Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 13

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Narriamo. Gibellina conta circa 10,000 abitanti ed è dedita esclusivamente all'agricoltura. Si afferma da molti che vera miseria non vi sia e che vi siano numerosi i piccoli proprietarî--di quella categoria però, che l'on. Damiani paragonò ai proletarî perchè la proprietà di una catapecchia o di un campicello non basta a sfamare. Certo è che la emigrazione vi si accrebbe notevolmente negli ultimi anni; e questo è indizio sicuro di malessere economico. È certo del pari che le tasse comunali, specialmente quella sugli animali e il focatico, vi erano pesanti ed invise e che era grande il risentimento contro le autorità politiche--rappresentate dal delegato di P. S.--per i fatti del 4 novembre narrati avanti. Vi sono i soliti partiti locali, i cui caporioni si odiano reciprocamente; quello al potere, protetto dalla Prefettura di Trapani, qualificato addirittura tirannico, si dice abbia considerato la cassa comunale come lo sfamatoio della propria famiglia e dei propri adepti. Gli oppositori, ricchissimi, si vuole che abbiano soffiato nel fuoco; regalarono una bandiera al _Fascio_--essi che in fondo sono conservatori--e si rimproverò loro--stranissimo rimprovero!--che dessero agli operai un salario più elevato degli altri.

Questo l'ambiente dove si svolsero i fatti del 2 gennaio.

Da parecchi giorni si buccinava che si doveva fare una dimostrazione contro il municipio: corsero trattative di conciliazione tra i partiti; si cercò dare soddisfazione alla opinione pubblica dal sindaco, accettando alcune delle proposte messe avanti dal _Fascio_, il cui presidente sig. Palermo si cooperò sempre per mantenere la calma e l'ordine; a quasi tutte le trattative presero parte attiva il capitano Macchi del 37º fanteria, e il pretore Casapinta e la loro fu azione lodevole. Ma ciò che chiedevasi con maggiore insistenza erano le dimissioni del sindaco e del consiglio; cosa che non potevasi ottenere, come disse il capitano, perchè il sindaco di dimissioni non voleva assolutamente saperne!

[L'ECCIDIO]

Nel giorno dell'eccidio il municipio era occupato militarmente e il capitano trovavasi nella sala del Consiglio, mentre la folla appressavasi gridando come sempre: _Abbasso il Sindaco! abbasso le tasse! abbasso il consiglio comunale!_ Erano circa tre mila persone con alla testa la bandiera del _Fascio_, che fu issata al balcone della casa municipale dov'erano riuniti il Capitano Macchi, il sindaco e molti altri che discutevano sui provvedimenti da prendere.

Ad un tratto comincia il fuoco contro la popolazione inerme: quattordici caddero morti immediatamente. Non vi furono squilli di tromba e i soldati spararono sulla folla a bruciapelo. Il numero dei feriti fu grandissimo e non potè esser mai esattamente constatato perchè tutti si nascosero, sapendosi che anche i feriti gravi venivano arrestati e condotti a Trapani: ad un certo Tramonte fu amputato il braccio nelle prigioni di Trapani e gli si negò di poter rimanere a casa guardato a vista.

Compiuta la strage i soldati--per ordine del Capitano Macchi, che rapidamente discese dalla casa comunale appena sentì le fucilate--si ritirarono, e Gibellina rimase in balía del popolo giustamente esasperato. Fu allora che venne ucciso a sassate ed a bastonate il povero pretore Casapinta, ch'era stimato da tutti e che si era cooperato ad impedire la catastrofe; ma ciò avvenne per isbaglio, gli addebitarono il comando del fuoco, essendo stato scambiato pel delegato di Pubblica Sicurezza, Vincenzo Trani, che alle antiche aveva aggiunto nuove ragioni di odio contro di sè.

Costui fu generosamente ricoverato da un farmacista, e si salvò, fuggendo travestito, dall'ira di quel popolo il quale contro di lui sarebbe forse stato implacabile.

Per alcuni giorni Gibellina rimase assolutamente senza forza e senza autorità; eppure non vennero molestati coloro, che erano considerati come i veri promotori dell'eccidio!

