Gli duoi fratelli rivali

Part 5

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LECCARDO. Ci è qua uomo che ti fará gustare le medesime dolcezze.

CHIARETTA. Sei tu forsi quello?

LECCARDO. Cosí Dio m'aiuti!

CHIARETTA. Tengo per fermo che non ti aiuteria, ché tu hai piú a caro un bicchier di vino che quante donne son al mondo.

LECCARDO. Dici il vero, ma tu sei tanto graziosa che faresti innamorar i sassi.

CHIARETTA. S'io facessi innamorar i sassi, starei sicura che farei innamorar te che sei peggio d'un sasso.

LECCARDO. Son risoluto esser tuo innamorato.

CHIARETTA. Che ti ho ciera di vitella o di porca, che ti vòi innamorar di me?

LECCARDO. T'apponesti. Hai certi labruzzi scarlatini come un prosciutto, una bocchina uscita in fuori com'un porchetto, gli occhi lucenti come una capra, le poppe grassette come una vitella, le groppe grosse e ritonde come un cappone impastato: in somma non hai cosa che non mi muova l'appetito; ebbe torto la natura non farti una capra.

CHIARETTA. E tu che vòi esser mio marito, un becco.

LECCARDO. E quando starò abbracciato con te, mi parrá di gustare il sapor di tutti quest'animali, o mia vacca, o mio porchetto, o mia agnella, o mia capra!

CHIARETTA. Starò dunque mal appresso te, che non mi mangi. Ma arei caro darti martello.

LECCARDO. Sei piú atta a riceverlo che a darlo.--Oh come par bella Carizia or che pompeggia fra quelle vesti.

CHIARETTA. Altro che tovaglia bianca ci vuol a tavola, altro che vesti ci vuole a far bella una donna: gli innamorati non amano le vesti ma quello che sta sotto le vesti. Bisogna aver buone carni, sode, grasse e lisce, come abbiamo noi fantesche che sempre fatichiamo; le gentildonne, che sempre stanno a spasso, l'hanno cosí flaccide e molli che paiono vessiche sgonfiate.

LECCARDO. Mi piace quanto dici.

CHIARETTA. E le lor facce son tanto imbellettate che paiono maschere; e portano tal volta sul volto una bottega intiera di biacche, di solimati, di litargiri, di verzini e altre porcherie. Oibò, se le vedessi la mattina quando s'alzano da letto, diresti altrimente. Ma noi misere e poverelle abbiamo carestia d'acqua per lavarci la faccia: triste noi se non ci aiutasse la natura!

LECCARDO. Veramente come una donna si parte da un buon naturale e il piglia artificiale, non può parer bella. Ma tu m'hai fatto risentir tutto: ti vorrei cercare un piacere.

CHIARETTA. Che piacere?

LECCARDO. Che mi presti una cosa.

CHIARETTA. Che cosa?

LECCARDO. Per un'ora, anzi mezza, anzi per un quarto; e te la ritorno come me la prestasti.

CHIARETTA. Dimmi, che vorresti?

LECCARDO. Vorrei....

CHIARETTA. Che vorresti?

LECCARDO. Dubito non me la presterai.

CHIARETTA. Ti presterò quanto ho per un'ora, per un quarto, per quanto tu vuoi: a me piú tosto manca l'occasione che la voluntá di far piacere; e se non basta in presto, te la dono.

LECCARDO. So che sei d'una naturaccia larga e liberale, che ciò che ti è cercato in presto tu doni.

CHIARETTA. Su, di' presto, che vuoi?

LECCARDO. Che mi presti la....

CHIARETTA. La che?

LECCARDO. La..., mi vergogno di dire.

CHIARETTA. Se ti vergogni dirmelo di giorno e in piazza, dimmelo all'oscuro in casa.

LECCARDO. Vorrei che mi prestassi la gonna di Carizia.

CHIARETTA. Il malan che Dio ti dia! non vòi altro di questo?

LECCARDO. E che pensavi? qualche cosa trista?

CHIARETTA. Che vuoi farne?

