Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 12

Chapter 123,494 wordsPublic domain

L'opera nefasta del governo centrale e dei suoi rappresentanti locali venne compiuta ed aggravata dalle _classi dirigenti_. «I possidenti--dice il generale Corsi--stettero duri al loro interesse e lo vollero intatto nella loro pienezza, come lo intendono loro, cioè col maggiore possibile profitto per essi, conservando ciò che è, respingendo le novazioni... I possidenti e gli affittatori avevano visto avvicinarsi la procella, ne avevano presentito gli effetti. In quelle situazioni in cui si trovavano per consuetudine antica di fronte ai lavoratori, più che sorpresi o stupiti, n'erano stati impauriti o irritati...» Un accordo avrebbe potuto e dovuto tentarsi; «ma le difficoltà da una parte e dall'altra avevano troppo profonde radici: lo stacco era troppo grande e durava da tempi immemorabili; e da un lato vi era odio, dall'altro paura. I signori dunque credettero del loro interesse e della loro dignità di non dipartirsi dallo antico costume, divenuto connaturale in loro: stettero fermi o si ritrassero o fecero appena un piccolo passo avanti secondo i luoghi, secondo gli umori, e, direttamente o per mezzo dei loro accoliti, accesero la stampa, assediarono i Prefetti, gridando minacciato gravissimamente l'ordine pubblico, peggiorate enormemente le condizioni della pubblica sicurezza, dando per flagrante tutto il male possibile, e chiedendo, come l'affamato il pane, carabinieri e soldati. A conto fatto, non sarebbe bastato tutto l'esercito italiano--nel periodo della forza minima--per rassicurarli tutti. Molti municipî erano a capo di questa che dobbiamo dire _reazione_, quelli, s'intende, nei quali prevalevano i proprietarî.» (_Sicilia_, p. 328, 331, 332).

[L'INTROMISSIONE DEGLI UFFICIALI]

In qualche punto questi accordi desiderati e invocati sono tentati e specialmente per opera dei comandanti dei distaccamenti di truppa; e se si vuol sapere con quanta sincerità ed onestà erano condotte le trattative si può apprenderlo dallo stesso generale Corsi, a cui un Comandante fa una lunga narrazione di tali accordi tentati e condotti a buon punto in un paese e conchiude così: «La situazione lasciava quindi sperare la tranquillità la più assoluta ed il ristabilimento della calma negli animi di tutti, quando ieri sera... alle 11 giunge al Vice ispettore un espresso da... coll'ingiunzione di procedere all'arresto di cinque fra i capi del Fascio, compreso il Presidente.» (p. 340).

[LA POLIZIA MUTA LE TRATTATIVE IN INGANNO]

Non continuo nella riproduzione delle relazioni di quel Comandante ch'è un osservatore diligente, nè commento il fatto, perchè esso è di una eloquenza irresistibile; avverto solo che i fatti consimili sono innumerevoli; le trattative quasi sempre non hanno che uno scopo: scongiurare una dimostrazione in attesa di rinforzi e arrivati questi si procede all'arresto di coloro ai quali si strinse la mano con effusione e si promisero concessioni eque, ragionevoli.

Questo non è tutto. È grande la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, per l'ostinata persistenza nell'antica usura, pel disprezzo verso i lavoratori e verso le idee nuove, per lo stolto proponimento di farsi arma in certi luoghi degli uni e delle altre--che presero a favoreggiare inopinatamente e _more Rabagas_--onde sfogarsi contro i nemici ch'erano al potere; e per tutto questo non esito a dire che la responsabilità loro non è minore di quella del governo.

Esse, in generale--che non mancarono le nobili e lodevoli eccezioni--furono fortunate dell'indirizzo preso dal governo; ed angariarono, denunziarono, derisero i _Fasci_ e i loro socî. In qualche punto si organizzò un vero _boicotaggio_ alla rovescia; non si dette lavoro o lo si retribuì di meno, ai soci de' _Fasci_. Fecero di peggio: misero in circolazione, specialmente nella provincia di Girgenti, delle petizioni al Sensales ed al Presidente della Camera,--redatte in termini calunniosi, infami contro i sodalizî e le classi popolari,--colle quali s'invocavano leggi eccezionali, repressione energica e pronta per ispegnere quello che essi chiamavano il moto sovversivo!

