Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 9

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Con siffatti uomini e con siffatti metodi e criterî di governo si arrivò in Sicilia al 1875 nelle condizioni descritte da questo brano sintetico e chiaro: Noi abbiamo colà: le leggi ordinarie derise, le istituzioni un'ironia, la corruzione dappertutto, il favore la regola, la giustizia l'eccezione, il delitto intronizzato nel luogo della pubblica tutela, i rei fatti giudici, i giudici fatti rei ed una corte _di mali interessati_ fatti arbitri della libertà, dell'onore, della vita dei cittadini. Dio immortale!

«Che cosa è mai questo se non il caos? Che cosa è mai questo se non il peggiore dei mali: la _anarchia di governo_, innanzi alla quale cento briganti di più, e cento crimini di più sono un nonnulla e si scolorano?» (_Tajani._ Discorso alla Camera dei deputati del 12 giugno 1875).

Queste condizioni furono il prodotto di quindici anni di malgoverno della _destra; e la destra_, quantunque ancora non fossero inventati _i sobillatori e i Fasci_, vedendosi impotente a rimediare collo Statuto che aveva violato, e colle leggi ordinarie che non aveva mai applicate e rispettate, domandò provvedimenti e leggi eccezionali.

Siamo giusti, però; la _destra_ li domandò a chi aveva le apparenze del diritto a concederle: al Parlamento. Inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito che sta per cadere, che conserva ancora del pudore e che mantiene un _minimum_ di rispettabilità! Indarno li cercheremo nella _sinistra_, che sta per arrivare....

[IL GRAN PARTITO DELLA RIPARAZIONE!]

La _sinistra_! Cos'era il _gran partito_ della riparazione? «una confederazione di condottieri stretti al patto di rovesciare comunque la _destra_ e toglierle di mano il reggimento, salvo poi d'intendersi (od anche di non intendersi) non tanto per concordare il da farsi--che questo pareva a tutti ovvio a comporre, facile a praticare; perocchè, ei dicevano, bisognasse fare tutto il contrario di quello che aveva operato la _destra_!--ma per ripartirsi gli uffici e.... via... anche un poco i benefici» (_Zini_ p. 24).

E per fare il contrario di ciò che la _destra_ aveva fatto, la _sinistra_ inaugurò in Sicilia il proprio regime applicando le leggi e i provvedimenti _eccezionali_ che aveva negato sdegnosamente alla prima in Parlamento. Li applica nel 1876 l'on. Nicotera--suoi strumenti il Prefetto Malusardi e l'ispettore Lucchese, destinato dalla sorte a brillare nell'isola--e se ne vanta alla Camera (tornata del 29 novembre 1876). Eppure all'inizio dell'opera del _gran partito_ siamo ancora ben lontani dalla _perfezione_ nell'applicazione di provvedimenti eccezionali raggiunta da chi crede di essere la quintessenza della democrazia parlamentare: l'on. Crispi!

[LA RIVOLUZIONE PARLAMENTARE DEL '76]

Fu grande, perciò in Sicilia, la delusione provata coll'arrivo al potere della _sinistra_, dalla quale si sperava un radicale mutamento d'indirizzo e la riparazione di tante ingiustizie e dalla quale nulla si ottenne. Sotto un certo aspetto, anzi, ci fu un peggioramento, poichè i deputati dell'isola che in maggioranza erano di _sinistra_, colla cosidetta rivoluzione parlamentare del 18 Marzo 1876 ebbero le grazie e i favori del potere a benefizio delle clientele e delle consorterie locali che dichiaravano di aderire al proprio _partito_. Il governo così servì a ribadire nei Comuni, nelle Provincie, nelle opere pie la oppressione antica a beneficio dei grandi elettori e delle classi dirigenti; a danno dei vinti e delle classi lavoratrici.

Di che riporta molti esempî lo Zini, uno dei pochi prefetti che insieme al Rasponi, al Gerra e a pochi altri, vennero in Sicilia con rette intenzioni e fa onore al Nicotera l'avervelo mandato, quanto gli fa torto l'averlo costretto a dimettersi per non avere voluto seguire una condotta biecamente partigiana.