LECCARDO. Vestirla a te. E alcuna di quelle cose che l'ha mandato don Ignazio, o di quelle che portò quel giorno della festa; ché s'ella si vuole sposar dimani, noi ci sposaremo questa notte. Tu sarai Carizia, io don Ignazio.

CHIARETTA. Tu mi burli.

LECCARDO. Se ti burlo, facci Dio che mai gusti vino che mi piaccia!

CHIARETTA. A questo giuramento ti credo. A che ora?

LECCARDO. Alle due, in questa casetta terrena.

CHIARETTA. Perché non in casa nostra?

LECCARDO. Ché facendo romore non siamo sconci: ne parlaremo piú a lungo in casa.

CHIARETTA. Bene.

LECCARDO. Non mancarmi della tua promessa.

CHIARETTA. Né tu della tua.

SCENA V.

DON FLAMINIO, LECCARDO, PANIMBOLO.

DON FLAMINIO. Ecco il veggiamo a punto. Leccardo, hai appontato con la fantesca?

LECCARDO. No.

DON FLAMINIO. Perché?

LECCARDO. L'aco era spuntato e avea la testa rotta.

DON FLAMINIO. Hai scherzato a bastanza: non piú scherzi.

LECCARDO. Non abbiamo fatto cosa veruna.

DON FLAMINIO. Fortuna traditora, se tu volgi le spalle una volta, non volgi piú la faccia.

LECCARDO. Anzi la fortuna s'è incontrata con te senza saper chi fussi, e tu senza conoscerla ti sei incontrato con lei.

DON FLAMINIO. Che m'apporti?

LECCARDO. Le vesti, le gioie e l'istessa Carizia: piú di quel che m'hai chiesto e sapresti desiderare.

DON FLAMINIO. Perché dicivi di no?

LECCARDO. Per farvi saper la nuova piú saporita; ché si t'avessi detto cosí il tutto alla prima, non ti sarebbe piaciuta. Non solo aremo da Chiaretta quanto vogliamo; ma m'è venuto fra' piedi quel capitano balordo, innamorato di Calidora, il qual ci servirá molto a proposito, di modo che ci si trovará gentilmente beffato e vostro fratello tradito.

DON FLAMINIO. Da cosí buona fortuna fo argumento che la cosa riuscirá assai netta. Conosco il capitano; ma come si sentirá beffato da te, ti fará una furia di bravate.

LECCARDO. Ed io una furia di bastonate.

DON FLAMINIO. Leccardo mio, come arò per tuo mezo conseguito il mio bene, arai sempre la gola piena e ornata di catene d'oro.

LECCARDO. Purché non rieschino in qualche capestro!

DON FLAMINIO. Che resta a far, Panimbolo?

PANIMBOLO. Come il fratello vi dará la nuova, mostrate non sapere nulla. Dilli che sia disonesta. Tu, Leccardo, tieni in piedi la prattica della fantesca, ché noi ti avisaremo di passo in passo quanto è da farsi.

LECCARDO. Raccomando alla fortuna la vostra audacia.

PANIMBOLO. Abbi cura spiar se don Ignazio prepara alcuna cosa.

SCENA VI.

DON IGNAZIO, SIMBOLO, AVANZINO.

DON IGNAZIO. Talché noi abbiamo gentilmente burlato il fratello, il quale si pensava burlar me.

SIMBOLO. Se non era il mio consiglio, ti saresti trovato in un gran garbuglio.

AVANZINO. Padrone, datemi la mancia, ché me l'ho guadagnata davero.

DON IGNAZIO. E di che cosa?

AVANZINO. Non la dico, se prima non me la prometteti.

DON IGNAZIO. Ti prometto quanto saprai tu dimandarmi.

AVANZINO. Quando voi mi mandaste a casa del conte per veder se vi fusse, non so che mi fe' far la via della porta della cittá che va a Tricarico....

DON IGNAZIO. E ben?

AVANZINO.... Trovai il conte il quale, perché se gli era sferrato il cavallo di tre piedi, s'era fermato a farlo ferrare, e li feci l'ambasciata da vostra parte....

DON IGNAZIO. E che ambasciata?

AVANZINO.... Come vostro fratello avea concluso il matrimonio per questa sera; e che voi non potevate aspettar fin alla sera, che volevate passar i capitoli allora allora e venire a casa....

