Part 17
Consegnatone il processo ai Signori, il frate raffermò le deposizioni alla stanga: «che Cristo, in quanto uomo viatore e mortale, via di perfezione mostrando, non era stato re temporale per ragione civile e mondana: e che esso Cristo e gli apostoli suoi, stando nello stato di perfezione, non poterono avere niuna cosa per ragione civile e mondana: e delle cose avute non ebbero se non il semplice uso del fatto, senza niuna ragione civile e mondana: e che papa Giovanni XXII era eretico perchè diceva il contrario». Rimesso in carcere, gli si diede penna e calamajo, e fra tre giorni potesse scrivere quel che voleva, e se si ritrattasse sarebbegli perdonato, se no si consegnerebbe alla Signoria secolare. Continuaronsi e variaronsi un pezzo le pratiche per farlo ricredere; confessava essere peccatore sì, ma cattolico, eretico no: eretico invece dichiarava il papa e l'arcivescovo, dal quale fu sconsacrato, poi consegnato al capitano, dov'ebbe molte ingiurie perchè non credeva al papa, ed egli dovea soffrire «le bestianze del popolo, il quale, sotto atto di grandissima compassione, tormentava l'anima del santo il dì e la notte». Fino agli ultimi istanti gli si continuarono esortazioni, ed egli persisteva a dire che Cristo non possedette nulla: che Giovanni XXII fu eretico perchè lo negava: eretici i suoi successori che nol riprovarono, e nulli i loro atti, non quanto a giurisdizione, ma quanto a sacramenti. Mentre era tratto al supplizio a tutti rincrescendone, «diceangli: _Deh non voler morire_. Ed esso rispondeva: _Io voglio morire per Cristo_. E dicendogli: _O tu non muori per Cristo_, esso diceva: _Per la verità_. E alcuno gli dicea, _Tu non credi in Dio_, ed esso rispondeva, _Io credo in Dio e nella vergine Maria e nella santa Chiesa_.... E ai fondamenti di santa Reparata dicendogli alcuno, _Sciocco che tu sei! credi nel papa_, que' disse alzando il capo: _Questi vostri paperi v'hanno ben conci_.... E giungendo in Mercato Nuovo, essendogli detto _Pèntiti, pèntiti_, e' rispondeva _Pentitevi di peccati, pentitevi dell'usure, delle false mercatanzie_».
«E alla piazza del Grano, uno cominciò a dire: _Voce di popolo voce di Dio_, ed e' disse: _La voce del popolo fece crocifiggere Cristo, fe morire san Pietro_. E qui gli fu data molta briga, e dicevano, _Egli ha il diavolo addosso_.... Ed essendovi alcuni de' fedeli che riprendeano coloro che diceano che negasse, alcun birro e altra gente si cominciò avvedere del fatto, dicendo: _Questi sono de' suoi discepoli_: onde un poco se ne scostò alcuno.»
Abbreviammo assai questa turpe scena di un popolo che insulta al suppliziato; pure la riferimmo qual anticipazione di quella del Savonarola. Già chiuso nel cappannuccio, si cercava svolgerlo col fingere di mettere fuoco, col mostrare un giovane de' priori, venuto per rimenarlo salvo se si convertisse; ed egli durò: e bruciò; e chi dicea _Egli è martire_, chi _Egli è santo_, chi il contrario: e n'è stato maggiore rumore in Firenze che fosse mai.
Gli inquisitori dovettero pure fare disepellire le ossa d'Ermanno da Ferrara, e abbattere un altare erettogli, e così d'una inglese, che spacciavasi lo spirito santo incarnato per redimere il sesso femminile.
Domenico Savi di Ascoli, uomo di gran pietà, in patria eresse un ospedale e un oratorio sul monte Pelesio, dove vivea modestissimo con alquanti begardi e beghine, ma inebbriatosi di confidenza in sè, asserì molti degli errori correnti; non esservi colpa nella lussuria; i bambini anche senza battesimo salvarsi per la fede de' parenti; la flagellazione in pubblico a corpo nudo valere meglio che la confessione. Condannato dapprima, si ravvide, poi ricaduto fu dato al supplizio in Ascoli nel 1344.
