Gli duoi fratelli rivali

Part 2

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LECCARDO. Oh, bene! ho per fermo che tu debbi essere figlio di qualche medico. E se non guarisce alla prima?

PANIMBOLO. Reiterar la ricetta.

LECCARDO. Almeno per una settimana! Che faremo per li denti?

PANIMBOLO. Uno sciacquadenti di vernaccia di Paula o di vin d'amarene.

LECCARDO. Tu ti potresti addottorare. Ma per far maggior operazione bisognarebbe che i liquori fusser vecchi.

PANIMBOLO. N'avemo tanto vecchi in casa c'hanno la barba bianca.

LECCARDO. E per lo stomaco poi?

PANIMBOLO. Bisogna tôr quattro pollastroni e fargli buglir ben bene, e poi colar quel brodo grasso in un piatto e porvi dentro a macerar fette de pan bianco, e accioché non esalino quei vapori dove sta tutta la virtú, bisogna coprir ché venghino ben stufati, poi spargervi sopra cannella pista, e sará un eccellente rimedio. All'ultimo, un poco di caso marzollino per un sigillastomaco.

LECCARDO. Veramente da te si devriano tôrre le regole della medicina. Andamo a medicar presto, ché m'è salito addosso un appetito ferrigno, e tanta saliva mi scorre per la bocca che n'ho ingiottito piú de una carrafa. La medicina n'ha reinfrescato il dolor delle piaghe e m'ha mosso una febre alla gola che mi sento mancar l'anima.

PANIMBOLO. Con certe animelle di vitellucce ti riporrò l'anima in corpo.

LECCARDO. Se fussi morto e sepellito resuscitarei per farmi medicar da voi. Don Flaminio, avessi qualche poco di salame o di cascio parmigiano in saccoccia?

DON FLAMINIO. Orbo, questa puzza vorrei portar adosso io?

LECCARDO. Ma che muschio, che ambra, che aromati preziosi odorano piú di questi?

DON FLAMINIO. Leccardo mio, come io so medicar i tuoi dolori, cosí vorrei che medicassi i miei!

LECCARDO. Non dubitar, ché quando toglio una impresa, piú tosto muoio che la lascio.

DON FLAMINIO. Vieni a mangiar meco questa mattina.

LECCARDO. Non posso: ho promesso ad altri.

DON FLAMINIO. Eh, vieni.

LECCARDO. Eh, no.

PANIMBOLO. (Mira il furfante! se ne muore e se ne vuol far pregare).

DON FLAMINIO. Fa' ora a mio modo, ch'una volta io farò a tuo modo.

LECCARDO. Son stato invitato da certi amici ad un buon desinare, ma vo' ingannargli per amor vostro.

DON FLAMINIO. Va' a casa e ordina al cuoco che t'apparecchi tutto quello che saprai dimandare, e fa' collazione; tratanto che sia apparecchiato, serò teco, ché vo per un negozio.

LECCARDO. Ed io ne farò un altro e sarò a voi subbito. (Vedo il capitan Martebellonio. Non ho visto di lui il maggior bugiardo; sta gonfio di vento come un ballone e un giorno si risolverá in aria. Ha fatto mille arti, prima fu sensale, poi birro, poi aiutante del boia, poi ruffiano; e pensa con le sue bravate atterrire il mondo, e stima che tutte le gentildonne si muoiano per la sua bellezza). Ben trovato il bellissimo e valorosissimo capitan Martebellonio!

SCENA IV.

MARTEBELLONIO capitano, LECCARDO.

MARTEBELLONIO. Buon pro ti faccia, Leccardo mio!

LECCARDO. Che pro mi vol far quello che non ho mangiato ancora?

MARTEBELLONIO. So che la mattina non ti fai coglier fuori di casa digiuno.

LECCARDO. E che ho mangiato altro che un capon freddo, un pastone, una suppa alla franzese, un petto di vitella allesso, e bevuto cosí alto alto diece voltarelle?

MARTEBELLONIO. Ecco, non ti ho detto invano il «buon pro ti faccia».

