Gli duoi fratelli rivali

Part 3

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DON IGNAZIO. Che sazio? Gli occhi miei, in cosí lungo digiuno assetati, nel convivio della sua vista se l'han bevuta di sorte che son tutto ebro d'amore. Anzi questo convito mi è paruto la mensa di Tantalo, dove quanto piú bevea men sazio mi rendeva e piú ingordo ne diveniva; anzi nel piú bel godere è sparita via, ed io mi sento piú assetato che mai; anzi mi par ch'ancor mi sieda negli occhi, e ci sento il peso della sua persona. O alta possanza di celesti bellezze!

SIMBOLO. Se vi dolete per troppa felicitá, che farete nelle disgrazie?

DON IGNAZIO. Questa felicitá mi dá presagio di mal piú acerbo; ché amandola non riamato, quanto l'amarò riamato? piú m'infiammarò di quel desiderio di cui sempre son stato acceso. Ma dimmi, che ti par di lei?

SIMBOLO. Ella è non men bella di dentro che di fuori: mirate con che bel modo non ha voluto accettar il vostro dono né rifiutarlo; e se il dono era magnifico e reale, ella è stata piú magnifica e reale a non lasciarsi vincere da tanta ingordiggia.

DON IGNAZIO. Simbolo, sapresti indovinar in qual parte della casa ella sia?

SIMBOLO. Che posso saper io?

DON IGNAZIO. Non vedi? lá dove l'aria è piú tranquilla e tutto gioisce, ivi è la sua persona.

SIMBOLO. Ah, ah, ah!--Ecco don Flaminio, state in cervello.

SCENA IV.

DON FLAMINIO, DON IGNAZIO, ANGIOLA, SIMBOLO.

DON FLAMINIO. Oh, signor don Ignazio, voi siate il ben trovato!

DON IGNAZIO. E voi il benvenuto, carissimo fratello!

ANGIOLA. (Mi manda Carizia, la mia nipote, se posso spiar alcuna cosa del matrimonio suo e che si dice di lei).

DON FLAMINIO. Poni mano a darmi una buona mancia, ché onoratissimamente me l'ho guadagnata.

DON IGNAZIO. Non so che offerirvi in particolare, se sète padrone di tutta la mia robba.

ANGIOLA. (Certo ragionano del matrimonio de mia nepote: vo' star da parte in quel vicolo per ascoltar che dicono).

DON FLAMINIO. Veramente la merito, perché ci ho faticato; e se ben l'un fratello è tenuto por la vita per l'altro, pur in cosa di gran sodisfazione non si vieta che non si faccino alcuni complimenti fra loro.

DON IGNAZIO. Mi sottoscrivo a quanto mi tassarete.

ANGIOLA. (Fin qui va bene il principio).

DON IGNAZIO. Dite di grazia, non mi tenete piú sospeso.

DON FLAMINIO. Giá è conchiuso il vostro matrimonio.

ANGIOLA. (L'ho indovinata che ragionan del matrimonio di Carizia).

DON IGNAZIO. Con la figlia del conte de Tricarico?

DON FLAMINIO. Giá è contento darvi i quarantamilla ducati di dote e ha fermati i capitoli purché l'andiate a sposar per questa sera.

DON IGNAZIO. O mio caro fratello, o mio carissimo don Flaminio, ché piú desiderata novella non aresti potuto darmi in la mia vita!

ANGIOLA. (Oimè, che cosa intendo! dice che ha conchiuso il matrimonio con la figlia del conte di Tricarico con quarantamilla scudi di dote).

DON FLAMINIO. Con patto espresso ch'abbiate a sposarla per questa sera.

DON IGNAZIO. Or tal patto non potrò osservarlo.

DON FLAMINIO. Come?

DON IGNAZIO. Perché non basterei a contenere me stesso in tanto desiderio di non gir a sposarla or ora.

SIMBOLO. (Finge assai bene; e dubbito che a questa volta l'ingannatore restará ingannato).

ANGIOLA. (Or va' e fidati d'uomini, va'! o uomini traditori!).

DON FLAMINIO. Egli ha voluto giungervi quella clausula, perché l'era stato riferito che eravate innamorato e morto per altra.