Il Garampi, nelle _Memorie ecclesiastiche_, dice trovarsi a Bologna un processo fatto dall'inquisizione di Napoli il 1362 contro Lodovico di Durazzo, frà Pietro da Novara, frà Bernardo di Sicilia, frà Tommaso vescovo d'Aquino, Francesco Marchesino arcidiacono di Salerno poi vescovo di Trivento, donde appajono tre maniere di Fraticelli, cioè frati della povera vita, frati del ministro, frati di frate Angelo.
Nel 1421 altri ne comparvero, detti Fraticelli dell'Opinione perchè opinavano che Giovanni XXII fosse punito da Dio per le sue costituzioni sulla povertà di Cristo e degli apostoli, e Martino V deputò due cardinali a ricercarli e punirli, massime a Fabriano. Nel 1466 Paolo II li vedeva ripullulare nel Piceno e in Poli presso Tivoli nella Sabina, esecrando il papa romano, dichiarando non essere vero vicario di Cristo se non chi ne imita la povertà. Il pontefice, (adopriamo le insulse parole del Bernino) «convinseli maravigliosamente bene tutti, non a forza di dispute ma a forza di battiture, e fattine legare quattordici da' sbirri, li fece poi esporre sopra un alto palco nella sommità di quella parte di Ara _Cœli_ che volge verso il Campidoglio, con una mitera di cartone in capo per uno, all'improperio delle genti e alle fischiate del popolo. Dopo le quali, confessato il loro inganno avanti il pontificio vicario di Roma, che colà comparve con cinque vescovi a riceverne l'abjura, furono essi assoluti, e per marco di professata penitenza vestiti con una lunga veste di lana con croce bianca al petto e alla schiena, dinotante il loro ravvedimento ed eresia[142]».
D'altri eretici troviamo menzione in quei tempi. Nicola V ordina all'arcivescovo di Milano, che vegli con maggiore attenzione sull'eretico Amedeo recidivo, che di false bolle si prevaleva onde accreditare alcune sue eresie[143]. Calisto VII udiva che nelle città e diocesi di Bergamo e Brescia laici ed ecclesiastici spacciavano errori intorno a Gesù Cristo, alla sua madre, alla Chiesa militante, molti traendo a perdizione: e raccomanda d'insistere per isvellerli di là come dal Veronese, Cremasco, Piacentino, Lodigiano, Cremonese[144].
Andrea Papadopulo Vretò pubblicò ad Atene nel 1864 un _Catalogo de' libri stampati in greco moderno o in greco antico da Greci, dalla caduta dell'impero bisantino sino alla fondazione del regno ellenico_. Ivi è nominato Barlaam da Seminara, cioè uno de' Greci della Calabria, che verso la metà del XIV secolo scrisse, fra altre cose, un libro contro il primato e il temporale del papa e il purgatorio; pel quale perseguitato, dovè fuggire a Costantinopoli. Il raccoglitore dice che questo libro fu stampato la prima volta in Olanda, e divenne quasi irreperibile: ma egli avutone un esemplare, l'applicò alla biblioteca d'Atene.
Questo libro non ci riuscì di vedere, onde nulla possiam dire nè della sua autenticità nè del suo contenuto.
NOTE
[127] Una delle legende più divulgate è quella di Barlam e Giosafat, della quale si ha pure una traduzione o imitazione del buon secolo della lingua. Felice Liebrecht provò ch'essa è una contraffazione cristiana della vita di Budda Sakia Muni, qual è offerta nel racconto del _Lalita vastara_ in indiano. Nè già trattasi solo del concetto, delle linee fondamentali, ma di passi interi. Anche là Sakia Muni è un figlio di re, che tocco dalle miserie umane, si ritira nel deserto, malgrado la famiglia sua, a vita religiosa, convertito da un solitario. Un qualche monaco siro tradusse questa legenda, inserendovi le lodi del cristianesimo, e valendosi dell'ascetismo monastico, ch'è comune alle due religioni. Più tardi vi si aggiunsero satire contro la corrutela del tempo e la depravazione del clero.
[128] La sua vita sta negli _Acta Sanctorum_ al 29 maggio.
