Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 10
Per arrestare i numerosi renitenti della leva il governo organizzò delle colonne volanti che percorrevano le campagne. Le gesta militaresche di quell'epoca susciterebbero anche ora, a tanta distanza, la indignazione dei più calmi; e molte ne compì la colonna comandata da un rinnegato, dall'ungherese colonnello Eberhardt, che venne la prima volta in Sicilia con Garibaldi e che fu tra i suoi fucilatori ad Aspromonte. Un tenente Dupuy, Savojardo, comandando una colonna nel territorio delle Petralie si presentò di notte coi suoi uomini in una casina i cui abitatori temendo dei briganti non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi appiccò fuoco e fece morire soffocati i disgraziati, che legittimamente resistettero ai suoi ordini. Con modi uguali i Francesi _civilizzarono_ quelli della Kabilia!
[30] A proposito delle _decime_ suscitando l'ilarità della Camera l'oratore osservò: «Nella provincia di Girgenti, a cui si attribuiscono tanti reati, le terre sono in gran parte soggette ancora alle decime e in virtù di queste decime vi sono dei canonici, dei semplici canonici i quali percepiscono dei redditi da 10 a 12 mila lire; e sapete voi da che questi ecclesiastici fanno scaturire i loro titoli di possesso?
«Da un passo di Cicerone il quale dice nelle Verrine: _Omnis ager siculus decumanus est!_ Perchè adunque per l'addietro queste terre pagavano le decime a Roma, i canonici si credono eredi dei Cesari e si costituiscono proprietari di quelle prestazioni.» Or bene chi lo crederebbe? La quistione delle decime, che è grave anche in altri punti della Sicilia, nell'anno 1894 non è ancora risoluta e invano si sforza l'on. Gallo per farla risolvere equamente!»
[31] L'on. Cordova ricordò che in un Comune delle provincie meridionali la locale Congregazione di Carità impiegò le rendite di cinque opere pie destinate a messe, processioni ecc. nella fondazione di ospedali, ecc. In Sicilia non ostante la vantata legge Crispi sulle opere pie moltissimi comuni hanno molte messe e molte processioni e mancano di ospedali, e di ricoveri, di asili, ecc. In tale disgraziata condizione si trova Castrogiovanni, ad esempio. Ivi Municipio e Congregazione di carità sono di accordo per la fondazione di un ospedale invertendo le rendite di alcune opere pie, che servono a pochi individui; ma indarno lottano da alcuni anni, perchè la pedante e farisaica burocrazia la dà vinta agli interessi di pochi contro gli interessi di tutti e contro l'umanità. La burocrazia ha stabilito questo circolo vizioso _edificante_: non si può elevare ad ente morale l'ospedale perchè non ha rendite; non si possono assegnare all'ospedale le rendite delle opere pie perchè non è elevato ad ente morale!
Ciò mentre governa Crispi.....
[32] Nelle discussioni sulla Sicilia del 1863 e del 1875 i suoi deputati di _sinistra_ parlarono come parlò tutta la _estrema sinistra_ nel 1894. Ma la verità sulle condizioni dell'isola sino al 1866 risulta alla evidenza, quando il giudizio di un ex ministro di destra, il Cordova, collima perfettamente con quello di un ex ministro di _sinistra_, il Taiani.
[33] Ho consultato su questo periodo le discussioni parlamentari, la requisitoria del procuratore generale presso la Corte di Palermo (Taiani) contro il questore Albanese e Compagni (10 ottobre 1871) nonchè diversi opuscoli, compresi alcuni in difesa dell'Albanese.
[34] Lo Biundo comandante di questa eccellente guardia nazionale disse un giorno al pretore Barraco:
_Pretore, quando sentite che si tira qualche schioppettata non dovete allarmarvi, chè ciò avviene pel pubblico servizio!...._
[35] In quanto a scioglimenti di Consigli voglio citare, fra tante centinaia a mia disposizione, un casetto tipico: il municipio di Riesi venuto in mano dei _radicali_ colle elezioni generali del 1889 fu sempre inviso ai Prefetti di Caltanissetta (uno dei quali mi confessò che il municipio gli era inviso solo perchè in mano di _radicali_) che mandarono ispettori, che nulla mai trovarono d'irregolare. Il ministro Giolitti finalmente sciolse arbitrariamente il consiglio. Si vuol sapere chi vi mandò come Regio Commissario? Un ricco signore della stessa città, ch'era uno dei capi del partito avverso ai _radicali_!