DON IGNAZIO. Non mi ricordo aver mai amato cosí ardentemente come Aldonzina sua figlia; ché se ben ho amato molto, l'amor è stato assai piú finto che da vero, e mi son dilettato sempre dar la burla or a questa or a quell'altra.

ANGIOLA. (Oh che vi siano cavati quei cuori pieni d'inganni! Or va' ti fida, va'! e chi non restarebbe ingannata da loro?).

DON IGNAZIO. Ma per tôrlo da questo sospetto, andiamo ora a sposarla; andiamo, caro fratello, non mi far cosí strugere a poco a poco, ché dubito non rimarrá nulla d'intiero insin a sera.

DON FLAMINIO. L'appontamento è stato per la sera che viene: e credo ha chiesto il termine per non trovarsi forsi la casa in ordine; e andando cosí all'improviso, forsi li daremo qualche disgusto e forsi vi perderete di riputazione: però abbiate pacienza per un poco d'intervallo di tempo.

SIMBOLO. (Non dissi ch'arebbe sfugito d'andarvi? abbiam vinto).

DON IGNAZIO. Dubbito di non potervi ubidire.

DON FLAMINIO. Forsi non sará in casa.

ANGIOLA. (Mira che desiderio e che ardore!).

DON IGNAZIO. Mandiamo a vedere.

DON FLAMINIO. Panimbolo, va' a casa del conte.

DON IGNAZIO. Vien qua, Avanzino, va' a casa del conte e vedi se il conte de Tricarico è in casa.

DON FLAMINIO. Essendovi, andrò ad avisarlo io prima, verrò a trovarvi e vi andaremo insieme.

DON IGNAZIO. Noi dove ci trovaremo?

DON FLAMINIO. In casa.

DON IGNAZIO. Andate, orsú.

ANGIOLA. (O Dio, che ho inteso! o Dio, che ho veduto! Ed è possibile che si trovi cosí poca fede negli uomini? Or chi avesse creduto che don Ignazio, venutomi tanto tempo appresso per parlarmi e con tante affettuose parole, con tante lacrime e promesse, non fusse tutto fuoco e fiamme per Carizia? Or gite, donne, e date credito a quelle simulate parole, a quelle lacrime traditrici, a quei finti sospiri e a quelle fallaci promesse; movetivi a pietá di loro, perché tal volta li veggiate piovere dal volto tempesta di amarissime lacrime; credete a quei giuramenti, a quei spergiuri! Come si salverá onor di donna giamai, se li sono tesi tanti laccioli? Andrò a casa e non li narrerò nulla di ciò; ch'avendola io spinta a raggionar con lui, sarebbe donna, in vedersi cosí spregiata e tòcca su l'onor suo, di morirsi di passione).

SCENA V.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO.

DON FLAMINIO. Ecco, o Panimbolo, che, tu non avendo voluto credere a quanto io te diceva, che don Ignazio non s'accorse quel giorno di Carizia e che è molto invaghito della figlia del conte, per far a tuo modo e per iscoprir l'animo suo, l'avemo detto che il matrimonio con la figlia del conte era conchiuso; e vedesti con che pronto animo e con che accesa voglia volea sposarla allora allora e non aspettar in sino alla sera.

PANIMBOLO. Cosí son sicuro io che don Ignazio sta innamorato d'altra come son vivo. Ma come ch'egli è d'ingegno vivace e pronto, imaginatosi la fraude, rispose in cotal modo.

DON FLAMINIO. Mi doglio del tuo mal preso consiglio. Ecco, andrá o mandará in casa del conte, e come saprá che è piú d'un mese che non vi son ito, scoprirá tutta la bugia, mi terrá sempre per un bugiardo e bisognando non mi crederá la veritá istessa.

PANIMBOLO. Bisogna con una nuova bugia salvar la vecchia bugia: andiamo a casa del conte e rimediamo in alcun modo.

DON FLAMINIO. Andiamo; e se uscirò con onor mio da questa bugia, un'altra volta non sarò cosí prodigo del mio onore.

SCENA VI.

