Part 21
Quella divozione rinfervorò nel 1399, d'Irlanda varcando in Inghilterra, in Francia, poi in Piemonte; e i Flagellanti da una parte per Lombardia, dall'altra per Genova voltarono su Roma. Erano donne, fanciulli, vecchi, cenciosi, ricchi, dotti, imbecilli alla mescolata, con abiti strani come suole la folla; giunti in una terra, intonavano lo _Stabat Mater_, il _Miserere_, le _Litanie_, visitavano le chiese, riceveano alloggio e cibo dalla carità, poi lasciati gli stanchi, e assunta nuova turba, ripigliavano il pellegrinaggio[183].
Chi non vede quali disordini potesse addurre questa incondita pietà, mentre non riparava a quelli cagionati dalla scissura della Chiesa?
Mentre i pii gemevano e pregavano, i diversi dal disordine esterno passavano a criticare l'intima verità della Chiesa; si spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[184]; Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso in modo da ricusare il consiglio dei cardinali (com'era il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere quelli mettergli de' curatori, al cui parere foss'egli obbligato attenersi nello spacciare gli affari della Chiesa. I roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia; i Valdesi pigliavano ardimento fra le Alpi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte, avessero trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[185].
Profittando di questa depressione, Carlo IV emancipò l'impero dalla dipendenza papale, e i Francesi, colla prammatica sanzione di Bourges, restrinsero i diritti pontifizj. In Inghilterra Giovanni Wicleff aveva impugnato le indulgenze, la transustanziazione, la confessione auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del clero. Girolamo da Praga portò i libri di esso in Boemia, dov'ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che già aveva colà alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti teologici e ardimento a proclamarli. Essendo poi venuti alcuni monaci a spacciarvi indulgenze, e avendo l'imperatore proibito il sacrilego traffico, si pigliò baldanza a declamare, in prima contro l'abuso, poi contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava avidamente; gli studenti boemi se n'infervoravano; le quistioni religiose prendevano colore politico d'aborrimento ai Tedeschi e d'aspirazioni repubblicane; lo sparlare dei papi pareva indizio di ragione più elevata e di carattere più franco, e se ne faceva argomento da piazza non meno che da scuola, dove i professori fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi ad ogni autorità.
Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità si ricoverò; e sotto al manto del pontificato. Di questo non erasi mai impugnata l'unità; benchè restasse incerto chi ne fosse l'investito; disputavasi del possesso e dell'esercizio dell'autorità; ma non dell'autorità stessa. E più erano ulcerate le piaghe, più speravasi ne' rimedj che v'apporrebbe un concilio, che inoltre rannoderebbe i principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli Ottomani.
L'imperatore Sigismondo, fisso in animo di ricondur la Chiesa all'unità, ottenne si convocasse il concilio a Costanza, città imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera. Assai principi, signori e conti v'intervennero; si numerarono fino cencinquantamila forestieri, fra cui diciottomila ecclesiastici e ducento dottori dell'Università di Parigi: ma insieme trecenquarantasei commedianti e giullari, settecento cortigiane, trentamila cavalli; e fra lusso e tornei e sfide i gaudenti menavano baldorie, mentre i pii oravano, i dotti preparavansi a lizze dialettiche.
Ma un'assemblea di tanta importanza, fino dal principio reluttò ai modi sagaci, con cui gl'Italiani e il papa tentavano dominarla[186]. Mentre la Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, ed estima ciascun uomo pel proprio valore, qui divisero il concilio in camera tedesca, italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente; mirando con ciò ad elidere la superiorità degli Italiani.
Tre papi sedeano allora; Giovanni XXIII, Benedetto XIII, Gregorio XII, e vennero indotti a rinunziare (1417) terminando così uno scisma, che fu la maggiore prova a cui la Chiesa andasse esposta[187].
