Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 11

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Ci furono inchieste e processi e se le accuse risultarono esagerate, non furono però dimostrate infondate. Ne convenne l'on. Giolitti rispondendo il 30 gennaio alla mia interpellanza.

[IL DELITTO DEI POPOLANI!]

Il popolo esasperato decise di rendersi da sè quella giustizia invano chiesta e da tempo attesa, e il 20 Gennaio va nelle terre demaniali, come a festa, per prenderne possesso e zapparle. E zappano la terra, senza sapere se potranno seminarla e molto meno se potranno raccogliere il prodotto dopo averla bagnata coi propri sudori, e tornano sereni e contenti al paese colla intenzione di andare a zappare altra tenuta del Comune all'estremo opposto; ma giunti nella piazza vicino al Municipio trovano la via sbarrata da soldati, carabinieri e guardie campestri: in tutto una ventina di uomini di fronte ad oltre mille contadini armati di zappe. Non intimazioni, non squilli di tromba, nulla che possa dar parvenza di legalità alla condotta della forza pubblica, la quale, chiamata a fare le vendette degli usurpatori, minacciati dal popolo che voleva rivendicare i propri diritti,--i diritti della collettività--fece una scarica micidiale lasciando sul terreno contadini morti e feriti, mentre non _un solo_ tra gl'iniqui aggressori venne ferito o contuso; ed erano 20 gli aggressori contro 1000 aggrediti! Ciò stia a prova delle intenzioni dei poveri contadini...

L'on. Giolitti, Ministro dell'interno e Presidente del Consiglio, da me e da altri interpellato, riconobbe la gravità del fatto del 20 Gennaio; promise che i colpevoli sarebbero stati puniti, disse che un processo era stato iniziato, che giustizia sarebbe stata fatta!

[IL GOVERNO COMPLICE DEGLI USURPATORI]

Giammai ministro dinanzi ad un Parlamento pronunziò tante menzogne e con tanto cinismo. Se ne giudichi: Non fu sottoposto a processo, nè destituito chi ordinò il fuoco senza alcun bisogno; chi l'ordinò senza farlo precedere dagli squilli di tromba; non fu iniziato processo contro chi vilmente tirò un colpo di revolver al contadino Moscarella, che, già ferito! erasi rannicchiato dietro una porta; non si processarono gli usurpatori del demanio comunale. No! Si arrestarono e si processarono, invece, alcuni disgraziati lavoratori della terra, che ebbero la fortuna di sfuggire al massacro. E meno male che furono assolti.

A Caltavuturo non c'era _Fascio_, ma una semplice cooperativa di consumo invisa ai galantuomini perchè utile ai contadini: nè c'era mai stata l'ombra della propaganda socialista. Sorse il _Fascio_ all'indomani della strage come reazione contro il governo e contro i suoi complici locali.

L'anno 1893 cominciò colla strage di Caltavuturo--auspicii tristissimi!--e la eco di tanta iniquità si ripercosse in tutte le valli della Sicilia, destando il risentimento e il desiderio della vendetta tra gli oppressi contadini. Il sangue versato forse feconderà la terra meglio che non l'abbia fecondato sinora il sudore dei suoi lavoratori!

Pareva che non potesse darsi maggiore provocazione di questa da parte del governo italiano contro le popolazioni dell'isola; e tuttavia Caltavuturo non fu che il principio di una serie di provocazioni, ora piccole, ora grandi; ora sanguinose, ora incruente; le quali continuarono con un crescendo spaventevole.

A Caltavuturo dopo breve tempo segue Serradifalco, dove la causa dei fatti dolorosi è diversa, ma riesce ugualmente a mettere in evidenza il disprezzo delle leggi nel governo e nelle classi dirigenti. I popolani--come sempre--ci vanno di mezzo.