EUFRANONE, DON IGNAZIO.

EUFRANONE. (Veramente chi ha una picciola villa non fa patir di fame la sua famigliola. Di qua s'hanno erbicine per l'insalate e per le minestre, legna per lo fuoco e vino, che se non basta per tutto, almeno a soffrir piú leggiermente il peso della misera povertá. O me infelice se, fra l'altre robbe che mi tolse il rigor della rubellione, mi avesse tolta ancor questa! Mi ho còlto una insalatuccia; ché «chi mangia una insalata, non va a letto senza cena»).

DON IGNAZIO. Eufranone carissimo, Dio vi dia ogni bene!

EUFRANONE. Questa speranza ho in lui.

DON IGNAZIO. Come state?

EUFRANONE. Non posso star bene essendo cosí povero come sono.

DON IGNAZIO. Servitivi della mia robba, ché è il maggior servigio che far mi possiate. Copritevi.

EUFRANONE. È mio debito star cosí.

DON IGNAZIO. Usate meco troppe cerimonie.

EUFRANONE. Perché mi sète signore.

DON IGNAZIO. Vi priego che trattiamo alla libera.

EUFRANONE. Orsú, per obedirvi. (Non so che voglia costui da me: mi fa entrar in sospetto).

DON IGNAZIO. Or veniva a trovarvi.

EUFRANONE. Potevate mandar a chiamarmi, ché serei venuto volando.

DON IGNAZIO. Son molti giorni che desio esservi parente; e son venuto a farmevi conoscere per tale, ché veramente sète assai onorato e da bene.

EUFRANONE. Tutto ciò per vostra grazia.

DON IGNAZIO. Anzi per vostro merito.

EUFRANONE. Non mi conosco di tanto preggio che sia degno di tanta cortesia.

DON IGNAZIO. Siete degno di maggior cosa: io vi chieggio la vostra figliola con molta affezione.

EUFRANONE. Stimate forsi, signore, ch'essendo io povero gentiluomo venda l'onore de mia figliuola? Veramente non merito tanta ingiuria da voi.

DON IGNAZIO. Non ho detto per farvi ingiuria, ché non conviene ad un mio pari né voi la meritate: ve la chiedo per legittima moglie, se conoscete che ne sia degno.

EUFRANONE. Essendo voi cosí ricco e di gran legnaggio, non convien burlar un povero gentiluomo e vostro servidore.

DON IGNAZIO. Mi nieghi Dio ogni contento se non ve la chiedo con la bocca del core, ch'io non torrò altra sposa in mia vita che Carizia. E in pegno dell'amore ecco la fede: accoppiamo gli animi come il parentado.

EUFRANONE. Signor mio caro, io so ben quanto gli animi giovenili sieno volubili e leggieri e piú pieni di furore che di consiglio; e che subbito che gli montino i capricci in testa, si vogliono scapricciare, e passato quell'umore restano come si di ciò mai non ne fusse stata parola; e in un medesimo tempo amano e disamano una cosa medesima. Non vorrei che si spargesse fama per Salerno che m'avete chiesto mia figlia: ché come in Salerno si parla una volta di nozze, dicono:--Son fatte, son fatte!--e poi se per qualche disgrazia non si accapassero, restasse la mia figliola oltraggiata nell'onore--stimando esser rifiutata per alcun suo mancamento--e mi toglieste quello che non potete piú restituirmi. Ed io vorrei morir mille volte prima che ciò m'accadesse. Voi altri signori ricchi stimate poco l'onor de' poveri; e noi poveri gentiluomini, non avendomo altro che l'onore, lo stimiamo piú che la vita. Però lo priego ad ammogliarsi con le sue pari e lasciar che noi apparentiamo fra' nostri.

DON IGNAZIO. Eufranone mio carissimo, Dio sa con quanto dolore or ascolto le vostre parole e se mi pungano sul vivo del cuore! Io non merito da voi esser tacciato di vizio di leggierezza, nascendo il mio amore da un risoluto e invecchiato affetto dell'anima mia: ch'avendo fatto l'ultimo mio forzo di resistere al suo amore, dopo lunghissimo combattimento le sue bellezze son restate vincitrici d'ogni mia voglia.