In quanto al pretesto dello scioglimento fu presto trovato: s'imbastì contro il sindaco un processo per un reato comune. Il sindaco ad evitare lo scioglimento si dimise; ma non giovò. Raggiunto l'intento il processo sfumò per _inesistenza di reato_.
In quanto ai capricciosi mutamenti delle autorità governative per compiacenza verso i deputati o per interessi elettorali del governo ricorderò la provincia di Caltanissetta dove c'è stata una vera ridda di Prefetti: dal 1886 in poi ce ne sono stati una decina tra titolari e reggenti. Molti vi sono mandati in _esperimento_, come se quella provincia si potesse prestare a farla da _corpus vile_.
Non riferisco le osservazioni del Comandini nel _Corriere della Sera_ e del _Giornale di Sicilia_ che erano riportate nella 1ª edizione, perchè gl'inconvenienti deplorati oramai sono ammessi da tutti: anche da coloro che ne sono gli autori!
[36] Nella prima edizione riprodussi varî brani delle corrispondenze del Rossi, che nonostante le inesattezze e le esagerazioni, rimangono tra le più belle e le più veritiere. Non le riproduco in questa 2ª Ed. perchè i lettori, che volessero conoscere i _Fasci_ in azione, devono leggerle tutte nel volume pubblicato or ora del Max Kantorowix: _L'agitazione in Sicilia_ di A. Rossi. Milano 1894. Presso Remo Sandron L. 1,50.
[37] È evidente che qui _lo scrittore s'inganna_.
XIV.
FACILI PRESAGI
Ciò che doveva avvenire in Sicilia un giorno o l'altro era facile prevederlo a chi ne conosceva le condizioni, a chi viveva in mezzo al proletariato, a chi specialmente non giudicava dagli orpelli e dagli artifici delle grandi città, ma dalla vita che si vive nei piccoli centri, nelle campagne, nelle miniere. Chi poteva prevedere aveva il dovere di avvertire; e molti, come si è visto, tra gli studiosi di cose sociali, tra gli uomini politici e tra i magistrati, ottemperarono a tale dovere.
[GLI AVVERTIMENTI DI DUE GENERALI]
Sin dal 1863 il Cordova nel citato discorso a proposito della trascuranza criminosa del governo nelle quistioni demaniali, narrò questo episodio che vale a spiegare Caltavuturo: «Due onorevoli persone venute in Torino per sollecitare uno di questi affari, non avendo trovato quelle facilità con cui (bisogna rendere questa giustizia all'amministrazione napoletana) erano accolti in questo genere i reclami delle popolazioni, queste due onorevoli persone scoraggiate, presentatesi a me mi dissero: e adunque, signore, bisogna aspettare l'_altra_? L'altra, diss'io, che cosa è?» Risposero: «_L'altra rivoluzione!_»
E Cordova che non conosceva _Fasci e sobillatori_, nel 1863 soggiunse: «Signori, quando le popolazioni non si trovano soddisfatte di un ordine di cose, resta sempre un germe di movimenti, che possono produrre gravi pericoli!»
Uno storico eminente ed uomo politico a un tempo, il generale Marselli, risguardando l'insieme delle condizioni del continente meridionale e dell'isola, formulò il presagio in questi termini precisi: «se la sordida noncuranza di certi proprietari lascerà in pari tempo aumentarsi _l'odio già condensato e feroce_ dei contadini, _trattati come bestie_, non è improbabile che un furioso uragano si scateni dalla bassa Italia sul resto della penisola e che l'insurrezione delle classi inferiori, _schiave dell'avarizia e della prepotenza baronale_, ritrovi un più astuto Masaniello od uno Spartaco più fortunato.»
Qui l'avvertimento per quanto tassativo è generico. Per la Sicilia in ispecie, e in vista dei possibili eventi che poscia si verificarono, si affermò ripetutamente--senza che _chi_ doveva abbia smentito--che l'illustre generale Corsi, comandante il 12º corpo di armata, abbia mandato un preciso e allarmante rapporto al governo nello scorso anno sulle condizioni dell'isola denunziando gli imminenti pericoli[38].
