Part 16
Tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi apostoli, via di perfezione seguitando, nulla aveano in proprietà, la proposizione fu rejetta dai Domenicani e da altri, e invece sostenuta dai Francescani, e nominatamente in un capitolo generale a Perugia. E poichè la costoro regola diceasi vera applicazione del vangelo, tornava sott'altra apparenza il medesimo concetto dell'assoluta spropriazione. Non era che un eccesso d'ascetismo, ma gli avversarj ne profittavano per impugnare i possessi della Chiesa; onde la proposizione fu condannata da papa Nicola IV. I Minori spedirono frà Bonagrazia di Bergamo per dimostrarla al papa, con lettera di frà Michelino da Cesena, maestro generale dell'Ordine, e si ostinarono nella loro opinione anche dopo che il papa proferì contro di essi. Michele, chiamato ad Avignone, ove allora il papa risedeva, esitò ad andarvi, poi subito ne fuggì, e apostatando ricovrossi all'imperatore. Questi era Lodovico il Bavaro, che era venuto in rotta con papa Giovanni XXII perchè negava riconoscerlo, e dichiarava l'Italia sottratta dall'imperiale giurisdizione, in modo che non potesse essere incorporata nè infeudata all'impero (1324). A vicenda l'imperatore proferiva scaduto il pontefice, chiamandolo con titoli ingiuriosissimi, e invitando giuristi e teologi a scatenarsi contro la Corte pontifizia. I frati Minori restarono dunque avversissimi alla facoltà teologica di Parigi e al papa, che in un capitolo tenuto a Perugia il 1322 dichiararono eretico. Frà Michelino contro il papa scrisse libercoli, e commentò beffardamente le bolle di esso in un libro, che poi, per divulgarlo, compendiò ad istanza di Lodovico il Bavaro, dove sosteneva potersi, anche senza decisione del Concilio, dichiarare il papa scaduto ed eretico. Fu egli scomunicato da' suoi frati e dal papa: ma colla protezione imperiale, alcuni suoi seguaci erano penetrati in Firenze, e vi teneano segrete adunanze notturne: onde si fece uno statuto contro quella «pessima generazione che volea condire la falsa dottrina col mele di nomi in apparenza favorevoli e religiosi, per ingannare meglio i semplici»[132].
Il famoso pittore Giotto scrisse contro di loro una canzone, che comincia,
Molti son già che lodan povertade;
Guido Cavalcanti, filosofo e poeta, amico di Dante, ne toccò in una canzone, dicendo:
O povertà, come tu sei un manto D'ira, d'invidia e di cosa diversa!
e Antonio Pucci, in due sonetti ne punse l'ipocrisia:
Vera cosa è che non toccan denari, E 'nsaccherebber con le cinque dita. Non mangian carne Sopra il taglier, perchè non sia veduta, Se fosse in torta o in tondo battuta, Sicuramente allor posson mangiarne;
e il beato Giovanni da Catignano scriveva a Guido di Neri fiorentino: «Altro non dico ora se non che ti guardi da questi membri d'anticristo, cioè questi Fraticelli eretici, i quali già molta gente hanno ingannata e ingannano tuttodì».
A papa Celestino V, che inclinava al viver cenobitico, mandarono Liberato e Pietro da Macerata, chiedendogli licenza di vivere con tutto il rigore e dove volessero senza contraddizione, ed esso gli autorizzò a costituirsi in nuova congregazione, detta degli Eremiti Celestini. Poi riconosciuti per esagerati, presero abito e capi particolari, quali Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone, cui s'unì il rifiuto di tutti i conventi: e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti del Vecchiano e di Calci, seguivano vita rigorosissima, alla Chiesa visibile, ricca, carnale, peccaminosa, contrapponendone una frugale, povera, virtuosa; e dicendo che neppure il papa potrebbe concedere ai Francescani di possedere granajo e cantina[133]. Seguirono quelle dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado da Spoleto.
Tali quistioni insinuarono ne' Minoriti uno spirito di sottigliezza, contrario all'intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che facilmente si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre accesa sull'immacolata concezione di Maria, un'altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella passione, restasse non per tanto ipostaticamente unito al Verbo.
Il papa aveva concesso ai Francescani conventuali di possedere; ed ecco i Fraticelli negano ch'esso abbia diritto di interpretare la regola di san Francesco, e che il vero sacerdozio essi soli possedevano; ad essi l'autorità di sciogliere e legare, e d'impor le mani per infondere lo Spirito Santo; Dio solo doversi venerare; la preghiera esser più efficace quando facciasi in assoluta nudità; condannavano il lavorar per vivere, prendendo per fondamento la _libertà dello spirito_, diceano, unito questo a Dio, non si può più peccare, come neppur crescere nelle virtù: le quali massime conduceano al quietismo.