[I LAVORATORI DISPERANO DELLA GIUSTIZIA]

Si può immaginare piuttosto che descrivere la irritazione e il risentimento che si destò negli animi dei lavoratori per l'attitudine del governo e delle classi dirigenti. I lavoratori intuirono che essi erano le vittime designate di una imminente repressione, stata annunziata e minacciata tutti i giorni e in tutti i luoghi e che doveva essere iniziata col generale scioglimento dei _Fasci_, onde l'odio di classe ch'era vivo ingigantì; e ad ingigantirlo contribuivano le notizie trasmesse oralmente o per mezzo dei giornali da paese a paese, talora false, tal'altra esagerate, inesatte sempre; ed ingigantì sopratutto pel fatto non mai abbastanza deplorato che giammai si vide un prepotente ed un violatore della legge punito; sicchè negli animi dei popolani si ribadì incrollabilmente la credenza, che non si poteva e non si doveva sperare giustizia dal governo.

E in questo stato di animi, che costituiva una vera anarchia politica e morale, si pervenne al mese di dicembre, quando tutto ciò che si era seminato dette i suoi frutti; quando la passione prese il sopravvento; quando la paura del peggio, la speranza di miglioramenti, la sicurezza di ottenerli mostrando i denti fecero confondere tutti i criteri, fecero adoperare i mezzi leciti e quelli illegali. Ma tutto questo avveniva con tanta incoscienza, con tanto insensibile passaggio dal giusto all'ingiusto, con tanto fatale concatenamento di episodî, di provocazioni e di reazioni, che poca colpa vera si può dare alla parte popolare anche là dove trascese, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Valguarnera, ecc. ecc.

[VALGUARNERA]

E mi fermo alle scene di Valguarnera, perchè furono caratteristiche. Ivi non c'era _Fascio_; chi si era adoperato a farlo sorgere aveva dovuto rinunziarvi per mancanza assoluta di elementi adatti, per il _lealismo_ monarchico ed anche conservatore di cui facevano mostra a gara i partiti amministrativi in aspro antagonismo tra loro.

Il malessere economico, però, per la crisi zolfifera ed agraria vi era profondo e generale; il fermento nel popolo e la indignazione contro le autorità raggiunsero le proporzioni più alte per la inettitudine, per la imprudenza e per la prepotenza mostrata dal locale delegato di Pubblica sicurezza il giorno 4 dicembre nella miniera di Grottacalda, in occasione della festa di Santa Barbara organizzata dalla amministrazione--composta da persone temperatissime--e alla quale avevano preso parte parecchie migliaia di pacifici lavoratori di Piazza Armerina, di Castrogiovanni e di Valguarnera.

[LA SOMMOSSA]

In questo stato di animi e con tali autorità il giorno 25 un zolfataro, un certo Di Dio--sopranominato _Cottonaro_--assai malvisto, comincia ad arringare il popolo esponendo propositi sovversivi, come li qualificarono gli avversari. Il delegato, che non aveva ai suoi ordini se non due carabinieri volle arrestare l'improvvisato tribuno in mezzo ad una folla di alcune migliaia di persone. Non solo: quando la folla ne chiede la liberazione, un carabiniere spara un colpo di rivoltella. Allora si scatena il furore dei dimostranti...

[DENUNZIE E FUGHE]

