Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 19

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Dante colloca Federico II nell'inferno tra gli eretici con _più di mille_, e tra essi Farinata sommo cittadino e Cavalcante Cavalcanti gran dotto, e padre del suo amicissimo[173]. Del primo, il commentatore Benvenuto da Imola riferisce che credeva il paradiso non doversi cercare se non in questo mondo; l'altro asseriva che uomini e bestie finiscono al modo eguale (_unus est interitus hominis et jumentorum_), e anche il Boccaccio ce lo dipinge che «alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva; e si diceva tra la gente vulgare, che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovarsi potesse che Iddio non fosse».

Al tempo di Dante erasi così lontani dal supporlo eretico, che l'intitolavano _Theologus Dantes, nullius dogmatis expers_: dopochè morì avvolto nel sajo di san Francesco, non che un legato pontifizio avesse _intenzione_ di disperderne le ossa, queste riposarono benedette in chiesa, dove un legato pontifizio gli eresse un mausoleo, più benigno a lui che non la patria: subito si istituirono cattedre per ispiegarlo, e spesso in chiesa: ed era spiegato al concilio di Costanza, e frà Giovanni da Serravalle, minorita, a istanza de' prelati ivi raccolti, lo tradusse in prosa latina con commenti: nelle Logge Vaticane fu dipinto tra i padri della Chiesa; la sua effigie pendette a Firenze in Santa Maria del Fiore, come ai dì nostri vi fu messo sulla facciata di Santa Croce. Quando nel 1865 la radunata Italia volle celebrare il VI centenario della nascita di esso, l'iracondia da cui è ossessa la rivoluzione nostra volle palesarsi col celebrare l'inimicizia di Dante pei papi e per la religione. Ma mentre il vulgo ufficiale e scribacchiante diguazzava tra quel fango, i meglio pensatori e scrittori d'Italia s'elevarono a rivendicare il vero, e a presentare in Dante il poeta iracondo, accannito contro Bonifazio VIII personale nemico della sua fazione, indignato contro gli abusi della Corte pontifizia, allora oppressa dalla demagogia e dai re, ma pur sempre riverente alle somme chiavi, e attaccato a quella fede, che in Roma ha il centro e gl'interpreti legittimi.

In relazione a quanto sponemmo nel capitolo precedente, noteremo come l'inclinazione al misticismo fosse comune a Dante e a' suoi amici, malgrado lo studio della filosofia e delle scienze naturali e della politica: Dante sta a meditare sul sasso rimpetto a Santa Riparata: Cavalcante fra gli avelli di Santa Maria Novella cerca se si trovasse modo di negare Dio. Per Dante la filosofia era una scienza che vede tutto in Dio, tutto da lui deriva e a lui riferisce; indaga il volere e la parola di Dio; nella natura egli vede simboli del soprannaturale: sotto tale aspetto guardò Beatrice «vestita di gentilezza, d'amore e di fede»[174], col che seguiva l'andazzo del suo tempo, l'educazione ricevuta, la complessiva tendenza della mente e dell'animo. Giovane, pensa farsi frate, e muore con la cocolla di frate: al par de' Fraticelli rimprovera i papi che si danno al lusso e alle cure mondane. E già nella _Vita Nuova_ vedesi la trasformazione di Beatrice in simbolo, finchè nella _Commedia_ quest'amor suo è convertito in desiderio beatifico della somma verità che lo conduce a Dio, attraverso la contemplazione de' tormenti e dell'espiazione.

Avversissimo a Dante si mostrò Cecco Stabili di Ascoli, che fu astrologo di Firenze, e compose un poema intitolato _L'Acerba_, volendo indicare un acervo o mucchio di cognizioni umane varie; poema filosofico nè bello di poesia, nè ricco di dottrina, ove in cinque rubriche o libri, parlato della scienza, nel sesto parla della rivelazione. La scienza ha secondo i tempi, ma ripetutamente batte Averroè e la sua scuola: nella rivelazione accetta affatto quel che la Chiesa, se non che qui pure mescola ciò che predomina nelle altre parti, la magia e l'astrologia; chiama «cieca gente e storpi intelletti» quelli che non conoscono il linguaggio de' corpi celesti, nè sanno indovinare il futuro, che sprezzavano l'astrologia, parlando «secondo il tempo antico»; credeva a un genio familiare, detto Florone, a' cui responsi sostenea doversi aver fede, sebbene talvolta inganni cogli oracoli suoi, come quando a re Manfredi rispose, _Vincerai non morrai_.