LECCARDO. Quelle cose son digeste giá e fatto sangue nelle vene; ma lo stomaco mi sta vòto come un tamburro. Ma voi adesso vi dovete alzar da letto e far castelli in aria, eh?

MARTEBELLONIO. Ho tardato un pochetto, ché ho atteso a certi dispacci.

LECCARDO. Per chi?

MARTEBELLONIO. Per Marte l'uno e l'altro per Bellona.

LECCARDO. Chi è questo Marte? chi è questa Bellona?

MARTEBELLONIO. Oh, tu sei un bel pezzo d'asino!

LECCARDO. Di Tunisi ancora.

MARTEBELLONIO. Non sai tu che Marte è dio del quinto cielo, il dio dell'armi? e Bellona delle battaglie?

LECCARDO. Che avete a far con loro?

MARTEBELLONIO. Non sai che son suo figlio e son lor luogotenente dell'armi e delle battaglie in terra, com'eglino tengono il possesso dell'armi nel cielo? però il mio nome è di «Marte-bellonio».

LECCARDO. E per chi gli mandate il dispaccio?

MARTEBELLONIO. Per un mozzo di camera.

LECCARDO. Come? gli attaccate l'ale dietro per farlo volar nel cielo?

MARTEBELLONIO. L'attacco le lettere al collo con un sacchetto di pane che basti per quindici giorni, poi lo piglio per lo piede e me lo giro tre volte per la testa e l'arrandello nel cielo. Marte, che sta aspettando, come il vede, il prende e ferma; si non, che ne salirebbe sin alla sfera stellata.

LECCARDO. A che effetto quel sacco di pane?

MARTEBELLONIO. Ché non si muoia di fame per la via.--Marte, avendo inteso gli avisi, spedisce le provisioni e lo manda giú. Come il veggio cader dal cielo come una nubbe, vengo in piazza e lo ricevo nella palma; ché si desse in terra, se ne andrebbe fin al centro del mondo.

LECCARDO. Che bevea? il mangiar il pane solo l'ingozzava e potea affogarsi. O si morí di sete?

MARTEBELLONIO. Bevé un canchero che ti mangia!

LECCARDO. Oh s'è bella questa, degna di un par vostro!

MARTEBELLONIO. Ti vo' raccontar la battaglia ch'ebbi con la Morte.

LECCARDO. Non saria meglio che andassimo a bere due voltarelle per aver piú forza, io di ascoltare e voi di narrare?

MARTEBELLONIO. Il ber ti apportarebbe sonno, ed io non te la ridirei se mi donassi un regno. I miei fatti son morti nella mia lingua, ma per lor stessi sono illustri e famosi e si raccontano per istorie.--Sappi che la Morte prima era viva ed era suo ufficio ammazzar le genti con la falce. Ritrovandomi in Mauritania, stava alle strette con Atlante, il qual per esser oppresso dal peso del mondo era maltrattato da lei. Io, che non posso soffrir vantaggi, li toglio il mondo da sopra le spalle e me lo pongo su le mie....

LECCARDO. (Sará piú bella della prima!). Ditemi, quel gran peso del mondo come lo soffrivano le vostre spalle?

MARTEBELLONIO. Appena mi bastava a grattar la rogna.--... Al fin, lo posi sovra questi tre diti e lo sostenni come un melone....

LECCARDO. Quando voi sostenevate il mondo, dove stavate, fuori o dentro del mondo?

MARTEBELLONIO. Dentro il mondo.

LECCARDO. E se stavate di dentro, come lo tenevate di fuori?

MARTEBELLONIO. Volsi dir: di fuori.

LECCARDO. E se stavate di fuori, eravate in un altro mondo e non in questo.

MARTEBELLONIO. O sciagurato, io stava dove stava Atlante quando anch'egli teneva il mondo.

LECCARDO. Ben bene, seguite l'abbattimento.