EUFRANONE. Vi priego a pensarvi su sei mesi prima; e se pur dura la voglia, allor me la potrete chiedere: ed io vi do la mia fede serbarla per voi insin a quel tempo.

DON IGNAZIO. Sei mesi star senza Carizia? piú tosto potrei vivere senza la vita: e ben sapete che l'amante non ha maggior nemico che l'indugio.

EUFRANONE. A questo conosco l'impeto giovenile, che quanto con maggior violenza assale tanto piú tosto s'intepidisce.

DON IGNAZIO. Ogni parola che vi esce di bocca mi è un can rabbioso che mi straccia il petto. Il mio amore è immortale, e la mia fé, che or stimate leggiera, la conoscerete fermissima agli effetti.

EUFRANONE. È contento vostro zio e fratello del matrimonio?

DON IGNAZIO. Farò che si contentino.

EUFRANONE. Fate che si contentino prima, e poi affettuaremo il matrimonio.

DON IGNAZIO. L'amar mio non può patir tanto indugio; anzi mi maraviglio che dal giorno della festa come sia potuto restar vivo senza lei.

EUFRANONE. Lo dico ad effetto, ché forsi, non contentandosi del matrimonio, inventassero qualche modo per disturbarlo, onde venissi a perdere quel poco di onor che mi è rimasto.

DON IGNAZIO. O Dio, quanta téma e quanto sospetto!

EUFRANONE. «Chi poco ha, molto stima e molto teme». Ma voi sète informato dell'infortunio che ho patito nella robba, che non solo non ho da poter dar dote ad un par vostro ma né meno ad un povero mio pari?

DON IGNAZIO. Ho inteso che per aver voluto seguir le parti sanseverinesche siate caduto in tanta disgrazia; ma io ho stimato sempre d'animi bassi e vili coloro che s'han voluto arricchire con le doti delle mogli. Io prendo la vostra destra e non la lascierò mai se non la mi prometteti.

EUFRANONE. Temo prometterlavi: non so che nuvolo mi sta dinanzi al core.

DON IGNAZIO. Eufranone, mio padre, vi prego a darlami con vostro consenso, ché non mi fate far qualche pazzia. Non mi sforzate a far quello per forza che me si deve per debito d'amore. A pena posso contenermi ne' termini dell'onestá: son risoluto averla per moglie, ancorché fusse sicuro perder la robba, la vita e l'onore, per non dir piú.

EUFRANONE. Signore, perdonatemi se mi fo vincere dalla vostra ostinata cortesia: ecco la mano in segno d'amicizia e di parentado, avertendovi di nuovo che non ho dote da darvi.

DON IGNAZIO. E ancorché me la voleste dare, non la vorrei: conosco non meritar tanta dote quanta ne porta seco. Vo' che si facci festa bandita, si conviti tutta la nobiltá di Salerno, adornisi la sala di razzi, faccisi un solenne banchetto, adornisi la sposa di gioie, perle e di drappi d'oro, e non si lasci adietro cosa per dimostrar l'interno contento dell'animo mio.

EUFRANONE. V'ho detto quanto sia mal agiato di far questo.

DON IGNAZIO. A tutto provederò ben io: mandarò il mio cameriera ché proveda quanto fia di mestiero.

EUFRANONE. Quando verrete a sposarla?

DON IGNAZIO. Vorrei venir prima che partirmi da voi. Ma perché l'ora è tarda, verrò domani all'alba: ponete il tutto in ponto per quell'ora.

EUFRANONE. Si fará quanto comandate.

DON IGNAZIO. lo non vo' trattener piú voi né me stesso: andrò a mandarvi quanto ho promesso.

EUFRANONE. Andate in buon'ora.--O Dio, che ventura è questa! Desidero communicar una mia tanta allegrezza con alcuno. Ma veggio Polisena, la mia moglie, che vien a tempo per ricever da me cosí insperato contento.

SCENA VII.

POLISENA moglie, EUFRANONE.

POLISENA. (Veggio il mio marito su l'uscio, piú del solito allegro). Gentil compagno mio, che ci è di nuovo?