Le quali e ben più estese follie espone a lungo non solo, ma pretende persuaderle altrui; e lo fece a Bologna commentando la _Sfera_ del Sacrobosco, e a Firenze mediante l'_Acerba_. Nel proemio all'esposizione del Sacrobosco dice che «molti si promettono giudicare della vita e della morte, e delle cose future mediante arti magiche, le quali sono da santa Madre Chiesa riprovate vituperevolmente (_vituperabiliter improbata_): e alle cinque scienze magiche, mantica, matematica, sortilegio, prestigio, maleficio prevale l'astronomia, cioè la rivelazione delle intelligenze mediante il cielo, al quale son note tutte le cose». Dalla magia anzi deduce pruove della divinità di Cristo, scrivendo: «Che Cristo fosse veramente figliuol di Dio ci è manifestato da molte cose, e primamente per i tre magi, i quali furono i maggiori astrologi che avesse il mondo, e seppero tutti i segni della natura». Ciò nel trattato della Sfera, dove pone ancora generarsi ne' cieli alcuni spiriti maligni, i quali, sotto l'influenza di certe costellazioni, valevano ad operar cose meravigliose: sotto una di tali costellazioni esser nato Cristo, perciò rimasto povero; mentre sotto un'altra verrebbe l'anticristo, la quale lo farebbe ricco. E tutta l'esposizione, come tutta l'_Acerba_, è un esaltamento delle varie guise di magia.

Eppure Guglielmo Libri, grand'encomiatore di chiunque fu censurato dalla Chiesa e viceversa, osa vantar quel poema come _una vera enciclopedia_, e che «l'autore fu uomo dotto non solo, ma di elevati sensi, e sarebbe omai tempo che gl'Italiani cominciassero a venerar la sua memoria, vittima non della sola inquisizione»[175]. Eppure basta scorrer l'opera di Cecco per convincersi come a torto e' gli dia merito di molte verità, le quali esso o accenna confusamente o confuta. Tra quest'ultime è, che la terra sia sostenuta da due forze, una che la tira, una che la respinge, e che noi ora chiamiamo centripeta e centrifuga; ma Cecco riprova altamente alcuni ascolitani e fiorentini che ciò sostenevano, e che probabilmente erano Guido Cavalcanti e Dino del Garbo famoso medico, i quali esso bersaglia. E se veramente Cecco fu medico, il merito principale di quest'arte riponeva nel conoscere, per via delle stelle, quali infermità sieno mortali, e quali no: altro motivo per cui esso Dino gli si palesò avversissimo.

E contro Dante si svelenisce più volte Cecco, asserendo che andò all'inferno e più non risalì, anzi _rimase nel basso centro, ove il condusse la sua fede poca_; e confutandone le dottrine più rette intorno al libero arbitrio dell'uomo, e accusandolo d'aver amato con desio una donna, e lodato le virtù di un sesso, del quale egli non rifina di dir ogni male, non eccettuando nessuna. Di rimpatto, esso pretende innovar lo scibile, e per esso la vita umana nell'attuazione intellettuale, morale, religiosa, professando il materialismo e il comunismo; l'astrologia, le scienze occulte, con mille superstizioni e fanciullaggini; insegnando, anzi esortando agli incantesimi; inveendo contro chi non gli ammette[176].

Le magie e i sortilegi non erano spettanza dell'Inquisizione, siccome leggemmo nella _Maestrazza_, se già manifestamente non tenessero alcuna resia[177].

Tale appunto era il caso di Cecco. Giovanni Villani narra[178] che, nel trattato sopra la Sfera, avea messo che per incantamenti sotto certe costellazioni possono costringersi gli spiriti maligni a far cose meravigliose; che l'influenze delle stelle portano necessità, ed altre cose contro la fede. L'inquisitore lo riprovò, e gli fe giurare di non adoprar più questo libro, ma esso l'usò di nuovo a Firenze, onde fu preso dal cancelliere del duca d'Atene, allora dominante.

