Part 18
Era il grido di sbigottimento di un'autorità che civilmente vacillava. E ne nacque lungo conflitto di cavilli, di villanie, infine di violenze. Quel re appoggiossi ai baroni romani, a malcontenti, a fuorusciti, e dicea loro: «Fate me senatore di Roma: io lascerò libera la Chiesa: terrò il patrimonio di San Pietro, incaricandomi d'esigerne le imposte e pagarne i pesi, e darò al papa un lauto assegno, qual basti al rappresentante di Cristo». Indi procedendo mandò un suo cavaliere, il quale a Bonifazio, ch'e' chiamava Malifazio, intimò un libello, dichiarandolo falso, intruso, ladrone, nemico di Dio e degli uomini; e, secondo lo spirito de' tempi, gli rinfacciava un cumulo di eresie, ricalcate sul materialismo incredulo di Federico II. Quando e' l'ebbe esposto al disprezzo, Sciarra Colonna concitò la turba a gridargli morte; lo ingiuriò nella persona, lo schiaffeggiò; — il re di Francia facea schiaffeggiare lui papa di ottantasei anni, e la plebe sedotta e gli avvocati seduttori applaudivangli del tenerlo prigione: finchè il popolo ravveduto lo liberò; e presto pianse sul venerato sepolcro di esso (1303).
Nè però l'ira de' nemici si spense, e vituperò la memoria di lui, col quale in fatto cessò il montare della potenza pontifizia; lo schiaffo datogli segnò il discendere del papato civile; e perchè questo in lui apparve personeggiato, Bonifazio trovasi più percosso, come avviene all'ultimo ritegno d'ogni rivoluzione.
Il re di Francia comprese quanto vantaggerebbe di denaro e d'influenza se rimovesse la santa sede da Roma per trasferirla nel suo paese, come ai dì nostri divisava Napoleone. Nè ebbe troppa difficoltà a indurre il nuovo pontefice Clemente V a collocarsi in Francia (1309), e da quel punto cominciano quelli che gli Italiani qualificarono settantadue anni di cattività di Babilonia.
Re Filippo era lieto, ma non pago della sua vendetta; insultato in vita e spinto alla morte Bonifazio, anche dopo la tomba lo voleva disonorare, piuttosto disonorare la potestà pontifizia, che in lui avea voluta prostrare. A Clemente, sbigottito dai martirj del predecessore, mise attorno tale assedio, che l'indusse ad abolir l'Ordine dei Templari, e lasciargliene carpire le facoltà. Poi volle processasse Bonifazio di eresia: e fu veramente dato questo scandalo da un papa che non risedeva più in terra propria; e Clemente 13 settembre 1309 da Avignone notificava ai presenti e ai futuri, qualmente re Filippo, per zelo di fede e di pietà e per giovare alla Chiesa, avesselo pregato d'ascoltare alcuni signori, che asserivano Bonifazio esser morto eretico, e doversene condannare la memoria: per quanto gli pesasse il credere ciò, pure, essendo l'eresia il peggiore dei delitti, viepiù detestabile per la persona che n'era accagionata, nè dovendosi lasciarlo senza esame, assegnava il tempo a quei testimonj di comparire e deporre.
Se si fosse dichiarato eretico un papa, cioè interrotta la successione apostolica, Filippo avrebbe assicurato il trionfo della forza sul pensiero, dei governi sulla Chiesa, talchè ormai i re avrebbero potuto quel che voleano. Adunque la cristianità indipendente reclamò contro la scandalosa procedura: eppure in pieno concistoro disputarono accusatori e difensori, imputando Bonifazio d'essersi mostrato avverso a re Filippo in tutte le sue costituzioni, e inoltre ateo, e contaminato di tutte le conseguenze di tale dottrina; in occasione del giubileo avere detto agli ambasciadori di Lucca, di Firenze, di Bologna non doversi credere l'immortalità dell'anima, nè la futura distruzione del mondo, nè la divinità di Cristo. L'enormità stessa delle accuse le palesa false: e l'avere trovato chi le sosteneva attesta con quali arti le appoggiasse re Filippo. Il quale, se lasciò per allora mandare l'accusa agli archivj, ottenne una Bolla ove egli era dichiarato egregio difensore della Chiesa in quanto aveva operato contro Bonifazio; resigli tutti i privilegi tolti; ordinato che dai registri papali si cancellassero le lettere pontificie avverse a lui; a Bonifazio non restò neppure la pietà, che suole accompagnare le vittime della tirannide.