DON IGNAZIO. Il conte che disse?

AVANZINO.... Se ne rallegrò molto; e cavalcato se n'andò alla via di Palazzo a vostro zio, e credo che adesso adesso será spedito il negozio.

DON IGNAZIO. Chi t'ha ordinato che gli facessi quell'ambasciata?

AVANZINO. S'io vedeva che voi vi attristavate per quell'indugio, io per levarvi da quella tristezza ho pregato il conte da vostra parte ch'avesse differito l'andare a Tricarico per quel giorno.

DON IGNAZIO. Ah traditore, assassino!

AVANZINO. In che vi ho offeso io?

DON IGNAZIO. Non so perché non ti spezzi la testa in mille parti, come m'hai rovinato dal fondo e spezzatomi il cuore in mille parti!

AVANZINO. Queste sono le grazie che mi rendete del piacer che vi ho fatto?

DON IGNAZIO. Un simile piacere sia fatto a te dal boia, gaglioffo!

SIMBOLO. Padrone, non bisogna irarvi contro costui.

DON IGNAZIO. Egli m'ha rovinato della vita e scompigliato il negozio.

SIMBOLO. Per questo non deve mai il padrone trattare i suoi fatti dinanzi a' servi, i quali, quando non vi nocciono per malignitá, almeno vi nocciono per ignoranza.

DON IGNAZIO. Non so che farmi, son rovinato del tutto; m'ha posto in un garbuglio che non so come distaccarmene: andrá il conte al mio zio, dirá che l'ha trattato don Flaminio e che io ne sia contentissimo, effettuará il negozio.

SIMBOLO. Il caso è da temerne; ma i consigli de' vecchi son tardi ché non si muovono con tanta fretta, e poi egli ha desio maritarvi in Ispagna.

DON IGNAZIO. Or conosco la mia sciocchezza a lasciarmi persuadere da te di accettar il partito di mio fratello: con non men infelice che ignobil consiglio tu mi hai posto in tanti travagli.

SIMBOLO. Chi arebbe potuto imaginar tanta ignoranza d'uomo a far di sua testa quel che non gli era stato ordinato?

DON IGNAZIO. Fa' che mai tu comparischi ove io mi sia; se non, che farò pentirtene.

AVANZINO. Questi sono i premi d'aver dieci anni fidelmente servito: esser cacciato di casa.

SIMBOLO. Taci e non parlar piú in collera. Ecco vostro fratello.

SCENA VII.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO, DON IGNAZIO, SIMBOLO.

DON IGNAZIO. Don Flaminio, son andato gran pezzo ricercandovi: voi siate il benvenuto!

DON FLAMINIO. E voi ben trovato! Che buona nuova, poiché mostrate tanta allegrezza nel volto?...

PANIMBOLO. (Oh quanto il cuore è differente dal volto!).

DON FLAMINIO.... che cosa avete degna di tanta fretta e di tanta fatica?

DON IGNAZIO. Per farvi partecipe d'una mia allegrezza; ché so che ve ne rallegrarete come me ne rallegro io, amandoci cosí reciprocamente come ci amiamo.

PANIMBOLO. (Mentite per la gola ambodoi!).

DON FLAMINIO. Rallegratemi presto, di grazia.

DON IGNAZIO. Perché, partito che fui da voi, andai in casa del conte e mi dissero ch'era andato a Tricarico e che trattava con altri dar la sua figlia, io mi ho tolto un'altra per moglie secondo il mio contento.

DON FLAMINIO. Non credo sia maggior contento nella vita che aver moglie a suo gusto e suo intento. Quella signora d'Ispagna che trattava don Rodrigo nostro zio?

DON IGNAZIO. Ho tolto una gentildonna povera ben sí ma nobilissima; ma la sua nobiltá è avanzata di gran lunga dalla sua somma bellezza, e l'un'e l'altra dalla onestá e dagli onorati costumi.

DON FLAMINIO. Ditelami di grazia, accioché mi rallegri anche io della vostra allegrezza; ché per aver ricusata una figlia de grandi d'Ispagna, dev'esser oltremodo bella e onorata.