[LA RESPONSABILITÀ]

A Gibellina si sa almeno su chi fare ricadere la colpa immediata della catastrofe. Il capitano Macchi allontanò da sè la responsabilità dell'accaduto; e non gliene spetta, poichè è voce generale da nessuno sinora smentita, che il fuoco venne ordinato del delegato di P. S. affacciatosi dal balcone del Municipio. Il luogotenente che in piazza trovavasi alla testa dei 35 soldati credendo che l'ordine fosse partito del capitano comandò il fuoco. Per colmo di odiosità le guardie campestri, ligie al sindaco, nascoste in un campanile vicino--ciò che farebbe supporre una certa premeditazione--tirarono ripetutamente sulla folla.

Quando le autorità governative ripresero possesso del disgraziato paese dove regnava lo squallore, si fecero arresti in massa e si vuole che la maggior parte degli arresti avvenissero nelle file dell'opposizione e su di una lista compilata dal partito che stava al potere.

Dopo tali disgraziati avvenimenti, l'odio e la diffidenza dei contadini contro _li cappedda_ si sono accresciuti in modo terribile; tanto che essi sfuggirono come un leproso un inviato da un comitato di Palermo, che v'era andato a fare un'inchiesta per poter distribuire dei soccorsi alle vittime.

[BELMONTE-MEZZAGNO--MARINEO]

I tumulti di Belmonte-Mezzagno vanno ricordati perchè con un colpo di rivoltella vi venne ferito un soldato, che poco dopo morì, lo Sculli. A questa povera vittima furono fatte solenni onoranze; ma furono consacrati all'infamia i contadini uccisi dai soldati.

Peggio ancora avvenne all'indomani del funesto principio del 1894, a Marineo.

Anche lì avvengono le solite dimostrazioni con leggere colluttazioni con la forza, in una delle quali c'è un solo ferito di baionetta; ma il giorno 3 si ripetono le dimostrazioni e poi che la folla rifiuta di sciogliersi, dopo le intimazioni di legge ed una scarica in aria, la truppa fa fuoco e vengono uccise otto persone sul colpo e dieci muoiono poco dopo per le ferite ricevute. Il numero dei feriti non si può precisare, perchè i più si nascosero: ma dev'essere stato considerevole se proporzionato al numero dei morti.

Il giorno 4 viene proclamato in Sicilia lo stato di assedio: il generale Morra di Lavriano e della Montà assume formalmente i poteri di Regio Commissario straordinario del Re, ch'esercitava di fatto sin dal suo arrivo in Sicilia. Nel manifesto con cui il Regio Commissario straordinario annunziò l'avvenimento, in ultimo era detto che ai contravventori sarebbero stati applicati gli articoli dal 246 al 251 del Codice penale militare. Perchè si possa giudicare della opportunità dell'applicazione è bene si sappia che tali articoli considerano i casi in cui... il territorio del regno è invaso da _truppe nemiche_!

[L'ULTIMO MASSACRO]

All'indomani della proclamazione dello stato di assedio si chiude la serie dei massacri con quello di Santa Caterina Villarmosa.

Ivi, tra i due partiti municipali da gran tempo non c'era buon sangue; la miseria tra i contadini,--il paese è essenzialmente agricolo--era grande; un Fascio vi si era costituito, nel quale per dissidi tra coloro che lo dirigevano, al momento della catastrofe nessuno esercitava una influenza, perchè erano dimissionari da parecchi giorni il segretario e il vice-presidente, ed era assente da tempo il presidente; il _Fascio_ rappresentava un vero corpo senza capo. E la catastrofe avvenne terribile e inattesa, come m'assicurarono il sindaco e il capo del partito contrario.