L'accenno che abbiamo fatto de' Templari, ci mena ad altra qualità di eretici. Era quello un Ordine cavalleresco e religioso, istituito per proteggere i pellegrini che visitavano il tempio di Gerusalemme. Vi entravano i cadetti di grandi famiglie; ed arricchitisi d'eredità e di commende, si diffusero per tutta Europa. Perduta Terrasanta, mancò il principale esercizio di loro attività, e abbandonaronsi alle tentazioni della giovinezza ricca ed oziante. Allora fu detto si costituissero in società di eresia e di peccato; e poichè secretissime tenevansi le loro iniziazioni, il vulgo vi suppose qualcosa di straordinariamente scellerato. Fomentò l'opinione Filippo il Bello, e fingendosi zelatore del buon costume per mettere gli artigli sulle immense loro ricchezze, domandò al papa abolisse quell'Ordine. Arrestati a un tratto tutti i cavalieri, processati colla durezza allora consueta, furono la più parte messi a morte.
Le variissime accuse a loro apposte si possono ridurre a queste: che rinnegassero la fede, bestemmiassero Cristo, Maria e i Santi; calpestassero e deturpassero le croci; nel consacrare tacessero la formola sacramentale; il maestro assolvesse i peccati, sebbene laico; adorassero la testa di Bafomet, idolo sopra il quale assai si fantasticò; e portassero cingoli benedetti dal contatto di esso: usassero fra loro baci indecenti; peccassero contro natura; tutto facessero con gran segretezza. Quest'ultimo fatto almeno era vero. È abbastanza noto quel processo, condotto colla passione e in gran parte coi modi, che nel secolo scorso fecero abolire un altr'Ordine ancor più famoso e riviviscente; e duole che Clemente V e il XV concilio ecumenico, tenuto a Vienna delle Gallie il 1311, vi assentissero.
In Italia si operò con maggiore umanità. Molti tribunali, come a Bologna e Ravenna[150], li dichiararono incolpevoli. In Toscana aveano numerose case, ed è vero che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazioni sui Templari, ma non che s'adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308. Il processo contro i Templari di Lombardia e Toscana fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de' Giudici di Roma canonico di Verona, i quali nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj[151]. Il papa avea trasmesso cenventiquattro e più articoli, sui quali esaminarli: e gl'inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Furono esaminati senza le torture consuete in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, che anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, le quali non pareano attendibili, _licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis_. Inoltre gli accusati non doveano temere, confessando, di andare al rogo siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. Ciò cresce credito alla loro deposizione, che giurano aver fatta _non odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum_.
Delle accuse alcune ammettonsi generalmente; altre solo da alcuni, o per casi e persone speciali, o soltanto come d'udita, o come d'uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.
Se dunque gli scellerati processi fatti loro in Francia invitano a crederli innocenti e vittime dell'avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi istituiti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lasciano supporre che molti de' Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimere l'ordine _non de jure sed per viam provisionis_, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.
A ogni modo quest'era un sagrifizio ch'egli faceva alla paura di vedere la memoria di Bonifazio VIII chiamata a un processo capzioso di che Filippo era maestro: processo al quale predisponeva l'opinione Dante, esecrando quel pontefice ben nove volte nella _Divina Commedia_.