Tutti costoro e le Beghine, e i Beguardi o Bizzoccheri, e gli Zelanti, e i Fanciulli del vangelo van compresi nella sètta dei Fraticelli della povera vita, Frati spirituali, che ebbe per canone il Vangelo Eterno, e considerava per suo istitutore l'abate di Flora Gioachimo. Si elessero anche un papa, e non v'è scelleraggine che a costoro non trovisi imputata. In fatto intaccavano i cardini della fede e della giustizia, e sono una forma antica del comunismo, e il resistere e la superbia che facilmente nasce dall'austerità eccessiva, li portarono a farsi accanniti detrattori della Santa Sede. Sta nella Biblioteca Palatina di Firenze un manoscritto senza titolo, opera d'un seguace de' Fraticelli, certo posteriore a Giovanni XXII, dov'è esposta la costoro dottrina. «Quella di che nell'articolo della fede si dice: _Io credo nella santa Chiesa Cattolica_, nota bene che dice _santa_, a differenza di quella che non vive santamente, anzi viziosamente. _Cattolica_ dice, a differenza di quella che erra nella fede e buoni costumi. _Una_ dice, a differenza della Chiesa de' malignanti ed eretici..... La fede innanzi a tutte le altre cose si debbe cercare. Nella quale Chiesa, o Cristo ci è abitatore o no. Se Cristo ci abita, quella debb'essere eletta per abitazione: se non ci abita, o che il popolo fosse perfido ed iniquo, ovvero che lo comandatore, cioè il prelato, fosse eretico, o che deformasse o guastasse l'abitazione della Chiesa di Cristo, allora debb'essere schifata, e come partecipazione di eretici, come sinagoga di satanasso si debbe fuggire». E dopo rimproverato Giovanni XXII «falso papa che aprì il pozzo dell'abisso di molte eresie», conchiude di «cercare ed entrar nell'arca di Noè, cioè seguitare e cercare quelli pochi di san Francesco, e la sua dottrina evangelica, a ciò che possiate campare da siffatto diluvio di questi falsi religiosi, perseguitatori e distruttori della vita evangelica». Potrebbe farsi un bel libro notando gli errori sociali che, in ogni tempo e paese, si mescolarono agli errori religiosi: il che darebbe il motivo di molte persecuzioni, che realmente colpivano l'errore sociale, più che il dogmatico.
Papa Giovanni XXII condannò i Fraticelli, riflettendo che «Così va la cosa, che primamente gonfiasi l'infelice animo per superbia; quindi, nella disputa, dalla disputa nello scisma, dallo scisma nell'eresia, dall'eresia nella bestemmia con infelice progresso, anzi precipizio si cada». Per tal ragione egli attirossi le diatribe di molti scrittori, che vollero sin farlo passare per eretico; e saviamente egli rifletteva che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore l'obbedienza[134]». Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e perchè poco poi furono anche aboliti i Templari, giudicò taluno che ai papi dessero ombra gli Ordini monastici che aspiravano a dominazione spirituale o temporale. È però forza dire che Bonifazio favoriva i Francescani; li sottrasse alla giurisdizione dei vescovi, per sottoporli ai loro priori, i quali poteano giudicarne senza stare alle prescrizioni del diritto, ma secondo le costituzioni dell'Ordine: e confermò la Bolla _Mare Magnum_, in cui eransi compendiati tutti i loro privilegi, e diede ad essi autorità di predicare dapertutto, anche senza permissione del vescovo. Ciò poco piaceva a vescovi e parroci.
Quanto ai Fraticelli, proferitili eretici nella famosa bolla _Nuper ad audientiam_, dichiarando che il papa ha autorità di sciogliere e legare, li fece processare e perseguitare da frà Matteo di Chieti, principalmente negli Abruzzi e nella Marca d'Ancona. Da ciò l'odio mortale ch'essi posero a quel papa, e se alcuni limitaronsi a dirne tutto quel male che poi la storia pedestre adottò e che fu immortalato da Dante, altri passarono fino ad eleggere un altro papa: e cinque Fraticelli sacerdoti e tredici Beghine elessero un Dedodicis, frate provenzale, aizzando il popolo contro Bonifazio come eletto illegalmente, attesochè l'abdicazione di papa Celestino non valeva. Essi ricovrarono in un'isola dell'Arcipelago e in Grecia e in Sicilia, cantando un inno che cominciava: _Godi o Chiesa meretrice_, aggregando a sè chiunque tra i Francescani voleva mettersi a regola più austera; cari al vulgo per l'aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale, sotto cui si tenne un capitolo generale a Genova nel 1310.
Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e fissando un quadro ov'erano rappresentati gli apostoli avvolti in mantelli, cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel vestimento, e fin nel circoncidersi; faceasi fasciare come un bambino, e adagiare in un presepio al modo di Cristo; dichiarava tutto dover essere comune, anche le mogli; l'uomo non poter possedere nulla in proprio, non far da magistrato; e che le anime salvate non godono la beatifica visione di Dio prima del giudizio universale. Formò seguaci che si dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando, da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe cogliere (1280) e tener in prigione cortese nel vescovado, dove impazzito o fintosi, divenne ludibrio del servidorame, poi sbandito, e al fine richiamato e processato da frà Manfredi, fu arso il 18 luglio 1300.
Ermanno Pungilupo ferrarese, condannato più volte dagli inquisitori, si ritrattò, e fu sepolto ecclesiasticamente, ma dopo trentun anno levato di terra sacra, e dispersene le ossa, per ordine di Bonifazio VIII.
Frà Jacobone, de' Benedettini di Todi, valente nel diritto e nella poesia, godea della fama e de' piaceri del mondo, quando in una festa cadendo un palco, vi restò morta la dilettissima e bellissima moglie di lui: e sul corpo le si trovò un aspro cilicio, ch'ella sotto alle pompose vesti celava per ripararsi dai pericoli, cui la volontà del mondano marito l'esponeva. Colpito da quella morte e da quella penitenza, diedesi tutto a Dio, rinunziando ad ogni avere ed anche alla gloria col fingersi imbecille e attirarsi gli scherni plebei, comparendo seminudo, carpone, or colla cavezza a guisa di giumento, ora unto di mele e voltolato tra piume a guisa d'uccello. Metteasi come servigiale sulle piazze, ed uno avendogli dato de' polli da recar a _casa sua_, e' va, e li getta nel sepolcro di lui, come vera casa. Una volta compra interiora di capretto per farsene cibo, poi pentitosene, le appicca all'uscio della sua cella, e ne fiuta il fetore, e quando gli altri frati lo scoprono al puzzo, confessa la sua ghiottornia perchè lo riprovino[135].
Passava dunque per pazzo; ma per esser accolto nei Francescani dimostrò non esserlo con un bel trattato sul disprezzo del mondo; e scrisse prose e versi di stile squisitamente plebeo, che sono de' primi dell'italiana favella, sebbene lo zelo e il mistico vedere lo facessero talvolta oscuro, talvolta irriverente. Tra le rozzezze sue è a cernire molto oro, se qui ne fosse il luogo.
Chi Gesù vuol amare Con noi venga a far festa, Ed in quella foresta Sì gli potrà parlare.
Chi vuol esser salvato Da Gesù Salvadore, Pianga con gran dolore Ogni colpa e peccato,
Pianga con gran dolore Ogni suo fallimento, Il qual egli ha commesso: E con contrito core
Chiegga perdonamento, Pentuto e ben confesso. E con lacrime spesso Dica: Signore mio, Mercè t'addimand'io Ch'io t'ho molto fallato.
Deh peccator, moveratti tu mai A seguir me che ti ricomperai?
Io ti ricomperai del sangue mio In sulla croce con crudel tormento....
A lui è dovuto lo _Stabat Mater_, prosa senza pari per profondità di dolore, e che cantata popolarmente da tutte le plebi nostre per ormai cinque secoli, fu vestita di numeri musicali dai maggiori maestri moderni, Palestrina, Hayden, Gluck, Händel; Pergolesi lo puntò nell'ultima sua malattia, Rossini dopo i più magnifici trionfi[136].
Mal rassegnandosi alla sentenza di Bonifazio VIII, ne parlò con ira: compassionò i Colonnesi come perseguitati, e compose un cantico che comincia: _Piange la Chiesa, piange e dolora_, e un altro: _O papa Bonifazio, quant'hai giocato al mondo_.
Allora dunque ch'ebbe presa Palestrina, Bonifazio lo fece metter in ferri a pane e acqua (1278), in fetido carcere, dove fe un cantico: _O giubilo del core che fai cantar d'amore_; e dicono che, avendogli esso papa domandato, «Quando uscirai di prigione?» rispondesse: «Quando c'entrerai tu». Liberatone infatti alla cattura di Bonifazio, visse sino al 1306. Venuto in fin di morte, i suoi fratelli, l'esortavano a ricevere i sacramenti, ed egli ripeteva non essere giunta l'ora: e poichè insistevano che non morisse come un Giudeo, egli raccoltosi, disse:
Io credo in Dio padre onnipotente, E tre persone in un essere solo, E che fe l'universo dal nïente, E credo in Gesù Cristo suo figliuolo E nato di Maria e crocifisso. Morto e sepolto con tormento e duolo.