[SANTA CATERINA VILLARMOSA]

Il giorno cinque è certo che ancora non era stata annunziata ai cittadini di Santa Caterina Villarmosa la proclamazione dello stato di assedio; nè c'è da meravigliarsene perchè poche ore si può dire ch'erano trascorse dalla comunicazione. Fu lo stesso Comando dei Carabinieri, che dichiarò che _nessuno_ aveva visto il manifesto; ciò risultò anche dal processo svoltosi innanzi al Tribunale militare di Caltanissetta. Se fosse stata annunziata e spiegata bene ai poveri contadini la misura, probabilmente essi avrebbero tenuto diverso contegno. Ma quantunque essi tutto ignorassero non si creda che abbiano trasceso, come in tanti altri punti. Tutt'altro. Il giorno 5, infatti, non si trattò che di questo: una folla enorme percorreva il paese--con una bandiera sormontata dai ritratti del Re, della Regina e da un crocefisso,--gridando: _viva il Re! abbasso le tasse!_ Non ci furono incendi, non ci furono devastazioni nè in uffici pubblici, nè in case e magazzini privati; non si assaltò il municipio e molto meno si potevano assaltare i casotti del dazio--come annunziarono telegrammi uffiziali con impudente menzogna--i quali non esistevano! Le autorità che avevano avuto sentore della dimostrazione avevano chiesto ed ottenuto rinforzi da Caltanissetta, otto soldati ed un tenente dei carabinieri, che uniti ai quattro carabinieri ch'erano di stazione formarono un totale di _tredici_ uomini!

Il tenente dei carabinieri, Colleoni, pensò che l'autorità doveva rimanere alla forza e fece mostra di tutte le sue attitudini strategiche impostando i suoi dodici uomini nella strada che fronteggiava la grande piazza Garibaldi, d'onde dovevano passare i pacifici dimostranti. Quando questi pervennero nella piazza e vi si pigiarono in modo da non potersi muovere, il tenente dei carabinieri intimò alla folla di sciogliersi e fece suonare i tre squilli. Fra il secondo e il terzo, un maestro di scuola, il Capra, esortò il popolo a sciogliersi; ma il popolo credendo di non violare alcuna legge protestando contro i balzelli, e incorato con particolarità da alcune donne ardite, non si mosse se non dopo che il terreno fu seminato di morti e di feriti in seguito alle _ripetute_ scariche ordinate dal tenente dei carabinieri. Quando la piazza venne sgombrata, per molte ore rimasero abbandonati al suolo gli _undici_ morti e i più gravemente feriti--donne, uomini, vecchi e bambini--in mezzo alle pozze di sangue!

[MENZOGNE SPUDORATE]

E adesso poche altre osservazioni. Come i telegrammi ufficiali mentirono nel dare i particolari della dimostrazione cui attribuirono atti non commessi, così evidentemente mentirono nel dare alcune notizie che volevano lasciar comprendere esservi stata da parte del popolo prima l'aggressione e poi la resistenza, fosse anche una larva. Si parlò di un colpo di rivoltella tirata contro il maresciallo dei carabinieri, ma il colpo _fortunatamente_ non partì; e se partì, quantunque a _bruciapelo_,... non ferì; si parlò di una coltellata contro un soldato, ma _fortunatamente_ la lama non arrivò alle carni; si parlò di sassi scagliati contro la truppa, ma _fortunatamente_ non un soldato venne colpito!...

Troppa fortuna davvero!

E poi, la rivoltella non fu trovata; i carabinieri sequestrarono solo un'accetta... senza padrone.

Cose queste, che furono anche constatate dai corrispondenti della _Tribuna_ e del _Resto del Carlino_, andati sul luogo.

La narrazione fatta dal tenente Colleoni innanzi al Tribunale militare esclude tutte le calunniose notizie _ufficiali_ divulgate sul contegno dei poveri contadini di Santa Caterina. Egli, a domanda del Presidente Colonnello Orsini rispose: «avere ordinato il fuoco perchè aveva acquistato il concetto preciso dell'aggressione che voleva fare la folla dalle parole di un certo Manzoni e dalle armi _intraviste_ sotto i vestiti dei dimostranti...»

Non mettiamo in dubbio la vista lincea di quell'ufficiale, ma è giusto riferire le parole di fuoco del Manzoni; questi disse al Colleoni: _fate ritirare la truppa e la folla colle buone si disperderà_.

Lo stesso Colleoni confessò che prima che la truppa facesse fuoco non ci furono _nè pietrate, nè colluttazioni_... Se qualche sasso fosse volato dopo le ripetute scariche, quando il suolo era seminato di morti e di feriti, chi oserebbe maravigliarsene e condannare?

