Part 4
DON FLAMINIO. Sto per accommodarmi la cappa sotto e sedermi in terra per ascoltare con maggior agio.
LECCARDO. Tacete mentre parlo.
DON FLAMINIO. Comincia presto, che fai? Sto attaccato alla corda, non sentii mai in mia vita la maggior pena.
LECCARDO. Voi state malcontento, e se non vi vedo allegro non posso parlare.
DON FLAMINIO. Che cagion ho io di star allegro?
LECCARDO. Dunque taccio poiché non ascoltate con allegrezza.
DON FLAMINIO. Se non con allegrezza, almeno con pacienza: di' su.
LECCARDO.... Io mi accorgo che bugliva una gran caldaia d'acqua per ispiumar i pollami e spelar gli animali; fingendo stuzzicar il fuoco, vi butto dentro le testoline....
DON FLAMINIO. Or lasciamo dentro la caldaia il ragionamento di ciò. Cotte che fûro te le mangiasti, buon pro ti faccia: finimola presto.
LECCARDO.... Venne un altro cuoco e s'accorge ch'avea buttato le testoline dentro la caldaia....
DON FLAMINIO. Oimè, ci è gionta un'altra persona: e se il parlar di uno era cosí lungo, or che vi è gionta un'altra persona, sará altro tanto.
LECCARDO.... Oh oh, che m'era smenticato il meglio! Prima che venisse quel cuoco....
DON FLAMINIO. Quando pensava che fusse alla metá dell'istoria, ci avevi lasciato il principio; e or al principio bisogna dar un altro principio.
LECCARDO. Se non volete ascoltar, io taccio.
DON FLAMINIO. Eh, parla col diavolo!
LECCARDO. Non parlo col diavolo io.
DON FLAMINIO. E tu parla con Dio.
LECCARDO. Or questo sí, _in nomine Domini_.
DON FLAMINIO. _Amen_.
LECCARDO. Voi dite «_amen_» come fosse al fine e non sète ancora al principio.
DON FLAMINIO. Spediscimi, per amor di Dio!
LECCARDO. Sei bello e spedito. Carizia è maritata con un parente del viceré della provincia.
DON FLAMINIO. Se tu dici da senno, m'uccidi; se da burla, dove ci va la vita mi ferisci troppo acerbamente. Sai tu il nome del marito?
LECCARDO. Sí bene; ma non me ne ricordo, perché era troppo intricato.
DON FLAMINIO. Ricordati bene.
LECCARDO. Spedazio..., Pignatazio.... Il nome s'assomigliava al spede o pignato, e però me ne ricordo.
DON FLAMINIO. Fosse don Ignazio?
LECCARDO. Sí sí, don Ignazio,... Spedazio.
DON FLAMINIO. M'hai ucciso, m'hai morto: le tue parole mi sono spiedi e spade che m'hanno mortalmente trafitto il cuore. Or sí che m'hai portato la morte nella lingua.
LECCARDO. Dubito averla portata a me stesso, ché per la mala novella non serò piú medicato come oggi.
DON FLAMINIO. Da questo principio posso indovinar la mia sciagura: piú dolente uomo di me non vive sopra la terra!
LECCARDO. Al fin, il mal bisogna sapersi ché si possa rimediar a tempo. E dicevano che le nozze si facevano domani all'alba.
DON FLAMINIO. Tanto men spazio di tempo è dato alla mia vita. Una tempesta di pungenti pensieri m'ha ferito il core, una nuvola di malinconia m'ha circondato l'anima, giá la gelosia ha preso possesso del mio core: non posso fingermi piú ragioni contro me stesso per trasviarla. Ahi! che da quel giorno maledetto che la viddi, ho portato sempre questo sospetto attraversato nell'alma: e come il condennato a morte ogni romor che sente, ogni uscio che s'apre, gli par il boia che venghi e gli adatti il capestro al collo; cosí ogni parola, ogni motivo di mio fratello mi parea che mi la togliesse! Ahi, che mai l'ho desiata come adesso! ché «mai si conosce il bene se non quando si perde». Io non basto né posso vivere: se non m'ucciderá il dolore, m'ucciderò con le mie mani.
