Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 8
Su questo proposito, infine, c'è la testimonianza più decisiva, e più autorevole, più recente: quella del Generale Corsi, che giudica «veramente gravissime le imposte nella massima parte dei Comuni, specialmente sui generi di prima necessità, sulle farine sopratutto, e _ripartite in modo così ingiusto, così empio, che pesavano molto più sul povero che sul ricco_. E molti comuni sprecavano denaro in ispese di nessuna o problematica utilità pubblica, a vantaggio dei signori, a beneficio dei bene affetti e fautori della fazione predominante... (p. 369).»
La gravità di questi dati e delle accuse che essi autorizzano a muovere contro le _classi dirigenti_, le quali spadroneggiano nei municipî, preoccupò i _grandi proprietarî_ della sala Ragona; i quali cercarono di difendersi, osservando che «il fenomeno doloroso dell'altissima quota di dazio di consumo comunale che si paga in Sicilia è determinato dal fatto che la classe rurale siciliana risiede nelle città e borgate soggiacenti al dazio di consumo, mentre nelle altre regioni d'Italia vive disseminata nelle campagne.»
[LA SPEREQUAZIONE TRA LE IMPOSTE]
La giustificazione in parte è accettabile; e si può dire eziandio, che la legge stessa sui tributi locali favorisce la proprietà fondiaria cogli ostacoli, che mette alla facoltà di sovraimporre; ma rimane sempre,--a spiegare il largo e giusto risentimento dei proletarî,--il fatto stesso della esistente sperequazione tra imposte dirette e indirette, a danno loro, (e che essi ignari di leggi e di demografia non riescono a giustificare), non che la circostanza che colle stesse leggi e cogli stessi ostacoli a sovrimporre sulla imposta fondiaria in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto i proprietarî riescono a pagare tre e quattro volte di più che in Sicilia. È innegabilmente maggiore l'equità tributaria nell'Alta Italia, che in Sicilia e in molte altre contrade del mezzogiorno, e specialmente nella Campania.
Questa iniquità nella distribuzione e nella qualità dei tributi ebbe a deplorarsi vivamente sotto _l'Ancien régime_ in Francia, dove produsse gli stessi effetti che in Sicilia. In un vecchio opuscolo intitolato: _Abrégé de l'histoire des taxes en France_ pubblicato nel 1694 sotto il regno di Luigi XIV si parla e dei _favori accordati agli amici_ nella applicazione della _taglia_, e delle ingiustizie che si commettevano a danno dell'ingegno e del lavoro ed a benefizio della proprietà e del capitale. Nella _Decima regale_ del grande Vauban vengono illustrati gli stessi favori e le stesse ingiustizie che tanto contribuirono più tardi a fare sollevare un popolo, che era stato ritenuto _taillable et corveable à la merci_ dei signori!
[CHE OSSERVATORI PROFONDI!]
I disgraziati difensori del governo e i disonesti giudici dei moti siciliani del 1893 e 1894 hanno osservato: «o perchè le minoranze e i lavoratori non si agitavano, non esercitavano i loro diritti, non reagivano nelle vie legali contro le prepotenze e le iniquità delle amministrazioni locali?»
Non lo potevano: la frode, la corruzione, la violenza nella compilazione delle liste, nelle votazioni, in tutto, assicuravano il trionfo di chi sapeva asservirsi al governo o al deputato, i quali ogni loro opera spendevano a proteggere i vincitori, che spesso erano la minoranza reale. Il voto e la _legalità_ da trent'anni si chiariscono impotenti a ottenere qualcosa, a correggere.
NOTE:
[24] N. Colajanni: _Le istituzioni municipali._ Un vol. di 334 pag. L. 3--presso REMO SANDRON--Palermo.
[25] Valguarnera, dove avvennero incendî e rapine, si rovinò colla costruzione di una strada intercomunale con Raddusa, che costò L. 250,000. Essa paga al solo governo L. 36,000 per abbonamento al dazio consumo e non conta che diecimila abitanti.
