Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 6
Checchè ne dicano e ne pensino alcuni, nella divisione dei prodotti oggi non sono più i fittabili coloro che se la passano più allegramente, poichè in generale il fitto delle terre in Sicilia dal 1860 aumentò del 40 % mentre diminuì sensibilmente il prezzo del frumento, ch'è il prodotto principale. I fittabili, dunque, stanno male.[20]
Non possono che stare peggio i sub-fittabili, ma coloro che conducono vita veramente inumana sono i contadini o mezzadri, che ricevono la terra di terza mano.
[LA COLTURA]
Il _gabellotto_ alla sua volta suddivide il latifondo, ch'è spesso un ex feudo, ad altri; e i sub-gabellotti finalmente danno la terra a mezzadria o la fanno coltivare in economia dai cosidetti _jurnatara_,--lavoratori alla giornata. Ora la terra, generalmente, non può produrre tanto da mantenere, oltre il fisco che attualmente la fa da leone, il proprietario, il gabellotto, il sub-gabellotto e il contadino; produce ancora meno in Sicilia dove nel latifondo vige la coltura primitiva, estensiva: dove l'aratura è superficiale e la concimazione o manca o è deficientissima per la qualità e per la quantità: dove d'irrigazione non è a discorrere e gli avvicendamenti vi sono irrazionali e il suolo viene sfruttato colla vera agricoltura ladra, come la chiamò il Liebig: dove mancano stalle, case coloniche e financo l'acqua potabile. Molti dunque si devono risentire della deficienza della produzione, rilevata testè dal Combes de Lestrade nel _Journal des Economistes_, che deve essere ripartita tra tanti consumatori--taluni dei quali prendono più di quanto dovrebbero nello stesso presente regime economico; e più di tutti se ne risentono i contadini ai quali non rimangono, che le briciole.
La coltura si mantiene estensiva e la terra produce poco, perchè il grande proprietario non è stimolato dal bisogno a fare miglioramenti e trasformazioni e per un lungo periodo ha visto anche aumentare fortemente le sue rendite per la concorrenza tra _gabellotti_, che ha elevato i fitti; nè i miglioramenti di qualsiasi genere potevano e possono farli i _gabellotti_, che coltivano il latifondo per un brevissimo tempo--la durata dei fitti è al massimo di nove anni, ma più di frequente di quattro o di sei; e molto meno i contadini che vi lavorano a giornata o l'hanno a mezzadria o a terratico solamente per uno o due anni.[21]
[LA TERRA È DESERTA]
Il latifondo che per mancanza di caseggiati tiene lontani i contadini dalla terra e mantiene questa deserta e priva del tutto di alberi, costringe i primi a vivere in grandi centri producendo queste altre non meno esiziali risultanze: 1. il contadino perde molto tempo nel recarsi ogni giorno dalle città nella campagna e quando vi pernotta, nei pagliai o all'aperto, di estate, vi prende le febbri intermittenti, 2. la solitudine delle campagne e la grande distanza tra i centri abitati favorisce il furto campestre, l'_abigeato_, il malandrinaggio e il brigantaggio; 3. la coabitazione di contadini e di elementi industriali e commerciali nelle città fa gravare sui primi dei pesi che non dovrebbero sentire--specialmente il dazio di consumo--e mantiene le città o i grossi centri abitati in condizioni igieniche deplorevoli.
L'organizzazione sociale, che fa capo al latifondo dal Baer viene riassunta, infine, così: «un'aristocrazia lontana dalle terre, che possiede e che non conosce, una classe media costituita da pochi esercenti le professioni liberali e da potenti fittajuoli in grande e da coloro, che vivono speculando sulla miseria altrui, ed un numeroso stuolo di poveri coloni e braccianti, è questa l'organizzazione sociale delle regioni dove prevale il latifondo; e non è dessa quella in cui le istituzioni politiche e amministrative della società odierna possano funzionare a pubblico vantaggio, in cui possa trovarsi cooperazione assidua, indipendente, giusta ed efficace agli ufficî del governo nell'amministrazione dei comuni, delle provincie, delle opere pie e fino della giustizia.»
[PERCHÈ SUSSISTE IL LATIFONDO?]