Bisognava surrogare un pontefice degno. Sigismondo voleva che, prima d'eleggerlo, si riformasse la Chiesa, per timore che il nuovo non fallisse alla promessa; ma gl'Italiani incalzarono perchè prontamente si eleggesse: e la scelta cadde su Ottone Colonna, che nominossi Martino V. Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d'oggi in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o in condiscendenze secondarie.
Il concilio, ancor prima della creazione di Martino V, avea condannato le seguenti proposizioni:
«È contro la sacra scrittura che persone ecclesiastiche abbiano possessi.
«I signori temporali possono ad arbitrio togliere i beni temporali alla Chiesa, quando i possessori pecchino abitualmente, non solo attualmente.
«È contro la regola di Cristo l'arricchire il clero.
«Silvestro papa e Costantino imperatore errarono coll'impinguare la Chiesa.
«Il papa con tutti i cherici sono eretici perchè possedono, e così quei che glielo consentono.
«L'imperatore e i signori secolari furono sedotti dal diavolo perchè dotassero di temporalità la Chiesa».
Ma già il concilio stesso era uscito dalla suprema sua missione, e nel proposito di tôr via lo scisma, e considerando incerto il papa, si credette autorizzato a comandare anche a questo, fino a decretare nella V sezione che, qualunque siasi e di qualsivoglia condizione anche papale, il quale sprezzi di obbedire a questo sacro sinodo o a qualunque altro concilio generale, sia assoggettato a condegna penitenza.
A questo lo traeva l'essere la Chiesa scissa: anzi andò tant'oltre che nella XXIII sezione, dichiarò potersi dal papa appellare al concilio. Cessò allora d'essere tenuto per ecumenico; e papa Martino, proferitolo sciolto, andossene a Roma.
I Padri, vedendosi sprezzati dal popolo per le capiglie e i baccani a cui prorompeano, e divenuti sospetti nella fede dacchè eransi segregati dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l'eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvocondotto dell'imperatore[188], furono dati al braccio secolare e posti sul rogo. Tristo rimedio la violenza! La Boemia divampò d'un incendio, a spegnere il quale non bastarono torrenti di sangue[189].
Eugenio IV, pontefice d'animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, fece aprire un nuovo concilio a Basilea (1431), onde estirpare l'eresia, ridurre in pace le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de' Greci, e riformare la Chiesa. I Padri s'accinsero a quest'ultim'opera senza preciso concetto di quel che volessero operare, nè de' limiti dell'autorità propria e di quella che pensavano restringere; denunziarono un dopo l'altro gli abusi parziali, senza proporre un rimedio radicale. Da principio, non che attenuare la sovranità papale, sanzionossi il Decreto di Graziano che la sublimava, i cinque libri delle _Decretali_ di Gregorio IX, forse anche il sesto di Bonifazio; solo si tolsero ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, il concilio pensò non solo scemare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria.
Vedendolo condursi con quella precipitazione, che sgomenta ogni autorità dirigente, Eugenio sospende il concilio. I Padri, non gli badando, citano lui pontefice, incolpandolo di disobbedienza; poi calata la visiera, dichiaransi ad esso superiori, nè potere esso scioglierli, nè traslocarli[190].
Allora, accannitisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano le forme dell'elezione del papa, e il giuramento che deve prestare; restringono le concessioni ch'e' può fare ai parenti; limitano i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti.
Quel che di buono vi si trovava indubbiamente, era guasto dall'incompetenza e dalla smoderatezza; del che rimproverandoli, Eugenio trasferiva il concilio a Ferrara (1438). Ma dei Padri solo due ed il legato si mossero, gli altri continuarono a cincischiare la giurisdizione di Roma; anzi dichiararono scismatica l'assemblea di Ferrara, Eugenio eretico e decaduto, surrogandogli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale accettò l'uffizio d'antipapa col nome di Felice V (1439). Così rinnovavasi lo scisma.