[26] Il Sonnino a p. 188 del suo libro, in una nota, parla di una fondazione pia del principe di Castelnuovo pessimamente amministrata. In parte i fatti da lui esposti sono veri; ma è stato tratto in errore sui rimedî adoperati dal governo per riparare ai mali. «Ci volle un vero colpo di mano per portar via dalle casse del Comune,» egli dice, «sei anni addietro, i valori che rimanevano, per cominciare finalmente ad impiegarli al fine voluto dal testatore.» Il fatto è questo: il Prefetto di Caltanissetta, Polidori, nel 1869 fece _il colpo di mano_, ma fu una vera spogliazione a danno del Comune di Santa Caterina Villarmosa--ch'è il comune dove fu fondato il luogo pio--che indarno sinora ha reclamato. L'on. Sonnino ora ch'è ministro farebbe bene ad informarsi meglio ed a provvedere efficacemente.
[27] Su questa tassa pervennero direttamente a me alcune enormi notizie dalla provincia di Siracusa, che non riproduco dettagliatamente perchè non ebbi modo e tempo di verificarne l'esattezza.
XII.
L'ODIO DI CLASSE
La prepotenza feudale, la iniquità sistematica in ogni momento ed in ogni lato della vita e della amministrazione comunale, che si esplicano sotto l'egida delle autorità governative--prefetti, delegati, carabinieri--spiegano più che sufficientemente come l'odio delle classi lavoratrici contro i _galantuomini_ debba essere profondo e generale, e tanto più pericolosa la sua esplosione violenta inquanto che lungamente represso e non attenuato da alcuno sfogo nelle vie legali, a loro non consentito dalle stesse leggi, che del diritto elettorale hanno fatto un privilegio di alcune classi.
[VECCHIE E DOLOROSE CONSTATAZIONI]
Tutto il passato remoto e tutto il presente non ha fatto che generare e alimentare quest'odio dei lavoratori,--specialmente delle campagne, contro le _classi dirigenti_,--che un giorno o l'altro doveva esplodere.
Si dirà: «all'indomani delle sommosse e delle rivolte la invocazione della preesistenza dell'_odio di classe_ è un comodo espediente per ispiegare, se non per giustificare, i moti inconsulti o criminosi.»
Epperò giova dimostrare, che quanti si occuparono delle condizioni della Sicilia constatarono _in ogni tempo_--nei momenti di tranquillità, come in quelli di agitazione e di perturbamento--il doloroso fenomeno.
Uno scrittore più volte citato, l'Alongi, parecchi anni or sono scriveva che per i motivi precedentemente esposti «il contadino diffida e vede nei funzionari tanti alleati dei _galantuomini_, che lo tengono in una grossolana e ferrea servitù economica, e ignorante, incretinito dalla miseria, dal lavoro improbo, sfugge i contatti, vede ovunque ingiustizie ed oppressioni, e nei provvedimenti più utili tante trappole per immiserirlo di più. Nasce quindi tra i contadini un istinto di riunirsi tra loro contro i nemici comuni (_galantuomini_ e governo; d'onde il proverbio: _galantomu e malu passu dinni beni e stanni arrassu_), di fare una lega spontanea, inconscia contro di essi, opponendo una inerzia assoluta a tutti i movimenti del nemico personificato nel funzionario e quando la pazienza scappa, farsela da sè, poichè pel povero non c'è giustizia (dice un altro proverbio: _la furca è pri li puvureddi_)».
Quest'_odio di classe_ venne constatato da Sonnino, da Franchetti, da Bonfadini, da Damiani in varie epoche; ma si vogliono pareri di persone ancora più autorevoli e insospettabili? Eccoli.
[LA PAROLA AI MAGISTRATI]
L'_odio contro i ricchi_, accanto alla esistenza del _latifondo_, viene esplicitamente denunziato dal Procuratore Generale Caruso, nella sua relazione innanzi alla Corte di Appello di Palermo sul movimento della criminalità pel 1880, come la cagione principale dei caratteristici reati dei contadini.