[129] Pietro Lombardo, Maestro delle sentenze, avea detto (_Lib_. I, _dist_. 5) coi trattatisti, che nè il Padre generò la divina essenza, nè la divina essenza generò il Figlio, nè la divina essenza generò l'essenza: «col qual nome di essenza intendiamo la divina natura, che è comune alle tre persone, e tutta in ciascuna».
Parve a Gioachimo, che Pietro portasse la Trinità a quaternità, asserendo le tre persone, e inoltre l'essenza comune, distinta da esse. Molto se ne disputò, finchè Innocenzo III condannò il costui libro. Vedi MATTIA PARIS al 1179, e ci serva di prova de' cavilli allora usitati.
Le profezie di esso furono difese da Gregorio di Lauro, abate cistercense, nell'opera _B. Joannis Joachim abatis apologetica, sive mirabilium veritas defensa_. Napoli 1560. L'esame delle dottrine di esso vedasi in Natale Alessandro, _Historia ecclesiastica_, Tom. VI, pag. 287.
[130] Costituzione _Exiit quid seminat_, nel VI delle Decretali, _tit. de verbor. significatione_.
[131] A torto dunque Alessandro Natale comincia l'articolo sui Fraticelli con queste parole: _Fraticellorum sectæ initium dedere Petrus de Macerata et Petrus de Forosempronio, Ordinis Minorum apostatæ, etc_. Vol. VI, pag. 83.
[132] BORGHINI, _Trattato della Chiesa e vescovi fiorentini_.
[133] Fra la _Scelta di curiosità letterarie_, che stampasi a Bologna, nel 1865 si pubblicò una _lettera dei Fraticelli a tutti i Cristiani_, nella quale rendono ragione del loro scisma. A rinforzo di testi della Scrittura e del Decreto mostrano essersi «separati dal papa e da li altri prelati», credendoli rei per eresia, per simonia, per pubblica fornicazione. Papa Giovanni XXII esser morto pertinace eretico provano dalle dottrine sue, e principalmente dall'aver condannata la proposizione che «il nostro Signor Jhesu Christo et li apostoli suoi non avessero proprio nè in speciale nè in comune». La sua simonia deducono dall'essere nel Decreto severamente vietato di ricevere denari pel battesimo, per la cresima, per la comunione, per la sepoltura, ecc., «dovendo li doni di Cristo essere dispensati e donati di grazia. Li fornicatori pure sono scomunicati». E però essi prelati e papi sono scomunicati, mentre per scomunicati dichiarano i Fraticelli, che niun'altra colpa hanno se non di non stare alla loro obbedienza. E «posto che li Catholici non possano avere la sacra comunione di Christo visibilmente e corporalmente per li heretici che soprastanno, nondimeno, mentre che colla mente sono congiunti ad Christo, anno la sacra comunione di Christo invisibilmente».
[134] Bolla _Quorum exigit_ nelle Estravaganti, tit. _De verborum significatione_.
[135] Vedasi WADINGO, _Ann. Minor._ T. V ad 1298. nº XXIV: e 1306, nº VIII.
[136] Bonifazio VIII passa per gran nemico di frà Jacopone, eppure a lui s'attribuisce un canto, che non può se non tenersi come traduzione dello _Stabat Mater_:
Stava la Vergin sotto della croce Vedea patir Jesù, la vera luce. Madre del re di tutto l'universo. Vedeva il capo che stava inchinato E tutto il corpo ch'era tormentato, Per riscattar questo mondo perverso, ecc.
Altri versi di frà Jacopone arieggiano al _Dies iræ_:
Chi è questo gran sire Rege di grande altura? Sotterra i' vorria gire, Tal mi mette paura. Ove potria fuggire Dalla sua faccia dura? Terra, fa copritura Ch'io nol veggia adirato.
E altrove:
Non trovo loco dove mi nasconda Monte nè piano, nè grotta o foresta Chè la veduta di Dio mi circonda.
[137] Sta in ECCARD, _Corp. hist_. Tom. II, pag. 849.
[138] Chronica FR. SALIMBENE; Parma 1857, pag. 233 e seg. Esso frà Salimbeni, che nella cronaca distesamente parla de' Fraticelli, all'anno 1280 racconta che, avendo i Domenicani fatto bruciar donna Alina per eretica, il popolo di Parma si levò a rumore, e li cacciò, nè, malgrado le scomuniche lanciate dal cardinale Latini, poterono tornarvi fino al 1287.