Se il latifondo è in Sicilia ora com'è stato sempre e in ogni luogo pernicioso sorge spontanea la domanda: perchè esso dura da secoli e non scompare mentre è condannato dalla scienza, dal sentimento di giustizia, dall'umanità?
Fu notato che il latifondo dura in Sicilia da moltissimi secoli e preesisteva alla nascita del feudalismo sotto i Normanni. Il barone Benevantano lo fa rimontare ai tempi di Verre nel territorio di Lentini; e il Genovese sull'autorità di Diego Orlando, di Ludovico Bianchini, di Birri, di Palmieri, di Monsignor Lancia di Brolo, di Amari lo riporta non solo ai Romani, ma anche ai Cartaginesi.
Dal fatto di questa lunga durata se n'è voluto argomentare, che il latifondo in Sicilia è qualche cosa di fatale, che si connette alle condizioni fisiche e climatologiche dell'isola. Se ciò fosse vero le disgraziate popolazioni agricole della Sicilia sarebbero condannate eternamente al dolore. Ma vero non è, e lo ha dimostrato il Baer con poche acute osservazioni di fatto.
[I MIRACOLI DELL'AGRICOLTURA]
«Quando si dice che le terre dei latifondi non sono atte ad altra produzione che a quella dei cereali e che al loro spossamento per le replicate colture non possa altrimenti rimediarsi che col lasciarle a pascolo naturale per più anni, si dimenticano tutti i prodigi della coltura intensiva mediante gli avvicendamenti e gl'ingrassi. Le terre sabbiose e pantanose della Prussia orientale sotto un cielo inclemente, sono senza dubbio più sterili di ogni peggior angolo della Sicilia, eppure se ne cava grande profitto. L'agricoltura fiamminga, una delle più perfette del mondo si esercita su terre, che sono il peggior suolo dell'Europa. Il clima ed il terreno presso le città e borgate nelle provincie siciliane ove sono i latifondi non sono per certo diversi da quelli delle terre circostanti, ed intanto le terre prossime alle città sono coltivate con altri sistemi e con eccellenti risultati. Di più in alcuni latifondi, che appartenevano alle corporazioni religiose col censimento si spezzarono e si trasformarono in meglio come attorno a Mazzara e in gran parte della provincia di Trapani: l'osservazione è del Prof. Corleo. Viceversa secondo le diligenti ricerche dell'Amari ventidue grosse città ch'esistevano a' tempi dei Mussulmani nelle provincie di Girgenti, di Trapani e di Palermo sono sparite così che di moltissimi nomi di castelli e ville ricordati negli scrittori di quell'epoca non si ha più traccia; e l'antico territorio di Giato, ora diviso in tre comuni con circa 18 mila abitanti conteneva ai tempi di Guglielmo il Buono una popolazione di 60 mila abitanti con 40 e più villaggi.»
Ecco come negli stessi siti, nonostante la permanenza delle cause fisiche, compare e scompare il deserto rattristante del latifondo coll'alternarsi delle cause sociali.
[LE CAUSE SOCIALI E IL LATIFONDO]
Gli esempî relativi alla Sicilia sono tassativi e sufficienti a provare il predominio delle cause sociali sulle cause fisiche e climatologiche; ma se occorresse, molti altri di altrove se ne potrebbero trovare, ed altrettanto convincenti, nei libri del compianto De Laveleye e nella grande opera del Reclus sulla geografia.
Se questa fosse una trattazione storica mi dilungherei nello esporre quali furono le cause sociali, che in Sicilia determinarono la creazione e il mantenimento del latifondo; chi vuol conoscerle ricorra al Palmieri e allo stesso Baer bastando al mio assunto l'avere dimostrato l'inesistenza delle cause fisiche, che furono invocate anche da recente da interessati difensori del latifondo. E questa dimostrazione impone al governo l'obbligo di studiare i mezzi per rompere il giogo del latifondo e per avviarlo a benefica trasformazione, e deve infondere altresì nei lavoratori l'energia e la costanza di chiederla colla coscienza che può venire dalla conosciuta possibilità di conseguire il fine che si propongono.