Cinque anni dopo un altro Procuratore generale, il De Meo, in una analoga occasione nella stessa Palermo osservava: «i poveri agricoltori e coloni, mezzadri o fittaiuoli non vedono e spesso non conoscono i padroni dei fondi che coltivano e ne risentono il peso e l'oppressione per quelli agenti intermedî che fattori o campieri si domandano; dai quali non pure sono tribolati con vessazioni, usure e prepotenze di ogni sorta, ma spinti a _disamare_ i proprietarî; onde tra loro si _mantiene un abisso_ e si forma un _cumulo di animosità, di rancori, di odî inveterati, che diventano temperamento e abito dell'animo..._»
Io credo che ce ne sia abbastanza per una dimostrazione obbiettiva, spassionata di un vero odio di classe in Sicilia preesistente agli ultimi moti; odio di classe generato dalle cause che sono state esposte e che ha costituito un pericolo permanente per l'ordine sociale.
[UNA DESCRIZIONE DI G. VERGA]
Quest'odio di classe che, per quanto giustificato, in me produsse sempre un senso di sgomento per le sue possibili esplosioni, ispirò ad uno scrittore conservatore uno dei bozzetti suoi più indovinati e caratteristici, che ritraggono la vita e le passioni del popolo in Sicilia. G. Verga infatti tra le sue _Novelle rusticane_ ne ha una intitolata _Libertà_, che tutta intera dovrebbe essere riprodotta a dimostrazione completa del come senza i _Fasci_ e senza il socialismo, nell'isola potessero verificarsi fatti identici nella natura e più gravi negli episodî di quelli del 1893 e 1894, ma basterà ai lettori l'esordio eloquente.
«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo e cominciarono a gridare in piazza: «_Viva la libertà!_»
«Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei _galantuomini_, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciola.»
«A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!--Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.--A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!--A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!--A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!--A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!»
«E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue!--Ai _galantuomini_. Ai _cappelli_! Ammazza! ammazza! Addosso ai _cappelli_!»[28]
L'arte non poteva meglio riassumere gli odî generati da secolari ingiustizie esplodenti quando al grido di _Viva la libertà!_ gli oppressi credevano che fosse arrivata l'ora della vendetta e della riparazione.
NOTE:
[28] Il Verga pubblicò questa novella nella _Domenica letteraria_ del Martini, nel Marzo 1882. Fu riprodotta nelle _Novelle rusticane_ edite dal Casanova di Torino nel 1883.
XIII.
NULLA È MUTATO!
Più volte s'è già accennato al carattere di permanenza delle descritte condizioni della Sicilia. Ma nell'animo di molti potrà esser rimasto qualche avanzo di ottimismo, il quale avrà potuto indurlo a credere che i più dolorosi tra i mali da cui è afflitta l'isola nostra siano eredità del passato--per quanto prossimo--e che qualche miglioramento riparatore si sia ottenuto per opera del governo, o dei maggiorenti meglio avvisati de' pericoli a' quali viene esposto l'organismo sociale dal perdurare di condizioni di fatto divenute assolutamente anacronistiche, oggi, in mezzo all'Europa che, più o meno, s'è venuta trasformando.
Ebbene! ogni illusione deve essere bandita, e bisogna confessare con vergogna, che i mutamenti in meglio, in rapporto alle classi lavoratrici sono tale povera cosa, che si possono considerare come non avvenuti. Ma con ciò non s'intende negare che negli strati superiori siano avvenute sensibili modificazioni.
[L'OPERA DEL GOVERNO BORBONICO]
Il Baer con equanimità assegna la parte di responsabilità ch'è dovuta al governo borbonico nel mantenimento di un regime feudale che sarebbe stato suo interesse far scomparire per vederlo sostituito da un forte ceto medio, perchè in fondo le opposizioni più pericolose e più continuate gli vennero dall'aristocrazia che voleva conservare o riprendere interi tutti i suoi privilegi economici e politici. Ma esso pur avendo mostrato la intenzione di abbattere le istituzioni feudali--e glielo suggeriva la propria convenienza--volle seguire metodi proprî, che riuscirono impotenti, essendo frenati e paralizzati tutti i buoni tentativi dal soverchio timore dello innalzamento della parte popolare.
«Perciò la dinastia borbonica si chiarì impotente a fare il bene, debole nel pigliare ogni provvedimento d'interesse generale, solo violenta e perfino crudele ogni qualvolta temeva pel suo potere.» (_Baer_).