I deputati, d'allora in poi più che pel passato, tutto sacrificarono al criterio elettorale, e i ministri al criterio parlamentare; gli uni per avere la maggioranza nel collegio chiesero ciò che spesso era disonesto o dannoso, e gli altri per conservarsela nella Camera concessero. Così furono approvati mutui disastrosi, concessioni e favori scandalosi, strade private costruite col denaro pubblico, approvati i bilanci irragionevoli e rinviati e mutilati quelli che contenevansi entro gli stretti limiti del necessario, sciolti i Consigli dei Comuni meglio amministrati anche quando le ispezioni, ordinate partigianamente e seviziosamente eseguite, tali li dimostravano; e mantenuti in piedi quelli violatori di tutte le leggi, odiati dai comunisti. Concesse le licenze per porto d'armi--specialmente nei momenti di elezioni: informino le campagne di Palermo--ai facinorosi, cui potevano servire solo a malfare e negate ai cittadini onesti che ne avevano bisogno a difesa personale, ma che avevano la disgrazia di militare in un partito opposto.

Così infine prefetti, delegati e pur troppo anche i magistrati furono messi a disposizione dei deputati ministeriali e questi nei rispettivi collegi divennero tanti proconsoli in cinquantesimo!

[IL MINISTERO GIOLITTI]

Questi mali preesistevano al ministero del Giolitti: questi li acuì in modo superlativo raggiungendo, però, un risultato insperato e insperabile per altri titoli: una fedeltà a tutta prova dei rappresentanti dell'isola, che coprivano e legittimavamo ogni loro voto di fiducia in nome della sacrosanta ricostituzione dei partiti e della risurrezione della _sinistra_, fatta da uomini che erano stati i promotori e i campioni del _trasformismo_!

[UN'APOLOGIA SMACCATA]

L'insieme di questi fatti, proprî della destra e della _sinistra_ sotto la dinastia Sabauda--e le considerazioni che suggeriscono--non mi permettono di consentire col Baer, che all'opera deleteria del regime borbonico contrappose quella «di una dinastia leale e conscia dei proprî doveri, sotto la quale la Sicilia ha veduto raffermate ed estese le franchigie politiche, che tanto le erano a cuore; il che ha dato al governo una forza ed una autorità morale che invano potevano sperare i Borboni. E con questa autorità lo Stato ha potuto senza contrasti crearsi nuove risorse finanziarie, stabilendo le tasse di registro, il monopolio dei tabacchi, cosa che non avrebbe mai osato il governo precedente. E si è fino estesa alla Sicilia la leva pel servizio militare.» Ora in tutta questa apologia smaccata, che si estende, con evidente contraddizione dell'egregio scrittore, al censimento dei beni della manomorta ecclesiastica, non c'è di vero che questo: il governo italiano colla forza brutale e non coll'autorità morale, ha saputo imporre alla Sicilia la leva, i balzelli nuovi e la distruzione di alcune industrie. E precisamente per questo in basso, ed oramai anche in alto, si fanno paragoni tra il governo borbonico e il governo italiano, i quali non riescono sempre lusinghieri pel secondo.

Se il governo italiano mancò alla sua funzione rigeneratrice nella parte vera politica e nella economica, non si mostrò d'altra parte migliore nella amministrativa e nei suoi rapporti coi Comuni, colle Provincie, colle opere pie.

[LA LEGGE COMUNALE E PROVINCIALE DEL 1865]