Il concilio di Ferrara, trasferito a Firenze, restò memorabile per la riconciliazione della Chiesa greca, allora fatta sotto la paura dei Turchi[191]. Oltre i punti controversi con quella Chiesa, vi è riconosciuto il primato del pontefice romano, vero successore di san Pietro, vicario di Cristo, e padre e dittatore di tutte le chiese[192]. Ma appena i Padri greci rimpatriarono, le dimostrazioni di piazza proruppero contro la riconciliazione: fu duopo disdirla: e si gridò dapertutto «Piuttosto il turco che il papa». Furono esauditi; e nel 1453 il Turco impossessavasi di Costantinopoli e di tutta la Grecia, che finora non ha abbandonata.
Il nuovo papa Nicola V (1447) mostrossi tutto disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò; la pace fu restituita alla Chiesa; e il giubileo, celebrato l'anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.
I due concilj di Costanza e Basilea sono di autorità disputata, e non figurano nella serie di quelli dipinti in Vaticano. Se avessero con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, potevano prevenire i disastri del secolo seguente. Ma rottosi l'accordo, mancata la saviezza pratica degli affari e il cauto indugiare, una critica indiscreta rischiò di surrogare agli abusi altri peggiori: come accade nelle eccedenze, la podestà minacciata riuscì superiore senza neppure le concessioni a cui mostravasi disposta. Laonde ne' popoli rimase indebolita la certezza dell'assistenza divina; sottentrata al sentimento la ragione, e alla fede lo spirito privato, i teologi sottilizzavano sui diritti, e la cattolicità si trovò divisa in papali ed episcopali, gli uni e gli altri esagerando. Mancata ne' vescovi l'assoluta soggezione, essi divennero negligenti dei doveri non solo, ma anche dei diritti veri per rinforzare i contestati, blandirono il potere laicale per averlo in appoggio contro i papi, e fantasticavano chiese nazionali. Ne' papi vacillò la coscienza della propria supremazia, sicchè per consolidarla gettaronsi nella politica, cioè si fecero ligi agli interessi; e proni ad una morale d'opportunità; a fronte dei sistemi allora introdotti d'equilibrio locale e di convenienze meramente politiche, non diressero più gl'interessi comuni della cristianità; mentre, lusingati dall'apparente vittoria, svogliaronsi fino delle riforme sentite necessarie, e s'assopirono in una sicurezza che doveva riuscire funestissima.
NOTE
[179] _Defensor pacis_, p. II, c. 20.
[180] Sul tempo di Lodovico il Bavaro fu pubblicata ultimamente un'opera tedesca di Guglielmo Schreiber, _Die politischen und religiosen Doctrinen unter Ludwig dem Bayern_: Landshut 1838, dove si espongono le quistioni d'allora intorno ai limiti dell'autorità papale e imperiale, mettendo principalmente in vista Dante, Marsilio da Padova, Occam e Leopoldo di Siebenburg. Il primo rivela la morale nella _Divina Comedia_, la politica nella _Monarchia_, sostenendo la monarchia universale, giusta la Bibbia e la storia. Marsilio, aristotelico, sostiene la suprema autorità del Concilio, convocato dall'imperatore, come mezzo di riconciliar il pastorale colla spada. Il vescovo di Bamberg nega al papa il diritto di trasferir ad altri l'impero. Occam, nel _Compendium errorum_, fu il più vivo oppugnatore della Santa Sede a favore del principato. Tutto è ben esaminato dal punto di vista del medioevo.
[181] AUGUSTINI DE ANCONA, _Summa de ecclesiastica potestate_ fu edita ai primordj della stampa in Roma da Fr. de' Cinquinis, 1479, in 4º gotico.