[SERRADIFALCO]

In _Marzo_--giorno 6--ha luogo la votazione di ballottaggio a Serradifalco, preceduta da brogli, da pressioni, da vergogne inaudite da parte dei funzionarii del governo, che volevano imporre, e riuscirono ad imporre, un candidato prediletto all'on. Giolitti, il Riolo. Il popolo protesta contro le sfacciate adulterazioni della volontà elettorale e chiede che venga rispettata la legge. Grande reato in verità! I rappresentanti della legge puniscono questi curiosi delinquenti ferendoli o uccidendoli. E gli uccisori rimangono in libertà, ad assicurare una elezione che disonora la Giunta che la convalidò, mentre i popolani vengono arrestati e processati in numero di ventitrè. Meno male che il Tribunale di Caltanissetta dopo tre mesi fece una parziale giustizia rimandandone assolti una ventina. Lo stesso Tribunale, con altre sentenze, che ricordo a suo onore, bollò per quello che erano alcuni delegati di Pubblica Sicurezza per abusi relativi alla stessa elezione commessi in altre sezioni del collegio. Serradifalco rimase ad ammonire in Sicilia gl'ingenui i quali credono ancora che nelle elezioni possa passare liberamente e onestamente la volontà del paese.

[CATENANUOVA]

A Catenanuova la miseria è più spaventevole che altrove nella provincia di Catania: gli abitanti sono quasi tutti proletarî agricoli, che si dibattono tra le strette del latifondo privato (del principe di Satriano) e del latifondo pubblico (l'ex feudo Buzzone di proprietà del demanio). La fame sinistra si fa sentire ed i poveri contadini si riuniscono in _Fascio_ colla fiducia di ottenere qualche cosa colle vie legali. Rispettosi della proprietà privata nulla chiedono al Principe di Satriano; qualchecosa, cui credono di avere diritto, domandano al governo e per mezzo dell'on. De Felice e mio, esprimono l'onesto desiderio di vedere censito a piccoli lotti l'ex feudo Buzzone. De Felice ed io ci rivolgiamo ripetutamente all'on. Rosano e al ministro di agricoltura e commercio, che promettono di _studiare_ la proposta. Trasmettiamo la poco incoraggiante risposta, ma che non cancella le speranze, e nell'attesa i lavoratori credono lecito di commemorare G. Garibaldi. La forza se ne immischia e spara e ferisce, arresta e maltratta i popolani.

[ALCAMO--CASALE FLORESTA]

Ad Alcamo in agosto la popolazione protesta con una pacifica dimostrazione contro i dazî comunali. C'era un _Fascio_, ma diretto da persona intelligente--il farmacista Fazio. Il _Fascio_ prevede che su di esso, malvisto com'era dalle autorità, si sarebbe riversata la responsabilità di quanto poteva avvenire; protesta anticipatamente con una pubblica dichiarazione, che alla dimostrazione non avrebbe partecipato. E non vi partecipa; ma non per questo l'esito è meno tragico, perchè interviene la forza, spara ed ammazza.

Ad Alcamo, come a Catenanuova, come a Serradifalco, come a Caltavuturo chi spara ferisce ed uccide non viene punito. Quale maggiore provocazione? Potevasi più efficacemente agire per togliere ogni fiducia nel governo e nei suoi rappresentanti?

A Casale Floresta (prov. di Messina) non c'è _Fascio_; ma le condizioni generali sono orribili; non c'è medico, non farmacista, non levatrice, non mezzi di viabilità. Pure da quattro anni si paga il focatico perchè si sopperisca a tanti bisogni e non si riesce che a costruire una strada interna nel quartiere dei _galantuomini_ e a pagare L. 500 all'anno ad un medico di un vicino paese, che dovrebbe visitare il paese due volte la settimana, e che adempie al suo dovere assai più raramente. Il 22 ottobre, a causa di nuove tasse comunali, i contadini si ribellano chiedendo la revisione dei conti passati e lo sgravio di una nuova tassa. Disarmano alcuni dei carabinieri sopraggiunti e li costringono a rinchiudersi nella caserma perchè il loro furore non ha limiti dopo il ferimento--forse accidentale--di un popolano. Nominano sul campo un nuovo sindaco. L'indomani arrivano soldati e si fanno oltre trenta arresti, seguiti da relativo processo e da lunga detenzione dei poveri contadini.