Ancora: nel processo, come capo temibile della sommossa venne designato il contadino La Placa, cui si rivolse la particolare accusa di avere strappato la baionetta al Maresciallo dei Carabinieri in una colluttazione corpo a corpo. Ebbene il terribile ribelle ricevette due ferite alle _spalle_ in quella colluttazione; sicchè riferendosi alla topografia di tali ferite e al momento in cui il maresciallo asseriva avergliele inferte, il La Placa ingenuamente osservava: _Le braccia l'uomo le ha davanti o di dietro?_

[LA LOGICA DE' CONTADINI]

La folla aveva tante intenzioni ostili--ed era composta da migliaia di persone!--che dette tempo al suddetto maresciallo di ricaricare la rivoltella per freddare il contadino che a bruciapelo gli aveva tirato un colpo di pistola... Oh! con quanto rigore di logica semplice e irresistibile a chi parlava di fucilate tirate dal popolo, un contadino dalla gabbia esclamò: _signor Presidente, i nostri fucili ammazzano!_ E non uno dei _tredici_ soldati fu ammazzato...

[LA FEROCIA DEL POPOLO]

E della ferocia e delle cattive intenzioni del popolo si ebbe altra prova luminosa. Il maresciallo quando non ebbe più cartucce, credette bene di ricoverarsi in una casa che vide aperta; ivi una trentina di contadini eransi ricoverati per isfuggire al massacro. Lo ebbero in mano inerme, trenta contro uno, e non gli torsero un capello e l'accolsero!

A Benedetto Salemi, che all'indomani della strage lo interrogò su questo particolare, il maresciallo rispose: _Erano tanto impauriti!_

«Fosse stato anche vero, osservò il Salemi, che una trentina di uomini pravi, feroci (come venivano designati) avessero avuto paura di uno disarmato..., ma era quella la risposta di un soldato italiano? dire vili a degli onesti, che virilmente gli avevano regalato la vita!»

Il Salemi, nel _Siciliano_, de' 9 e 10 gennaio 1894, fece un'esatta e commovente descrizione dei casi di Santa Caterina. Dalla quale, mi piace di riportare il luogo seguente, dove egli narra la sua visita al cimitero.

[AL CIMITERO]

«Si va al cimitero per una via che sale leggermente ad un colle.

«Nel piccolo campo dei morti, a sinistra, stavano schierate le casse che serrano i poveri uccisi. Ce n'era una, grande: una vecchia barella tinta di grigio con due larghe fasce di nero che s'incrociavano.

«Il custode, levato una grossa pietra da su il coperchio, lo sollevò.

«Nella vecchia barella avevano messo due cadaveri: uno su l'altro: uno con la faccia sotto i piedi dell'altro! Sopra, stava un ragazzo; era morto dopo una lunga agonia e aveva gli occhi a pena socchiusi, e sul viso profilato ancora un'espressione di angoscia. L'altro era un uomo, con un po' di barba sotto il mento. Aveva i grandi occhi neri sbarrati: era morto nel vigor della vita, fulminato, e quegli occhi vitrei che dal corpo supino guardavano il cielo, pareva invocassero, ancora morti, il Cielo: pareva che quello sguardo, con una serenità lunga di eroe, dicesse: «O Signore, Signore! vedete....»

«Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce n'era una, piccola, foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata.

«Io volli vedere l'innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno gridato! e pregai il custode di schiodare la cassa.

«La bambina era grande per i suoi nove anni. Giaceva, con la testina un po' volta da un lato e le braccia distese lungo i fianchi. Non aveva ancora la rigidità della morte e la sua faccia era rossa, e sulla bocca, coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che gorgogliava ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.

«--Ma è viva!--esclamai.

«Il custode sorrise.

«--Viva?...--e ripose il coperchio.

«Oh era morta davvero, povera bimba ricciuta! Era morta davvero, misera madre derelitta, ora! povera madre straziata che nella disperazione della sua pena ebbe pure la forza di rivestire il cadavere della sua creatura; di chiudere gli occhi alla sua bimba morta; di foderare di roba celeste la cassa nella quale dovevano chiudere, per sempre, la figlia sua uccisa; nella quale dovevano portarle via, per sempre, la figlia sua perduta!»

All'indomani della strage, come dappertutto, la forza arrivò numerosa, si procedette a centinaia di arresti, altre centinaia di contadini presero il largo e la simpatica cittadina rimase squallida e terrorizzata.