NOTE:
[20] Credo che sia caduto in errore il prof. Salvioli, quando sulla scorta del Caruso ha affermato che dalle L. 450 di prodotto di una salma di terra si devono dedurre L. 288 come spese. Il calcolo è sbagliato per questo: il raccolto del frumento non si ha in ogni anno ma in ogni tre anni o almeno in un anno sì e in un altro no. Perciò delle L. 162 di residuo netto si devono almeno dedurre L. 76,50 somma equivalente al fitto dell'anno in cui la terra si prepara a maggese.
[21] I grandi proprietarî siciliani, che non conoscono i loro latifondi e ne godono le rendite ben lontani dal luogo di produzione sono nemici giurati di fare qualunque spesa. So di un ricco _gabellotto_ di Castrogiovanni, il sig. Gaetano Restivo, che propose ad un signore di Palermo, di cui aveva preso le terre in gabella, che avrebbe anticipato lui L. 5000 per costruire uno stallone e se ne sarebbe rimborsato nell'ultimo anno di fitto. Ebbe un reciso rifiuto. Così si potrebbe dire di molti altri.
IX.
RAPIDA DEPRESSIONE ECONOMICA.
Fatta la descrizione delle condizioni economiche della Sicilia si presenta spontanea una domanda: sono esse peggiori, uguali o migliori di quelle del resto d'Italia?
[ALTROVE E IN SICILIA]
Chi ha studiato le altre regioni della penisola o la Sardegna ha il dovere di riconoscere, che nel beato italo regno in molti punti si sta peggio che in Sicilia--per quanto ciò possa sembrare impossibile.
Taccio della disgraziatissima Sardegna, dove soltanto i privilegiati azionisti delle sue ferrovie se la godono allegramente, e ch'è stata ricompensata della lunga fedeltà a Casa Savoia con una dimenticanza veramente fenomenale. In molte altre provincie del mezzogiorno continentale perdurano quelle condizioni tristissime, che da Giuseppe Ferrari furono riconosciute come le cause efficienti del brigantaggio. _Le lettere meridionali_ del senatore Villari, gli scritti del Pani Rossi, di Renato Fucini, della Jessie White Mario, ecc.--che sono illustrazioni monografiche della miseria delle classi lavoratrici di Napoli e di altre contrade del napoletano--datano da molti anni, ma sono ancora di attualità. La _Inchiesta agraria_ per queste regioni in generale è stata parzialissima in favore dei proprietarî e delle classi dirigenti, poichè è innegabile che le sofferenze dei lavoratori, la loro abbiezione intellettuale, pari soltanto alla miseria economica--e le due danno come necessario risultato l'altissima delinquenza--in Calabria e in Basilicata sono grandissime.[22] I rapporti sociali non sono dissimili a quelli descritti per altri tempi da Nicola Santamaria nel suo pregiato studio sui _Feudi nelle provincie meridionali_.
Risalendo verso le Alpi s'incontra l'agro Romano, che non rimane indietro alla Sicilia in quanto a malessere dei suoi abitatori; ma verso l'estremo lembo d'Italia c'è ancora qualche angolo di terra dove gli uomini stanno peggio che nell'isola che attualmente richiama su di sè l'attenzione dell'Europa. Il volume dell'_Inchiesta agraria_ consacrato dal compianto Morpurgo ai _Contadini del Veneto_ attesta che nel mio giudizio non c'è alcuna esagerazione. Del Mantovano e di qualche altra zona della bassa Lombardia si potrebbe dire altrettanto.
Perchè, dunque, soltanto in Sicilia c'è stata la esplosione del malessere; vi sono stati i tumulti, gl'incendî, le distruzioni, che preludono alle rivoluzioni e che tanta analogia presentano con quelli descritti dal Tocqueville e dal Taine in Francia sotto l'_Ancien Regime_?
[CAUSE DELLE RISULTANZE DIVERSE]
Le cause di questa diversità di risultanze sono parecchie e meritano tutte di essere ricordate. Rimanendo per ora sul terreno economico si deve osservare che in Sicilia dopo il 1860 ci fu un rapido sviluppo di ricchezza; tale da indurre il Prof. Maffeo Pantaleoni in un suo pregiato studio pubblicato nel _Giornale degli Economisti_ a giudicare, che l'unificazione d'Italia, aveva contribuito in Sicilia più che altrove a determinare un notevole incremento della ricchezza.