Degli intendimenti lodevoli e dei tentativi del governo borbonico per mutare e migliorare rimangono numerosi documenti ufficiali a farne fede. Colla legge dell'11 ottobre 1817, coi decreti del 2 Agosto 1818, del 20 maggio 1820 col reale rescritto del 18 ottobre 1821, con altri decreti del 30 luglio 1823, del 10 febbraio 1824, coi regolamenti del 24 ottobre e del 22 dicembre 1825, 3 gennajo 1836 e 20 ottobre 1834, 12 novembre 1838, si ordinarono inchieste e s'imposero scioglimenti di diritti promiscui, si cercò di dipanare l'arruffata matassa delle _soggiogazioni_, si tentò di porre riparo alle dilapidazioni e alle usurpazioni perpetrate a danno delle opere pie, si tentò d'infrenare l'usura; ma tutto riuscì sempre vano, perchè baroni, magistrati e funzionari di ogni genere, stretti in mostruosa lega, resero ognora lettera morta leggi, regolamenti e decreti opportuni e benefici, ed il governo non seppe contrapporre la propria forza attiva alla resistenza dell'inerzia.
[LA PERMANENZA DEL FEUDALESIMO]
Del male intanto si aveva conoscenza esatta; chè in un decreto del 12 ottobre 1838, all'indomani del viaggio di Ferdinando II in Sicilia, si legge: «le vaste contrade nude, deserte, mal coltivate, che s'incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale ed il favore del clima, non potranno essere migliorate finchè durerà l'esistenza di più padroni sullo stesso fondo. Volendo accelerare la esecuzione delle leggi, che da _epoche remote hanno proscritta_ la indicata condizione della proprietà, perniciosa a tutti ecc. ecc.» In un altro decreto dello stesso anno 1838 è detto che «il languire dell'agricoltura e della pastorizia, e la miseria d'intere popolazioni, debbono attribuirsi in gran parte _alla esistenza degli abusi feudali, delle promiscuità e delle liti degli ex-baroni coi Comuni_, ecc.»
Dopo, nei momenti della peggiore reazione, nel 1849 e nel 1852, il principe di Satriano emanò decreti contro l'usura, e per favorire lo spezzamento dei latifondi; sempre inutilmente.
Se il governo borbonico fu impotente al bene, come si disse, potè colle persecuzioni politiche, coi favoritismi, colle protezioni far scomparire del tutto dagli animi la confidenza nella giustizia e far sorgere la _mafia_, i _campieri_ e i _compagni d'armi_, che avevano in appalto la sicurezza pubblica delle campagne, e che, in generale, erano pregiudicati e briganti in ritiro, che conservavano i migliori rapporti coi briganti in attività.
[L'ANNESSIONE]
Lo sbarco di Marsala e la successiva liberazione dell'isola dal giogo borbonico avrebbero dovuto iniziare un'êra nuova. Alcuni sapienti decreti di Garibaldi lo fecero sperare; e i propositi manifestati da lui sul censimento dei beni ecclesiastici, se attuati, da soli sarebbero forse bastati a produrre un vero rinnovamento economico-sociale: ma si sa che ai criterî sociali nella distribuzione di quei beni furono sostituiti i criterî esclusivamente fiscali ed un'opera che avrebbe potuto riuscire altamente civile non fu feconda che di mali e di amare delusioni frammiste a qualche poco di utile. Lo stesso dicasi dell'editto del 19 settembre 1861 emanato dal Luogotenente del Re in Sicilia, generale Pettinengo _relativo alle obbligazioni dette di semenza e soccorsi e di mercanti a massari per agevolare la semina e la cultura della terra_, inteso ad infrenare l'inveterata e perniciosa usura: rimase lettera morta.
[METODI E CRITERII DI GOVERNO]
E i metodi e i criterî di governo seguiti in Sicilia dopo l'annessione, e l'atteggiamento di molti uomini e giornali del continente, che li inasprirono produssero malintesi, risentimenti, rancori regionali che--accresciuti dalla malefica e affrettata unificazione centralizzatrice--generarono profondo malcontento in tutti e delusioni sconfortanti.