[MILOCCA]

Milocca e Racalmuto nella cronaca della provocazione occupano un posto assai importante per l'indole dei fatti che vi si svolsero, in parte alla mia presenza, e pel suggello che ebbero dalla magistratura: suggello che elimina il sospetto di partigiana ed interessata esagerazione. A Milocca, a Sutera, ad Acquaviva, a Campofranco, zona esclusivamente agricola della provincia di Caltanissetta, i contadini si erano riuniti in _Fasci_. Le autorità e i maggiorenti fecero di tutto per farli sciogliere: più volte ne violarono il domicilio, ne minacciarono i membri, ne arrestarono i capi coi pretesti più futili; li processarono e nei processi furon assolti o per inesistenza di reato o per mancanza di prove.

I contadini tennero duro, specialmente a Milocca dove colla loro unione costrinsero quasi tutti i proprietarî a concedere più equi contratti agrarî. I proprietarî toccati nell'interesse se la legarono al dito e si proposero di riprendere con mezzi scellerati ciò ch'erano stati costretti a concedere colle vie legali--coll'applicazione più schietta della famosa libertà del contratto.

Un brutto giorno dell'ottobre si va a denunziare al brigadiere dei carabinieri un curioso reato: un mucchio di concime, il cui valore non arrivava alle L. 20, di proprietà di un certo Cipolla, era stato sparso nelle sue stesse terre. Si premetta che il Cipolla era stato tra i pochi proprietarî di terre a Milocca--viveva altrove--che non era venuto a patti coi contadini del _Fascio_; chi poteva, dunque, commettere quel grave reato per vendicarsi del proprietario renitente?

Il _Fascio_! In forza di questa strana logica le autorità procedono all'arresto del Cannella, Presidente e di tutto il Consiglio direttivo del sodalizio e li sottomettono a processo per associazione a delinquere... E si parla misteriosamente di liste di proscrizione rinvenute presso i socî del _Fascio_, di pugnali, di formule terribili di giuramento, di preparate spartizioni di terre....

[UN'INSURREZIONE FEMMINILE]

Le donne di quell'ameno villaggio, le quali non sono meno gagliarde degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza, insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia. Non un solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si deplorarono morti o feriti. Delle intenzioni delle donne, che non si seppero rassegnare a vedere arrestati ingiustamente i mariti e i figli se ne ha la prova in questa circostanza: ebbre di gioia per la liberazione dei prigionieri, s'impadronirono delle armi dei carabinieri, non per adoperarle, ma per condurle in trionfo; e in trionfo condussero sulle loro braccia, baciandolo in volto, un carabiniere che si era mostrato più umano e pietoso verso di loro.

Quando il De Rosa, degno strumento di qualsiasi governo ferocemente reazionario, seppe in Caltanissetta della terribile rivolta femminile, mandò sul luogo truppa, carabinieri, delegati e giudici. Si sparge in un baleno la notizia della imminente repressione: gli uomini a cavallo e armati di fucili prendono il largo decisi a vendere cara la loro libertà. Le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue donne, che traducono ammanettate--alcune gestanti, altre coi loro bimbi lattanti sulle braccia!--nelle carceri di Mussomeli.