Questo nome del grande che ritrae l'austera fisionomia del medioevo, e irradia i crepuscoli della rinascenza, ci porta a indicare coloro che il poeta teologo, che il verseggiatore della scolastica vollero noverare fra gli eretici, fosse per denigrarlo, fosse per trovare precursori ai Protestanti del secolo XVI. Ed è vero che Dante rimprovera acremente i pontefici; più d'uno ne relega nel suo Inferno, e nominatamente Bonifazio VIII, non ancora morto. Quella collera che spesso invade i grand'uomini allorchè si trovano sconosciuti o perseguitati, ispirò l'esule ghibellino. E come tale, persuaso che la pace fra i piccoli potentati non possa assodarsi se non quando tutti obbediscano a un signore supremo, s'inviperiva contro coloro che reluttavano alla dominazione dell'imperatore, come Pisa, Pistoja, Genova, la Lombardia; Bruto e Cassio tormenta nel peggiore fondo dell'inferno con Giuda; in paradiso vede preparato un trono per l'imperatore Enrico VII; la serva Italia è ostello di dolore perchè non lascia che Alberto Tedesco inforchi gli arcioni di essa; e a questo impreca perchè non viene a vedere la _sua_ Roma che piange.
Col sentimento stesso avventasi contro i papi, benchè allora fossero sconfitti e raminghi: e Bonifazio VIII che, favorendo Carlo di Valois (1301), avea cagionato la cacciata dei Bianchi da Firenze, è preso ogni tratto a bersaglio dall'iracondo fuoruscito.
In libri lodatissimi venne difesa la memoria di questo pontefice contro le declamazioni del poeta[152]. Il vero è che Dante non combatteva tanto la Corte romana quanto la democrazia; svelenivasi contro i nuovi tiranni che aveano abbattuto i vecchi baroni, contro la gente nuova e di guadagno ch'era prevalsa alla semenza santa delle stirpi conquistatrici; combatteva insomma pel passato che crollava, sempre nell'intento di surrogare alla delirante plebe il dominio de' migliori, de' sapienti.
E le sue invettive contro i pontefici, quando non siano da spirito di partito e di vendetta, sono dettate dal desiderio di vedere la santa sede così pura e splendida come meritava il posto di Cristo e di san Pietro; doleasi che tuttodì si mercasse Cristo; che lupi rapaci, in veste di pastori, si facessero Dio dell'oro e dell'argento; che coll'abuso delle scomuniche si togliesse or quinci or quindi il pane che il pio padre non serra a nessuno: che Caorsini e Guaschi s'inebriassero del sangue di Cristo; benediva san Francesco d'avere ajutato a rimettere la barca di Pietro sulla retta via[153]; sempre professa «riverenza alle somme chiavi»: sa che al cielo non si va se non accogliendosi «dove l'acqua di Tevere s'insala»: crede che Troja ed Enea e Roma fossero preparazioni del «luogo santo ove siede il successore del maggior Piero»[154]: e all'insulto che il re di Francia reca a Bonifazio VIII freme perchè sia «Cristo catturato nel vicario suo, e rinnovellati l'aceto e il fiele»[155]. Morto Clemente V, dirige una lettera ai cardinali adunati in Carpentrasso, acciocchè eleggano un papa italiano che ritorni a quella Roma, di cui perfino i sassi pareangli venerabili[156].
Ed è comune agli Italiani d'allora questo sentimento d'indignazione contro i papi che, trasferendosi in Francia, aveano legato la Chiesa allo sgabello d'un re: note sono le invettive del Petrarca e i gemebondi viaggi di Caterina da Siena: pare v'alludesse anche il Boccaccio[157]: Cola di Rienzo non voleva abbattere il papato, anzi restaurarlo, e dal carcere di Boemia scriveva ad Ernesto di Parbubitz arcivescovo di Praga, com'egli non si tenesse che investito del potere legittimo dal pastore supremo; avere assunta la podestà tribunicia per odio alla senatoria oppressiva del popolo, e per cercare d'abbattere i baroni romani, e ridur la città santa, ch'è capo del mondo e fondamento della fede cristiana, in pacifica e sicura stanza dei papi. E Dante volea riforme, ma capiva sarebbero sterili senza l'unità, sia teocratica, sia imperiale; e l'uomo e il cittadino sottoponeva a un capo. Riprovava insomma i pontefici perchè erano o li supponeva traviati; mancando, se vogliasi, di rispetto, non di fede.