Venne la depressione; venne altrettanto intensa e rapida, anzi fulminea, e venne ad un tempo per colpa di governanti e di eventi, che si sottraggono all'azione della volontà umana.
Ecco alcuni dati eloquenti di questa depressione. La produzione del grano da Ettolitri 7,744,981 nel 1891 discese a 4,363,696 nel 1892, a 4,365,300 nel 1893, e il prezzo contemporaneamente è disceso a L. 19,48 per ettolitro nel 1891, a L. 18,91 nel 1893.
La produzione dell'orzo è discesa da ettolitri 1,511,699 nel 1891 a 1,169,061 nel 1893 mentre il prezzo è rimasto stazionario.
La filossera, in breve tempo, ha distrutto numerosi vigneti occupanti un'estensione complessiva di ettari 53,977; perciò la produzione del vino da ettolitri 6,855,555 nel 1891 è discesa a 4,111,331 nel 1893; la discesa dei prezzi dal 1887 in poi--ultimo anno in cui fu aperto il mercato francese--è semplicemente spaventevole: dalle 40 e 50 lire l'ettolitro si arrivò alle 10 ed alle 20 del 1890 al 1893, e solo in questo primo semestre del 1894, si accenna a risalire alquanto. Notevole la diminuizione nella produzione degli agrumi e spaventevole il ribasso dei prezzi. In quanto all'agricoltura l'on. Di San Giuliano osservò che, complessivamente, il 1892 è l'anno della massima depressione, perchè si ebbe una produzione di L. 206,071,012 in meno del 1891 e di L. 137,888,808 meno della media quinquennale.
[DATI SCONSOLANTI]
Più sconsolanti sono i dati per l'industria zolfifera: poichè il prezzo di quel minerale da L. 112,57 per tonnellata nel 1891 discese a L. 65 nel 1893 e a L. 55 circa nel primo semestre del 1894.
Questi dati vengono illustrati e completati dalla sensibile diminuzione dei depositi presso i diversi Istituti di credito, cominciata nel 1891 e non ancora arrestatasi.
La situazione economica si fece tale negli ultimi anni che il visconte Combes De Lestrade esaminandola dal punto di vista dei proprietarî--ed è proprietario anche lui in Sicilia, quantunque francese, e vive al di là delle Alpi--ne argomenta che oggi sia peggio che nel 1860. «In quell'epoca, egli osserva, le sue rendite e le sue spese, un po' più un po' meno, si equilibravano. Se la tradizionale parsimonia siciliana riusciva a mettere da parte qualche cosa, il risparmio non alterava gran fatto l'equilibrio poc'anzi accennato. Istantaneamente i pesi aumentano e ognuno sa con quale rapidità. Il confronto tra il bilancio dell'antico regno delle due Sicilie e quello del regno d'Italia basta per dimostrarlo. Per converso i prezzi delle cose che egli deve comprare sono accresciuti e quelli di cui deve farne la vendita sono diminuiti. I perturbamenti economici che il governo non ha mai saputo evitare uccidono la coltivazione del cotone e del tabacco; e così i risparmi, dato che ve ne fossero, spariscono ben presto. Di capitale mobile non è il caso di parlare, imperciocchè all'epoca in cui furono messi in vendita i beni del clero tutti si affrettarono di accrescere la proprietà impiegandovi ciascuno la rispettiva disponibilità. Frattanto perdura l'aumento delle tasse e il ribasso dei prodotti...»
E qui è bene aggiungere, che nel determinare tale stato di cose la responsabilità del governo è grande per la politica doganale seguita: politica tutta a beneficio dell'industrie e degli industriali dell'alta Italia e a danno dell'agricoltura del mezzogiorno e delle isole. Ciò dissi rudemente nel 1891 alla Camera dei Deputati e le mie parole furono accolte da vivi rumori e da proteste dei deputati del settentrione; ma le mie parole furono poco dopo luminosamente giustificate dalla confessione onesta e leale dell'on. Ellena fatta prima in un articolo della _Nuova Antologia_ e dopo nella stessa Camera in occasione della discussione dei trattati di Commercio coll'Austria-Ungheria e colla Germania.