DON IGNAZIO. È Carizia.

DON FLAMINIO. Chi Carizia? non l'ho intesa mai nominare.

PANIMBOLO. (Ah, lingua mendace, non la conosci?).

DON IGNAZIO. Carizia, figlia di Eufranone.

DON FLAMINIO. Forsi volete dire una giovenetta che nella festa de' tori comparve fra quelle gentildonne con una sottana gialla?

DON IGNAZIO. Quella istessa.

DON FLAMINIO. E questa è quella tanto onesta e onorata?

DON IGNAZIO. Quell'istessa.

DON FLAMINIO. Or veramente le cose non sono com'elle sono, ma come l'estima chi le possiede.

DON IGNAZIO. Che volete dir per questo?

DON FLAMINIO. Che non è tanta l'onestá e il suo merito quanto voi dite.

DON IGNAZIO. Dite cose da non credere.

DON FLAMINIO. Ma piene di veritá. Ma dove nasce in voi tanta meraviglia?

DON IGNAZIO. Anzi io non posso tanto meravigliarmi che basti.

DON FLAMINIO. Avete fatto molto male.

DON IGNAZIO. Si ho fatto bene o male non l'ho da riporre nel vostro giudizio.

DON FLAMINIO. Or non sapete voi ch'ella col far di sé copia ad altri dá da viver alla sua casa, la qual è piú povera di quante ne sono in Salerno e che senza la sua mercanzia non potrebbe sostenersi?

PANIMBOLO. (Oh come i colori della morte escono ed entrano nel suo volto!).

DON IGNAZIO. Si fusse altro che voi, ch'ardisse dirme questo, lo mentirei per la gola.

DON FLAMINIO. Perdonatemi si son forzato passar i termini della modestia con voi, ché quanto ve dico tutto è per l'affezione che vi porto.

PANIMBOLO. (Ah, lingua traditora!).

DON FLAMINIO. Dico che fate malamente, ché per sodisfare ad un vostro momentaneo appetito, e d'una finta bellezza di una donnicciola, non stimate una vergogna che sia per risultar al vostro parentado; ché ben sapete che una picciola macchia nella fama di una donna apporta vituperio e infamia a tutti.

PANIMBOLO. (L'ammonisce per caritá fraterna: che Dio lo benedica!).

DON IGNAZIO. Io per diligente informazione, che per molti giorni n'ho presa da molte onoratissime persone, ne ho inteso tutto il contrario.

DON FLAMINIO. Dovete credere piú a me che a niuno.

DON IGNAZIO. Credo a voi non al fatto.

DON FLAMINIO. Anzi vo' che crediate al fatto istesso non a me.

DON IGNAZIO. Ella è tanto onorata che la mia lingua s'onora del suo onore; e avendola ne resto io piú onorato. E voi, per farla da cavaliero, d'una gentildonna dovresti dirne bene ancorché fusse il falso, né dirne male ancorché fusse il vero.

DON FLAMINIO. Io non ho detto ciò perché sia mala lingua, ma perché sappiate il vero. Ma che non può la forza d'una gran veritá? Perciò non vorrei che correste con tanta furia in cosa ove bisogna maturo consiglio, e poi fatta non può piú guastarsi; e poi dal rimorso di voi stesso vi aveste a pentir d'una vana penitenza.

DON IGNAZIO. A me sta il crederlo.

DON FLAMINIO. A voi il credere, a me dir la veritá la qual m'apre la bocca e ministra le parole. Ma io, che tante volte v'ho fatto veder il falso leggiermente, or con tante ragioni non posso farvi creder il vero?

DON IGNAZIO. E però non vi credo nulla, perché solete dirmi le bugie e conosco i vostri artifici.

PANIMBOLO. (Oh come mal si conoscono i cuori!).

DON FLAMINIO. Ma se vogliamo adeguar il fatto, bisogna che ambodoi abbiamo pazienza, voi di ascoltare, io di parlare.

DON IGNAZIO. Dite suso.