MARTEBELLONIO.... Mona viva, sentendosi offesa ch'avessi dato aiuto al suo nemico, mi mirava in cagnesco con un aspetto assai torbido e aspro, e con ischernevoli parole mi beffeggiava. La disfido ad uccidersi meco: accettò l'invito, e perché avea l'elezion dell'armi, se volse giocar la vita al ballonetto....

LECCARDO. Perché non con la falce?

MARTEBELLONIO. Ché ben sapea la virtú della mia dorindana.--... Constituimmo per lo steccato tutto il mondo: ella n'andò in oriente, io in occidente....

LECCARDO. Voi elegeste il peggior luogo, perché il sole vi feriva negli occhi; e poi quello occidente porta seco malaugurio: che dovevate esser ucciso.

MARTEBELLONIO. L'arte tua è della cucina e appena t'intendi se la carne è ben allessa. Che téma ho io del sole? con una cèra torta lo fo nascondere coperto d'una nube. Poi «uccidente» è quello che uccide: io avea da esser l'uccidente, ella l'uccisa.

LECCARDO. Seguite.

MARTEBELLONIO.... Il ballonetto era la montagna di Mauritania. A me toccò il primo colpo; percossi quella montagna cosí furiosamente, che andò tanto alto che giunse al cielo di Marte, e non la fece calar giú in terra per segno del valor del suo figlio....

LECCARDO. Cosí privasti il mondo di quella montagna. Ma quella che ci è adesso, che montagna è?

MARTEBELLONIO. Oh, sei fastidioso! ascolta se vòi, se non, va' e t'appicca.

LECCARDO. Ascolterò.

MARTEBELLONIO.... Ella dicea aver vinto il gioco, perché era imboccato il ballonetto: la presi per la gola con duo diti e l'uccisi come una quaglia, talché non è piú viva ed io son rimasto nel suo ufficio.--Ma scostati da me, ch'or che mi sento imbizzarrito, che non ti strozzi.

LECCARDO. Oimè, che occhi stralucenti!

MARTEBELLONIO. Guardati che qualche fulmine non m'esca dagli occhi e ti brusci vivo.

LECCARDO. Tutta l'istoria è andata bene; ma ve sète smenticato che non fu ballonetto ma ballon grande, e tanto grande che non si basta a ingiottire. Ma io ti vo' narrar una battaglia ch'ebbi con la Fame.

MARTEBELLONIO. Che battaglie, miserello?

LECCARDO. La Fame era una persona viva, macra, sottile, ch'appena avea l'ossa e la pelle; e soleva andar in compagnia con la Carestia, con la Peste e con la Guerra, ché n'uccideva piú ella che non le spade. Ci disfidammo insieme: lo steccato fu un lago di brodo grasso dove notavano caponi, polli, porchette, vitelle e buoi intieri intieri; qui ci tuffammo a combattere con i denti. Prima ch'ella si mangiasse un vitello, io ne tracannai duo buoi e tutte le restanti robbe; e perché ancora m'avanzava appetito e non avea che mangiare, mi mangiai lei: cosí non fu piú la Fame al mondo, ed io sono suo luogotenente e ho due fami in corpo, la sua e la mia. Ma prima andiamo a mangiare; se non, che mi mangiarò te intiero intiero: Dio ti scampi dalla mia bocca!

MARTEBELLONIO. Tu sei un gran bugiardo!

LECCARDO. Voi sète maggior di me: son un vostro minimo!

MARTEBELLONIO. Dimmi un poco, quanto tempo è che Calidora non t'ha parlato di me?

LECCARDO. Ogni ora che mi vede; e quando passegiate cosí altiero dinanzi le sue fenestre, spasima per il fatto vostro.

MARTEBELLONIO. Io so molto ben che la poverella si deve strugger per me, ché n'ho fatto strugger dell'altre. Ma io vorrei venir presto alle strette.

LECCARDO. Ella desia che fusse stato; e se voi mi pascete ben questa sera, io vi recarò buone novelle e vi do la mia fede.

MARTEBELLONIO. Guardati, non mi toccar la mano, ché se venisse, stringendo te ne farei polvere, ché stringe piú d'una tanaglia.