L'opinione di Dante poeta si accorda col suo concetto della monarchia, da noi altrove indicato, e ch'egli espose in un'opera apposita[158]. Impero e Chiesa pretendevano essere istituzioni divine e necessarie: le loro supreme funzioni sono accessibili a chiunque, purchè cristiano, nè il papato, nè l'impero essendo ereditarj; e tutt'e due debbono le loro cure all'intero mondo.
L'ordine religioso dunque e il politico costituivano due società, entrambe universali, distinte ma non separate; e Dante, che, nel vedere quegli incessanti cozzi dei piccoli Stati, era venuto nella persuasione non potessero aver pace se non ridotti all'unità, cerca accordare i due ordini per compiere l'opera sociale del cristianesimo: voleva ci fosse un padrone supremo delle società umane, ma per dirigerle al progresso, per tirare le conseguenze pratiche dai principj cristiani. L'imperatore, nel concetto di Dante, doveva avere predominio sopra tutti i re, dunque anche sopra il re di Roma: mentre allora Bonifazio VIII, e più Giovanni XXII pretendeano a se medesimi l'autorità imperatoria, massime allorchè fosse disputata.
Oh come dunque immiseriscono la quistione que' controversisti d'oggi, che suppongono Dante contendesse al pontefice quel piccolo territorio ch'è patrimonio suo temporale! Esclama egli contro Costantino, non perchè lasciasse le Romagne al papa, ma perchè gli trasmettesse la dignità imperiale, secondo asserivano le favole giuridiche del suo tempo e le pretensioni guelfe; e più chiaramente nel libro III, capo 10 della _Monarchia_ riprende esso Costantino d'aver lasciata ai papi la podestà imperiale, questa non potendosi dividere: col che confuta i Guelfi, i quali ne arguivano che le dignità non potessero riceversi se non dal papa. Del resto egli esalta Carlomagno che, quando il dente longobardo attentò alla Chiesa, la raccolse sotto le sue ale vincendo: e ognun sa che Carlomagno fu l'assertore della sovranità temporale dei papi: esalta la contessa Matilde, la più larga donatrice di beni ai papi. Non volea dunque privarneli esso, bensì che gli adoprassero per Terrasanta e per l'Italia, anzichè sciuparli con Caorsini e Guaschi, e intanto lasciare deserto dai papi il giardino dell'impero. Pure per quel suo libro della _Monarchia_, dove sostiene che l'imperatore non dipende dal papa se non nelle cose spettanti al Foro interiore, Dante venne tacciato d'eretico, non solo da qualche inquisitore, ma dal famoso giurista Bartolo[159]; da cui lo difese sant'Antonino. Altri dappoi vollero farlo credere non solo seguace, ma corifeo di opinioni ereticali. Duplessis Mornai, detto il papa de' Calvinisti, ne addusse molte opinioni[160] non conformi al cattolicismo, ma Coeffetau rispondendogli rifletteva che Dante riprovò alcuni papi, non la dignità stessa. Il cardinal Bellarmino confutava un libello, che nel secolo XVI erasi pubblicato da un Protestante col titolo d'_Avviso piacevole dato alla bella Italia da un nobile giovane francese_, ove Dante era dipinto come avverso alle istituzioni cattoliche, o almeno all'autorità dei papi. Il famoso paradossista padre Hardouin nel 1727 asserì che l'autore della _Divina Commedia_ fosse un impostore, mascherato seguace di dogmi eterodossi. Il secolo nostro, destinato a resuscitare tutte le stravaganze dei passati, ripetè quella bizzarria, prima per bocca d'un erudito, poi di Ugo Foscolo[161] e di Gabriele Rossetti[162], i quali, rifuggiti in Inghilterra, vollero ingrazianirsi quegli ospiti, sostenendo che Dante volesse «riordinare per mezzo di celesti rivelazioni la religione di Cristo e l'Italia», e così additando un ascendente illustre alla gran negazione. Dietro loro con multiforme erudizione e logica serrata Eugenio Aroux assunse che tutte le opere di Dante sono un'esposizione ereticale, ed aspirazioni rivoluzionarie e socialiste[163].