[IL DISAGIO E I SALARII]
Il peggioramento nelle condizioni economiche dei proprietarî naturalmente si ripercosse nei salarî dei lavoratori, ai quali con ogni studio si cercò di far sentire maggiormente la gravità della crisi; sicchè tali salarî, anche nominali, sono ritornati quali erano nel 1860, come osservò il Salvioli.
Il disagio, adunque, fu generale, intenso e rapido. Esso, se nel paragone con altri tempi può dirsi che non fu assoluto, certamente fu immenso relativamente ai bisogni cresciuti, alle nuove abitudini contratte, e agli obblighi imposti dalle leggi dello Stato ai comuni e agli individui--prescrizioni igieniche, istruzione obbligatoria, ecc. ecc.
[I CONGEDATI E LO STANDARD OF LIFE]
Su questo riguardo mi pare che non sia stato abbastanza avvertito il perturbamento apportato nelle abitudini e nelle famiglie dei contadini dal ritorno dei congedati. Si è detto che la leva è stato un cemento unificatore quantunque io creda pochissimo alla efficacia di tale mezzo ed alla utilità del preteso risultato; pur concedendo che quest'ultimo si sia ottenuto, si è dimenticato che si è fatto sorgere nelle classi lavoratrici il desiderio ardente di soddisfare certi bisogni per lo passato sconosciuti e di adottare uno _standard of life_ superiore e inadeguato allo sviluppo economico ed intellettuale. Ciò ha agito ed agisce come un vero lievito che fa fermentare delle masse, inerti precedentemente, che non si scuoterebbero sotto la influenza di altri moventi e di elevate idealità. Intanto rimane assodato, per chiunque abbia studiato da vicino i _Fasci_, che i reduci dall'esercito, mentre in Sicilia hanno scosso la rigida disciplina patriarcale delle famiglie, hanno portato invece la disciplina in molte delle associazioni dei lavoratori sorte da recente.
Il risultato, certamente, è inatteso e spiacevole pei sostenitori dell'esercito permanente. La parte democratica e socialista non può che rallegrarsene.
NOTE:
[22] Della Basilicata me ne parlò più volte con parole di fuoco e con intendimenti onestissimi l'amico carissimo Giustino Fortunato. I suoi giudizi sono insospettabili per la lealtà somma e per la condizione sociale di chi li ha emessi.
X.
ORGANIZZAZIONE SOCIALE E RAPPORTI TRA LE VARIE CLASSI.
Questo malessere e questo rapido e profondo perturbamento economico--i quali da soli sarebbero stati capaci di determinare sommosse e rivolte ancora più gravi di quelle che si ebbero a deplorare in Sicilia--spiegavano la loro influenza in un ambiente anormale e anacronistico in cui i conflitti potevano sorgere per altre cause occasionali.
Sin dal 1885, nella _Delinquenza della Sicilia e le sue cause_, riassunsi i concordi pareri emessi da pensatori di ogni parte politica sulla organizzazione sociale di fatto esistente in Sicilia. Il feudalismo, abolito spontaneamente dai rappresentanti dell'aristocrazia nel 1812, in realtà rimase in pieno vigore nei rapporti politico-sociali tra le varie classi. Si può anche, senza temerità, asserire che quell'abdicazione di diritti, che forse fu il prodotto di un nobile sentimento, giovò soltanto a coloro che avevano creduto di fare un atto di abnegazione.
Invero colla organizzazione feudale di diritto, la proprietà feudale--dice il Baer--aveva tutto il carattere di un ente morale; il diritto di proprietà era impersonale e il proprietario _pro tempore_ era un usufruttuario, un amministratore.
[I PROPRIETARII E L'ABOLIZIONE DEL FEUDALESIMO]
Di più: su quella proprietà feudale c'erano degli oneri a benefizio delle collettività. L'abolizione legale del feudalismo tolse gli oneri e lasciò ai proprietarî i soli vantaggi: la storia dei varî proscioglimenti dei diritti promiscui e le liti relative--alcune delle quali durano ancora--non potrebbero che raffermare tale modo di vedere.