Se si pon mente ai maggiori poteri che la legge comunale e provinciale del 1865 accordava ai Prefetti nello esercizio della tutela si riconoscerà che la responsabilità del governo fu immensa nella cattiva amministrazione dei corpi locali, nello sperpero del pubblico denaro, nello sfacciato favoritismo verso gli _amici_ ed a danno degli _avversarî_ del partito dominante, negli imbrogli elettorali multiformi, nella iniqua ripartizione delle imposte, nella oppressione dei vinti e dei lavoratori. E questa grande responsabilità del governo, specialmente sotto l'aspetto tributario, a proposito di ciò che avvenne nei comuni di Santa Margherita, di Campobello di Licata, venne esplicitamente assodata dal Cavalieri, ch'è uomo di governo, da Sonnino e Franchetti, da Bonfadini per altri casi e per altri luoghi a centinaia. Si deve aggiungere, anzi, che per la tolleranza o connivenza del governo, i gravi inconvenienti e la cattiva amministrazione, come ne' comuni e nelle provincie, si ripeterono nelle Congregazioni di Carità e in altre opere pie, coi posti gratuiti nei convitti, cogli impieghi dati ai favoriti o addirittura creati per essi, e financo col pagamento camorristico delle donne che allevano i trovatelli e che sono qualche volta le drude degli amici degli amministratori locali.

In quanto ai tributi, ad onore del vero, si dica che talvolta il governo ebbe il pensiero di fare rispettare la legge, ma solo quando la osservanza della medesima era odiosamente farisaica. Così più volte furono minacciati alcuni municipî (Caltagirone, Castrogiovanni, ecc.) della risoluzione del contratto di appalto col governo pel dazio di consumo, perchè non tutte le voci tassabili erano tassate e sopratutto perchè non si esigeva il dazio _sulla farina e sul pane_! Ed a questi municipî, per tale grave colpa, non si consentì di eccedere sul limite legale della sovrimposta fondiaria.

[GLI INGENUI...]

Quando gl'ingenui domandano: ma le autorità governative non vedevano, non riferivano, non provvedevano? si può rispondere: Sì! esse ci stavano e ci stanno per vedere, per riferire e per provvedere, ma non nel senso della giustizia e dell'interesse del popolo, sebbene nell'interesse del deputato, del candidato, del grande elettore, della persona influente; e in nome di tale interesse si nominano e si destituiscono i sindaci, si sciolgono i Consigli comunali, si manipolano le liste, si mutilano, si respingono o si approvano i bilanci, si traslocano i delegati di P. S., i Prefetti e i magistrati.[35]

È superfluo aggiungere che quella tale incompleta riforma della legge comunale e provinciale fatta votare dall'on. Crispi non riuscì a mutare in meglio le cose; e non lo poteva. Spesso anzi le peggiorò per l'aggravante della scemata responsabilità delle autorità governative, mentre continuò l'esercizio della loro perniciosa influenza; poichè in realtà nella _Giunta Amministrativa_--che dovrebbe essere la suprema moderatrice delle amministrazioni locali--il Prefetto prepondera sempre, e prepondera poi in particolar modo cospirando e intrigando per fare eleggere a membri delle medesime uomini quasi sempre inetti, e sempre servili, partigiani.

[LA RIFORMA DEL 1889 ALLA LEGGE COMUNALE]

Perciò dal 1889 in poi continuarono le vecchie iniquità nella natura e nella distribuzione delle imposte, continuarono le spese pazze e le cortigianerie degradanti, crebbero le imposte e i debiti, che si risolvono in imposte rimandate coll'aggiunta degli interessi e delle provvigioni ai mediatori; e il governo continuò a non vedere nelle amministrazioni dei corpi locali che agenzie elettorali organizzate, e sempre pronte ai suoi cenni!

Una magra soddisfazione alle vittime di un tale stato di cose rimane: il sapere che ne fu fatta la constatazione da inchieste private ed ufficiali in termini su per giù identici da anni ed anni. La fece Ferdinando II nel 1838, la ripeterono nel 1875 da privati gli on. Sonnino, Franchetti e Cavalieri e in forma ufficiale la _Giunta Parlamentare_ di cui fu relatore l'on. Bonfadini; fu riprodotta dall'onor. Damiani nel volume dell'_Inchiesta agraria_; fu riassunta da me nel 1885 nello scritto sulla _Delinquenza della Sicilia e le sue cause_; e tante _Inchieste_ e tanti rapporti sono stati fatti che in dicembre scorso, nel periodo più acuto delle turbolenze il compianto on. Cuccia in nome di un comitato composto dei più fidi amici dell'on. Crispi malinconicamente conchiudeva: «Più inchieste sono state fatte, cento relazioni dai corpi più conservatori sono state mandate, mille rapporti sono stati scritti da tutti i funzionarî che si sono succeduti in Sicilia. E tutti, _unanimi_, hanno presentito i fatti d'oggi e quelli di domani, e tutti hanno fatto proposte, hanno reclamato provvedimenti, che sono restati lettera morta, come se il governo fosse l'ente più _misoneico_ della società....»