[139] FR. CHRIST. SCHLOSSER, _Abelardo e Dolcino; vita ed opinioni d'un entusiasta e d'un filosofo_. Gota 1807. — G. BAGGIOLINI, _Dolcino e i Patareni_. Novara 1838. — JULIUS KRONE, _Frà Dolcino und die Patarener, historische Episode auf den piemontesischen Religionskriegen_. Leipzig 1844.
Questa ostentata povertà stava forse in mente all'autore dell'_Imitazione di Cristo_, allorchè scriveva (Lib. II, c. 11): «Dove si troverà chi a Dio voglia servire gratuitamente? Di rado si trova alcuno, tanto spirituale, che d'ogni cosa sia denudato. Un vero povero di spirito e spoglio d'ogni cosa creata, chi lo troverà? se l'uomo abbia dato ogni sostanza sua, non è ancor nulla. Se abbia fatto gran penitenza è ancor poco. Se abbia imparato ogni scienza, n'è ancor ben lontano. Se abbia gran virtù e fervorosa devozione, molto ancora gli manca; quello cioè che sommamente gli è necessario. E che cos'è? Che, lasciato tutto, lasci se stesso ed esca affatto da sè, e nulla ritenga d'affezione privata. Fatto che abbia tutto, senta d'aver fatto nulla, e si riconosca servo inutile. Allora veramente povero e nudo di spirito potrai essere, e dir col profeta: _Umile e povero son io_».
[140] La sentenza trovasi in PUCCI, _Storia del vescovado di Siena_, pag. 253.
[141] Edita nella _Scelta di curiosità letterarie_.
[142] _Hist. di tutte l'heresie_. Vol. IV, pag. 198. Quest'autore, declamatorio quanto il Gioberti, par sempre armato dello staffile di pedante per flagellar l'avversario, empio, frodolento, degno d'inferno, bestemmiatore, scismatico, ecc.
[143] Ep. NICOLAI V, Lib. XXII, pag. 53.
[144] Ep. CALIXTI, Lib. XIV, pag. 255.
DISCORSO VII.
CROLLO ALL'ONNIPOTENZA PONTIFICIA. BONIFAZIO VIII E DANTE. CECCO D'ASCOLI.
Quanto narrammo ci dà la ragione delle tante declamazioni che si fecero contro Bonifazio VIII, e che la posterità raccolse alla cieca, e ripete oggi ancora, malgrado un potente e sincero apologista[145]. Questo pontefice assistette al crollo che al potere papale diede la prevalenza dei re, non più solo per cessare la primazia che quello avea pretesa sopra tutti i dominanti della terra, ma per restringerlo ne' singoli paesi coll'astuzia, scassinando la base prima dell'autorità, il rispetto.
La Chiesa ebbe un essere assoluto ed immutabile, come la fede su cui era fondata; ma come unione visibile de' fedeli, era retta da un potere visibile, il quale, concernendo la formale esistenza di essa, non poteva essere che potenziale e progressivo. La predicazione e la fede furono sempre quali sempre saranno: la podestà ne variò insieme colla società dei fedeli, pur sempre attenendosi al cardine della fede, e mercè la visibilità della Chiesa. Il potere di chi governa una società si esercita a misura di ciò che tende a distruggerla: crescendo gli attacchi devono crescere le leggi e le pratiche riparatrici. Nessuno attentando al patrimonio della Chiesa primitiva, nessuna legge occorreva per proteggerlo: il che non vuol dire che in san Pietro non esistesse la facoltà di farla, nè che trascendessero i suoi successori col farne. Dicasi altrettanto delle leggi e altri mezzi temporali, coi quali via via la Santa Sede dovette tutelarsi, e che variò a misura de' bisogni, fino a restringersi nella monarchia.