PANIMBOLO. Padrone, voi sète bene avezzo a' casi dell'una e l'altra fortuna. Reggetevi con maturo consiglio: bisogna dar fine all'ostinazione; e nelle cose impossibili far buon cuore e abbandonar l'impresa, e prender una risoluzione tanto onorata quanto necessaria.
DON FLAMINIO. Panimbolo, se sei cosí di vile animo, non avilir e spaventar l'animo mio: se pensi rimovermi da sí bella impresa, ammazzami prima. Io non vo' andar incontro alla fortuna, né restar cosí vinto alla prima battaglia né lasciar cosa intentata fin alla morte.
PANIMBOLO. Orsú, facciasi tutto il possibile, ch'avendo a morire, quando s'è fatto quanto umanamente può farsi, si muor piú contento. Andiamo in Palazzo, informiamoci del fatto. Leccardo, trattienti da qua intorno, ch'avendo bisogno di te non abbiamo a cercarti. Va' e vieni.
LECCARDO. Andrò e verrò.
ATTO III.
SCENA I.
DON FLAMINIO, PANIMBOLO.
DON FLAMINIO. Battuto da cosí crudel tempesta di contraria fortuna, la qual mi spinge addosso onde sopra onde, l'anima mia stordita dalla paura ondeggia in una gran tempesta e sta turbata di sorte che non credo viva al mondo oggi uomo che sia aggirato da vari pensieri come io. Temo di molte cose e fra tanto timore non so in che risolvermi. Una sola forza nascosa mi toglie ogni espedito consiglio: temo il genio del mio fratello che sempre suol dominarmi. E se bene son abbandonato dalla fortuna, non abbandonarmi ancor tu: fa' che se non posso vincere, almen non resti vinto da lui. Tu sei il mio timone e la mia stella; gli occhi miei non mirano se non in te solo; non patir che facci naufragio.
PANIMBOLO. Questa tempesta che minaccia naufragio, questa istessa vi condurrá in porto.
DON FLAMINIO. Non posso soffrir che mio fratello abbi saputo far meglio di me.
PANIMBOLO. S'egli ha saputo fare, voi saperete disfare.
DON FLAMINIO. Io molte volte dalli tuoi astuti inganni d'invecchiata prudenzia ho conseguito molti disegni, de' quali t'ho grande obligo.
PANIMBOLO. Io non ho mai fatto cosa in vostro servigio che non avesse avuto desio di farne altro tanto.
DON FLAMINIO. Io ho voluto rammemorargli e ringraziarti, acciò conoschi con che memoria gli serbo e che voglia ho di remeritargli. Fa' conto che se per te schivo questa ruina che mi sta sopra, da te ricevo la sposa, la vita e l'onore insieme, ché perdendo lei perderò il tutto miseramente: renderai me stesso a me stesso e mi torrai dalle mani della morte. Se sei stato mio servidore, d'oggi innanzi sarai mio fratello; e dal guiderdone che riceverai da me, conoscerai che so conoscere e guiderdonare i servigi.
PANIMBOLO. Padron caro, allor sarò conosciuto e guiderdonato da voi quando conoscerete quanto i vostri servigi mi sieno a caro.
DON FLAMINIO. Il fatto è passato molto innanzi, le nozze son vicine, il tempo breve, i rimedi scarsi: temo dell'impossibile.
PANIMBOLO. Non può l'uomo oprar bene, il quale si avvilisce nell'impossibile. Quando non ci valerá ragione, bontá e giustizia, poneremo mano agl'inganni e furfanterie, ché queste vincono e superano tutte le cose; e poiché egli cerca con inganni tôrvi l'amata, sará bene che con i medesmi inganni gli respondiamo e facciamo cader l'inganno sopra l'ingannatore. E che val l'uomo che non sa far bene e male? ben a' buoni e mal a' cattivi? Or mentre ho lingua e ingegno state sicuro.
DON FLAMINIO. Comincio a respirare.