Il delegato ed il sindaco scappano e si nascondono; i carabinieri si chiudono nella caserma e i tumultanti rimangono padroni del campo: interrompono le comunicazioni telegrafiche, liberano i detenuti, devastano e incendiano la casa del sindaco, la pretura, gli uffizî pubblici, saccheggiano diverse case e negozî. I danni prodotti sorpassano il milione di lire--ma credo che la cifra sia stata molto esagerata. Nei tumulti di Valguarnera si ebbero a deplorare parecchie rapine che--sia detto ad onore del popolo--non si ripeterono in nessun altro luogo. Spesso anzi ci fu fanatismo nel mostrarsi onesti; e nella stessa Valguarnera, quasi a compenso, si ricorda che i tumultanti posero in cimento la propria vita per salvare alcuni fanciulli in una casa cui avevano appiccato l'incendio. Le rapine si spiegano col fatto che passato il primo momento non restarono a spadroneggiare se non una trentina di malviventi, che non miravano ad altro se non a rubare. Non ci furono morti; e ci fu un solo ferito per un colpo tirato da un carabiniere. All'indomani, all'arrivo della forza e del Prefetto si fecero circa 300 arresti, tra cui molte donne; la massima parte dei liberati dal carcere andarono a costituirsi. Non si riuscì, però, a riprendere il Cottonaro, promotore primo dei disordini; solo dopo parecchi mesi esso si presentò spontaneamente e si afferma da un altro canto, che molti che furono maggiormente responsabili delle rapine e degli incendî si assicurarono la impunità facendola da delatori e mettendosi ai servigî delle autorità politiche e amministrative, denunziando cittadini onestissimi, facendoli arrestare o costringendoli a fuggire. E i latitanti, infatti, furono a centinaia.

Valguarnera rappresenta il prodotto di una serie di cause molteplici, di una lenta preparazione, e della scintilla data dalla provocazione poliziesca.[44]

NOTE:

[41] Avvertii sempre e raccomandai con tutte le mie forze e in tutte le occasioni la istruzione agli operai. Questi miei sforzi ha riconosciuto il generale Corsi (_Sicilia_ p. 298) e gliene sono grato come del migliore elogio che poteva farmi.

[42] Conosco aneddoti piccanti su questa richiesta dello elenco dei soci dei _Fasci_. Eccone uno: il sotto prefetto di X... voleva ad ogni costo quello di un paese del suo circondario. Il presidente del Fascio lo negò al delegato di P. S. e questi per non fare cattiva figura presso il superiore ne creò uno di sana pianta comprendendovi molti avversari del _Fascio_! In quanto ad esattezza d'informazioni su persone sospette il colmo del ridicolo e dell'infamia nello stesso tempo si ha avuto dopo l'attentato del Lega contro l'on. Crispi. Il ministero ha chiesto alle autorità locali la biografia e la fotografia degli anarchici e dei socialisti _pericolosi_; e nello elenco di questi individui _pericolosi_ la maggioranza è rappresentata da persone non solo onestissime, ma che non sono nè anarchiche, nè socialiste, nè repubblicane, ma semplicemente invise per ragioni personali ai sindaci, ai delegati di pubblica sicurezza ed ai prefetti. Gli elenchi della provincia di Caltanisetta, compilati dal famigerato Prefetto De Rosa sono un capolavoro d'infamia.

[43] A proposito della resistenza energica opposta sempre alle prepotenze governative mi sembrano opportune queste parole pronunziate da Cordova nel 1863: «I Siciliani sono avvezzi da lungo tempo a considerare il Governo come tenuto a rispettare la legge, ed anche quando essi per avventura non la rispettano, pretendono che il governo la rispetti. È un'abitudine acquistata dalle loro antiche istituzioni e consacrata dal patto del 1812, in cui un articolo esplicito diceva: _Ogni cittadino ha il diritto di far resistenza all'autorità pubblica, se questa non opera in conseguenza della legge_.» Questo ricordo vale se non altro a dimostrare come certe costituzioni consacrassero in Italia sul cominciare del secolo principi assai più liberali di quelli contenuti nello Statuto del _magnanimo_ Carlo Alberto.»

[44] I luoghi nei quali durante il 1893 avvennero provocazioni, dimostrazioni e abusi di ogni sorta sono numerosi. Dai giornali sono riuscito a comporre questo elenco ch'è incompleto:

Palermo, Serradifalco, Campobello di Licata, Prizzi, S. Giuseppe Jato, Piana di Greci, Floridia, Borgetto, Scicli, Ravanusa, Mazzara del Vallo, Catenanuova, Partinico, Bisacquino, Corleone, Sancipirrello, Chiusa Sclafani, Sommatino, Villafranca, Termini Imerese, Canicattì, Terranova di Sicilia, Santa Croce Camerina, Naro, Grotte, San Cataldo, Campofiorito, Mezzomonreale, Campofranco, Pioppo, Palazzo Adriano, Lentini, Milocca, Belmonte-Mezzagno, Parco, Acquaviva Platani, Sutera, Lercara, Siracusa, Casteltermini, Villafrati, Siculiana, Casale Floresta, Montelepre, Cattolica Eraclea, Villarosa, Aragona, Caltabellotta, Paceco, Contessa Entellina, Montemaggiore Belsito, Alcamo, Valledolmo, S. Ninfa, Castronovo, Bambina, Ciminna, Mezzojuso, Cerda, Cefalù, Rosolini, Castelvetrano, Racalmuto, Santa Caterina Villarmosa, Balestrate, Trappeto, Caltanissetta, Spaccaforno, Modica, Francofonte, Piazza Armerina, Gibellina, Lucca Sicula, Butera, Bivona, Burgio, Roccadifalco, Pietragliata, Rocca, Petralia Soprana, Comitini, Terrasini, Misilmeri, Ragusa, Partanna, Salemi, Salaparuta, Trapani, Camporeale, ecc., ecc.

XVI.

LA REPRESSIONE

La serie interminabile delle provocazioni e delle dimostrazioni, illuminata qua e là dal sinistro bagliore degli incendî, ebbe i suoi episodî sanguinosi che meritano una speciale trattazione. Questi episodî rappresentano l'epilogo di una situazione tesa e scabrosa e l'inizio di una repressione, che, a dire il vero, fu quasi sempre incosciente e non preparata direttamente, ma che scattò improvvisa e spontanea, quale risultanza però delle istruzioni generali date, della imprevidenza nello eseguirle, dello eccitamento degli animi di tutti, della paura di essere sopraffatti negli uni, della coscienza del proprio diritto negli altri.

Sangue, e in che misura! era stato versato a Caltavuturo in principio del 1893; sangue si continuò a versare a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo; ma dopo alcuni mesi di sosta nello svolgersi della triste cronaca, nessuno si attendeva che si dovesse ricominciarla e continuarla più luttuosa che pel passato!

[LA CRONACA TRISTE CONTINUA]

Ricomincia a Giardinello. Giardinello è un piccolo paese di 800 abitanti. Sul conto dell'amministrazione comunale e del sindaco Caruso le più contraddittorie notizie corsero. Io sento il dovere di dire che persona degna di fede a me assicurò che il Caruso amministrasse paternamente; ed egli stesso in una lettera al Direttore della _Tribuna_ si scagionò con apparenza di verità di molte accuse lanciate contro di lui.

D'altra parte persona non sospetta di tenerezze per la causa dei lavoratori rivelò allo stesso corrispondente della _Tribuna_ che il municipio di Giardinello era una vera e propria _Marcita_,--termine lombardo adoperato dall'interlocutore--un feudo del Sindaco. Il _Fascio_, presieduto dal sig. Piazza, aveva chiesto da tempo delle riduzioni di tasse: sul focatico, sulle vetture, sui dazî di consumo; il sindaco aveva promesso di provvedere almeno in parte, ma invece nei nuovi ruoli vi fu maggior rigore e minore equità che nei primi.

La stessa lettera del Sindaco, del resto, suggerisce al temperatissimo Cavalieri osservazioni che suonano biasimo aperto pei criterî amministrativi che si seguono in Sicilia e che vengono addotti a difesa propria dal Sindaco di Giardinello (I _Fasci_ ecc., pagine 30 e 31). Quali che siano le ragioni dell'una parte e dell'altra, la catastrofe, che ne seguì e che commosse l'Italia rimane ingiustificabile ed è tuttora inesplicata.

[I TUMULTI DI GIARDINELLO]

Il giorno 10 dicembre, domenica, all'uscire dalla messa, nella piazza della chiesa si formò una dimostrazione al grido: _Abbasso le tasse e il Municipio_, quindi alcuni socî del Fascio andarono dal sindaco per cercare di comporre la faccenda e lo trovarono dinanzi la porta di casa sua; alla richiesta dei dimostranti egli rispose che non _ci avevo colpa, che se ne lavava le mani_, _che la colpa era tutta dei consiglieri_ e che _potevano fare il diavolo a quattro, lui non si sarebbe disturbato per questo_.