Il costoro concetto sarebbe che le scuole patarine non fossero mai spente in Italia, ma vivessero in congreghe secrete, in una specie di framassoneria, dove tramandavansi arcanamente certe dottrine, tendenti alla libertà del pensiero e degli atti, a scassinare l'autorità della Chiesa e de' governi. Il Rossetti gli aveva intitolati _Misteri dell'amor platonico_.
La Chiesa cristiana era (a dir loro) divisa in due, allora appunto che più integra ne pareva l'unità: il genio protestante passò di generazione in generazione fino a coloro che altamente lo proclamarono nel secolo XVI, quando non fu novità, ma manifestazione delle persuasioni de' secoli precedenti. Anzi il _Veltro_ di Dante era una profezia, dove fin le lettere stravolte esprimono il nome di Lutero. Doversi pertanto in questo senso intendere tutta la poesia nostra, elevata così a significazione sociale. E poichè non v'ha bizzarria che coll'ingegno non possa sostenersi, il Rossetti fe un curioso pellegrinaggio traverso alla letteratura patria con questo intendimento, in cinque volumi d'improba fatica pretendendo mostrare che i poeti nostri non si perdevano dietro la vanità di amori, siccome pare dalle loro rime, ma sotto quell'apparenza celavano la ricerca di verità superne, e la donna che fingeano vagheggiare non era Beatrice o Laura, ma la libera Chiesa: e tutto ravvicinò ai riti massonici, che ormai non sono più un mistero neppure ai profani.
Senza scendere a particolarità, la minima nozione d'estetica fa repudiare un sistema, ove la poesia non sarebbe più ispirazione, ma allusione; ove si celebrerebbero persone e vezzi mancanti d'ogni verità. E ciò a qual fine? La moltitudine, cioè quella per cui si poeteggia, non poteva intenderne nulla; gli iniziati soli gustavano queste allegorie; ma a che pro, se già aveano ricevuta la rivelazione dell'arcano? E se così profondamente coprivano il loro odio contro Roma, perchè poi volta a volta lo rivelavano con aperte invettive? Sta bene che Dante chiami i sani intelletti a mirar la dottrina che asconde sotto il velame de' suoi versi; ma perchè dare fumo di queste allusioni se doveano restare arcane? E se non osava proclamare il vero, come vantavasi poi d'avere voce che «percoteva le più alte cime», e d'essere «non timido amico del vero», e di sperare per ciò di conservare fama presso coloro che il tempo suo chiamerebbero antico? Non meriterebbe invece di stare o coi pigri «a Dio spiacenti ed ai nemici sui»[164] o cogli ipocriti che stanno «nella Chiesa coi santi, ed in taverna coi ghiottoni?»[165].
Il signor Aroux ampliò il tema, supponendo di quell'eresia intaccata tutta la cavalleria d'allora, e specialmente coloro che sopravvissero dei Templari, i quali, attraverso ai secoli, giunsero ad istituire ai dì nostri una nuova categoria di franchimuratori. Dalle fonti più varie l'Aroux trae argomenti per sostenere che Dante volesse mostrare la supremazia papale essere il regno visibile di Satana, in quella che è _commedia del cattolicismo_. Per esempio, quando Dante dice che si dee, per salvarsi, seguire il _pastore della Chiesa_, intendeva il capo di quell'arcana religione, di cui era non solo adepto, ma apostolo[166]. Era cioè dell'Ordine dei Templari, e volea vendicare sui papi la crociata contro gli Albigesi e la distruzione del Tempio. Ove si noti che i Templari aveano ricevuto la regola loro da san Bernardo[167], e Dante li nomina o accenna allora soltanto quando bestemmia Filippo il Bello d'avere cacciato le mani avide nel Tempio senza decreto[168].