I frati gli soggiunsero non bastava il credere; doversi anche ricevere i sacramenti: ed egli replicava voler aspettare frà Giovanni d'Alvernia. Or questi era ben lontano da Collazzone, e nulla sapeva: ond'essi viepiù stimolavano frà Jacopone. Il quale allora disse un cantico, di cui produciamo qualche cosa:
Anima benedetta Dall'alto Creatore, Risguarda il tuo Signore Che confitto ti aspetta. Risguarda i piè forati Confitti d'un chiavello, Sì forte tormentati Di così gran flagello! Pensa ch'egli era bello Sovr'ogni creatura, E la sua carne pura Era più che perfetta. Vedil tutto piagoso Per te in sul duro legno Pagando il tuo peccato! Morì il Signor benigno Per menarti al suo regno Volse esser crocifisso Anima, guardal fisso Ed in lui ti diletta.
Allora pure compose un delizioso cantico alla Vergine:
Maria Vergine bella Scala che ascendi e guidi all'alto cielo, Da me leva quel velo Che fa sì cieca l'alma tapinella. Vergine sacra, del tuo Padre sposa, Di Dio sei madre e figlia. O casa piccolina, in cui si posa Colui che il Ciel non piglia, Or m'ajuta e consiglia Contro i mondani ascosi e molti lacci. Pregoti che ti spacci Nanzi ch'io muoja, o verginetta bella. Donami fede, speme e caritate, Notizia di me stesso. Fammi ch'io pianga ed abbia in Dio pietate Del peccato commesso. Stammi ognora da presso Ch'io più non caschi nel profondo e basso. Poi nell'estremo passo Guidami sue a la superna cella.
Si perdoni se ci badiamo tra fiori poetici: non sarà l'ultima volta. Chè dove si vuol rinnegare una porzione dell'ente umano per ridurlo alla pura ragione, noi faremo rivalere i titoli del sentimento, e appelleremo al bello, non contro il vero, ma in sussidio al vero.
L'Ordine dei Minori veniva osteggiato principalmente (fenomeno ordinario) da altri Ordini e dal restante clero, e se vediamo le accuse lanciate contro l'uno o l'altro, ci pajono tornati allora que' tempi di universale delazione, che si videro al decader dell'impero romano, e che ripete il giornalismo odierno. Veramente san Francesco avea distolto i suoi frati dall'imparare: _non curent, nescientes literas, literas discere_; ma essi ben presto attesero agli studj, stabilirono scuole, gareggiarono in sapienza teologica co' Domenicani, ed ebbero cattedre nell'Università di Parigi. Se n'adombrarono i vecchi maestri, come suole, e per parte de' professori di quell'Università nacque un fiero litigio, al quale presero parte san Luigi, e i papi Innocenzo IV e Alessandro IV; e non passò senza tumulti di piazza e sangue. I Francescani proclamarono la libertà dell'insegnamento e ne conservarono il diritto, ma ne rimasero odiati dai vinti, che trovarono a sfogarsene quando apparve l'_Evangelium æternum_.
Quest'opera che, levò tanto rumore, non l'abbiamo noi, e poco si può far conto dell'estratto che ne dà il cronico di Ermanno Cornero, domenicano e perciò nemico[137]. Vollero attribuirlo all'abate Gioachimo, perchè, come divisammo di lui, vi si asseriva la perfettibilità successiva anche delle dottrine rivelate, e l'_Evangelio Eterno_ essere superiore al vecchio e al nuovo Testamento: questo finirebbe nel 1260, per surrogarvisi l'altro tutto spirito: al pontefice non è affidata la cognizione spirituale della Santa Scrittura, ma solo la letterale. Iddio colmerà di benefizj anche gli Ebrei perseveranti nell'errore: è scusabile lo scisma de' Greci, i quali camminano secondo lo spirito più che i Latini, e come il Figlio opera la salute di questi, così di quelli il Padre. Cristo e gli apostoli non raggiunsero la perfezione della vita contemplativa. La vita attiva giovò sino al tempo di Gioachimo, ma di poi fu resa inutile, fruttuosa restando solo la contemplativa. I predicatori del nuovo stato, perseguitati dal clero, passeranno agli infedeli, ed è a temere non eccitino questi a guerra contro la Chiesa romana. Gli Ordini mendicanti sono predestinati alla religiosa trasformazione del mondo, surrogandosi al clero secolare, e riformando la vita de' Cristiani.