Questo perdurare di un regime feudale, di fatto persistente sino al 1860, si spiegò colla mancanza del soffio della rivoluzione francese, che non arrivò in Sicilia aggiogata al dominio borbonico dalle armi inglesi, anche quando le armate della repubblica, dell'impero e di Murat erano pervenute sino allo stretto di Messina nel continente. Più esattamente dovrebbe dirsi che a spiegare il fenomeno bisogna rimontare ancora più in alto: la maggiore durata del dominio feudale nei rapporti sociali informati alle istituzioni feudali non fu esclusiva della Sicilia, ma più o meno si constatò anche nel continente meridionale, dove la reazione contro lo spirito della rivoluzione francese fu cosa davvero spontanea e popolare. I fasti delle orde del Cardinale Ruffo e la resistenza vigorosa delle Calabrie sono noti. Il vero è che il soffio della rivoluzione in Italia fu vivificatore dove il terreno era preparato; e lo era in tutto il settentrione e nel centro e non nel mezzogiorno e in Sicilia ch'erano rimasti sotto il giogo monarchico e feudale, mentre il resto della penisola aveva avuto la splendida efflorescenza repubblicana del medio-evo.
Dopo il 1860 la situazione non venne mutata gran fatto e se ne hanno testimonianze numerose di osservatori spassionati e autorevoli, tra le quali credo bastevole ricordare quella dell'on. Sonnino, e pel merito intrinseco del libro in cui venne registrata e per l'autorità che viene allo scrittore dal posto che occupa attualmente.
[I RAPPORTI TRA CONTADINO E PROPRIETARIO]
L'attuale ministro del Tesoro riferendosi ai rapporti tra contadini e proprietarî (che si possono intendere anche esistenti tra industriali ed operai, tra coltivatori, _picconieri_ e _carusi_ delle miniere, tra _galantuomini_--come chiamansi generalmente i membri dell'aristocrazia e della borghesia--e artigiani e lavoratori di ogni sorta) così scriveva nel 1876:
«Nelle relazioni tra il contadino e il proprietario molto è rimasto ancora dei costumi feudali; e non è da sorprendersene ove si pensi che il feudalismo in Sicilia fioriva ancora in tutta la sua pienezza al principio di questo secolo, e che la sua abolizione legale nel 1812, completata colle due leggi del 2 e 3 agosto 1818, non fu nè provocata, nè accompagnata, nè seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento generale che mutasse d'un tratto le condizioni di fatto della società siciliana. Quella che era stata fino allora potenza legale, rimase come potenza o prepotenza di fatto, e il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista restò sempre barone e non soltanto di nome: e nel sentimento generale la posizione del proprietario di fronte al contadino, restò quella di feudatario di fronte a vassallo. (_I contadini_ ecc., p. 175).
[LA BORGHESIA TERRIERA]
Dal 1812 in poi, e sopratutto dal 1860, prese maggiore sviluppo la borghesia, che reclutò i suoi membri più potenti nella classe dei gabellotti; ma in Sicilia generalmente questa borghesia non rappresentò un elemento antagonistico dell'aristocrazia, e invece--priva delle alte idealità e delle benemerenze di quell'altra borghesia che illustrò le rivoluzioni medioevali nel settentrione e nel centro d'Italia, e la grande rivoluzione del 1789--essa pose ogni studio nell'imparentarsi coll'aristocrazia, nel rendersi degna della sua stima e della sua considerazione: in fondo la borghesia terriera siciliana si rivelò una specie di sorella minore dell'aristocrazia, e l'una e l'altra gareggiarono nell'opprimere le classi inferiori.
Quali furono e quali sono intellettualmente e moralmente i rappresentanti dell'aristocrazia e della borghesia, che costituiscono in complesso le _classi dirigenti_ della Sicilia? È presto detto e bisogna dirlo colle parole di chi non può essere sospettato di livore o di odio partigiano contro di esse: perciò ricorro all'autorità dell'on. Marchese Di Sangiuliano--che delle _classi dirigenti_ siciliane può dirsi attualmente uno dei più autorevoli rampolli.--Egli si riferisce a quelle di oggidì, che sono certamente migliori, sotto l'aspetto intellettuale, almeno, di quelle di una volta[23].
[LE CLASSI DIRIGENTI]