PANIMBOLO. Ma mentre parlo rivocate voi stesso in voi stesso.
DON FLAMINIO. O dolor o rabbia che tu sei, fa' tanta tregua con me fin che ordisca qualche garbuglio, e poi tormentami e uccidimi come a te piace.--Ma dimmi, hai pensato alcuna cosa?
PANIMBOLO. Cose belle a dire e grate all'orecchie ma non riuscibili; e nelle riuscibili non vorrei valermi di mezi cosí pericolosi.
DON FLAMINIO. Mai si vinse periglio senza periglio. Ma perché corremo per perduti e per me è morta ogni speranza e non spero se non nella disperazione, prima che muoia vo' tentar ogni cosa per difficile e perigliosa che sia, e morendo io vo' che tutto il mondo perisca meco. Ma tu imagina qualche cosa: fa' che veggia i fiori della mia felicitade.
PANIMBOLO. Farò come il fico che prima ti dará i frutti che ti mostri i fiori.
DON FLAMINIO. Presto: come la guadagnaremo?
PANIMBOLO. Ancora non avemo cominciato ad ordire, e volete la tela tessuta! né qui bisogna tanta fretta, ché la fretta è ruina de' negozi e le subbite resoluzioni son madri de' lunghi pentimenti. Sappiate che non è piú facil cosa che guastar un matrimonio prima che sia contratto: uno solo sospetto scompiglia il tutto. Diremo che molto tempo prima voi ci avete fatto l'amore e godutala.
DON FLAMINIO. La sua fama ci è contraria, perché è tenuta la piú onesta e onorata giovane che sia in Salerno.
PANIMBOLO. Un poco di vero mescolato con la bugia fa creder tutta la bugia. Aggiungeremo che la povertá sia stata cagione della sua disonestá.
DON FLAMINIO. Non lo crederá mio fratello ancorché lo vedesse con gli occhi suoi.
PANIMBOLO. E bisognando, faremo che lo veggia: come fargli veder di notte che alcuno entri in casa sua, mostrargli veste sue, gioie che portò quel giorno della festa o de' doni propri mandati; e per mezzo della notte agevolmente si può far veder una cosa per un'altra.
DON FLAMINIO. E ciò come farassi?
PANIMBOLO. Il parasito potrá aiutarvi, che è portinaio della casa, in farvi entrar e uscire e prestarvi alcune delle sue robbe.
DON FLAMINIO. Intendo ch'il padre, se ben per altro riguardevole, è molto iracondo e tenace del suo onore e buona riputazione: ci ponemo in pericolo d'un irreparabil danno e ne ponno accader molti disordini.
PANIMBOLO. A questi disordini rimediaremo con molti ordini. Come vostro fratello rifiuterá la sposa, vi appresentarete col prete e la sposarete.
DON FLAMINIO. Carizia che or ama don Ignazio, che l'ha legitimamente chiesta per isposa e complito con molti presenti, come s'accorgerá che per i nostri poco fedeli uffici riceverá questa macchia nel suo onore, non m'accetterá per isposo.
PANIMBOLO. Gli animi delle donne sono volubili: con nuovi benefici cancellaremo la vecchia ingiuria.
DON FLAMINIO. L'atto è pieno di speranza e di paura: non so a qual appigliarmi. Perché essendomi forzato mentre son vissuto di non macchiar la mia vita con alcuna poco men che onesta azione, or facendo un cosí gran tradimento, con che faccia comparirò piú mai fra cavalieri onorati? Mio fratello arderá di sdegno contro di me e ci uccideremo insieme.