Questa aspirazione alla supremazia, per mezzo degli argomenti che soli allora aveano valore, i teologici, adombrò i dottori dell'Università parigina: e Guglielmo di Santamore, già nemicissimo dei Mendicanti, scrisse _De periculis novissimorum temporum_, denigrando quegli Ordini, fino a negare che in essi potesse giungersi a salvazione.
Eccessi provocati da eccessi: sempre così; e l'Evangelio Eterno fu denunziato al pontefice come riboccante d'empietà e bestemmie.
Giovan da Parma, generale de' Minori, e che da molti ne fu creduto autore, e che mostrò sempre gran venerazione per l'abate Gioachimo, locchè tolse venisse beatificato, si portò a Parigi a difendere davanti all'Università i suoi frati; e facendo atto di sommessione, conchiudeva: «Voi siete signori e maestri nostri: noi vostri servi, figliuoli e scolari: e se qualche scienza abbiamo, la vogliamo riconoscere da voi. Io espongo me stesso, e i fratelli che dipendono da me, alla disciplina e correzione vostra; siamo nelle vostre mani; fate di noi quello che vi parrà meglio».
Alessandro IV condannò entrambi i libri; e Guglielmo di Santamore, _quod in electis maculam imponere voluit_, fu sbandito in perpetuo da Parigi.
Nessuno accerta l'autore dell'_Evangelium Æternum_, neppur il breve di censura; ma frà Salimbene di Parma l'attribuisce a frà Gherardino da Borgo San Donnino, minorita, lettore di teologia a Parigi, e appassionato dietro alle dottrine dell'abate Gioachimo calabrese; e dice ch'egli il conobbe pieno di capacità e di virtù, finchè con quegli errori non elise tutti i suoi meriti. Impedito di più insegnare nè predicare, fu posto dai Minoriti in carcere, sostentato dal pane della tribolazione e dall'acqua dell'angustia; ma per quanto ammonito da san Bonaventura, non volle recedere dall'errore, e morto in carcere, fu sepolto in un canto dell'orto[138].
Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, avea radunati molti Fraticelli. Frà Dolcino e Margherita da Trento sua donna predicavano attorno a Novara, inveendo contro ogni autorità ecclesiastica, togliendo ogni restrizione fra i sessi, e permettendo lo spergiuro in materie d'inquisizione, e il furto ogniqualvolta fosse negata la limosina; traevansi dietro migliaja di proseliti, sinchè per ordine di Clemente V, furono cerchiati e presi, ed egli fatto a pezzi, ella bruciata con sessanta discepoli[139].
Clemente V esortava Rainero vescovo di Cremona ad estirpare questo mal seme, e li fulminò nel concilio di Vienna. Ne seguirono persino sommosse a Narbona, in Sicilia, in Toscana; pure i Fraticelli durarono contumaci appellando al futuro concilio, onde ebbero definitiva condanna.
Lo statuto di Firenze, libro III, rubrica XXXXI, è contro i Fraticelli. Dei quali gran numero restava a Siena ai tempi di santa Caterina, che li vide sconfitti dai Domenicani, e dove moltissimi fecero abjura la pentecoste 26 maggio 1315[140]. Nell'archivio di Stato a Firenze, tra le pergamene di Santa Croce vedemmo un'epistola del 5 febbrajo 1322, diretta dal vicario generale di Lucca al pontefice, per assicurarlo che colà il terz'ordine visse sempre secondo la fede cattolica, lontano affatto dall'eretica pravità dei Beghini di Narbona.
Conosciamo maestro Francesco da Pistoja, arso a Venezia il 1337 come uno de' Fraticelli più insolenti: frà Lorenzo Gherardi, Bartolomeo Greco, Bartolomeo da Buggiano, Antonio d'Acquacanina ed altri mandati al supplizio. Frà Michele della Marca, che predicava a Firenze la quaresima del 1389 accusato e processato, fu ucciso, e n'abbiamo una vita scritta da un suo compagno, tutta ira contro i persecutori e ammirazione al _santo_[141]. «Mentre che stette in prigione, tutto il suo studio era o in confortare il compagno, o in leggere in un breviario d'un prete, ch'era in quella prigione, o in istarsi in orazione. E diceva: «Io ho udito dire a li poveri, che molto è grande rischio d'apostasia, quand'altri è in prigione, il troppo dormire, o vero dilettarsi in pigliare del cibo corporale, o veramente l'oziositade». E così non si curava di niuna sua fatica corporale, pensando pure ne l'onore di Dio spendere il suo tempo».