DON FLAMINIO. Son piú di quattro mesi che me la godo a bell'aggio, né io son stato il primo o secondo; e vi fo sapere che non è tanto bella quanto voi la fate, ché, toltone quel poco di visuccio inbellettato e dipinto, sotto i panni è la piú sgarbata e lorda creatura che si veda.

DON IGNAZIO. Non basto a crederlo.

DON FLAMINIO. Né la sorella è men disonesta di lei; e un certo capitano ciarlone, che suol pratticar in casa, se la tiene a' suoi comodi. Or questo, che è il peggior uomo che si trovi, sará vostro cognato; e ci son altre cose da dire e da non dire.

DON IGNAZIO. Mi par impossibile.

DON FLAMINIO. Farò che ascoltiati da molti il medesimo.

DON IGNAZIO. Se non lo credo a voi, meno lo crederò agli altri.

PANIMBOLO. (Li è restata la lingua nella gola e non ne può uscir parola).

DON FLAMINIO. E se non lo credete, farò che lo veggiate con gli occhi vostri.

DON IGNAZIO. Che cosa?

DON FLAMINIO. Poiché volete sposarla dimani, vo' dormir seco la notte che viene: io sarò sposo notturno, voi diurno. State stupefatto?

DON IGNAZIO. Se mi fusse caduto un fulmine da presso, non starei cosí attonito.

DON FLAMINIO. Da un buon fratello come vi son io bisogna dirsi la veritá, poi in cose d'importanza e dove ci va l'onore.

PANIMBOLO. (O mondo traditore, tutto fizioni!).

DON IGNAZIO. Odo cose da voi non piú intese da altri.

DON FLAMINIO. Se vi fusse piú tempo, ve lo farei udir da mille lingue; ma perché viene la notte piú tosto che arei voluto, venete meco alle due ore, che andrò in casa sua: vi farò veder le sue vesti e i doni che l'avete mandati, e ce ne ritornaremo a casa insieme.

DON IGNAZIO. Se me fate veder questo, farò quel conto di lei che si deve far d'una sua pari.

DON FLAMINIO. Andiamo a cenare e verremo quando sará piú imbrunita la notte.

DON IGNAZIO. Andiamo.

DON FLAMINIO. Andate prima, ché verrò dopoi.

PANIMBOLO. Giá è gito via.

DON FLAMINIO. Panimbolo, a me par che la cosa riesca bene.

PANIMBOLO. Avete finto assai naturale. Mi son accorto che la gelosia li attaccò la lingua che non possea esprimere parola.

DON FLAMINIO. Io non mi dispero della vittoria.

PANIMBOLO. Andiamo al fratello, acciò non prenda suspetto di noi e gli ordini presi non si disordenino.

DON FLAMINIO. Andiamo.

SCENA VIII.

EUFRANONE solo.

EUFRANONE. Giá ho dato la nuova a' parenti, agli amici e a tutta la cittá; e ciascuno ne ha infinito piacere e allegrezza, veggendo che la nostra casa anticamente cosí nobile e ricca per una disgrazia sia venuta in tanta miseria e povertade, e ora per una cosí insperata occasione risorga a quel primiero splendore e grandezza; e che la bellezza e onorati costumi di Carizia, che meritava questa e maggior cosa, abbino sortito cosí felice ventura per esserne le sue parti tali da farsi amar insin dalle pietre. Oh quanta sará la mia allegrezza dimani, quando vedrò la mia figliola sposar da cosí degno cavaliero con tanta grandezza e concorso di nobili, e gionta a quell'eccelso grado che merita la sua bontade! Dubito che non passará mai questa notte ché veggia quell'alba, per lo gran desiderio che ho di vederla. Ma perché trattengo me stesso in tante facende? andrò su, cenerò subito e andrò in letto, accioché dimani mi levi per tempo. Sommo Dio, appresso cui son riposte tutte le nostre speranze, fa' riuscir queste nozze felici per tua solita bontade, ché so ben che noi tanto non meritiamo!

SCENA IX.

MARTEBELLONIO solo.