PANIMBOLO. Noi lo battezaremo piú tosto un generoso inganno che vituperoso tradimento. Ad un amante è lecito usar ogni atto indegno di cavaliero contro qualsivoglia, purché rivale, per acquistarsi la donna amata: e negli amori non si ha rispetto né ad amicizia né a strettezza di sangue, e ogni inganno e tradimento per vincere è riputato ingegno e grande onore. Non si prendono molte cittá e castelli per tradimenti? e pur non «tradimenti» ma «stratagemmi militari» si chiamano. E quando si combatte per vincere, non si fa mostra per ferir nell'occhio e si percuote nel cuore? Voi per diverse vie aspirate alle nozze di Carizia: ella è posta nel mezo a chi per valore o per ingegno la sa guadagnare. Or ditemi, non ha egli usato a voi tradimento? mentre occultamente trattava averla per isposa, vi facea trattar matrimonio con la figlia del conte. Egli cerca ingannar voi: será ben che inganniate lui. Poi fatto il sponsalizio, accioché si vergogni, gli improverarete che, non trattando con voi alla libera, l'avete fatto conoscere che, facendo professione di strasavio e d'esser vostro maestro, non è buono ad imparar da voi; e poi fatto l'errore, si trapongono gli uomini da bene e frati e preti, anzi il vostro zio, a por accordi fra voi. E al fin bisogna che si cheti: ché se ben v'uccidesse, non per questo otterrebbe il suo intento.
DON FLAMINIO. E non riuscendo quest'apparenza di notte, non so come andarebbe la cosa.
PANIMBOLO. Perché addur tante téme o perigli contro voi stesso? chi molto considera non vuol fare: lontani da' pericoli, lontani dalle lodi della sperata vittoria: né valoroso né degno uomo può esser quello che schiva i pericoli, che aprono la via all'onore: temendo i pericoli, si guastano i desegni.
DON FLAMINIO. Chi non teme con ragione, incorre spesso in disordine; e la téma fa riuscire i consigli vani.
PANIMBOLO. Quei, che col nome di «prudenza» cuoprono il natural timore, non fanno mai cosa buona. Quando mai facessimo altro, poneremo il tutto in disordine e confusione; e chi scampa un punto ne scampa cento.
DON FLAMINIO. Se ben è ardito ma pericoloso il consiglio e da spaventare ogni gran cuore, essendo disposto o di posseder Carizia o di morire, esseguiamolo: né vo' per una ignobil paura mancar a me stesso.
PANIMBOLO. Sète risoluto?
DON FLAMINIO. Risolutissimo. Oh come con gli occhi del pensiero la veggio riuscir bella e netta! e mentre sto in questo pensiero, sento un secreto spirito nel cuore che mi conforta e spinge ad esseguirlo. Resta solo si parli al parasito se vuol aiutarci.
PANIMBOLO. Bisogna far presto, ché don Ignazio è d'ingegno destro e vigilante: se non si previene con prestezza, si torrá Carizia. «Chi non fa conto del tempo perde le fatiche e le speranze dell'effetto».
DON FLAMINIO. Or mi par ogni indugio una gran lunghezza di tempo: s'avesse le podagre, saria venuto.
PANIMBOLO. Se menasse cosí i piedi nel caminare come le mani ne' piatti o le mascelle quando mangia, che l'alza in su e giú come un ballone, sarebbe venuto prima.
DON FLAMINIO. Eccolo, ma con una ciera annunziatrice di cattive novelle.
SCENA II.
LECCARDO, DON FLAMINIO, PANIMBOLO.
LECCARDO. (O Dio, che disgusto darò a don Flaminio recandoli cosí cattive novelle!).
DON FLAMINIO. Leccardo, benvenuto!
LECCARDO. Non son Leccardo né mai fui Leccardo, ché non mai mi toccò leccar a mio modo.
DON FLAMINIO. Sempre sul mangiare!
LECCARDO. Sempre su gli amori!
DON FLAMINIO. Se ti scaldasse quel fuoco che scalda me, diresti altrimenti.
LECCARDO. Io credo che l'amor delle femine scaldi; ma l'amor del vino scalda piú forte assai.
DON FLAMINIO. Che novelle?
LECCARDO. Dispiacevolissime. Don Ignazio avendo trattato col padre, ave ottenuto Carizia. Ha mandato presenti sontuosissimi; or s'apparecchia un banchetto di rari che s'han fatti al mondo. Le principali gentildonne addobbano Carizia; e se negletta parea cosí bella, or che fiammeggia fra quelli ori e quelle gioie par di bellezza indicibile.