E un libretto contemporaneo, conservato in più biblioteche, particolareggia come frà Lamberto da Cingoli, inquisitore in Bologna, a' 16 dicembre 1324 lo condannò perchè avesse scompostamente parlato della fede, e obbligatolo a una confessione generale e a certe penitenze, gli tolse tutti i suoi libri d'astrologia, e gli proibì di più leggere questa scienza, e privollo dell'onor del dottorato e di qualunque magistrato. Quel processo fu mandato a frate Acursio fiorentino de' Minori Osservanti, a 17 luglio 1327, il quale citatolo, lo pronunciò eretico, e lo rimise al braccio secolare, onde il dì medesimo fu fatto bruciare. Della sentenza ecco le parti principali:

Precedente la fama pubblica sparsa da molte persone degne di fede, ci venne all'orecchio che maestro Cecco, figliuolo dell'illustrissimo Simone Stabili da Ascoli, andava spargendo per la città di Firenze molte eresie; e quello ch'è cosa più brutta, dava a leggere per le scuole pubbliche un certo suo eretico libretto, fatto da lui sopra la sfera celeste, contro al giuramento altre volte da lui dato. Facemmo alla presenza nostra venire il detto Cecco: e nella esamina, ricevendo prima il giuramento di dire la verità, senz'altra strettezza o forza, ma di sua libera e spontanea volontà, disse e confessò:

1º Come, essendo già stato citato e richiesto da frate Lamberto di Cingula, inquisitore nella provincia della Lombardia, confessò com'egli aveva insegnato per le scuole, che l'uomo poteva nascere sotto tale costellazione, che necessariamente sarebbe o ricco o povero, e simile: se Dio già non mutasse l'ordine di natura. 2º Che aveva con giuramento promesso al detto frate Lamberto di lasciare ogni eresia e credenza, e ogni favore degli eretici, massime degli astrologi, e osservare la fede cattolica, e che ricevette la penitenza. E che, dopo dato il giuramento e fatto la penitenza, poi che venne a Firenze gli fu domandato se, per scienza astrologica, si potea sapere la fortuna o disgrazia di un esercito o di un principe, e rispose che sì: perchè una cosa che è possibile, disse, si può comprendere per mezzo di una scienza. E confessò aver consigliato i signori non esser bene per ora combattere coi nostri soldati contro il Bavaro; ma che se li concedesse il passo, infino a tanto che, con vera scienza di astrologia si potesse pigliare il tempo e il giorno atto alla guerra. E disse credere che le predette cose si possono sapere per scienza di astrologia, e che non crede esser questo contro la fede. 3º Asserì che aveva fatto più profitto nell'astrologia, che alcun altro, da Tolomeo in qua. 4º Confessò, che, domandato da un Fiorentino che gli dichiarasse il libro dell'Alcabizzo, che tratta de' segni e cognizione de' segni, della natività degli uomini, e dello eleggere i tempi del comprare, del vendere, e degli altri atti ed esercizj umani, gli disse che aveva fatto un comento sopra detto libro, e che perciò procurasse di averlo. 5º Disse aver composto un libro sopra la sfera. Ora, le cose che si contengono in detto libro, non viste per detto inquisitore, sono contrarie alla natura e nimiche alla verità cattolica. Che cosa più eretica, e più a Dio e agli uomini infesta che dire, per la necessità de' corpi superiori e virtù delle costellazioni, come dice un tal libro, Gesù Cristo nascesse povero? Che Anticristo abbia a nascere da una vergine, e che abbia a venire duemila anni dopo Gesù Cristo, in forma di soldato valente, accompagnato da nobili, e non come poltrone accompagnato da poltroni? Qual maggiore eretica falsità che il porre l'ora, il luogo, la qualità della morte, le quali cose sono al tutto incognite al genere umano? E nelle azioni umane, col giudicare secondo la disposizione e operazione de' corpi celesti si toglie al tutto il libero arbitrio, e per conseguenza il merito e il demerito. E benchè egli al presente preponesse la divina potenza e il libero arbitrio, nondimeno è stato convinto per testimonj che hanno deposto contro di lui. E quando si avesse a oprare con tale supposizione, che cosa si potrebbe fare col libero arbitrio? Nè vengono scusati tali errori dicendo, che queste cose non procedono di necessità, dicendo. La scienza dimostra quello che tu pensi, che porti chiuso in mano. Perchè così in fatto suppone, e con le parole nega. Nè scusato debb'essere dicendo che crede non essere contro la fede pigliare il tempo, eleggere guerra, e simile; che sarebbe una ignoranza molto grossa, anzi un'opinione eretica. Il dire ancora i suoi scritti essere stati corretti per il detto inquisitore di Bologna, questo non è vero nè verosimile, anzi contrario, come apparisce per le proprie lettere dello stesso inquisitore. E posto che fussino corretti, egli se n'è servito ne' casi dove sono i maggiori errori. Nè debbe scusare che in fine delli detti scritti esprime che, se in quelli fossero alcune cose non ben dette, di rimettersi alla cognizione della santa Madre Chiesa; perchè in quella si sono trovate espresse eresie, scritte dopo aver giurato; e basta che una sola volta abbia ingannato la Chiesa; perchè questa protestazione è indirettamente contraria al fatto stesso, e l'aggrava maggiormente. E siccome non possiamo nè dobbiamo passare tali e tante cose fatte per lo detto maestro delli errori, in dispregio dell'Eterna Maestà e per lesione della fede cristiana, considerata la sentenza data per frate Lamberto contro di lui, e il giuramento ch'esso fece, e la penitenza che ricevè, della quale non si curando, dice non si ricordare; e viste le altre cose che dal medesimo inquisitore abbiamo ricevuto, e udito i testimonj e le sue confessioni, e datoli il termine per finirle, e scusarsi; e poichè nè fece alcuna scusa, nè fare procurò, e, nel giorno che seguiva detto termine, quelle raffermò di sua spontanea volontà, e disse di nuovo essere vere; conferita la cosa con prelati, e molte altre persone e dottori di legge, e consigliandoci doversi procedere alla sentenza, come cascato nella pena dell'inosservanza del giuramento dato di non attendere più all'eresia, e avuto sopra le predette cose nuovo parlamento con più e diverse persone, religiosi teologi, e con altri tanto chierici che laici, pronunziamo il detto maestro Cecco, eretico costituito in nostra presenza, essere cascato nell'eresia, nella quale con giuramento aveva già promesso di non cascare, e pertanto doversi dare e concedere al giudizio secolare. E così lo concediamo al nobile milite messer Jacopo di Brescia, con onore ducale vicario fiorentino, presente e accettante dell'ill.mo Cecco, per punirlo con la debita pena. E ancora il libro composto sopra la sfera, pieno di eresie e d'inganni; e un altro libro in volgare nominato l'_Acerba_ (dal qual nome ne segue, che non contiene in sè maturità alcuna, presupponendovi che molte cose che appartengono alla virtù e ai costumi nascono dalle stelle, e a quelle ritornano come a loro cause) e riprovando tutti i suoi ammaestramenti, senza dottrina composti, e dannando diversi, ordiniamo di abbruciare con detto Cecco. E così ordiniamo e comandiamo.

La condanna di Cecco non fu dunque per magia e astrologia: del che troppe persone erano macchiate allora, eppur teneansi a servizio da Comuni, da principi, da prelati. Bensì per eresie, e per esservi ricaduto dopo la promessa. E per verità, studiando l'opera di Cecco, vedesi ch'egli mirava a un innovamento della scienza, e per mezzo di questa, a un innovamento della vita nell'intelletto, nella morale, nella religione, e a ciò adoprava l'insegnamento, la conversazione, i libri. La scienza sua nuova consisteva nella necessità universale e nell'antivedere; le intelligenze erano le cagioni; loro organi le stelle; ogni cosa sotto la luna aver effetti necessarj; tutto esser fatato. L'uomo però, mediante la scienza, può costringere le intelligenze a palesargli il futuro. Perchè questa nuova scienza prevalesse, bisognava aver distrutta la verità razionale e la rivelata; e Cecco lo faceva con una fermezza, che non si smentì neppur davanti al rogo.