LECCARDO. Cancaro! bisogna star in cervello con voi!

MARTEBELLONIO. Quando mi porterai nuova che vada a giacer con lei, ti farò un pasto da re.

LECCARDO. (Prima sarò morto che sia pesta la pasta per questo pasto!).

MARTEBELLONIO. Io ti farei mangiar meco; ma perché oggi è martedí, in onor del dio Marte non mangio altro che una insalatuccia di punte di pugnali, quattro ballotte di archibuggio in cambio d'ulive, due balle d'artigliaria in pezzi con la salsa, un piatto di gelatina di orecchie, nasi e labra di capitani e colonelli, spolverizzati sopra di limatura di ferro come caso grattuggiato.

LECCARDO. Che sète struzzo che digerite quel ferro?

MARTEBELLONIO. Lo digerisco, e diventa acciaio.

LECCARDO. Dovete tener l'appalto con i ferrari dell'acciaio che cacate.

MARTEBELLONIO. Andrò a consultar un duello e tornando mangiaremo: cosí ad un tempo sodisfarò alla mia fama e alla tua fame.

LECCARDO. Giá si è partito il pecorone: se non fusse che alcuna volta mi fa far certe corpacciate stravaganti in casa sua, non potrei soffrir le sue bugie. Mangia la carne mezza cruda e sanguigna: e dice che cosí mangiano i giganti, e che vuole assuefarsi a mangiar carne umana e bersi il sangue de' suoi nemici. Non arò contento se non gli fo qualche burla. Andrò in casa di don Flaminio che deve aspettarmi.

ATTO II

SCENA I.

DON IGNAZIO, SIMBOLO.

DON IGNAZIO. Dura cosa è l'aver a far con i servidori: sa ben Simbolo quanto desio di andar a trovar mon'Angiola, e non ritorna. Ma eccolo.--Come hai fatto aspettarmi tanto, o Simbolo?

SIMBOLO. Come saprete quanto ho fatto in vostro serviggio, mi lodarete della tardanza. Sappiate che incontrandomi con don Flaminio, mi domandò con grande instanza di voi; e domandando io la caggion di tanta instanza, rispose che non voleva dirlo se non a voi solo. Mi lascia, e m'incontro con Panimbolo, il quale altresí mi dimandò di voi; e pregandolo mi dicesse che cosa chiedeva da voi, disse in secreto che don Flaminio aveva conchiuso col conte di Tricarico il matrimonio della figlia, e che vi vuol dare quarantamilla ducati purché foste andato a sposarla per questa sera....

DON IGNAZIO. Oimè, che pugnale è questo che mi spingi nel core? Mi rompi tutti i disegni e conturbi quanto avea proposto di fare: me hai morto!

SIMBOLO.... Io, accioché non vi trovasse prima di me e vi cogliesse all'improviso, corro di qua, corro di lá per trovarvi, né lascio luoco, dove solete pratticar, che non avesse cerco. Fratanto considerava fra me stesso cotal nuova: cado in pensiero che sia un fingimento di vostro fratello di scoprir l'animo vostro, se stiate innamorato d'alcuna donna....

DON IGNAZIO. Buon pensiero, per vita mia!

SIMBOLO.... Per chiarirmi di ciò, con non men subito che ispedito consiglio me ne vo in casa del conte di Tricarico, e non vedo genti né apparecchi di nozze. Piglio animo ed entro con iscusa di cercar don Flaminio, e me ne vo insin in cucina e non vi veggio né cuochi né guattari. Dimando di don Flaminio, e mi rispondono che è piú di un mese che non l'han veduto. Mi fermo e veggio il cappellano: entro in ragionamento con lui, e mi dice che il conte questa mattina è gito a Tricarico a caccia, e mi dice che molti giorni sono che del matrimonio piú non si tratta, anzi stima che don Flaminio vuol dargli la baia.

DON IGNAZIO. O Simbolo, che sia tu benedetto mille volte, ch'avendomi con la prima nuova tolto l'anima, con questa me l'hai riposta in corpo! Quando mi disobligarò di tanto obligo?