Contro la verità storica, contro il buon senso, contro le esplicite e reiterate dichiarazioni di Garibaldi e dei suoi più intimi, fu offeso l'amor proprio degli isolani col proclamarli _conquistati_ dai Mille e col dichiararli _barbari_ per bocca del generale Govone: insulto a distanza di molti anni stoltamente ripetuto dal generale Corvetto. E da _barbari_ furono trattati, e si tentò d'_incivilirli_ cogli stessi metodi _umani_ adoperati... da Livraghi in Africa.
Aspromonte e Fantina certamente non furono avvenimenti che poterono crescere stima al governo in Sicilia; ma gli animi nelle classi lavoratrici sopratutto si esasperarono colla introduzione della leva militare, «carico nuovissimo--scrive il generale Corsi--odioso oltre ogni dire» e colle misure odiosissime per arrestare i renitenti. Il militarismo allora col martirio del sordo-muto Cappello, coi fatti crudeli di Petralia ad opera del tenente Dupuy mostrò di che cosa poteva esser capace.[29] Tutte le libertà, scrissi altra volta, furono violate replicatamente; ond'era generale il chiedersi: il nuovo governo non vale l'antico?
[IL PROGRAMMA DI FILIPPO CORDOVA]
A questo periodo precisamente si riferisce, e da tali avvenimenti e giudizî insani fu provocato, il celebre discorso pronunziato da Filippo Cordova nella Camera dei Deputati il 9 dicembre 1893. L'illustre statista siciliano allora non solo ricacciò in gola ai calunniatori dell'isola le loro sciocche insolenze, ma a coloro che ne facevano malgoverno indicò tutto un programma da seguire, i mali da rimuovere e il bene da promuovere.
Egli tra le approvazioni insolite della _sinistra_ disse: «Io credo che un governo, allorquando riceve un paese non dalla conquista, ma dalle mani della rivoluzione debba domandare a sè stesso _per quali bisogni questa rivoluzione si è fatta_, che cosa voleva il popolo che si è sollevato e pensare in tutti i modi a soddisfare questi bisogni. Questo era il solo modo di ristabilire l'ordine, il solo modo di contentare completamente le popolazioni.»
[RIVELAZIONI EDIFICANTI]
«.... L'azione di un governo può essere promotrice della prosperità futura dei popoli e riparatrice degli abusi che si sono introdotti per il passato;.... e considero azione riparatrice quella che consiste nel rimuovere i tristi effetti delle passate legislazioni, dei monopoli, dei privilegi, nel distruggere gli abusi, che ancora possono esistervi.» E l'opera del governo doveva esplicarsi, secondo l'on. Cordova colla riforma del regime delle acque, colla pubblica istruzione, colle bonifiche, colla abolizione delle decime[30], colle nuove comunicazioni, colla sistemazione dei demanî comunali, colla trasformazione delle opere pie[31]....
«Questo programma era modestissimo, non ledeva i diritti giuritarii di privati, eppure non seppe accennare ad adottarlo il governo, il quale invece, secondo lo stesso on. Cordova, crede di potere reggersi colla violenza, cingendo di cordoni militari le città, _privandole dell'acqua, vietando l'uso libero dei diritti dei cittadini, assicurando sempre l'impunità ai carabinieri che commettevano reati: impunità che produceva reazioni_.» Queste le testuali parole del Cordova ex ministro e _moderato_ di quattro cotte...
[IL PIEMONTISMO]
A questo stato di cose non poteva apportare rimedio il cosidetto _Piemontismo_ in forza del quale fra l'altro si mandarono in Sicilia gli scarti della burocrazia, e vi si mandarono in punizione. Ne nacquero antipatie, liti, duelli, scene disgustose, che contribuirono a generare la sanguinosa insurrezione di Palermo nel 1866 che chiuse un primo periodo della dolorosa storia del governo Italiano in Sicilia.