Insomma egli rappresenta la scienza naturale, contro la scienza cristiana di Dante: e potrebbe anch'essere che i Fiorentini, i quali vivo aveano cacciato Dante, morto il volessero vendicare perseguitando Cecco suo detrattore: il che viepiù ci si rende probabile vedendo principale avversario di lui Dino del Garbo. Anche l'Orgagna, nel Camposanto di Pisa, lo dipinse nell'inferno. Pure il suo poema nel principio del cinquecento fu ristampato ben diciannove volte; e il gesuita Appiani ne fece un'insulsa difesa, pretendendo fosse d'inappuntabile dottrina. Speriamo non si qualifichi egualmente quella che noi stendemmo del poeta teologo d'Italia, contro o uno zelo intemperante, o un'arguta miscredenza.

NOTE

[145] Nella bella _Storia di Bonifazio VIII e de' suoi tempi_ del padre Luigi Tosti (1847), leggesi che «quest'uomo, vituperato da molti, non può non ammirarsi da tutti, come ultimo sostegno di quel magnifico pontificato civile, in cui questo, sponendo a luce nel seno dell'Italia una civiltà forbita e gentile, sconosciuto, calunniato da' suoi figli, stanco e doloroso si ritraeva a posare ne' penetrali santi ed inviolabili della religione che informava». Libro V, in principio.

[146] Giuseppe Ferrari, nelle Lezioni sugli scrittori politici, riflette che, cinque secoli più «tardi, un'altra dottrina s'impossessava della Francia, e a nome della ragione reclamava pure il diritto di procedere col terrore, di bandir la crociata, e di spodestare tutti i re della terra».

[147] Ap. RAYNALDI al 1293, n. 55.

[148] Vedansene le prove in PHILIPPS, _Diritto ecclesiastico_, vol. III, lib. I, § 138.

[149] Il Sismondi, caloroso protestante e accannito contro Bonifazio, scrive che i Francesi «avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare persino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che contro la tirannide offriva loro un capo straniero e indipendente.... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al di sopra di loro un potere venuto dal Cielo, che li fermasse sulla strada del delitto.» _Storia delle Repubbliche italiane_, c. 24.

[150] DE RUBEIS, _Storia di Ravenna_, lib. VI.

[151] De' processi in Toscana discorse ripetutamente all'Accademia Lucchese monsignor Telesforo Bini, com'è a vedersi negli Atti del 1838 e 1845. I molti documenti, da cui raccolgonsi nomi di centosette Templari, spargono gran luce s'un punto storico, molto dibattuto dopo la tragedia del Raynouard.

[152] Oltre il Tosti suddetto 1847, vedansi varj scritti pubblicati pel VI centenario di Dante.

[153] _Paradiso_ XI.

[154] _Inferno_ II.

[155] _Purgatorio_ XX.

[156] «E certo sono di ferma opinione che le pietre che nelle mura sue (di Roma) stanno, sieno degne di reverenza, ed il suolo dove ella siede, sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e provato». _Convivio_.

[157] Il chiarissimo filologo Bartolomeo Sorio lesse quest'anno all'Istituto Veneto una memoria sopra il _Filicopo_ di Giovanni Boccaccio, ove pretende mostrare che scopo di questo romanzo storico era di esortare i principi Angioini al dovere che come feudatarj aveano di accorrer a difesa del papa, ch'era stato costretto uscir di Roma ed esulare ad Avignone; sicchè, com'ebbe dire nel Decamerone, Roma, già capo del mondo, allora era coda.

Con quello stravagante e fin empio infrascamento di sacro e profano, ivi racconta l'incarnazione del figlio di Giove, e come subì l'iniqua percossa di Atropos, poi ritornato al padre, dopo spogliata di molti prigioni l'antica città di Dite, mandò a' principi de' suoi cavalieri il promesso dono del santo ardore. Segue la predicazione del vangelo nella Spagna per opera del possente _Dio occidentale_, ch'è san Giacomo. «E in te, o alma città, o reverendissima Roma, la quale egualmente a tutto il mondo ponesti il tuo signoril giogo sopra gl'indomiti colli, tu sola permanendo vera donna, molto più che in altra parte risuona, siccome degno luogo della cattedral sede dei successori di Cefas. E tu di ciò dentro a te non poco ti rallegra, ricordando te essere quasi la prima predatrice delle sante armi; perciocchè conosci te in esse dover tanto divenir valorosa, quanto per addietro in quelle di Marte pervenisti, e molto più. Onde contentati, o Roma, che, siccome per l'antiche vittorie più volte la tua lucente fronte ornata fu delle belle frondi di Penea, così di quest'ultima battaglia (_religiosa_) con le nuove armi trionfando, tu vittoriosamente meriterai d'esser ornata d'eternal corona. E dopo i lunghi affanni la tua immagine fra le stelle sarà allogata, tra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri, beata ti troverai». Lib. I, num. 25 e seg.