SIMBOLO. Or dunque, venendo a voi don Flaminio a farvi la proposta, accioché piú l'inganniate e confirmiate nel suo proposito, mostrate grandissima allegrezza, accettate l'offerta; e si dice per questa sera, voi diteli per allora.

DON IGNAZIO. Or questo sí che non farò io, ché non mi basteria il cuor mai.

SIMBOLO. Sará forza che lo facciate.

DON IGNAZIO. Mi farei uccider piú tosto.

SIMBOLO. E se non volete, farete che vostro fratello s'accorga che stiate innamorato di Carizia, e come uomo di torbido e precipitoso ingegno vi preverrá a tôrsela per moglie, o verrete a qualche cattivo termine insieme.

DON IGNAZIO. Dubbito di non incorrere in qualche inconveniente peggiore.

SIMBOLO. Che cosa di mal di ciò ne può avvenire?

DON IGNAZIO. Son disposto far quanto tu mi consigli.

SIMBOLO. Ecco madonna Angiola che viene a casa.

SCENA II.

ANGIOLA, SIMBOLO, DON IGNAZIO.

ANGIOLA. (Conosco a prova che il peso degli anni è il maggior peso che possa portar l'uomo su la sua persona, poiché in sí breve viaggio che ho fatto, son cosí stanca come si avesse portato qualche gran soma).

DON IGNAZIO. (Vo innanzi a toglierle la via).

ANGIOLA. (Son inciampata con don Ignazio c'ho cercato fuggir con ogni industria, ché so che cerca parlarmi di Carizia mia nipote; né vorrei che prorumpesse in qualche cosa men ch'onesta).

DON IGNAZIO. Signora Angiola, ho desiato gran tempo ragionar con voi d'un negozio importantissimo.

ANGIOLA. Eccomi al vostro commodo: ben la priego a non trattarmi di cosa che men che onesta non sia.

DON IGNAZIO. Certo non farei tanto torto alla sua bontá, alla mia qualitá; né l'importanza del negozio né il tempo richiede questo.

ANGIOLA. Poiché le vostre costumate parole, degne veramente di quel cavaliero che voi sète, m'hanno sgombro dal cuor ogni sospetto, eccomi pronta ad ogni vostro comando.

DON IGNAZIO. Sappiate, madre mia, che da quel giorno--che non so si debba chiamarlo felice o infelice per me--che vidi la bellezza e l'oneste maniere di Carizia vostra nipote, m'hanno impiagata l'anima di sorte che, se voglio guarire, è bisogno ricorrere a quel fonte donde sol può derivar la mia salute.

ANGIOLA. Signor don Ignazio, so dove va a ferir lo strale del vostro raggionamento.

DON IGNAZIO. Non ad altro che ad onesto e onorato fine.

ANGIOLA. Perdonatemi se cosí immodestamente vi rompo le parole in bocca. Sappiate che se ben Carizia mia nipote è giovane, nasconde sotto quella sua etá acerba virtú matura, sotto quel capel biondo saper canuto, sotto quel petto giovenile consiglio antico; e se ben è povera d'oro, l'onore non li fa conoscer bisogno alcuno, perché si stima ricca d'onore e di se stessa: e nella sua onestá s'inchiude il suo tesoro e la sua dote. Onde non sperate che il falso splendor d'oro o di gioie le appanne gli occhi; né col mostrarvi vinto della sua bellezza, di vincer lei; o col mostrarvi ubidiente, trionfar della sua volontá; o col mostrarvi servo, signoreggiarla: perché il vostro sperar fia vano, e la moverete piú tosto ad odio che ad amarvi.

DON IGNAZIO. Signora, io n'ho piú timore veder i suoi lumi turbati di sdegno contra di me--da' quali depende il maggior contento ch'abbi nella vita--che perder l'istessa vita; e vi giuro per quel cielo e per Colui che ci alberga dentro, ch'amo le sue bellezze come modesto sposo e non come lascivo amante; ché chi ama la bellezza e non l'onore, non è amante ma inimicissimo tiranno.