E dopo avere così consigliato la calma ed evitato un grave pericolo, il sindaco montò le scale che conducevano nel suo studio, e vi rimase lungamente. I dimostranti seguitavano a gridare sotto i balconi del sindaco, il quale a calmare gli _spiriti bollenti_ applicò loro una cura idroterapica buttando molta acqua e fresca su tutte quelle teste riscaldate.

L'effetto della cura fu immediato: la folla non si ribella al brutale trattamento e corre invece--trascinata certo da qualche mestatore--al palazzo municipale, dove, eccitata certo da chi aveva interesse che documenti compromettenti fossero distrutti, comincia la devastazione, l'incendio; e tutti gli armadi, le sedie, i registri sono posti l'uno su l'altro e le fiamme avide, distruggono ogni cosa.

Dopo, i tumultuanti continuarono a percorrere le vie del paese seguendo una donna che portava in alto il ritratto del Re e della Regina.

Appena cominciati i primi disordini, un carabiniere partì per Montelepre a chiamare dei rinforzi ed è falso che contro costui siano stati tirati quattro colpi di fucile andati a vuoto.

Conosciutasi la notizia a Montelepre partivano 5 o 6 carabinieri e 22 bersaglieri comandati dal sottotenente Cimino, alla volta di Giardinello e quivi giunti si disposero a traverso la strada principale tra la casa del sindaco e il Municipio.

[L'ECCIDIO]

La folla impavida, forte forse del talismano che portava, andò incontro ai soldati sempre con lo stesso grido: _abbasso le tasse_,...... Il sottotenente tenta invano di calmare i dimostranti i quali per l'avanzarsi di quelli che stavan dietro minacciavano di rompere il cordone della truppa.--Fu allora che il sottotenente esclamò: «Allontanatevi o sarò costretto a dare ordine di caricare le armi». I più vicini tornarono indietro, il presidente del Fascio alla contadina che portava il ritratto del re disse: _Suruzza, jamuninni vasinnò nni sparanu_ (sorella, andiamo se no ci sparano). E quando tutto volgeva pel bene, una fucilata sinistramente risuonò. Fu questo il segno dell'eccidio, sparano i soldati, sparano i carabinieri e le grida disperate e i lamenti dei feriti, il pianto di tutti resero lo spettacolo selvaggio e commovente. Anche i poveri soldati spaventati corsero come forsennati per la campagna.

Allora, seminata la via di feriti, la folla uccide il messo comunale che, sogghignando, mostrava il suo compiacimento per tanti caduti.

Chi ordinò il fuoco? donde partì la prima fucilata? Le voci più disparate corsero in proposito, ma il mistero non fu svelato. Il generale Corsi che solo di questa strage fa cenno--forse perchè il suo animo mite rifugge dalle scene di orrore--narra seccamente: «Fu caso, fu disgrazia. Una massa di gente di un _pacifico_ paesello, rumoreggiante, inebbriata della sua audacia medesima, si serra addosso ad un piccolo drappello di soldati, spinta da tergo da chi non vede il pericolo; nessuno comanda il fuoco; ma il fuoco scoppia perchè i soldati stanno per essere travolti. La stampa ne fa gran rumore in Sicilia, in tutta Italia; si scrive che la truppa ha tirato freddamente sopra un popolo festante; non si vuole vedervi altro che una strage d'innocenti. Il governo n'è spaventato.» (_Sicilia_, p. 322)[45].

I morti furono 11, dei 12 feriti portati all'ospedale di Palermo 9 furono dichiarati in pericolo di vita. 5 solamente furono colpiti con palle a mitraglia e gli altri da palle non tirate da militari, vi furono pure uomini feriti da _quadretti e migliarini_.

A Giardinello, precisamente come a Caltavuturo, le autorità non seppero trovare un colpevole tra coloro che spararono. Ne trovarono bensì a decine tra i poveri contadini che avevano partecipato alla dimostrazione e che si ebbero in pena dal Tribunale militare anni ed anni di reclusione!