[158] Lo studio della natura dell'impero e delle sue relazioni colla Chiesa è di suprema importanza per intendere la storia del medioevo. Perciò noi v'insistiamo. Su ciò versa un'opera recente dell'inglese James Bryce, _The holy Roman Empire_. Oxford 1864.

[159] _Lege I de requir. reis_.

[160] _Mystéres d'iniquité_, pag. 419.

[161] Foscolo, _Discorso sulla D. C._ Londra 1823.

[162] _Sullo spirito antipapale che produsse la riforma_. Londra 1832, 3 vol. Già l'Aconzio (_Stratagematum Satanæ_, Lib. VIII) avea supposto negli autori un linguaggio a due sensi. Il famoso scettico Bayle conchiudeva: «Badate che Dante offre pruove e a quei che lo dicono buon cattolico, e a quei che il negano».

[163] _Dante hérétique, revolutionnaire et socialiste, revélations d'un catholique sur le moyen age_. Paris 1834.

_La Comédie de Dante traduite en vers selon la lettre, et commenté selon l'esprit, suivie de la clef ou langage symbolique des fidèles d'Amour_. Tomi 2. Paris 1856.

_Le Paradis de Dante illuminé_ a giorno; _dénouement tout maçonnique de sa Comédie albigeoise_. 1855.

_Preuve de l'hérésie de Dante, notamment au sujet d'une fusion opérée vers 1312 entre la Massènie albigeoise, le Temple et les Gibelins pour constituer la Franc Maçonnerie, ib._

_Clef de la Comédie anticatholique de Dante_.

_L'Hérésie de Dante démontrée par Francesca da Rimini_.

_Les mystéres de la chevalerie et de l'amour platonique au moyen age_. 1858.

In senso opposto vedasi _Dante revolutionnaire et socialiste, non hérétique_, par FERJUS BOISSARD, 1850.

[164] _Inferno_ III.

[165] _Inferno_ XXII.

[166] Come terrà questa regola quando Dante chiama i prelati _in veste di pastor lupi rapaci_? e quando intima che _di voi, pastor, s'accorse il vangelista_? e quando si lamenta sia usurpata _per colpa del pastor_ la giustizia di Firenze?

[167] Per esser conseguente, Lenoix (_Origine de la Francmaçonnerie_, p. 235) sostiene che san Bernardo era francomuratore.

[168]

Veggio il nuovo Pilato sì crudele Che... senza decreto Porta nel Tempio le cupide vele.

[169]

State contenti, umana gente, al quia; Che se potuto aveste veder tutto, Mestier non era partorir Maria.

[170] Beatrice dice a san Pietro.

O luce eterna del gran viro A cui nostro Signor lasciò le chiavi Ch'ei portò giù di questo gaudio miro, Tenta costui de' punti lievi e gravi Come ti piace, intorno della fede Per la qual tu su per lo mare andavi. _Paradiso_ 24.

[171]

Avete il vecchio e il nuovo Testamento, E il pastor della Chiesa che vi guida Questo vi basti a vostro salvamento. _Paradiso_ V.

[172] _Convivio_, Tratt. IV, c. 5. «Oh istoltissime e vilissime bestiole, che a guisa d'uomo vi pascete, che presumete contro a nostra fede parlare, e volete sapere, filando e zappando, ciò che Dio con tanta prudenza ha ordinato. Maledetti siate voi e la vostra presunzione, e chi vi crede».

[173] _Inferno_, c. VIII.

[174] Sonetti della _Vita Nuova_.

[175] _Hist. des sciences matem. en Italie_, tom. II, pag. 195 e 200.

[176] Vedi PALERMO nel Catalogo dei manoscritti della Palatina di Firenze.

[177] Capo 91. Vedi qui sopra, a pag. 109.

[178] Lib. X, c. 41.

DISCORSO VIII.