[OPERA PACIFICATRICE]

Il Cannella, Presidente del _Fascio_, intelligente ed energico quanto mai, vide tutta la desolazione dello abbandono delle case e tutto il pericolo di tanti uomini armati e risoluti, che avevano preso la campagna e conscio com'era della loro innocenza li consigliò a ridursi nel villaggio. Non fu ascoltato, perchè gli altri contadini volevano la promessa di qualcuno il quale avesse potuto difenderli all'occorrenza, che non sarebbero stati arrestati rientrando pacificamente nelle rispettive abitazioni. Pensarono che quella persona potevo essere io onde il Cannella accompagnato da altri tre venne in Castrogiovanni ad invitarmi perchè andassi a Milocca. Accettai e insieme al sig. E. Fontanazza, al signor Castiglione e al sig. Garofalo, Presidenti dei _Fasci_ di Castrogiovanni, di Grotte e di Siculiana, riuscii ad indurre i contadini, che a schiere si presentarono a me lungo la via da Grotte al villaggio, a rientrare nelle loro case e persuasi anche i liberati del giorno innanzi a costituirsi alle carceri. L'opera mia e dei miei amici e del Presidente del _Fascio_ di Milocca fu da veri uomini di ordine, che mostravano fede nella magistratura; e ad onor del vero devo confessare, che in questa occasione essa meritò la fiducia.

[BRUTALITÀ CAPRICCIOSA DI DUE CARABINIERI]

Eravamo al 1º Novembre, giorno dei _Morti_, che si rispetta dai contadini e dagli zolfatari coll'astensione dal lavoro e ripartimmo nel meriggio da Milocca per Grotte per riprendere il treno, che doveva restituirci alle nostre case. I contadini di Milocca in massa, con l'avv. Vella presidente del _Fascio_ di Racalmuto, ci accompagnano sino a mezza strada; dove per fare più presto ed arrivare in tempo a non mancare il treno si mutò itinerario ed invece che a Grotte c'indirizzammo a Racalmuto. Qualcuno per iscorciatoie scabrose, ci precorse ed avvisò la cittadinanza del nostro imminente arrivo; una imponente dimostrazione fu improvvisata che ci venne incontro preceduta del rosso gonfalone e dalla fanfara del _Fascio_, e, percorso tranquillamente il paese per lungo e per largo, ci accompagnò alla stazione. Non un grido sovversivo fu emesso, non il menomo disordine fu deplorato, come poscia unanimemente deposero innanzi al Tribunale di Girgenti gl'impiegati ferroviarî e parecchi altri cittadini nè _radicali_ nè socialisti; eppure nel momento in cui arriva il treno e ci scambiavamo affettuose strette di mano, senza intimazione, senza avvisi, senza il benchè menomo pretesto, un carabiniere ed un maresciallo si scagliano all'improvviso sul portabandiera e gli strappano il gonfalone. Il popolo sbalordito e indeciso per un istante, reagisce, riprende lo stendardo ch'è fatto in mille pezzi, mentre i carabinieri impugnano le rivoltelle e sono trattenuti dal tirare da molte braccia di nerboruti lavoratori.

Il maresciallo mira su di me replicatamente e mi costringe a gettarmi nella mischia per legittima difesa e per contribuire a disarmare quei due forsennati. Riusciamo nell'intento e si restituiscono le rivoltelle al carabiniere e al maresciallo entro la stanza del capo stazione dopo avere ottenuto promessa formale che non le avrebbero più adoperate; raccomando calorosamente ai lavoratori di sciogliersi e di evitare ogni possibile pretesto a nuovi abusi della forza, e ripartiamo.

Perchè si comprenda quanta sia stata la capricciosa brutalità dei due carabinieri che mostrarono un coraggio grandissimo, malamente speso, devo aggiungere che il gonfalone rosso non solo era stato portato liberamente per le strade in quella occasione e in cento altre in tutta la provincia, ma che poche ore dopo un'altra dimostrazione ci venne incontro a Canicattì, preceduta dal gonfalone rosso del _Fascio_ alla presenza dei carabinieri e del delegato di pubblica sicurezza, senza che le autorità avessero fatto la benchè menoma osservazione.