[LERCARA]

Dopo Giardinello, Lercara. Anche qui c'è miseria grande derivante in gran parte dalla crisi zolfifera, anche qui ci sono odî inveterati e feroci tra alcune famiglie che si disputano con tutti i mezzi l'amministrazione comunale, qualcuna delle quali si afferma che abbia soffiato nel fuoco. E il fuoco divampò il 20 Dicembre in una dimostrazione coi ritratti del Re e della Regina al grido di: _Abbasso le tasse! Abbasso il Sindaco!_ Si viene a colluttazione colla forza e rimangono feriti o contusi alcuni uomini della forza, tra i quali il delegato di pubblica sicurezza ed un tenente delle truppe. Durante la notte e all'indomani arrivano altre truppe.--Il sotto prefetto di Termini-Imerese--che arringa il popolo da un balcone durante una nuova dimostrazione seguita da incendi dei posti daziari, da devastazioni e da saccheggi--è male accolto e costretto a scappare. Avviene un'altra colluttazione nella quale vengono uccisi undici cittadini e feriti molti altri! Contro i soldati la folla non adoperò che sassi e bastoni.

[PIETRAPERZIA]

A Pietraperzia il 1º gennajo 1894 si ripetono gli stessi fatti di Giardinello e di Lercara; le cause sono le stesse: la miseria e il malumore contro il municipio, per le tasse e specialmente pel fuocatico. I partiti locali che si combattono da anni con accanimento si accordarono soltanto nell'accusare i poveri contadini dei quali si osò negare la miseria!

In queste denegazioni fu audacissimo il sindaco Nicoletti, che innanzi al Tribunale militare affermò inesistenti le tasse odiose nel suo paese, e l'amministrazione esemplare, e provvida per i bisogni di tutti. «Sì!--gli rispose con amara ironia un difensore, il capitano Schioppo--tasse non ve ne sono, perchè il fuocatico e il dazio sulla farina non pesano sul popolo; e l'amministrazione comunale è tale modello, che a Pietraperzia si può credere, che si sia avverato il famoso motto di Enrico IV!»

Ivi, come dappertutto, i lavoratori si riuniscono e cominciano a gridare: _Viva il Re! abbasso il Sindaco! abbasso le tasse!_

Si dice che il Delegato di P. S. e il maresciallo dei carabinieri abbiano invitato la folla a sciogliersi e che siano state fatte le regolari intimazioni, ma che la folla invece di sciogliersi abbia tirato delle fucilate contro i soldati, i quali per legittima difesa risposero facendo fuoco.

Da tutte le mie informazioni, però, mi risultano infondate o alterate tali asserzioni; se i contadini avessero fatto fuoco, tra i soldati ci sarebbe stato qualche morto.

[GLI ECCESSI DOPO LA STRAGE]

Invece otto contadini rimasero uccisi e quindici gravemente feriti. Compiuta la strage, i soldati si rinchiusero nella Chiesa di Santa Maria e il popolo esasperato si dette agli incendi e alla devastazione del Casino dei Galantuomini, del municipio e di altri uffizî pubblici. Questi eccessi della folla, è bene rilevarlo, seguirono e non precedettero la strage.

Il Consiglio, nella massima parte inviso, si dimise. Non mancarono i soliti numerosi arresti. Si afferma che a Pietraperzia il _Fascio_, di recente formazione e composto di analfabeti, abbia preso parte attiva ai tumulti; ma la verità non si può sapere facilmente perchè non si potè sinora sentire che una sola campana, quella dei più ricchi proprietari. Non ha sonato ancora quella dei lavoratori. Il terrore regnò per parecchio tempo a Pietraperzia e non fu possibile avere esatte notizie.

Settantatre disgraziati furono trascinati al Tribunale militare di Caltanissetta e di essi soli 20 furono assolti; gli altri furono condannati a pene che variano dai 3 ai 21 anni di reclusione. La sentenza fece dolorosissima impressione e fu notato che un colonnello dell'esercito dava pietosamente parole di conforto alle desolate famiglie dei condannati.

[GIBELLINA]

Il giorno 2 gennaio è la volta dell'eccidio di Gibellina. Ha qualche cosa di specialmente lugubre; e di esso si avvalsero gli uomini del governo per denigrare il popolo, che in un momento di furore cieco uccise il pretore Casapinta. Ma perchè? quando?