomponazio contro la Providenza lanciava questo dilemma: se le tre religioni son false, tutto il mondo è ingannato: se delle tre, una sola è vera, ecco ancora ingannata la maggioranza.