La parola _amore_ è la chiave di tutti que' misteri: Francesca non è più l'amante di Paolo, bensì la chiesa protestante di Rimini, uno de' focolaj dell'eresia. Il poeta, vinto da pietà per le dame antiche e i cavalieri, i quali eransi dipartiti dalla vita ghibellina per inclinare al cattolicismo, vede Paolo e Francesca, fedeli d'amore, leggeri al vento per la facilità nel cambiare al vento guelfo, che li spinse a seguire la Semiramide pontificia: il _re dell'universo_ è Alberto tedesco, che, _se fosse amico_, darebbe _pace_ a Dante; il qual Dante si fa _tristo e pio_, cioè ipocrita di papismo, per non esporsi ai _martirj_ de' due amanti; il _disiato riso_ di Francesca — intelligenza, baciata da Paolo — volontà, non significa che l'avidità con cui l'iniziato raccoglie la dottrina dalla bocca della filosofia razionale.....
Il sistema del signore Aroux non trovò assenso negli studiosi; in Italia poi egli si lagna che nessuno vi avesse fatto mente, eccettuato me, che gli diressi a stampa una lettera, dov'egli riconosce non solo un'amichevole cortesia nella contraddizione, ma qualche argomento cui non valeva a ribattere. E a chiunque abbia senso del bello domandiamo se sia possibile mai formare un poema, e così sublime, ove dovesse sempre intendersi diverso da quel che si legge. Dante scrive _donare_, e deve leggersi _dona re_; le verità più austere sulla Trinità, le confessioni più esplicite dell'autorità del papa, _vere clariger regni cœlorum_, che _secundum revelata, humanum genus perducit ad vitam æternam_; le lodi a san Bernardo, a san Domenico, sono finzioni e ironie: i commenti fatti nel _Convivio_ alle canzoni vanno applicati alla _Divina Commedia_; la distinzione de' linguaggi nel _Vulgare Eloquio_ esprime distinzione di partiti e credenze, e con queste chiavi Dante commentò se stesso in modo, che i Guelfi intendessero una cosa, i Ghibellini l'opposta. E tutto ciò nel poeta che vantavasi.
Io mi son un che, quando Amore spira, noto, ed in quel modo Ch'ei detta dentro, vo significando.
Certamente l'Alighieri serba quella scienza moderata che non presume spiegare tutto; non dubita della teologia, come neppure della filosofia; crede alla forza del sillogismo, agli artifizj della scolastica per raggiungere la verità; ammira la sapienza di Dio e la provvidenza, anzichè abbandonarsi alla scienza stanca e disillusa che, non credendo più nulla, a nulla conduce. Rimproverato ai Cristiani di non acquetarsi alle ragioni, giacchè, se avessero potuto sapere tutto, non era mestieri della rivelazione[169], fa la più esplicita professione di fede davanti a san Pietro prima d'entrare nell'empireo[170], e sa che per giungere alla salute ci vuol di credere al vecchio e al nuovo Testamento, e all'interpretazione che ne dà la Chiesa[171].
V'è di più: egli riprova esplicitamente l'eresia: a «quei che presumono contro la nostra fede parlare», grida: «Maledetti siate voi, e la vostra presunzione e chi a voi crede»[172]: inneggia san Domenico «che negli sterpi eretici percosse»: nell'inferno vede le arche infocate piene di eretici. Forse erano gente che, in opposto della vita penitente e ascetica d'allora, cercavano i godimenti e l'oblio: ed erano intitolati Epicurei. La loro sètta era molto diffusa in Firenze nel 1115 e 1117, sotto i quali anni Ricordano Malaspini e Giovan Villani attribuiscono i ricorrenti incendj a giudizio di Dio contro la serpeggiante eresia: e il Villani dice altrove che i Patarini erano «epicurei per vizio di lussuria e di gola, che con armata mano difendevano l'eresia contro i buoni e cattolici cristiani».