[182] Nello Statuto di Ferrara del 1270, la rubrica XII è _quod nullus se scovet_, e in margine v'è il flagello a nodi, di cui si servivano costoro. E lo Statuto dice: _Quia per inimicos Sancte Matris Ecclesie cum magna cautela tractatum fuit, et inventum fuit batimentum, annis preteritis, in offensionem et periculum amicorum partis ecclesie, et in aliquibus partibus oportunum fuit quod amici ecclesie sibi in tali periculo providerent: quia enim dicitur quod tractatur simili modo batimentum de novo: idcirco vir nobilis dominus Obizo Estensis marchio... statuunt et bannum imponunt, secundum quod inferius declaratur_. E qui impongono pene corporali a chi introducesse la flagellazione, o si flagellasse, o non denunziasse chi si flagella.
[183] La Dissertazione XVIII del Lami tratta _Della setta de' Flagellanti in Toscana_.
[184] Gregorio XI nel 1372 ordina _inquisitoribus ut faciant comburi quosdam libros sermonum hæreticorum, pro majori parte in vulgari scriptos_.
[185] RAYNALDI, al 1376, n. 26.
[186] L'opera _De modis uniendi et reformandi ecclesiam in concilio universali_, si attribuisce a Gerson, ma forse a torto, giacchè, a tacere le ragioni estrinseche, parla con tale violenza contro di Giovanni XXIII, e con tale disamore e tanti errori sulla costituzione ecclesiastica, da parer piuttosto lavoro d'un wiclefita.
[187] Riflettono che, quantunque Giovanni XXIII fosse papa dubbio, pure il concilio di Costanza temette trascendere la sua autorità col deporlo; sicchè negli atti è espresso che il re de' Romani, i cardinali, i deputati proposero che «il papa assentisse alla propria deposizione, promettesse ratificarla, e, in quanto era bisogno, egli medesimo rinunziasse». Furono in fatto spediti cardinali che persuadessero Giovanni XXIII, il quale confermò egli stesso la sentenza di deposizione.
[188] Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss, che dice: _Exeo_ (da Praga) _sine salvoconductu_; e in un'altra: _Venimus_ (a Costanza) _sine salvoconductu_. Ap. ROHRBACHER, _Hist. eccles_., tom. XXI, p. 191.
[189] Il fondatore degli Ussiti sosteneva, dacchè un principe cadeva in grave colpa, si era disobbligati dall'obbedirgli. I suoi seguaci spinsero tanto avanti l'intolleranza, da volere puniti di morte gli eccessi nel bere e nel mangiare, l'usura, l'incontinenza, lo spergiuro, il ricever mercede per messe o assoluzioni, e ogni altro peccato mortale; e ciò metteano per condizione al loro ritorno alla Chiesa Cattolica, la quale ricusò tale fierezza. I Fratelli Boemi, come condizione per riunirsi ai cattolici metteano l'abbattere tutti gli istituti di letteratura o di scienze; professare che i maestri d'arti belle sono pagani e pubblicani.
[190] Il concilio di Basilea trovasi difeso da Nicolò Tedeschi arcivescovo di Palermo, contro del quale il cardinale Torrecremata pubblicò la grande ed ingegnosa _Summa de ecclesia_.
[191] «Venne il pontefice con tutta la Corte di Roma, e collo 'mperadore de' Greci, e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch'avevano a istare a sedere i prelati dell'una Chiesa e dell'altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il vangelo, e cardinali e prelati della Chiesa romana; dall'altro lato istava lo 'mperadore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co' piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini coi piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de' prelati latini..... Il luogo dello 'mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all'altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, come è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell'atto sì degno. Era una sedia dirimpetto a quella del papa dall'altro lato, ornata di drappo di seta, e lo 'mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca, con uno cappelletto alla greca, che v'era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d'intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de' prelati, come de' secolari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte dua le lingue, greca e latina, come s'usa la notte di Pasqua di Natale in Corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de' Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch'eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i Campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora». VESPASIANO FIORENTINO, _Vita di Eugenio IV_.
Dopo i molti cattolici che scrissero del concilio di Firenze, comparve nel 1861 una memoria di Basilio Popoff, studente di teologia a Mosca, che descrive quell'ultimo tentativo di unione fra le due Chiese dal punto d'aspetto greco e con gran lodi ai membri della greca.