[CRIMINOSA NONCURANZA DEL GOVERNO ITALIANO]

Di tante inchieste, di tante relazioni, di tanti rapporti rimangono giudizî e descrizioni di una esattezza meravigliosa, che sembrano scritti all'indomani dei tumulti per giustificare i tumultuanti; giudizî e descrizioni che costituiscono ad un tempo le pietre miliari della constatazione delle miserie del proletariato siciliano e la condanna più severa della criminosa noncuranza degli uomini di governo di ieri e di oggi. Di tali giudizî e di tali descrizioni bisogna riprodurne alcuni, che datano da momenti diversi e vengono da persone avverse ad ogni idea di socialismo, le quali hanno la missione ufficiale d'interpreti della pubblica opinione e di tutelatori dell'ordine pubblico.

L'on. Sonnino venti anni or sono scriveva:

[OGGI COME VENTI ANNI OR SONO!]

«Quel che trovammo nel 1860, dura tuttora. La Sicilia lasciata a sè troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e ce ne assicurano l'intelligenza e l'energia della sua popolazione, e l'immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione. Ma noi, italiani delle altre provincie, impediamo che tutto ciò avvenga, abbiamo legalizzato l'oppressione esistente; ed assicuriamo l'impunità all'oppressore.»

«Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal timore di una reazione all'infuori delle vie legali. Orbene, in Sicilia, colle nostre istituzioni, modellate spesso sopra un formalismo liberale anzichè informate ad un vero spirito di libertà, noi abbiamo fornito un mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali l'oppressione di fatto che già prima esisteva, coll'accaparrarsi tutti i poteri mediante l'uso e l'abuso della forza, che tutta era ed è in mano sua; ed ora le prestiamo mano forte per assicurarla che, a qualunque eccesso spinga la sua oppressione, noi non permetteremo alcuna specie di reazione illegale, mentre di reazione legale non ve ne può essere, poichè la legalità l'ha in mano la classe che domina.»

Queste parole dell'attuale ministro del tesoro gli devono essere continuamente ricordate, perchè riassumono in modo mirabile l'azione sociale esercitata dal governo italiano in Sicilia; azione veramente perniciosa! Tenterà egli di cancellarla ora che è al potere?

Ciò che fu scritto nel 1875 da chi ora è ministro del Regno d'Italia è perfettamente adatto a dare una idea delle condizioni odierne dell'isola coll'aggravamento delle varie crisi--enologica, agrumaria, mineraria ecc.

E per chi sa leggere e comprendere troverà la conferma del serio giudizio nella inchiesta fatta da Adolfo Rossi per conto del giornale _La Tribuna_[36].

[I NOSTRI LAVORATORI]

Proprio alla vigilia dei tumulti nel novembre scorso, da Palermo in un rapporto ufficiale si scriveva al governo di Roma che aveva occhi per non vedere e orecchie per non sentire: «Qui i nostri frugali lavoratori soffrono la fame, non hanno desiderî disordinati, non bramano la fortuna altrui, non sentono l'odio di classe[37], ma vogliono lavoro e pane, solamente per vivere; chè d'altro ad essi non cale.»

«Chi voglia far credere che questi operai abbiano degli ideali politici non dice la verità e s'inganna. Ma questi ideali potranno entrare nella loro mente, avvivati dagli effetti morbosi del digiuno; ed allora, guai se fuori l'ordine vedranno gli ultimi segni della loro speranza, _chè in quel caso neppure le repressioni sanguinose varranno ad arrestare la china del loro incosciente furore_».