DON FLAMINIO. Non mi recar piú noia con le tue parole che mi reca la presente materia.
LECCARDO. Mi dispiace che per mia cagione non sia vostra sposa, ché la vostra tavola mi sarebbe stata sempre apparecchiata. Or temo il contrario: ché come vostro fratello saprá che son stato dalla vostra parte, mi ará adosso un odio mortale, e sarò in capo della lista di coloro che saranno sbanditi dalla sua casa.
DON FLAMINIO. Io non son cosí abbandonato dalla fortuna che, aiutandomi, Carizia non possa divenir mia moglie. E se darò ad intendere a don Ignazio che abbi goduto prima di Carizia, con manifesta speranza mi guadagnarò le sue nozze. Onde vorrei che la notte che viene mi aprissi la porta di sua casa e mi facessi entrare, e mi prestassi una di quelle vesti che portò il giorno della festa e alcuni doni mandati da lui.
LECCARDO. Cacasangue! questa è una solenne ribaldaria, e discoprendosi io sarei il primo a patire la penitenza, e non vorrei ch'avendomi io vivo mangiati molti uccelli cotti in mia vita, che or le cornacchie e corbi vivi se avessero a mangiare me morto sovra una forca.
DON FLAMINIO. Tu sai che mio zio è viceré di Salerno: scoprendosi il fatto, saprá che il tutto arai operato per mia cagione e non offenderá te per non offender me.
LECCARDO. No no, la forca è fatta per i disgraziati. La giusticia è come i ragnateli: le moschette piccole com'io ci incappano e ci restano morte, i signori come voi sono gli uccelli grandi che la stracciano e portano via.
DON FLAMINIO. Io sarei il piú ingrato uomo del mondo se, tu incappando per amor mio, non spendessi quant'ho per liberarti.
LECCARDO. De' poveretti prima si fa giustizia, poi si forma il processo e si dá la sentenza.
DON FLAMINIO. Non temer quello che non sará per avvenir mai.
LECCARDO. Anzi sempre vien quello che manco si teme.
DON FLAMINIO. Dái impedimento ad un gran disegno, ché non lo possiamo metter in atto e nel felice corso della vittoria si rompe: mi distruggi in erba e in spica le giá concette e mature speranze.
LECCARDO. Voi volete che i buoni bocconi, che ho mangiato in casa vostra, mi costino come il cascio a' topi quando incappano alla trappola.
DON FLAMINIO. Dunque non vòi aiutarmi?
LECCARDO. Credo io ben di no.
DON FLAMINIO. Dunque non vòi?
LECCARDO. Non voglio e non posso: pigliatevi quale volete di queste due.
DON FLAMINIO. Troppo disamorevole risposta.
LECCARDO. Troppo sfacciata proposta.
DON FLAMINIO. Leccardo, sai che vorrei?
LECCARDO. Che fussi appiccato!
DON FLAMINIO. Che quel c'hai a fare lo facessi tosto, ché il giorno va via e la sera se ne viene, e il beneficio consiste in questo momento di occasione. Usarò teco poche parole, ché la brevitá del tempo non me ne concede piú. Mi par soverchio ricordarti le cortesie che ti ho fatte; e il volerti far pregar con tanta instanza diminuisce l'obligo che mi tieni. Vorrei che mi facessi piacere pari alla cortesia, e questo servigio sarebbe il condimento di tutti gli altri.
LECCARDO. L'impresa che mi proponi è di farmi essere appiccato.
DON FLAMINIO. Fai gran danno non aiutandomi.
LECCARDO. Maggior danno fo a me aiutandovi.
DON FLAMINIO. Leccardo, to', prendi questi danari.
LECCARDO. Ho steso la mano.
DON FLAMINIO. Togli questo argento.
LECCARDO. L'argento mi comanda.
DON FLAMINIO. Togli quest'oro.
LECCARDO. L'oro mi sforza. Oh come son belli e lampanti! par che buttino fuoco: fanno bel suono e bel vedere.