EUFRANONE. Buone novelle.

POLISENA. Ma non per noi.

EUFRANONE. Perché no?

POLISENA. Perché siamo cosí avezzi alle sciagure che, volendoci favorir la fortuna, non trovarebbe la via.

EUFRANONE. Abbiam maritata Carizia.

POLISENA. Eh, e con chi? con quel dottor della necessitá, nostro vicino?

EUFRANONE. Con un meglior del dottore.

POLISENA. Con quel capitan Martebellonio bugiardo vantatore?

EUFRANONE Con un gentiluomo.

POLISENA. Quel gentiluomo poverello che ce la chiese l'altro giorno? E che val nobiltá senza denari? avete l'esempio in noi.

EUFRANONE. Non l'indovinaresti mai.

POLISENA. Dimmelo, marito mio, di grazia: non mi far cosí struggere di desiderio.

EUFRANONE. Non vo' farti piú penare. Con don Ignazio di Mendozza.

POLISENA. Quel nipote del viceré della provincia, che combatté quel giorno con i tori?

EUFRANONE. Con quell'istesso.

POLISENA. Egli è possibile, marito mio, che tu vogli cosí beffarmi e rallegrarmi con false allegrezze? Il caldo del piacere, che giá mi scorrea per tutte le vene, mi s'è raffreddato e gelato.

EUFRANONE. Giuro per la tua vita, cosí a me cara come la mia, che lo dico da senno.

POLISENA. E chi ha trattato tal matrimonio?

EUFRANONE. Egli istesso; né ha voluto partirsi da me se non gli la prometteva.

POLISENA. Quando egli la vidde mai?

EUFRANONE. Quel giorno che fu la festa in Palazzo.

POLISENA. O somma bontá di Dio, quanto sei grande! e quanto sono secreti i termini per i quali camini, quando ti piace favorir i tuoi devoti! Tu sai, marito mio, che Carizia appena va fuor di casa il natale e la pasqua, cosí per l'incommoditá delle vesti come che è di sua natura malinconica; e se quei giorni che si preparava la festa, le venne un disio che mai riposava la notte e il giorno, pregandomi che vi la conducessi; e ributtandola io che non avea vesti e abbegliamenti da comparir tra tante gentildonne sue pari, se disse che le volea tôrre in presto dalle sue conoscenti, da chi una cosa e da chi un'altra. Ce lo promisi, tenendo per fermo che a lei fusse impossibile tanta manifattura: s'affaticò tanto con le sue amiche che accommodò sé e Callidora. Or io, non potendo resistere a tanti prieghi, chiesi licenza a voi e ve la condussi. Or chi arebbe potuto pensare che indi avea a nascere la sua ventura?

EUFRANONE. Chi può penetrar gli occulti segreti di Dio?

POLISENA. O Iddio, che mai vien meno a chi pone in te solo le sue speranze? Ella si è sempre raccomandata a te, e tu li hai esaudite le sue preghiere, rimunerata la sua bontá e l'ubidienza estraordinaria che porta al suo padre e sua madre.

EUFRANONE. Ho tanto giubilo al core che mi trae di me stesso.

POLISENA. Se ben i padri s'attristano al nascer delle femine, con dir che seco portano cattivo augurio di certa povertá e di poco onore; pur son state molte che hanno inalzato il suo parentado, come speriamo di costei.

EUFRANONE. Ella è una gran donna; e non m'accieca la benda del soverchio amore. Mai si vide tanta saviezza e bontá in una fanciulla.

POLISENA. Vorrei dir molto delle sue buone qualitá che voi non sapete; ma le lacrime di tenerezza non me lo lasciano esprimere.

EUFRANONE. Va' e poni lei e la casa in ordine.

POLISENA. E con che la ponemo in ordine?

EUFRANONE. Ecco genti cariche di robbe. Ho per fermo che le mandi don Ignazio: conosco il suo cameriero.

SCENA VIII.

SIMBOLO, EUFRANONE, POLISENA.