MARTEBELLONIO. Credo che non sia minor virtute e grandezza ferir un corpo con la spada che un'anima con i sguardi: ben posso tenermi io fra tutti gli uomini glorioso, ché posso non men con l'una che con l'altra; ché non può starmi uomo, per gagliardo che sia, con la spada in mano innanzi, né men donna, per onesta e rigida, a' colpi de' sguardi miei; e se con la spada fo ferite che giungono insin al cuore, con gli occhi fo piaghe profondissime che giungono insin all'anima. Ecco Calidora che appena mi guardò una volta, che non sostenne il folgore del lampeggiante mio viso; onde ne restò sconquassata per sempre. Ma io con un generoso ardire non men uso misericordia a quei che prostrati in terra mi chiedeno la vita in dono, che a quelle meschinelle e povere donne che si muoiono per amor mio. Or io mi son mosso a darle soccorso ché non la vegga miseramente morire; ed è gran pezza che mi deve star aspettando. Ma io non veggio per qui Leccardo, come restammo d'appontamento.

SCENA X.

DON FLAMINIO, DON IGNAZIO, MARTEBELLONIO, PANIMBOLO, SIMBOLO.

DON FLAMINIO. Io sento genti in istrada, non so se potremo mandar ad effetto quanto desideriamo: dovevamo cenar prima.

DON IGNAZIO. A me non parea mai che venisse l'ora di veder un tanto impossibile, per poter dire liberamente poi che onore e castitá non si trova in femina; poiché costei, di cui si narrano tanti gran vanti della sua onestá, si trovi sí disonesta.

DON FLAMINIO. Cosí va il mondo, fratello: quella donna è tenuta piú casta che con piú secretezza fa i suoi fatti.

MARTEBELLONIO. Sento stradaioli. Olá, date la strada se non volete andar per fil di spada!

PANIMBOLO. Se non taci, poltronaccio, andrai per fil di bastone!

MARTEBELLONIO. (Costui par che sia indovino, ché son poltrone).

DON IGNAZIO. Chi è costui?

SIMBOLO. Quel capitan vantatore.

MARTEBELLONIO. (Vo' farmi conoscere, ché non m'uccidano in iscambio). O signori don Flaminio e don Ignazio, son il capitan Martebellonio! E dove cosí di notte senza la mia compagnia? ché è meglio aver me solo che una compagnia d'uomini d'arme.

DON FLAMINIO. E tu dove vai? a donne ah?

MARTEBELLONIO. L'hai indovinata, a fé di Marte!

DON FLAMINIO. A qualche puttana?

MARTEBELLONIO. Se non foste voi a' quai porto rispetto, vi farei parlar altrimente. Io a puttane, che ho le principali gentildonne della cittá e tutto il mondo che spasima del fatto mio? Vo ad una signora che è ridotta a pollo pesto per amor mio, e or la vo a soccorrere.

DON FLAMINIO. Signora di casa, fantesca eh?

MARTEBELLONIO. E pur lá! è Callidora, figlia d'Eufranone: conoscetela voi?

DON FLAMINIO. (Che ti dissi, fratello? cominci a scoprir paese). Noi la conosciamo molto bene; ma dove voi conosceste lei o sua sorella Carizia?

MARTEBELLONIO. Gran tempo fa che l'una e l'altra è impazzita del fatto mio; ma a me piace Calidora per esser di ciglio piú rigido e piú severo. Mi ha chiesto in grazia che vada a dormir seco per questa notte: or vo ad attenderle la promessa. Ma s'apre la porta e veggio il parasito che viene per ritrovarmi: perdonatemi.

SCENA XI.

LECCARDO, CHIARETTA, MARTEBELLONIO, DON IGNAZIO, DON FLAMINIO.

LECCARDO. Entrate, signora, in questa camera qui vicino.

CHIARETTA. T'obedisco.

LECCARDO. Serratevi dentro e aspettatemi un pochetto.--Capitano, sète voi?

MARTEBELLONIO. Pezzo d'asino, non mi conosci?

LECCARDO. Non vi conoscea, perché me diceste che venendo la vostra persona arei sentito il terremoto: son stato gran pezza attendendo se tremava la terra, però dubitavo se foste voi.