Ed ora riassumiamo. Durante il 1893 e i primi giorni del 1894, nei tumulti e nelle dimostrazioni di Sicilia cadde--ucciso dal popolo--un solo soldato: lo Sculli.

Caddero--uccisi dai soldati:

tredici popolani a Caltavuturo, due a Serradifalco, uno ad Alcamo, undici a Giardinello, undici a Lercara, otto a Pietraperzia, quattordici a Gibellina, diciotto a Marineo, quattordici a Santa Caterina Villarmosa;

in tutto furono uccisi novantadue liberi cittadini per un solo soldato.

[EPILOGO TRISTE]

Questo lugubre riassunto dev'essere completato da altri tristi episodî. Il governo italiano che non seppe prevenire, che non si dette il menomo pensiero di una situazione tragica, dispiegò tutta la sua sapienza nel ricompensare i disgraziati--voglio essere benevolo nel qualificarli--protagonisti della repressione. Premiò il delegato di Pubblica Sicurezza che fece uccidere in Serradifalco due operai che invocavano il rispetto della legge elettorale; premiò il delegato di P. S. di Racalmuto per la _prudenza_ mostrata nel nascondersi il 1. novembre; premiò il delegato di P. S. di Gibellina! per la splendida attitudine ai travestimenti rivelata nei sottrarsi ai pericoli creati per colpa sua; premiò il tenente Colleoni--e lo lasciò per sei lunghi mesi sul luogo delle sue gesta eroiche--per la vista lincea mercè la quale _intravide_ le armi sotto i vestiti dei contadini di Santa Caterina Villarmosa!

Di fronte a tali e tante ricompense come non esser compresi di ammirazione per Matteo Imbriani, che in un momento di santa indignazione si sente disonorato dalle medaglie guadagnatesi in battaglia contro gli austriaci, e in piena Camera dichiara di volerle buttare in faccia al governo italiano?

Egli dovette certo, in quel momento, ricordarsi che Roma negò il trionfo a Pompeo, vincitore di Spartaco, perchè i ribelli non erano nemici stranieri.

[QUEL CHE USCÌ DI BOCCA AL GENERALE MORRA]

E tutto quello non basta; il giorno 8 Febbraio il generale Morra di Lavriano riunì le truppe di Palermo in Piazza Ucciardone e rivolse loro un discorso in cui: rammenta da prima con grande compiacimento alcuni degli ultimi tumulti, specialmente Valguarnera, Belmonte e Santa Caterina, rilevando che _da per tutto la folla assalì le truppe e sparò su di esse, (!?)_ esalta i soldati premiati per gli ultimi avvenimenti e ricorda con onore il _valore (!?)_ dimostrato dai soldati a Santa Caterina; fa l'apoteosi del povero soldato Sculli ucciso a Marineo e glorifica l'opera dei subalterni _mirabilmente guidati dai capi dovunque contro di loro si addensava la rivolta_!

[GLI CHASSEPOTS E I FUCILI VITALI]

Il generale Morra di Lavriano terminò la sua _eloquente, patriottica e veritiera_ concione facendo un parallelo tra le vittorie ottenute in Sicilia dai soldati italiani e quella, allora recentissima, ottenuta in Africa ad Agordat, non senza esprimere il rammarico che essi dovevano provare combattendo contro uomini che parlano la stessa loro lingua... E dopo il solito volo lirico all'_unità_ ed a _Casa Savoia_, al suono della marcia reale, le truppe sfilarono dinanzi al generale ed ai premiati, che erano il Tenente Serra del 27º Fanteria, il caporale Puttini dello stesso reggimento e il carabiniere Profita.

Non mi permetterò alcun commento sulla opportunità politica del parallelo tra le vittorie ottenute in Africa e... in Sicilia; nè sulla convenienza di premiare i _valorosi_ che uccidono inermi italiani.

NOTE:

[45] L'on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava alle truppe di non usare mai armi, _contro nessuno e in nessuna occasione_. Se questa circolare è vera farebbe fede dell'animo mite dell'antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli eccidî non furono premeditati.

XVII.