SIMBOLO. Signor Eufranone, il mio signor don Ignazio vi manda questi drappi di seta e d'oro per le vesti di Carizia e della sorella e di vostra moglie: ecco i maestri che faticheranno tutta la notte ché sieno finite per domani all'alba; ecco i razzi per la sala e camere; in questa scatola son collane, maniglie d'oro, perle, gioie e altri abbegliamenti necessari. Questo sacchetto di scudi per lo banchetto e altri bisogni: che spendiate largamente in fargli onore, ch'egli supplirá al tutto, che in sí poco tempo non ha potuto far piú e che andrá sopplendo di passo in passo.

EUFRANONE. Tutto stimo sia piú tosto soverchio che manchevole; e so che ci onora non secondo il nostro picciolo merito ma secondo le sue gran qualitadi.

SIMBOLO. Dice che, se bene son immeritevoli di tanta sposa, col tempo fará conoscere la sua amorevolezza; e se comandate altro.

EUFRANONE. Che ci ha onorato piú del dovere; e bisognando, gli lo faremo intendere.

SIMBOLO. Adio, signori.

EUFRANONE. Ecco, o moglie, che non ho mentito punto di quanto t'ho detto.

POLISENA. A Dio solo si dia la gloria, ché noi non siamo meritevoli di tanti favori per li nostri peccati.

EUFRANONE. Moglie, va' e fa' quanto t'ho detto, ché io andrò a convitar per domani tutti i parenti e la nobiltá di Salerno.

SCENA IX.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO, LECCARDO.

DON FLAMINIO. Io vo' far prima ogni sforzo se posso indurla ad amarmi; e quando non mi riuscirá, non mancará ricercarla per moglie. Lo vo' lassar per l'ultimo, ché son risoluto non viver senz'ella o sua sorella.

PANIMBOLO. Voi trattando per via del parasito e con lettere e per modi cosí disconvenevoli, in cambio d'amarvi vibrará contro voi fiamme di sdegno, perché stimará esser oltraggiata da voi ne' fatti dell'onore.

DON FLAMINIO. Non vedi Leccardo come sta allegro?

PANIMBOLO. Averá bevuto soverchio e sta ubbriaco.

LECCARDO. O Dio, dove andrò per trovare don Flaminio?

DON FLAMINIO. (Cerca me).

LECCARDO. (Corri, volta, trotta, galoppa e dágli cosí felice novella).

DON FLAMINIO. (Se ben lo veggio allegro, mi sento un discontento nel core; e se ben ho voglia d'intenderlo, li vo innanzi contro mia voglia).

LECCARDO. O signor don Flaminio, buona nuova! la mia lingua non t'apporta piú male novelle.

DON FLAMINIO. E la mia ti apporterá grande utile.

LECCARDO. Non sapete il successo?

DON FLAMINIO. Non io.

LECCARDO. Come nol sai, se il sa tutto Salerno?

DON FLAMINIO. Nol so, ti dico.

LECCARDO. O nieghi o fingi per burlarmi.

DON FLAMINIO. In cosa ch'importa non si deve burlare.

LECCARDO. Io penso che tu vogli burlar me.

DON FLAMINIO. La burla insino adesso l'ho ricevuta in piacere, ma or mi dá noia.

LECCARDO. Lasciarò le burle e dirò da dovero. DON FLAMINIO. Or di', in nome di Dio, e non mi tener piú in bilancia: parla.

LECCARDO. Ho tanto corso che non posso parlare: non ho fiato.

DON FLAMINIO. Prendi fiato; se non, che farai perdere il fiato a me.

LECCARDO. Per la soverchia stanchezza mi sento morire.

DON FLAMINIO. Dammi la nuova prima e mori quando ti piace.

LECCARDO. Quanto ho piú voglia di dire, manco posso.

DON FLAMINIO. Dimmelo in una parola.

LECCARDO. Non si può, perché è cosa troppo lunga né si può esprimere in una parola; e la stanchezza m'ha tolto il vigor del parlare.

DON FLAMINIO. Mentre hai detto questo, aresti detto la metá.

LECCARDO. La vostra Ca... Cari... Carizia...

DON FLAMINIO. La mia Carizia.... O buon principio! spediscela, di grazia.