[LA RELAZIONE DI F. CRISPI]
Certo è che l'on. Crispi, nella relazione al Re, la quale precede il decreto sullo stato di assedio, volge la grave accusa al suo predecessore on. Giolitti, di avere saputo dalle competenti autorità dei gravi avvenimenti che si preparavano in Sicilia e di non aver provveduto. Dell'accusa l'ex Presidente del Consiglio non si giustificò mai e lasciò passare tutta la lunga discussione parlamentare sulle cose di Sicilia in un mutismo inesplicabile.
Chi scrive, come siciliano, come pubblicista e come deputato, aveva più che altri il dovere di avvertire che dolorosi avvenimenti si preparavano nel suo paese natio; ed a tale dovere non venne meno.[39]
Nel 1892 nell'_Isola_ (N. 144) avvertii genericamente la gravità delle condizioni dei municipii e le possibili dolorose conseguenze, come si può rilevare da questo brano: «I governanti e i politicanti italiani preoccupati sinora quasi esclusivamente delle Finanze dello Stato hanno troppo trascurato la misera condizione economica delle amministrazioni comunali e provinciali; dimentichi che il dissesto dei comuni e delle provincie e il carico tributario imposto dai corpi locali gravita maggiormente sui contribuenti, _perchè più direttamente e palpabilmente sentito; perchè rappresenta la goccia che fa traboccare il liquido dal vaso_!
«Che sia così, se altro non ci fosse, lo proverebbe il fatto, che le _maggiori odiosità le raccolgono i municipî_, che meno dovrebbero raccoglierne, poichè le spese e le tasse, che fan capo ad essi, alla fine, mirano alla soddisfazione dei bisogni locali più urgenti e sono sorgente di benefizî incalcolabili. Gl'incendi dei registri, delle case comunali pur troppo sono frequenti in Italia; e i casi dolorosissimi--per citare i più noti--di Calatabiano e di San Luri sono il prodotto del malcontento profondo e generale contro i municipî.»
[IL PERICOLO DI RIBELLIONI IN SICILIA]
Fui più preciso, quasi matematico, il giorno 30 Gennaio 1893 nello svolgimento della interpellanza sull'eccidio di Caltavuturo. Allora un doloroso presagio di ciò che fatalmente si maturava mi fece esclamare: «Io non so se la Sicilia potrà ripresentare il fenomeno di una _guerra servile_; so però che _l'odio dei contadini_ contro i cosidetti _galantuomini_ è vivissimo; dovunque esiste il latifondo quest'odio è profondo. In Sicilia il _pericolo delle ribellioni agrarie è permanente_ e, se non provvederemo, dovremo assistere a qualche risveglio veramente doloroso!» (_Atti parlamentari._ Tornata del 30 Gennajo 1893 p. 992).
Non basta. In giugno dello stesso anno mi pervennero notizie allarmantissime e quando tutti coloro, che dovevano conoscere la situazione tacevano, io--spintovi anche da due cari amici socialisti--scrissi una lettera al direttore della _Tribuna_, ch'era un vero grido di allarme e che venne reso più significante dai commenti dell'on. A. Luzzatto. In quella lettera, tra le altre, scrissi queste parole che gli ultimi fatti hanno sinistramente illustrato:
[UN ALTRO GRIDO DI ALLARME]
«In Sicilia i segni precursori di qualche esplosione di carattere sociale non sono rari. Vi sono scioperi di contadini e di zolfatari; vi sono sommosse, vi sono lamenti generali e proteste contro uno stato di cose, che si giudica intollerabile; vi sono reati caratteristici e simili a quelli agrarî d'Irlanda; vi è, infine, un sordo rumore, che si leva, da per tutto rinforzato dalla voce irata o lamentevole dei fanciulli e delle donne, che fa mestamente pensare quanti hanno orecchie per sentirlo e cuore per comprenderlo. E in verità alle cause, per così dire naturali e molteplici del disagio--che tanto più si avverte in quanto che segue ad un periodo a rapido svolgimento di prosperità--si aggiunge la soma insopportabile dei balzelli governativi, provinciali e comunali.»