LE RESPONSABILITÀ

_a)_

IL CLERO

Esposti gli avvenimenti siciliani dell'anno 1893 e del principio del 1894 si devono esporre le responsabilità degli attori: del clero--cui si volle attribuire un'azione, che non ha esercitato e che è stata diversa da quella, che gli venne attribuita--del popolo, e del governo principalmente.

Comincio dal clero.

Sin da quando l'attenzione pubblica sul continente si fermò sulle cose di Sicilia, prima ancora che si arrivasse al periodo acuto dei mesi di dicembre 1893 e gennaio 1894, da una certa stampa con soverchia insistenza s'insinuò che il clero soffiava nel fuoco. L'insinuazione era abile, perchè mirava a discreditare il movimento ed a renderlo inviso alla maggioranza liberale del popolo italiano, che beve grosso e si lascia facilmente ingannare da un patriottismo quarantottesco, ogni volta che gli si parla del _nemico_ che si annida nel Vaticano. Giovava ricorrervi, perchè era riuscita pei moti del 1866 ed era servita come comoda arma alla polizia, poco dopo, nell'imbastire i grotteschi processi politici ricordati dall'on. Tajani nel famoso discorso pronunziato nella Camera dei deputati nella tornata dell'11 giugno 1875; ma era iniqua, calunniosa, poichè era del tutto falso che il clero si fosse immischiato nei moti di Sicilia; e quando su di essi disse la sua parola, fu tale, che ad esso fa torto sicuramente, però lo rivela ligio alla _causa dell'ordine_--dell'ordine, dico, quale lo intendono il governo e le classi dirigenti.

[UN'ACCUSA DESTITUITA DI FONDAMENTO]

L'accusa contro il clero di Sicilia è siffattamente destituita di fondamento, che non varrebbe la pena di occuparsene se non l'avesse fatta sua una donna illustre,--la vedova di Alberto Mario--che ama sinceramente l'Italia e l'isola nostra in ispecie e se non vi avesse accennato lo stesso Presidente del Consiglio, che ripetendo un favorito ritornello--sempre apportatore di applausi in Parlamento e fuori--il 28 febbraio, dopo aver fatto l'apologia della borghesia, le rimproverò solo di avere abbandonato le _plebi_ alle sette ed ai _preti_.

Meglio avvisato, perchè non dominato da alcun preconcetto, il sig. Adolfo Rossi nelle sue corrispondenze alla _Tribuna_, nel mese di ottobre 1893 aveva notato che il clericalismo non ci aveva che vedere nel movimento dei _Fasci_ e che anzi in molti di questi c'era una spiccata tendenza anticlericale.

Padre Lorenzo,--il frate eremita che la fa da cappellano nella Chiesa della Madonna del Balzo di Bisacquino,--soprannominato _il Socialista_, costituisce una rara eccezione e del linguaggio da lui tenuto al valoroso _reporter_ del giornale di Roma si argomenta già da qual parte stiano i _superiori_.--«Eh! se non fosse per i superiori, diceva fra' Lorenzo, io andrei a predicare il socialismo così, con la mia tonaca». Egli rispetto al movimento sociale avrebbe fatto ciò che Ugo Bassi e Pantaleo fecero pel moto politico.

[IL CLERO MERITÒ LE DIFFIDENZE DEI LAVORATORI]

Dopo, altri giornalisti venati in Sicilia riconobbero la insussistenza dell'accusa e più esplicitamente ancora l'on. Comandini, nella Camera dei Deputati, osservò che «parlando in Sicilia con prelati degnissimi e colti, con sacerdoti professori, con sacerdoti di culto greco e con sacerdoti di culto latino, io ho domandato quale poteva essere stata la parte presa dal clero nelle agitazioni siciliane, e mi sono sentito rispondere che il clero aveva trovato nella classe dei lavoratori le più profonde diffidenze, perchè questi erano convinti che essi stessero dalla parte dei proprietarî e dei borghesi.» (Tornata del 2 marzo 1894). E queste dichiarazioni collimano perfettamente colla deposizione del Cabiati,--maggiore dei Bersaglieri--nel processo De Felice (Udienza del 21 marzo).

Il clero meritò le diffidenze dei lavoratori!

[IL CLERO E I CASI DI SICILIA]