[OTTANTA VITTIME D'UNA PROVOCAZIONE]

Ciò che avvenne in Racalmuto la notte successiva--proprio durante la notte!--per opera del delegato--che si era vilmente ecclissato durante il tafferuglio--e dei carabinieri, ricorda i fasti peggiori della polizia austriaca e borbonica. Ma non è mio intendimento narrarli quali elementi comprovanti la provocazione; questa in tutta la sua brutalità risulta dal seguente dato: per un mucchio di concime non rubato, ma sparso nelle terre del padrone si arrestano cinque cittadini sotto l'accusa di _associazione a delinquere_; questo arresto determina la sollevazione delle donne di Milocca seguita dall'arresto di altri 39 individui, tra i quali 32 donne, coi loro bambini; e quest'altro fatto alla sua volta genera il tafferuglio di Racalmuto che dette luogo ad un'altra quarantina di arresti. Si vuol sapere ciò che c'era di vero nel reato primitivo, che costò la prigione da quattro ad otto mesi ad _ottanta_ cittadini del regno? Il tribunale di Caltanissetta--che va lodato per parecchie oneste sentenze emesse anche durante lo stato di assedio, tra le quali quella cui mi riferisco qui--mandò assolti i _malfattori_ perchè il Pubblico ministero all'udienza e in seguito alle risultanze del processo orale ritirò l'accusa per _inesistenza di reato_. E lo stesso brigadiere dei carabinieri confessò che lo spargimento del concime fu denunziato dai proprietarî, senza che fosse avvenuto, nello intendimento di nuocere ai capi del _Fascio_ e di sbarazzarsene facendoli arrestare! Non si ha ragione, dunque, di esclamare che questa prodezza degli agenti del Prefetto De Rosa costituisce la più enorme e imprudente provocazione?

Io che a Milocca mi ero informato della verità con una rapida inchiesta, interrogando il delegato del sindaco di Sutera--cui è aggregato Milocca--il brigadiere dei carabinieri e il luogotenente che comandava il distaccamento di fanteria, indignato scrissi e telegrafai in quella occasione alla _Tribuna_, che l'on. Giolitti in Sicilia faceva più male della banda maurina.

[QUARANTOTTO VITTIME D'UNA CALUNNIOSA DENUNZIA]

A Gibellina pigliando pretesto da una pacifica dimostrazione, il delegato entrò violentemente nella società agricola, e ne scacciò i soci, arrestandone alcuni; furono strappate violentemente le bandiere e furono sparati diversi colpi in aria dai carabinieri. L'intromissione di alcuni influenti cittadini del luogo e dell'avv. Scaminaci di Santa Margherita evitò scene di sangue, che, date le provocazioni e le violenze della forza pubblica, sembravano imminenti; il delegato ebbe salva la vita per uno stratagemma dello Scaminaci, il quale--sempre in punizione dell'opera pacificatrice--dopo qualche giorno, allo arrivo della forza, venne arrestato, ammanettato, tradotto nelle carceri di Trapani, processato e condannato. Si noti: oltre lo Scaminaci, ben _quarantotto_ persone furono arrestate e processate dietro una calunniosa denunzia del funzionante da Sindaco; ma vennero tutte assolte dal Tribunale e la condotta del denunziatore venne severamente stigmatizzata dal Regio Procuratore. A Gibellina non c'era _Fascio dei Lavoratori_: ma si costituì subito come reazione contro la condotta dell'autorità di pubblica sicurezza e vi s'inscrissero tutti gli uomini validi. Ivi erano vivissime le gare amministrative. I fatti di novembre lasciarono una profonda agitazione ch'ebbe più tardi un sanguinoso epilogo.

[LO STATUTO MUTATO IN TRANELLO]

Le provocazioni e i fatti analoghi furono a centinaia ed ebbero sempre risultati identici. Dal gennaio 1893 al gennajo 1894 le dimostrazioni pacifiche, gli scioperi legali si seguono e si ripetono in ogni angolo dell'isola e si alternano e provocano violenze e abusi della polizia; e non di rado queste violenze e questi abusi precedono e provocano le dimostrazioni, che in molti punti si ripetono e si alternano con quelle provocate dall'esorbitare dei dazî comunali. L'esercizio dei diritti consentiti dallo Statuto parve tramutato in un tranello teso alla buona fede dei cittadini che finiva sempre colla violazione di tutte le leggi da parte delle autorità. Gli arbitrî e le violenze sono di ogni genere e vengono perpetrati nei momenti acuti e in quelli di calma col proposito deliberato di scompaginare e dissolvere quelle forze popolari che per la prima volta si erano seriamente organizzate in Sicilia, col fine di conseguire il proprio miglioramento economico.