È bene notare, che i due socialisti, che mi consigliarono a dire una parola di calma ai lavoratori e a dare un avvertimento al governo, messosi sulla via della più dissennata provocazione, furono l'avvocato Gaetano Rao di Canicattì--arrestato appena venne proclamato lo stato di assedio come promotore di disordini, rilasciato dopo alcuni mesi di prigionia, poscia ricercato di nuovo ed ora latitante--e Garibaldi Bosco. E non è inutile aggiungere che l'onor. De Felice quando conobbe il contenuto di quella lettera, voleva firmarla, associandosi a me.
Ebbene: dopo tanti avvertimenti precisi sulle cause di probabili dolorosi avvenimenti, e sulla possibilità di vederli svolgere a breve scadenza, che cosa fece il governo? Nulla.
Quali opportuni e savi provvedimenti preventivi escogitò?
[IL GOVERNO PROVVEDE...]
Questo solo: l'invio della flotta dinanzi a Palermo, che mai aveva dato segni di volere tumultuare. L'on. Giolitti poi non fu superato, che dall'on. Crispi, il quale come provvedimento curativo non seppe proporre ed attuare che lo Stato di assedio.
La significazione e la gravità degli avvertimenti non furono tenute in conto a tempo debito, onde accadde quello che è a tutti noto e di cui dovrò continuare ad occuparmi.
Questi stessi avvenimenti di Sicilia costituiscono pel resto d'Italia un ammonimento grande, e su di essi così scrive un onesto ed avveduto senatore del regno:
«Il grido venuto sul continente da qualche luogo della Sicilia, se grido del popolo che insorge contro le ingiustizie, io l'amo, come scrive il Burcke, perchè segnale d'incendio, che ci salva dalle fiamme, ed io voglio per l'immensa maggioranza, ravvisarlo tale; ed in questo caso sarà da dire della Sicilia, che dopo di essere stato un primo fattore della _unità della Patria_ ne abbia col grido di allarme forse scongiurato lo sfasciamento.»[40]
Andrà dispersa al vento anche questa savia parola ammonitrice?....
NOTE:
[38] Nel libro _Sicilia_ scrisse:
«Ma i Prefetti, e più specialmente quelli di Palermo, Girgenti, Catania, continuavano a chiamare l'attenzione del Governo su quel minaccioso e sempre crescente sconvolgimento delle plebi campagnuole; _e lo stesso è da credere che facesse dal canto suo il Comandante generale militare dell'Isola_.»
[39] Non per vanità, ma in risposta a chi in difesa dell'on. Giolitti stoltamente mi accusò di non avere parlato in tempo; e per la parte modesta presa da me negli ultimi avvenimenti; e per giustificare la severità dei miei giudizî contro il governo, ho creduto mio diritto e mio dovere d'insistere su ciò che ho detto intorno alle cose di Sicilia.
[40] C. Faraldo, senatore, già prefetto: _Alcuni riflessi_ ecc., Torino 1894 p. 17.
XV.
PROVOCAZIONE E PREPARAZIONE AI TUMULTI
La storia ed una lunga serie di avvenimenti avevano creato in Sicilia la situazione scabrosa, che mi sono sforzato di descrivere senza passione e senza partito preso, affidandomi sempre all'autorità altrui non sospetta, nei punti dove facilmente avrei potuto vedere e giudicare male per ragioni di parte. Il rapido peggioramento economico, il malcontento generale per cause complesse e il moto dei _Fasci_,--che da queste cause aveva ricevuto impulso e che alla sua volta lo dava alle masse--fecero arrivare le cose al momento critico, in cui gli uomini avrebbero dovuto mostrarsi pari alle circostanze.
Caltavuturo avrebbe dovuto agire come un vero segnale di allarme di un osservatorio sociale, più utilmente e tanto sicuramente quanto un osservatorio che avverta una città dell'imminente pericolo della inondazione. Il succedersi delle agitazioni e delle dimostrazioni, che dopo Caltavuturo, divenivano più frequenti, più unanimi e più imponenti, con un prodigioso _crescendo_, avrebbe dovuto scuotere gl'inerti, risvegliare i dormienti: era il tempo di agire e pel governo e per le classi dirigenti.
[LE VIE DA SEGUIRE]
Due vie, due metodi, si presentavano all'uno e alle altre; ed al governo maggiormente correva l'obbligo di scegliere la via da battere, il metodo da seguire nella soluzione del poderoso problema, perchè sua era la responsabilità immediata e diretta di ciò che si andava maturando.