DON FLAMINIO. Sai che ho degli altri, che posso sodisfare alla tua ingordigia; e tu potrai taglieggiarmi a tuo modo.
LECCARDO. Vorrei tornarteli, ma non posso distaccarmegli dalle mani.
DON FLAMINIO. Non sai quella pergola di presciutti, quei salsiccioni alla lombarda, quei formaggi e provature; non sai le compagnie di polli, gli esserciti di galline, quei squadroni di galli d'India, le cantine piene d'eccellentissimi vini che ho in casa? Ti chiuderò ivi dentro e non ti farò uscir se non arai divorato e digesto il tutto; sederai sempre a tavola mia con maestá cesarea e ti saranno posti innanzi piatti di maccheroni di polpe di capponi, d'un pasto l'uno, sempre bocconi da svogliati.
LECCARDO. Panimbolo, che mi consigliaresti per non esser appiccato?
PANIMBOLO. Farti tagliar il collo prima.
LECCARDO. Il malan che Dio ti dia!
PANIMBOLO. A te ho detto quanto bisogna far per non esser appiccato.
LECCARDO. A tutti doi voi io lo posso insegnare.
DON FLAMINIO. Che dici eh, Leccardo mio?
LECCARDO. Che volete che dica? tanti presenti, tante carezze, tante promesse farebbono pormi ad altro pericolo di questo; ma lassami retirar in consiglio secreto.--Leccardo, consiglia un poco te stesso: sei in un gran passo. Dall'una parte sta la fame e dall'altra la forca; e l'una e l'altra mi spaventano e mi minacciano. La fame uccide subbito, la forca ci vuol tempo a venire: la forca è una mala cosa, mi strangolará che non mangiarò piú mai; alla fame darò un perpetuo bando e mi prometto dovizia di tutte le cose. Ahi, infingardo e senza core! i soldati per tre ducati il mese vanno a rischio di spade, di picche, di archibuggi e di artegliarie; ed io per sí gran prezzo non posso contrastar con la forca? Meglio è morir una volta che sempre mal vivere. Ho passati tanti pericoli, cosí passerò quest'altro. Cancaro! si mangiano molte nespole mature, poi un'acerba t'ingozza: «è di errore antico penitenza nuova».
DON FLAMINIO. Risoluzione? ché l'indugio è pericoloso e il pericolo sovrasta.
LECCARDO. Son risoluto servirvi piú volentieri che non sapresti commandarmi, e avvengane quello che si voglia: sète mio benefattore.
DON FLAMINIO. Avèrti che avendomi a fidar di te tu sia di fede intiera.
LECCARDO. Interissima: non mai l'ho rotta perché non mai l'adoprai.
DON FLAMINIO. In che cosa mi serverai e in che modo?
LECCARDO. Del modo non posso deliberare se non parlo prima con Chiaretta, ch'ella tien le chiavi delle sue casse. È gran tempo ch'ella cerca far l'amor con me.
DON FLAMINIO. Bisogna far l'amor con lei e dargli sodisfazione.
LECCARDO. Piú tosto m'appiccherei. Mai feci l'amor se non con porchette e vitelle; ed è il peggio, ch'è una simia e pretende esser bellissima.
DON FLAMINIO. Bisogna tôr la medicina per una volta.
LECCARDO. Quando la menerò a casa, fingerò por la mano alla chiave per aprir la porta. Basta: l'ingannerò di modo che mi aiuterá.
DON FLAMINIO. Lodo il consiglio: mandalo in essecuzione.
LECCARDO. Fra poco saperete la risposta.
DON FLAMINIO. Non vo' risposta ché non ci è tempo: gli effetti rispondino per te.
LECCARDO. La notte viene: non mi trattenete, ché è vostro danno; io vo con buona fortuna.
DON FLAMINIO. A rivederci.
LECCARDO. A riparlarci.
SCENA III.
MARTEBELLONIO, LECCARDO.
MARTEBELLONIO. Non ho lasciato fornai, salcicciai, macellari, osterie e piscatori che non abbia cerco per trovar Leccardo, e non ho avuto ventura di ritrovarlo!...