LECCARDO.... sará vo... vostra:...

DON FLAMINIO. Leccardo mio, parla presto, non mi far cosí morire: come sará mia?

LECCARDO. Manda a tôr diece caraffe di vino per inumidir il palato e la gola, che stanno cosí secchi che non ne può uscir la parola.

DON FLAMINIO. Arai quanto vorrai, e venti e trenta; ma parla presto.

LECCARDO.... la vostra Carizia è maritata....

DON FLAMINIO. Maritata? Tu sia il malvenuto con questa nuova! E questa è l'allegrezza che mi portavi?

LECCARDO. Io non penso che possa esser migliore.

DON FLAMINIO. E dove la fondi?

LECCARDO.... Non mi avete voi detto che non la desiate per moglie? Come il marito scassa la porta la prima volta, ella resta aperta per sempre; e ben sapete che le donne la custodiscono insino a quel punto: poi ci ponno passar quanti vogliono, ché non si conosce né vi si fa danno. Ecco, la goderete e io non sarò il malvenuto.

DON FLAMINIO. Veder la mia Carizia in poter d'altri per un sol ponto, ancorché fusse pur certo possederla per sempre, non mi comportarebbe l'animo di soffrirlo. E con chi è maritata?

LECCARDO. Bisogna che cominci da capo.

DON FLAMINIO. O da capo o da piedi, purché la spedischi tosto.

LECCARDO. Entrando in casa viddi che si facea un grande apparecchio d'un banchetto, e tutto ciò con real magnificenza. Io adocchiai certe testoline di capretto, le rubai e me le mangiai in un tratto; or mi gridano in corpo: _Beee beee_! Ascoltate? e le vorrei castigare....

DON FLAMINIO. Tu castighi or me, ché i tuoi trattenimenti mi son lanciate nel cuore.

LECCARDO.... Ivi eran mandre di vitelle, some di capponi impastati, monti di cacio parmigiano, il vino uh! a diluvio....

DON FLAMINIO. Vorrei saper con chi è maritata.

LECCARDO. Bisogna vi si dica il tutto per ordine.--... Lascio i pastoni, i pasticci, i galli d'India....

DON FLAMINIO. Piccioni e simili: basta su.

LECCARDO. Non vi erano piccioni altrimenti.

DON FLAMINIO. O che vi fussero o che non vi fussero, poco importa.

LECCARDO. Dico che non vi erano; e dicean che son caldi per natura e che arebbono fatto male al fegato.

DON FLAMINIO. Vorrei che ragionassi del fatto mio.

LECCARDO. E del vostro fatto si ragiona: a voi tocca. Ché si vi fusser stati piccioni, non arei mangiato teste di capretti.

DON FLAMINIO. O Dio, che sorte di crucifiggere è questo! Lassa le baie: di' quel ch'importa.

LECCARDO. Non è cosa che piú importi ad un banchetto che non vi manchi cosa alcuna, anzi sia abbondantissimo di robbe ben apparecchiate e condite e poste a tempo e con ordine a tavola.

DON FLAMINIO. Tu ti trattieni in questo ed io sudo sudor di morte.

LECCARDO. Eccovi il mantello: fatevi vento, rinfrescatevi.

DON FLAMINIO. Sará ancor finito tanto apparecchio?

LECCARDO. Non è finito ancora.

DON FLAMINIO. Almen s'è detto assai: torniamo a noi.

LECCARDO.... Quando io viddi i cuochi occupati in partire e distribuire le robbe, fingendo aiutarli mi trametto e ne trabalzo le teste di capretti....

DON FLAMINIO. Orsú te le mangiasti, l'hai detto prima.

LECCARDO. Come dunque volea mangiarmele crude? bisognava che fussero prima cotte. Se volete indovinar, indovinate a voi stesso quanto desiate saper da me.

DON FLAMINIO. Il malanno che Dio dia a te e alle tue chiacchiare!

LECCARDO. Se non lasciate parlar a me prima, come volete che parli io?

DON FLAMINIO. Parla in tua malora e finiscila presto!

LECCARDO. Se non mi lasciate parlare, non finirò mai.