Il governo poteva mostrarsi energico, e ricorrere alla prevenzione nel senso strettamente poliziesco e che confina o si confonde sempre colla reazione; poteva, invece, mostrarsi forte nel fare rispettare le leggi, ma rispettando esso stesso tutte le pubbliche libertà; affidandosi in pari tempo all'alta prevenzione sociale; mostrando almeno! la decisa intenzione di affidarvisi. Questa specie di dilemma, sebbene nella forma non così strettamente antinomico, lo pose pure il generale Corsi, che al governo lasciava la scelta tra queste due soluzioni: «o decretare senza indugio lo scioglimento dei _Fasci_, come società pericolose per l'ordine pubblico; oppure, se ciò non pareva legale o conveniente, per motivi d'alta o bassa politica, infrenarli, segnar bene l'orbita al loro moto, i limiti entro cui potevano dibattersi, procurare, se possibile, di mettervi le mani dentro, farsene istrumento ed arme, cattivarsi la plebe, prendendo a sostenerne la causa. Un campo immenso tra quei due estremi.» (_Sicilia_ p. 335).
La scelta tra i due metodi non poteva esser dubbia per quanti vogliono che dalla storia si traggano ammaestramenti; e dalla storia si sa, che un secolo di reazione e di violenza non ha risolto il problema irlandese; ma colla forza però, come lo ha mostrato l'on. Crispi, si può ottenere il ristabilimento dell'ordine materiale lasciando immutato il problema stesso, allontanandone la soluzione, e perciò stesso aggravandolo.
[IL MINISTERO GIOLITTI]
Or bene, pare impossibile, ma è pur vero che il ministero dell'on. Giolitti--col quale nacque o si accentuò il moto dei _Fasci_ e si fece strada il sentimento di riscossa delle classi agricole--«o non seppe o non volle veder chiaro nel buio, insomma non vide o non curò; e il Parlamento, nonostante che la Sicilia vi fosse rappresentata alla stregua delle altre parti d'Italia, il Parlamento credette bene di occuparsi d'altro.» (_Corsi_)
L'inazione era pericolosa e dannosa; ma il governo dell'on. Giolitti seppe scegliere un metodo peggiore della inazione; e senza saper essere energicamente reazionario, senza mostrarsi socialmente provvido, seppe soltanto assicurare all'opera sua tutti i danni che venivano dalla reazione, ma con una fiacchezza che incoraggiava tutti ad osare e con tanto poco rispetto delle leggi e delle pubbliche libertà, con tanta fiducia in una polizia inetta, arrogante e guidata da criteri borbonici, che riuscì a provocare, ad eccitare, a stimolare le masse, a cementare così organismi fiacchi, che abbandonati a loro stessi, si sarebbero squagliati, disciolti, colla stessa rapidità colla quale erano venuti su.
[CIÒ CHE INSEGNA LA STORIA DEI SODALIZII]
Chiarisco questo giudizio. La storia dei sodalizî operai di tutti i paesi insegna che ad essi sono necessarie la solidarietà tra i soci e la perseveranza nel perseguire i fini propostisi, illuminate entrambe se non interamente derivate, da una certa coltura. Mancando l'una prevalgono le utilità individuali immediate, promosse spesso da coloro che sono interessati a farle penetrare come un cuneo nella compagine delle minacciose associazioni; mancando l'altra ai primi passi dati con entusiasmo segue lo scoraggiamento e la sfiducia per la mancanza di sensibili risultati immediati. Perciò alla iscrizione a migliaia dei soci e alle prime numerosissime riunioni succede il fenomeno non bello dei morosi, che si rifiutano a pagare le quote di contributo, lasciando grandi quadri sulla carta senza un reale corrispondente numero di soci attivi.