E che c'era da aspettarsi qualche avvenimento doloroso come quello del 1866 lo fece comprendere chiaramente in una celebre discussione parlamentare un altro uomo eminente, che aveva studiato e conosciuto la Sicilia da magistrato. Alludo all'on. Tajani che nella seduta della Camera dei deputati degli 11 giugno 1875 constatava che dal 1860 al 1866 il governo fu ora fiacco, ora violento; che corresse la fiacchezza colla violenza, per ritornare sempre alla violenza; che si offese la Sicilia adoperandovi i _modi peggiori_ e negandole sempre la _giustizia_; e che ciò che le fu dato, se si guarda a ciò che le fu negato assume le proporzioni dell'_ironia_.»[32]
[LA PREFETTURA MEDICI]
Dal 1866 in poi qualche miglioramento ci fu; ma non grande. E grande non poteva essere se si pensa che ai mali esistenti la sapienza governativa, pensò di provvedere, per esempio, colla prefettura militare del Generale Medici, quando alla _mafia_ privata si aggiunse la _mafia_ più potente ai servizî del Prefetto-generale.
E questo nefastissimo periodo dev'essere illustrato perchè lo si è dimenticato con troppa facilità: e dev'essere ricordato perchè facendo conoscere quali tristi conseguenze lasciò il militarismo nel 1866 e negli anni successivi, farà intravedere quali li lascerà nel 1894.
Si osservi anzitutto «che dopo la rivolta del 1866 vi fu un diluvio di disposizioni cozzanti fra loro.... e che vennero i _tribunali militari_, i quali fecero _sterminato numero di processi_ e quando la posizione era compromessa, e che la giustizia dei tribunali civili doveva riuscire difficilissima, se non impossibile, si annullarono ad un tratto i tribunali militari, ed i tribunali civili rimasero imbarazzati e così ne rimase esautorata la giustizia militare e la giustizia civile.» (_Taiani_)[33].
Ciò che rese celebre e caratteristico questo periodo furono la organizzazione della polizia, la sua opera e i criterî adottati dal generale Medici e dal suo _alter ego_ il questore Albanese per il ristabilimento dell'ordine e della giustizia.
[LA MAFIA E LA POLIZIA]
«Il processo contro Ciotti Sebastiano, graduato delle guardie di Pubblica sicurezza, applicato al gabinetto del Questore e presso il quale si sequestrarono molti oggetti rubati; le gesta di un delegato di pubblica sicurezza che in un mandamento impianta la mafia, si unisce e si lega in relazioni amichevoli con noti ladri _e li manda a rubare per suo conto_ e che si ripete in un altro mandamento _guadagnandosi la promozione_; le prodezze della guardia nazionale suburbana di Monreale composta tutta di mafiosi, colla complicità o col permesso dei quali si commettevano tutti i misfatti del mandamento, tanto da autorizzare un Magistrato a dire: _qui si ruba, si uccide, si grassa in nome del reale governo_:[34] l'alternativa posta da un questore di Palermo ad un notissimo facinoroso di entrare nel corpo delle guardie di pubblica sicurezza o di partire pel domicilio coatto--alternativa alla quale il mafioso cercò sottrarsi tentando di pugnalare il questore; il processo contro il questore Albanese e compagni, accusati di omicidii, di falsità, di corruzione, di truffa, di soppressione dolosa di documenti; le pressioni indecenti esercitate dal generale Medici e dal governo di Roma, per ottenere l'assoluzione di questi alti delinquenti, e che determinarono le dimissioni dal Procuratore generale Taiani e raggiunsero il deplorevole intento, dicono di più che molti volumi, sulla stima e sul rispetto e sulla fiducia che potevano ispirare i rappresentanti del governo, che i mali antichi economici lasciava intatti aggravando quelli politici e morali.»
Siffatta polizia e siffatte autorità governative impotenti a reprimere il malandrinaggio e la _mafia_, della propria inettitudine e malvagità si rifacevano inventando di sana pianta processi politici, che sembrerebbero calunnie e diffamazioni ventilate dai _sobillatori_--non ancora inventati--se non fossero stati denunziati dal magistrato che li sgonfiò e liquidò, in pubblica seduta della Camera dei Deputati!
Ahimè! Il 1894 non vide più un magistrato che ricordasse i Lelli, i Borgnini, i Tajani....
[LA SICILIA NEL 1875]