Forse che questa era dell'essenza sua? No, nè mai i romanisti lo asserirono: ma lo svolgimento della società la portava; come l'ignoranza comune e la comune barbarie portarono i pontefici a capo del civile organamento, per la gran legge che attribuisce il governo ai migliori. Qual vantaggio non fu quello di erigere, in mezzo alle potenze armate, una che potesse obbligare senz'armi ad osservare la giustizia, rispettare il matrimonio, mantenere i patti conchiusi coi popoli! Ciò faceasi senz'armi, quasi senza possessi, perchè si credeva, e la coscienza reggeva il mondo; mentre nell'età moderna, ridotta ogni cosa alla materialità degli Stati forti, della coscrizione, dei tributi, l'autorità pontifizia fu pur essa ridotta a ricoverare la sua indipendenza dietro a un trono materiale, ad un esercito, al riconoscimento degli altri Stati. Deporre i re perfidianti, sciogliere i popoli dalla fedeltà verso il principe infedele, erano la vera e solida costituzione d'allora; diritti che oggi si trasferirono alle società segrete e alla ribellione[146]. Se queste non ne abusarono, imputino la Corte pontificia d'averne abusato. Certo è bene che coll'eccesso spuntò ella medesima le sue armi. Gli avversarj ben s'avvidero che il mezzo di scassinare quell'autorità morale era lo scemarle il rispetto, e a ciò contribuirono grandemente i Fraticelli, persone popolarissime, diffuse tra la plebe, in grand'aspetto di moralità, di povertà, di mortificazioni, e che poteano ripetere: «Ecco come ci maledice una Corte ricca, disonesta, gaudente».
Bonifazio VIII comparve al tempo che la società del medioevo, la quale della fanciullezza serbava tuttavia le ingenuità, veniva tratta nella malizia, non ancora dalla dottrina e dal ragionamento, ma dai principi, che le insegnavano a ricalcitrare contro quella tutela. Vedemmo come i Federichi avessero tentato surrogare la loro alla primazia pontifizia: quel tentativo spiacque ai re, che non voleano cambiar padrone, e perciò fallì. Or ecco i re farsi innanzi a voler rendersi indipendenti dal papa non men che dall'imperatore. Gli ajutò il disordine del _grande interregno_, succeduto alla deplorata fine degli Hohenstauffen.
Per resistere a questi, i papi aveano dovuto appoggiarsi al perpetuo antagonismo della Francia colla Germania; ma la Francia ne divenne incomoda patrona, e i suoi re, dacchè sentironsi ingagliarditi, rinegarono l'antica devozione per cui erano stati intitolati cristianissimi, e massime dacchè quella corona venne a Filippo il Bello, arguto in tutti i cavilli, a cui sa ricorrere chi vuol riuscire senza esser rattenuto da moralità.
Lo ajutava la posizione del pontefice, piccolo principe in mezzo a baroni ed a Comuni, che o colle prepotenze o coi privilegi impacciavano l'esercizio della sua sovranità; e che trovavasi in contrasto con Carlo di Napoli, il quale chiamato a salvar Roma e l'Italia dalla tirannide degli Hohenstauffen, presto da vassallo era divenuto tiranno della Santa Sede; sicchè, fra le petulanze aristocratiche dei dinasti, e la democratica della plebe, era impacciato nella sua podestà, e i conclavi stessi riuscivano tumultuosi. La Chiesa, che, nel conferimento delle dignità, ripudiò sempre ogni riguardo a distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti personali, gemeva di vedere il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, cui unico titolo era l'essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; case prevalenti in Roma per armi e per clientele. Esse, con emulazioni prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s'insinuavano nel concistoro e nel conclave: trescavano a voglia anche nel santuario, e prepotevano nelle cose ecclesiastiche, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata, e toglievano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dal rimanere superiori alle mondane rivolture.
Dopo un di questi tempestosi conclavi fu eletto pontefice uno, cui la rigida austerità rendea somigliante ai Fraticelli, Pietro Morone che, sulla Majella, alto monte presso Sulmona, erasi proposto d'imitare i solitarj della Tebaide; e che inventò un nuovo Ordine, detto de' Celestini quando, col nome di Celestino V, egli fu portato papa. Ignaro delle rinvolture di questa sciagurata prole d'Adamo, Celestino lasciava deperire il papato fra gl'intrugli de' suoi e le prepotenze degli avversarj, onde egli stesso abdicò, e gli fu surrogato Bonifazio VIII (1294). N'ebbero gran dispiacere quelli che della santa debolezza di Celestino traevano profitto, e non solo dichiararono illegittima l'abdicazione sua e quindi l'elezione di Bonifazio, ma procurarono indur Celestino a tornare sul soglio, e alzare tiara contro tiara. Fu dunque forza circondarlo di cautele e rigori; ed allora eccolo dichiarato martire, e persecutore questo Bonifazio VIII, già tiranno de' poveri Fraticelli.