LECCARDO. (Ecco il ballon da vento! oh come gionge a tempo! Muterò parere e farò disegni piú a proposito, ché, per esser ignorantissimo, gli potrò dar ad intendere ciò che voglio).
MARTEBELLONIO.... Certo sará imbriacato, e ficcatosi in qualche stalla si sará disfidato con la paglia a chi piú dorme. M'è salito capriccio in testa di Calidora e vorrei sborrar fantasia.
LECCARDO. (Oh come servirò ben l'amico!). Ben venghi il bellissimo e innamoratissimo capitano!
MARTEBELLONIO. O Leccardo, ti son ito cercando tutt'oggi.
LECCARDO. Se foste venuto dov'era, m'areste ritrovato al sicuro.
MARTEBELLONIO. Perché m'hai detto «bellissimo»?
LECCARDO. Perché fate morir le principalissime gentildonne della cittá, e fra tutte Callidora, la mia padrona, che quando le muovo ragionamenti di voi fa atti da spiritata.
MARTEBELLONIO. Vorrei che la finissimo una volta, ché io non facessi penar lei né ella me; vorrei che le facessi un'ambasciata da mia parte.
LECCARDO. Farò quanto m'imponete.
MARTEBELLONIO. Dille che non è picciol favore che un mio pari s'inchini ad amar lei, ché son amato dalle piú grandi donne del mondo.
LECCARDO. Andrò a dirglielo.
MARTEBELLONIO. Ma non con certe parole umili che cagionino disprezzo, ma con un certo modo altiero che cagioni verso me onore e riverenza.
LECCARDO. Le dirò che se non vi ama, con un soffio la farete volar per aria o, con un fúlgore degli occhi vostri mirandola, l'abrusciarete.
MARTEBELLONIO. Dille ciò che tu vuoi, ché le cortesi parole d'un mio pari minacciano tacitamente.
LECCARDO. Ella spasima per voi.
MARTEBELLONIO. Poiché è cosí, dimmi: quando? come? Non m'intendi?
LECCARDO. V'intendo bene; ma non so che dite.
MARTEBELLONIO. Mi porrai con lei da solo a solo?
LECCARDO. Questa notte.
MARTEBELLONIO. Or sí che puoi comandarmi: sono assai amico delle preste risoluzioni, e per tal cagione nelle guerre ho conseguito grandissime vittorie. Ma venghiamo all'ora piú commoda a lei.
LECCARDO. Quando dorme la vicinanza, alle due ore, la farò venir in questa casa terrena e vi sollazzarete con lei tutta la notte. Ma che segni mi darete quando venite di notte ché vi conosca?
MARTEBELLONIO. Quando sentirai tremar la casa e la terra come se fusse un terremoto, son io che camino.
LECCARDO. Andrò ad ordinar con lei l'ora che possa venir senza saputa di suo padre. Venite sicuramente.
MARTEBELLONIO. Andrò a cenare e sarò qui ad un tratto.
LECCARDO. Oh com'è stata la venuta di costui a proposito! dalla cattiva via m'ha posto nella buona. Quando la fortuna vuol aiutare trova certe vie che non le trovarebbono cento consigli. Da Chiaretta non era possibile averne alcun piacere senza venir a' ferri, dove pensandovi sudava sudor di morte; l'accoppiarò con costui di modo che l'uno non s'accorgerá dell'altro, e l'altro sará contento e ingannato. Veggio Chiaretta che toglie i ragnateli dalla porta dalla casa.
SCENA IV.
CHIARETTA fantesca, LECCARDO.
CHIARETTA. Ho tanta allegrezza che Carizia, la mia padrona, sia maritata che pare ch'ancora io sia a parte delle sue dolcezze.
LECCARDO. Maggior dolcezza aresti, se gustassi quello che gustará ella quando staranno abbracciati insieme.
CHIARETTA. E se fusse a quei piaceri, ne gusterei ancor io com'ella: che pensi che non sia di carne e d'ossa come lei? o le membra mie non siano fatte come le sue?