ANGIOLA. Dubito che non mi proponiate un infame amore sotto una onorata richiesta di nozze.

DON IGNAZIO. O Iddio, non mi conoscete nel fronte e negli occhi pregni di lacrime l'effetto della mia fede, che son ridotto all'ultimo termine della mia vita? ché se non voglio morire, son costretto toglierla per moglie?

ANGIOLA. Ditemi di grazia, che cosa desiate da lei?

DON IGNAZIO. Se non che pregarla che m'accetti per sposo, pur se non sdegna cosí basso sogetto.

ANGIOLA. Non sapete voi meglio di me che questo ufficio convien farsi col padre e non con lei, perché non lice ad una donzella dispor di se stessa?

DON IGNAZIO. Io non cerco altro da lei in ricompensa del singular amar che le porto, che sia favorito da lei dirglielo con la bocca e con le mie orecchie sentir le sue parole e pascer per quel breve momento gli occhi miei avidi e affamati, in cosí lungo digiuno, della sua vista; ché da quel giorno della festa non fu mai possibile di rivederla.

ANGIOLA. Se ben quel che mi chiedete non abbi molto dell'onesto, pure traporrò l'autoritá mia, per quanto val appo lei, d'indurlaci; ché, raggionandosele de voi, ho conosciuto nel suo animo non so che di tacito consentimento. Fratanto che attendete la risposta, potrete trattenervi qui intorno, ché io vo' entrar in casa.

DON IGNAZIO. Che dici, Simbolo?

SIMBOLO. Ad una dura e faticosa impresa vi sète posto.

DON IGNAZIO. Per lei tutte le fatiche e le durezze mi sono care; né mai le grandi imprese si vinsero senza gran fatiche.

SIMBOLO. Perdete il tempo.

DON IGNAZIO. E che tempo piú degnamente potrá perdersi come nell'acquisto de sí degno tesoro?

SIMBOLO. E che acquistate poi? l'amor d'una donna che si cambia di momento in momento.

DON IGNAZIO. Sí, delle vili e populari; ma quelle di reale animo come costei, amando, amano insino alla morte.

SIMBOLO. Tutte le donne sono d'una medesima natura.

DON IGNAZIO. Tu poco t'intendi di nature di donne. Ma non ingiuriar lei perché ingiurii me: taci.

SIMBOLO. Taccio.

DON IGNAZIO. Giá fuggono le tenebre dell'aria, ecco l'aurora che precede la chiarezza del mio bel sole, giá spuntano i raggi intorno: veggio la bella mano che con leggiadra maniera alza la gelosia. O felici occhi miei, che siete degni di tanto bene!

SCENA III.

CARIZIA, DON IGNAZIO, SIMBOLO.

CARIZIA. Signor don Ignazio, poiché Angiola mia zia mi fa fede della vostra onorata richiesta, io non ho voluto mancare dalla mia parte: eccomi, che comandate?

DON IGNAZIO. Io comandare, che mi terrei il piú avventurato uomo che viva, se fusse un minimo suo schiavo? Voi sète quella che sola avete l'imperio d'ogni mia voluntá, e a voi sola sta impor le leggi e romperle a vostro modo.

CARIZIA. Vi priego a spiegarmi il vostro desiderio con le piú brevi parole che potete.

DON IGNAZIO. Signora della vita mia--e perdonatime si ho detto «mia», ché dal giorno che la viddi la consacrai alla vostra cara bellezza,--io non desio altro in questa vita che essere vostro sposo: e perdonate all'ardire che presume tanto alto.

CARIZIA. Caro signore, io ben conosco la disaguaglianza de' nostri stati e la mia umile fortuna, a cui non lice sperar sposo sí grande di valore e di ricchezza come voi; però ricercate altra che sia piú meritevole d'un vostro pari, e lasciate me poverella ch'umilmente nel mio stato mi viva. La mia sorte mi comanda ch'abbia l'occhio alla mia bassa condizione. So che lo dite per prendervi gioco di me: la mia dote e la mia ricchezza s'inchiude nella mia onestá, la quale inviolabilmente nella mia povertá custodisco.