Bonifazio, de' Cajetani d'Anagno, da' suoi studj e dalla sua devozione avea dedotto un elevato concetto dell'autorità pontifizia e della santità del ministero. A tacere tante istituzioni che non si rannodano al nostro tema, ordinò si celebrasse con rito più solenne la festa de' quattro massimi dottori della Chiesa, Gregorio, Ambrogio, Agostino, Gerolamo, «perocchè i lucidissimi salutari insegnamenti loro illustrarono la Chiesa, la decorarono di virtù, l'educarono ne' costumi; quai splendidi lumi sui candelabri nella Casa di Dio, dissiparono le tenebre degli errori; la loro faconda favella, ispirata dalla grazia celeste, schiude gli enimmi della Scrittura, scioglie i nodi, illumina le oscurità, chiarisce i dubbj; e dai profondi e belli loro sermoni il vasto edifizio della Chiesa sfavilla di gemme primaverili, e dell'eleganza delle parole più gloriosa risplende»[147].
Vedendo ormai i re sottrarsi alla supremazia papale, e costituire i regni indipendenti, e di rimpatto i popoli cercare contro la tirannide altre garanzie che la tutela pontifizia, Bonifazio procurò da una parte consolidare il diritto ecclesiastico, pubblicando un sesto libro di Decretali (1298), e dall'altra rinfervorare la fede e la devozione mediante l'istituzione del giubileo, che dovesse ogni cento anni rinnovare l'affratellamento della cristianità alle soglie de' santi apostoli. I cronisti non rifinano di stupire dell'immensa folla, accorrente a Roma per quell'indulgenza, tanto che nuove porte dovettero aprirsi nelle mura: parve miracolo che, fra genti così diverse, nessun disordine nascesse, e che si potesse provederle di vitto e di ricoveri. Se i calcolatori meravigliarono al vedere, nella basilica di san Paolo, cherici che notte e giorno co' rastelli raccoglievano i gittati denari, bisogna non tacere che ducentomila pellegrini ciascun giorno aveano cibo dalla providenza del pontefice, il quale pure sfoggiava tutta la pompa delle cattoliche feste, e invitava Giotto, Oderisi di Gubio ed altri nuovi pittori ad abbellire la sua basilica di pitture, mentre vi s'ispiravano Dante e Giovan Villani.
Quanto più la supremazia papale era impugnata, Bonifazio più fortemente la asseriva, come si può vedere sia in quel VI delle Decretali, sia nella Bolla con cui riconobbe imperatore di Germania Alberto d'Austria, sia nell'altra tanto rinfacciatagli _Clericis laicos_ (1296), dove, lagnandosi che i principi invadessero i beni ecclesiastici, scomunicò qualunque ecclesiastico pagasse, qualunque laico ne esigesse tributi, prestito, donativo senza licenza della Santa Sede: dottrina affatto conforme al diritto canonico, allora generalmente accettato, e più specialmente al canone 44 del concilio IV Lateranense[148].
Ora Filippo il Bello, volendo dal lato suo attestare la indipendenza regia, tassava gli ecclesiastici, gl'imprigionava, e dal suo clero fece dichiarare quelle che poi intitolaronsi libertà gallicane, cioè l'obbligo di quella chiesa di obbedire interamente al re, senza che il papa potesse mettervi impedimenti[149].
Bonifazio VIII si oppose, e come protesta pubblicò l'altra famosa Bolla _Unam sanctam_ (1302), ove pronunzia che la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, ha per capo Cristo e il suo vicario in terra; la potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure è divina, e chi ad essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore all'ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall'anima il corpo, e quando i re trascorrono gravemente, li può ammonire e ravviare; ogni creatura umana rimane sottoposta al pontefice, nè ottiene salute chi creda altrimenti. E decretava che imperatori e re dovessero comparire all'udienza apostolica ogni qualvolta fossero citati, «tale essendo la volontà di Noi che, Dio permettente, imperiamo a tutto l'universo».