«Il Governo che vuole sempre il suo dai dazi di consumo, non ha avuto mai cura di temperare le esigenze dei Comuni, i quali imitando altri esempî di spreco, anche per sollecitudini non necessarie, nè proprie, i loro mezzi domandano al consumo delle più umili ed universali derrate e tanto ne traggono, da renderle o difficili o impossibili a quelli che unicamente se ne sostentano con una frugalità, che fa ammirazione e paura.»

«In alcuni Comuni di questa circoscrizione, dal pane che la rivoluzione aveva redento dalla grave ed odiata tassa del macinato, si traggono quasi dieci centesimi il chilogramma, e questa tassa, che dà milioni, neppur provvede ai bisogni della popolare igiene, ma si distrae in godimenti voluttuarî ai quali le classi lavoratrici non prendono parte.»

[UN RAPPORTO UFFICIALE]

È questo forse un brano dell'auto-difesa dell'on. De Felice? No: è il brano di un rapporto, che, richiesto da Roma, mandò il Presidente della Camera di Commercio di Palermo, on. Amato-Pojero, senatore del Regno, milionario e _grande proprietario_ di Sicilia!

[QUEL CHE SCRIVE UN FUNZIONARIO DI P.S.]

Se questo si scriveva alla vigilia dei tumulti, quando essi scoppiarono e n'erano meglio note le cause, altri aggiungeva:

«Tolte le grandi città, ove la moralità e la capacità degli amministratori sono men basse, e dove il maggiore sviluppo psichico della popolazione e la stampa sono freni alle oligarchie locali e favoriscono la permeabilità degli strati sociali, il 90% dei Comuni è amministrato con criteri e forme tali, _che fanno desiderare il tipo dell'antico governo paterno_, perchè allora si aveva almeno il diritto d'inchiodar sulla gogna i tirannelli locali, il conforto e la speranza di un avvenire migliore e, di tanto in tanto, l'intervento violento, ma pur sempre riparatore, del governo centrale»..... I tirannelli locali ora «sentono e sanno che i funzionari del governo non hanno nè convenienza nè interesse a secondarli, ed allora con la logica spiccia e primitiva di cui si servono, concludono: Chi non è con noi, è contro di noi; e attaccano con sotterfugi, ricorsi, cospirazioni e anonimi tutti i funzionari governativi, dalla guardia di pubblica sicurezza al Prefetto. Della legge e della legalità hanno un concetto esclusivamente unilaterale; le riconoscono e vi fanno ricorso solo in quanto sanzionano il loro potere; per tutto il resto o non esistono o le si possono violare impunemente. Per sostenersi e per combattere gli avversarî si profondono favori, impieghi, esenzioni da tasse e protezioni d'ogni specie e d'ogni portata agli aderenti, e si fa l'opposto con gli avversari. Si transige con facinorosi e con violenti, ai quali è serbato sempre un impiego sul bilancio comunale, protezione illimitata fino al Tribunale; e però appena un partito sale al palazzo comunale fa _tabula rasa_ di tutti gli stipendiati e li sostituisce coi propri fidi. Per gli avversari invece s'imprende una persecuzione continua, evidente, spesso sfacciata e feroce, fino al delitto, fino all'omicidio. E si pretende che i funzionari del governo seguano questo indirizzo. Per gli amici il permesso d'armi, il proscioglimento dall'ammonizione, l'impunità nel delitto: pei nemici il rifiuto costante di tutto quanto è devoluto alla Autorità amministrativa, la denunzia per l'ammonizione e perfino l'accusa dei reati che invece sono stati commessi dagli aderenti degli stessi denunzianti. Il delegato, il pretore, il sottoprefetto non seguono questo indirizzo? Ed allora spuntano le testimonianze ad _usum delphini_ a discolpa del reo amico, a carico per l'avversario innocente; pullulano ricorsi anonimi che dipingono il funzionario coi più foschi colori: secondo il bisogno e l'opportunità egli è stupido o maligno, ignorante o corrotto, prepotente o partigiano, venale o servile, e chi più ne ha, più ne metta...»