[192] La copia più intera di quell'atto sta nella Laurenziana a Firenze. Alle altre manca la firma del gran sincello. Una ne è nell'archivio di Stato d'essa città. Nell'archivio capitolare di Milano se ne conserva un esemplare autentico, scritto in latino e greco, e colle firme originali di papa Eugenio IV e di otto prelati latini, e dell'imperatore Paleologo in cinabro, e colla bolla imperiale. Nell'_Archivio storico_ del 1857 fu pubblicato l'atto d'unione, che comincia così: _Eugenius ecc. Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romeorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra; sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit: illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum, vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem, et perpetue unitatis fœdere copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, que filios suos, hactenus invicem dissidentes, jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio, omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei beneficiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? Sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut, inter alia, etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur_.
_Item diffinimus Sanctam Apostolicam sedem, et Romanum Pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum Pontificem Romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum, et rerum Christi vicarium, totiusque Ecclesie caput, et omnium Christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur, Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum, ut Patriarcha Constantinopolitanus secundus sit post sanctissimum Romanum Pontificem, tertius vero Alexandrinus, quartus autem Antiochenus, et quintus Hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum_.
DISCORSO IX.
ERESIA SCIENTIFICA E LETTERARIA. PAGANIZZAMENTO DELL'ARTE, DELLA VITA. ERESIA POLITICA.
Fra i tanti pregiudizj letterarj, con cui offuscano gl'intelletti le deplorabili scuole odierne, v'è questo, che il medioevo fosse un'età trista, melanconica, di penitenze e digiuni, di pellegrinaggi e flagellazioni, di demonj e fatucchiere; ove le minaccie dell'altra vita conturbavano questa, deserto arido, esiglio espiatore, tremebondo dinanzi a potenze arcane, avide del dolore e non esorabili che col dolore. Eppure, chi vi guarda, troverà che i sentimenti affettuosi vi aveano ricevuto sviluppo, fino a scapito della ragione; la cavalleria fondavasi tutta sulle simpatie, e di là vennero i racconti che più sorrisero alle fantasie moderne: in capo a tutte le devozioni stava la madre del Bell'Amore: il misticismo era un eccesso dell'amor di Dio, come molti Ordini monastici portavano all'eccesso l'amor del prossimo: lo spiritualismo era austeramente dolce, sino in que' frati, che non solo nelle novelle ma ben anco nelle storie ci sono esibiti come bontemponi, motteggiatori, burleschi, che le prediche stesse drammatizzavano, che ogni funzione cominciavano e finivano coi canti, che composero tutte le laude e molte delle rappresentazioni, colle quali edificavano insieme e ricreavano la plebe di Cristo. Il vulgo vivea contento, perchè non concepiva soddisfazioni maggiori, e perchè i sofferimenti, inseparabili dalla vita, considerava quale conseguenza inevitabile del peccato, ma espiatrice e meritoria. Le cronache parlano continuo delle feste che ripetevansi ad ogni occasione; devote, o popolesche, od aristocratiche, ma sempre accomunate a tutto il paese. La casa del contadino non era molestata dall'esattore; non la sua chiassosa allegria dal gendarme; non la sua figliolanza dalla coscrizione; e se fosse possibile spogliarci dell'intirizzente raziocinio e dell'egoismo odierno, ben altra ci si presenterebbe la vita d'allora.
Altrettanto dobbiamo abbandonar alle scuole e alla plebe degli scrittori l'asserire che il medioevo non sapesse nulla, e colpa ne fosse il clero. Il medioevo serbò tutte, dico tutte, le cognizioni dell'antichità, e n'aggiunse moltissime. Il clero, sol che l'avesse voluto, potea spegnere l'antica face della civiltà, giacchè egli solo l'aveva in mano; e in quella vece la tenne viva ed alzata, e faticò a propagarla per quanto era fattibile tra le inenarrabili sventure di quell'età.