MARTEBELLONIO. Dite bene, e ti dirò la cagione. Poco anzi mi è venuta una lettera dall'altro mondo. Plutone mi si raccomanda e mi prega che non camini cosí gagliardo, che vada pian piano, ché tante sono le pietre e le montagne che cascono dagli altissimi vòlti della terra, che mancò poco che non abissasse il mondo e sotterrasse lui vivo con Proserpina sua mogliere. Gli l'ho promesso, e perciò non camino al mio solito.

LECCARDO. Entrate, ché Calidora vi sta aspettando.

DON FLAMINIO. Che dici, fratello? è vero quanto vi ho detto? Io farò il segno: fis, fis.

LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia vi prega a disagiarvi un poco, perché sta ragionando col padre.

DON FLAMINIO. Se ben è alquanto bellina, io non la teneva in tanto conto quanto voi.

DON IGNAZIO. Non vi ho io dimandato piú volte se in quel giorno della festa vi fusse piaciuta alcuna di quelle gentildonne, e mi dicesti di no?

DON FLAMINIO. Era cosí veramente; ma essendomi offerta costei con mio poco discomodo, me ce inchinai.

LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia v'aspetta agli usati piaceri, e che le perdoniate se vi ha fatto aspettar un poco.

DON FLAMINIO. Don Ignazio, non vi partite; forse vi porterò alcuni de' suoi abbigliamenti e de' doni mandati.

DON IGNAZIO. Aspettarò sin a domani.--Che dici, Simbolo, aresti tu creduto ciò mai?

SIMBOLO. Veramente delle donne se ne deve far quel conto che dell'erbe fetide e amare che serveno per le medicine, che cavatone quel succo giovevole si buttano nel letamaro: come l'uomo si ha cavato quel poco di diletto che s'ha da loro, nasconderle ché piú non appaiano.

DON IGNAZIO. Veramente la femina è un pessimo animale e da non fidarsene punto. Ahi, fortuna, quando pensava che fussero finite le pene e cominciar la felicitá, allor ne son piú lontano che mai!

DON FLAMINIO. Don Ignazio, dove sète? Conoscete voi questa sottana gialla che portò quel giorno? non è questo l'anello che l'avete mandato a donare, le catene e gli altri vezzi di donne?

DON IGNAZIO. Li conosco e mi rincresce conoscerli.

DON FLAMINIO. Vi lascio le sue cose in vece di lei per questo breve tempo che mi è concesso goderla.

DON IGNAZIO. Eccole, tornatele adietro.

DON FLAMINIO. Vi lascio la buona notte.

DON IGNAZIO. Anzi notte per me la piú acerba e d'infelice memoria che sia mai stata! O stelle nemiche d'ogni mio bene--ben posso io chiamarvi crudeli, poiché nel nascer mio v'armaste di cosí funesti e miserabili influssi,--deh, fuggite dal cielo, spengete il vostro lume e lasciate per me in oscure tenebre il mondo! O luna, oscura il tuo splendore e cuopra il tuo volto ecclisse orribile e spaventoso, e in tua vece veggansi orrende comete colle sanguigne chiome! O maledetto giorno ch'io nacqui e che la viddi e che tanto piacque agli occhi miei! Ahi, dolenti occhi miei, a che infelice spettacolo sète stati serbati insin ad ora! veder ch'altri goda di quella donna che mi era assai piú cara dell'anima istessa. Ahi, che sento stracciarmi il cuore dentro da mille orsi e da mille tigri, e la gelosia m'impiaga l'anima di ferite inmedicabili e immortali! Ahi, Carizia, cosí onori il tuo sposo? queste sono le parole che ho intese da te questa mattina? non avevi altri uomini con chi potevi ingannarmi, e lasciar mio fratello? e se mi dispiace l'atto, mi dispiace piú assai con chi l'hai tu adoperato.

SIMBOLO. Padrone, fate resistenza al male, ché non è maggior male che lasciarsi vincere dal male.

DON IGNAZIO. Ma io non sia quel che sono se non ne la farò pentire.

SIMBOLO. Dove andate?

DON IGNAZIO. A consigliarmi con la disperazione, con le furie infernali, ché non so quale in me maggior sia l'ardore, il dolore o la gelosia.

DON FLAMINIO. Panimbolo, son partiti?

DON IGNAZIO. Sí, sono.