[LE VIOLENZE DELLA POLIZIA]

E la polizia strappa le bandiere, abbatte porte e finestre per violare il domicilio dei _Fasci_ e dei singoli soci, li arresta, li processa, li ammonisce, li manda a domicilio coatto. Questa stessa polizia--forte delle sue pessime tradizioni, della impunità ed anche degli incoraggiamenti dei poteri superiori--sin dal primo accenno al moto sociale dei _Fasci_ mostrò aperta la intenzione di avversarlo in tutti i modi. Esplicazione generale di questa intenzione furono innumerevoli ed arbitrarie perquisizioni domiciliari, inviti altrettanto arbitrarî a cittadini egregi di portarsi in questura o negli uffici della pubblica sicurezza per sentire consigli non richiesti e intemerate villane; contravvenzioni continuate, legali forse, perchè la reazionaria legge di pubblica sicurezza somministra il pretesto per renderle sempre angariche ed odiose; ritiri capricciosi di licenze di minuta vendita; partigiane denegazioni del permesso di portare armi, anche a chi per proprio ufficio non può farne a meno; richieste insistenti e tentativi per avere gli elenchi dei soci dei _Fasci_, per intraprendere il minuto lavorio di disgregamento mercè le lusinghe, le promesse, le minacce, tra le quali quella efficacissima e terribile dell'ammonizione.[42]

[I RISULTATI]

I risultati di questi procedimenti sono dappertutto uguali e di doppio ordine: da un lato la gagliarda fibra isolana, reagisce, come sempre, e rende simpatici i _Fasci_ anche a coloro che primitivamente li avversavano, li fa moltiplicare e consolidare; dall'altro le notizie di tante prodezze poliziesche si sparge dappertutto e distrugge l'ultimo avanzo di fiducia che si aveva nelle autorità, infondendo in tutti la convinzione che era vano sperare giustizia da coloro ch'erano preposti a renderla[43].

E quando la magistratura rendeva i suoi verdetti questi non servivano che a rinforzare l'abborrimento contro il governo, le cui male arti erano state bollate dalle autorità competenti. Furono infatti numerose le assoluzioni in particolare presso i tribunali penali di Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo ecc., nei tanti processi capricciosamente promossi dalla polizia (Milocca, Acquaviva, Gibellina, Siculiana, Piana dei Greci ecc. ecc.), tanto che il Generale Corsi malinconicamente osserva:

«Col Codice penale alla mano (?), le autorità politiche facevano arrestare gl'istigatori allo sciopero o i colpevoli delle violenze che avvenivano; ma in base allo stesso Codice ed a criterî, come dicono, o ragioni di giustizia od altre, che non istarò ad esaminare, i Tribunali ne mandavano la maggior parte colla piena assoluzione o colla dichiarazione del _non farsi luogo a procedere_. E questi se ne tornavano al loro paese a ridere in faccia a chi si era preso l'incomodo di arrestarli.» (Sicilia, p. 334).

Chiunque conosce un po' da vicino la nostra magistratura sa che se una colpa grave le si può rimproverare è la soverchia deferenza, se non voglia chiamarsi abbietto servilismo, verso le autorità politiche; se essa assolveva, adunque, è segno certo che il diritto era palesamente dal lato dei cittadini e che non era possibile salvare i rappresentanti del governo dal biasimo, che su loro ricadeva da quelle sentenze assolutorie.

[DUREZZA DELLE CLASSI DIRIGENTI]