DON IGNAZIO. Troppo suntuosa è la vostra dote, signora, la quale quanto piú dimostrate sprezzarla piú l'ingrandite; le vostre ricchezze sono inestimabil tesoro di tante peregrine virtú, le quali resiedeno in voi come in suo proprio albergo: meriti ordinari si possono con le parole lodare, ma i gradi infiniti si lodano meravigliando, e con atti di riverenza tacendo si riveriscono. Ma voi lo dite accioché io n'abbia scorno, ché troppo povero mercante a cosí gran fiera compaia per comprarla: e veramente meritarei quel scorno che mi fate, se non venissi ricchissimo d'amore, ché non basta comprarse l'infinito valore de' vostri meriti se non con l'infinito amore che le porto.

CARIZIA. So che in una mia pari non cadono tanti meriti; e per non poter trovar parole condegne per risponderli, vi risponde tacendo il core.

DON IGNAZIO. Signora, ecco un anello nel cui diamante sono scolpite due fedi: tenetelo per amore e segno del sponsalizio. Il dono è picciolo ben sí; ma si considerate l'affetto di chi lo dona, egli è ben degno di lei.

CARIZIA. Il dono è ben degno di lui; nondimeno..., ma ben sapete che il rigor dell'onestá delle donzelle non permette ricever doni.

DON IGNAZIO. Signora, non fate tanto torto alla vostra nobiltá né tanto torto a me: rifiutar il primo dono di un sposo. Accettatelo, e se non merita cosí degno luogo delle vostre mani, poi buttatelo via.

CARIZIA. Orsú accetto e gradisco il vostro dono e me lo pongo in dito; e non potendo donarvi dono condegno--ché nol consente la mia povertá,--vi dono me stessa, ché chi dona se stessa non ha magior cosa da donare; e questo anello come cosa mia ve lo ridono in caro pegno della mia fede.

DON IGNAZIO. Accetto l'anello e accetto l'offerta della sua persona; e se ben ne sono indegno, amar mi sforza ad accettarla. In ricompensa non so che darle se non tutto io; e se ben disseguale alla sua grandezza, accettatelo come io ho accettata la sua persona.

CARIZIA. Comandate altro?

DON IGNAZIO. Vi priego a trattenervi un altro poco, accioché gli occhi mei abbino il desiato frutto di lor desiderio.

CARIZIA. I prieghi de' padroni son comandi a' servi; e se ben i rispetti delle donzelle non patiscano tanto, pur per un marito si deveno rompere tutti i rispetti. Eccomi apparecchiata a far quanto mi comandate.

DON IGNAZIO. Cara padrona, mi basta l'animo solo. So ben che la mia richiesta sarebbe a voi di poco onore: mi contento che ve n'entriate, pregandovi che in questo breve spazio, che non siamo nostri, di far buona compagnia al mio core che resta con voi né si partirá da voi mai; e ricordatevi di me.

CARIZIA. Non ricordandomi di voi, mi smenticarei di me stessa.

DON IGNAZIO. Amatemi come amo voi.

CARIZIA. Troppo vile e indegna è quella persona che si lascia vincere in amore; e se piacerá a Dio che siamo nostri, allora faremo contesa chi amerá piú di noi, ed io dalla mia parte non mi lasciarò avanzare da voi. Adio.

DON IGNAZIO. Ecco tramontata la sfera del mio bel sole, che sola può far sereno il mio giorno. O fenestra, è sparito il tuo pregio. O Dio, che cosa è nel cielo che sia piú bella di lei, se splendori, sole, luna, stelle e tutte le bellezze del cielo son raccolte nel breve giro del suo bel volto? Ahi, ché se prima ardea, or tutto avampo: ché per non averla tanto tempo vista i carboni erano sopiti sotto la cenere, or per la sua vista han preso vigore, m'hanno acceso nell'alma un tal incendio che son tutto di fuoco.

SIMBOLO. Poiché sète sazio della sua vista, partiamoci.