In Sicilia nelle masse mancavano lo spirito di solidarietà--scarso in tutta Italia per ragioni storiche, bene svolte in parecchie pubblicazioni dall'ex-deputato Cagnola--la perseveranza e la coltura, anche rudimentale che l'una e l'altra sostiene e svolge.[41]
Dato questo ambiente tra i lavoratori era prevedibile a breve scadenza la morte per anemia dei _Fasci_; e i prodromi in quelli delle città erano evidenti ed incalzanti. Invece mantenevansi sani e vigorosi quelli delle campagne, non solo per virtù dei promotori (e specialmente di Barbato e di Verro), ma perchè i loro primi sforzi quasi dappertutto erano stati coronati dal successo: agli scioperi e ad una specie di _boicotaggio_ verso i proprietarî delle terre erano seguiti miglioramenti nei salarî e nei contratti agrari.
L'opera dell'on. Giolitti contribuì sopratutto a mantenere uniti i _Fasci_, perchè li sovraeccitò, e il sovraeccitamento, aiutato anche da un certo sentimento regionale, che rendeva antipatico chi ha tutti i difetti del forte Piemonte, senza possederne i pregi numerosi, fece le veci della solidarietà e della perseveranza; ma era evidente che se questo eccitamento anormale, la cui azione rassomigliava a quell'improvviso vigore e senso di benessere che viene da una iniezione di etere o di caffeina, fosse venuto a cessare, quelli sarebbero morti di marasmo e se fosse continuato e si fosse inasprito sarebbe stata possibile una violenta levata di scudi.
[RIVOLTA O DISSOLUZIONE]
Conscio di questi due pericoli, a Messina prima, in una visita al _Fascio_--dove ebbi consenzienti Petrina e Noè--e poscia a Marsala in un pubblico discorso col plauso consenziente dei convenuti e di molti che sono stati poscia condannati iniquamente come promotori di disordini (tra i quali il Montalto) avvertii i pericoli, che minacciavano il moto dei _Fasci_, il quale paragonai ad un pendolo che, oscillando corresse pericolo di infrangersi, ad un estremo, in uno scoglio su cui stesse scritto: _rivolta_ e all'altro, in un altro su cui stesse scritto: _dissoluzione_, e caldamente raccomandai a coloro che guidavano il moto di sapere scongiurare tali due opposti pericoli. E nel senso su esposto dissi che l'on. Giolitti erasi reso benemerito colla sua azione delle nascenti associazioni dei lavoratori; la qual cosa a un suo paladino--l'on. Nasi--parve un paradosso o una contraddizione mia, perchè già avevo accusato il Giolitti quale loro persecutore e provocatore.
[CALTAVUTURO]
Dopo Caltavuturo sarebbe stato sapienza vera di governo provvedere ai bisogni delle classi agricole siciliane; dopo il mese di giugno e più ancora dopo il mese di settembre, quando nell'aria si sentiva qualche cosa di minaccioso, la più elementare prudenza imponeva con urgenza l'adozione di opportuni provvedimenti. Che cosa fece l'on. Giolitti? Si abbandonò con vece alterna ad una mussulmana inazione e alla provocazione; e nell'una e nell'altra si sentiva sempre «che per natura, per abitudine e per necessità derivanti dal parlamentarismo, il governo propendeva per l'una più che per l'altra delle due potenze in lotta, per quella cioè che ha maggior peso in Parlamento ch'è quella dei _galantuomini_.» (_Corsi._)
La stessa propensione, anzi più accentuata, ha sinora mostrato l'on. Crispi.
La provocazione, denunziata ripetutamente, ha bisogno di essere dimostrata: l'accusa è grave e la dimostrazione è facile.
Non rifarò la cronaca dettagliata della provocazione come si trova nella prima edizione di questo libro: riassumerò i suoi fasti di un anno e mi fermerò su pochi fatti che ebbero particolare importanza e suscitarono maggiore rumore eccitando gli animi degli uni, destando la paura, la diffidenza e l'ardente desiderio della rivincita in altri.
Diamo una data certa allo inizio della provocazione, sebbene si potrebbe risalire più in alto: cominciamo il triste periodo dalla strage di Caltavuturo.
A Caltavuturo, piccolo paese agricolo della provincia di Palermo, la miseria era ed è grande. Vi sono nel paese beni patrimoniali del Comune ed un demanio comunale, che gli amministratori danno in affitto.
Il popolo pensava e diceva che in questi affitti avvengono disoneste partigianerie; pensava e diceva che gli amministratori della cosa pubblica e i maggiorenti usurpavano impunemente le terre del popolo; onde non men grande della miseria era il malumore contro l'amministrazione comunale e i maggiorenti.