«Nei comuni certo è che vi dominano l'incompetenza più goffa e la prepotenza più sfacciata, che per contraccolpo vi producono la paura, la sofferenza, i rancori sordi delle masse, il disgusto e l'astensione dei buoni: fatto quest'ultimo che rende più sicura e sfrenata la prepotenza delle cricche imperanti.»

Si crederà forse che questa filippica faccia parte di una concitata concione di Garibaldi Bosco? Niente affatto: fu scritta dall'Alongi, capo di gabinetto del famigerato questore Lucchese, per combattere i _Fasci_ nel _Manuale della Pubblica sicurezza_ del chiarissimo consigliere di Stato Commendatore Astengo.

[CHE COSA SI CONSTATA ANCHE DOPO I TUMULTI]

Certo era facile ingannarsi o esagerare; era facile manifestare simpatia pei sofferenti prima e durante i tumulti; ma dopo? Ebbene, dopo, si constata:

1) Che le condizioni dell'oggi _non sono_ la conseguenza di fenomeni del tutto recenti; ma hanno la loro origine in un complesso di fatti e di tradizioni e di avvenimenti che rimontano ad epoche non vicine.

2) Che sono ormai la bellezza di diciotto anni che un'inchiesta parlamentare constatò inutilmente lo stato vero dei contadini in Sicilia.

3) Che il contadino siciliano, è _perseverante, sobrio, laborioso_, ma nello stesso tempo lo si è tenuto in un stato di _semibarbarie_.

4) Che il contadino siciliano anche dopo conquistata la libertà e la redenzione, _rimase nella condizione di servo ed oppresso_ e la posizione sua verso il padrone è quella di _vassallo a feudatario_.

5) Che _gli enormi latifondi, l'accentramento di vastissimi terreni in mano di pochi e le oligarchie comunali che non sempre s'inspirano a giustizia, e sovra tutto i contratti agricoli aggravano questo stato di cose_.

6) Che è opera altamente meritoria cercare in tutti i modi di mettere le classi agricole in condizione _di resistere alle prepotenze dei padroni_.

[FIATO SPRECATO]

Queste si crederebbero opinioni calunniose dell'anarchico Gulì e invece sono le convinzioni del Comm. Sighele, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo, manifestate nella inaugurazione dell'anno giuridico 1894.

Un'ultima testimonianza: Il 4 gennaio 1894 contemporaneamente alla proclamazione dello stato di assedio, e quasi a severa condanna dell'insana misura, vi fu chi disse in Palermo sotto gli occhi del Generale Morra di Lavriano e della Montà: «In questo nostro paese eminentemente agricolo, la classe dei contadini in particolare, difetta dei mezzi più necessarî alla vita; è la classe più bistrattata, la meno compassionata, la più misera, la più ignorante e la più degna quindi di speciale considerazione da parte degli uomini di cuore!»

[UNA VERITÀ DOLOROSA]

Oh no! Non è Nicola Barbato, l'uomo dalla logica spietata, che così parla; ma è il procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di Palermo, Giuseppe Malato Fardella, che col primo non ha di comune che la sua qualità di Siciliano, e che dà ragione dello insorgere dei contadini, e somministra l'ultima prova di questa dolorosa verità: in Sicilia dal 1812 in poi nulla è mutato _in quanto alle condizioni economico-sociali della classe dei lavoratori_!

E allora?....

NOTE:

[29] Alcuni, non hanno bene compreso l'accenno fatto nella 1ª edizione al sordo-muto Cappello e al tenente Dupuy. Sono due dolorosi episodi della introduzione della leva in Sicilia, la quale suscitava la più viva antipatia. Le autorità governative vedevano inganni e finzioni in tutti e dappertutto; perciò quando in Palermo si presentò all'esame di leva un certo Cappello non si prestò fede al suo reale sordo-mutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli i bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vasta piaga e quando finalmente fu mandato via venne fotografato ignudo ad iniziativa di parecchi--tra i quali era l'avv. Morvillo--che vollero stigmatizzare i metodi _civilizzatori_ del governo italiano.