Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 5

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Meritano una particolare menzione i lavoratori della terra che stabiliscono coi proprietari l'_inquilinaggio_ per le vigne, forma particolare di colonia parziaria, che dura dai 15 ai 29 anni. Il contadino in questo caso pianta la vite e la coltiva e ne divide il prodotto, in varia misura, col proprietario della terra. Trascorso il termine del contratto la vigna rimane intera proprietà del secondo. I contadini, che prendevano la terra ad inquilinaggio ebbero un periodo di prosperità, ch'è stata distrutta dalla filossera nella provincia di Siracusa e minaccia di distruggerla in quella di Catania. Nella zona Etnea della seconda, molti contadini si può dire che vedono distrutte le loro speranze prima di avere avuto un qualsiasi prodotto dal lavoro e dal capitaluccio impiegato. Per loro è una vera rovina.

I lavoratori della terra che vivono sotto il regime della mezzadria e del terratico, e nelle contrade a piccola e media proprietà, si possono considerare come fortunati rispetto a quelli che lavorano a giornata, e nelle regioni disgraziate del latifondo di cui dirò in appresso.

Orbene, quella frazione--che rappresenterebbe in Sicilia una specie di aristocrazia delle classi rurali,--secondo i calcoli stabiliti da un agronomo competentissimo, il Prof. Caruso (_Industria dei cereali in Sicilia_), nel 1870, tempo in cui non c'era traccia nell'isola di alcuna agitazione socialista e vi si godeva di una relativa prosperità--non poteva passarsela allegra se si tiene conto del lavoro proprio e degli interessi dovuti al piccolo capitale impiegato nella mezzadria, nel terratico ecc. Il bilancio del mezzadro, del terratichiere ecc.--calcolando che il grano sia stato venduto a L. 51 per salma[17], con una produzione di 11 volte la semente--si chiudeva con un _deficit_.

Questi calcoli rifatti, dopo oltre venti anni, da Rao per Canicattì, dal Dr. Barbato per Piana di Greci, da Verro per Corleone, concordano perfettamente con quelli del Caruso; e la circostanza, con senso di opportunità, la rileva oggi il Cavalieri, ch'è un avversario del socialismo.

Comunque, mezzadri, piccoli fittajuoli, che prendono a _terratico_ o in altre forme di fitto un pezzo di terra dai tre ai quindici ettari, e che sinora vivevano in condizione relativamente buona, si risentono del contraccolpo della crisi generale e sono i più risoluti a non soccombere senza fare sentire la loro voce ed all'occorrenza senza ricorrere alla doppietta o al vecchio fucile della guardia nazionale, che conservano gelosamente.

Quando visitai l'ameno villaggio di Milocca, rimasi colpito dalla pulitezza e dall'aspetto lieto delle case a due piani--rarissime tra i nostri contadini--e dai numerosi muli, che cavalcavano i contadini venutimi incontro.

Seppi che bestie e case appartenevano a loro: _dunque,_ chiesi, _voi altri non state tanto male al paragone degli altri lavoratori del resto della Sicilia!_

[LA MISERIA]

_È vero,_ mi risposero; _ma pur troppo ciò che ora possediamo non è nostro che in apparenza. La casa è gravata d'ipoteca e i debitucci diversi non possono essere soddisfatti neppure colla vendita del mulo!_

M'informai ed ebbi a constatare che quei gagliardi lavoratori non mentivano.

[IL RICORDO DEL TEMPO FELICE]

Essi al ricordo del benessere antico non si sapevano acconciare alla miseria presente e invocavano provvedimenti e modificazioni dei vigenti contratti agrari. Questa circostanza mi confermò sempre più in una idea, che ho sostenuto altrove e cioè: che la miseria vera prostra e non prepara le necessarie reazioni, mentre il passaggio rapido dal benessere alla miseria è il più efficace elemento in prò delle insurrezioni. Questa osservazione si può applicare ai casi di Partinico, di Monreale e di altri paesi della provincia di Trapani.

NOTE:

[16] Il Sonnino dice che in diversi luoghi, e specialmente nel Siracusano, i gabellotti e i proprietari mettono spesso come condizione espressa nei patti di metateria e di terratico che il contadino non debba rivolgersi ad altri che a loro per ottenere soccorsi (_I contadini in Sicilia_, p. 179). Ad onore del vero si deve dire che questa preveggenza usuraia è quasi scomparsa. L'angheria dei prelevamenti viene constatata con singolare unanimità da tutti gli scrittori dell'isola e del continente ed anche da stranieri; dal Sonnino al Baer, al Cavalieri, al Caruso, al Basile, al Combes de Lestrade, ecc. ecc.

[17] La _salma_ di frumento nella provincia di Caltanissetta corrisponde in peso da 260 sino a 270 chilogrammi, secondo la qualità.

VII.

I PARIA DELLA TERRA.

Quando dalla classe dei mezzadri e dei contadini-proprietarî--rarissimi in Sicilia--si passa all'esame delle condizioni degli altri lavoratori, in questa terra tanto decantata per la sua fertilità e per ogni sorta di ricchezze, si riscontrano i veri paria.

I proletarî dediti ai lavori agricoli ed alla pastorizia non sono dappertutto ugualmente infelici, e si suddividono ancora. Ci sono quelli che lavorano ad anno o a mese; e ci sono quelli che vengono adibiti alla giornata.

[I PASTORI]

Tra i primi è veramente dura la sorte di coloro che custodiscono gli armenti e le greggi. I _bovari_, come si chiamano quelli addetti alla custodia dei bovi, raramente dormono al coperto. D'inverno, ricoperti da pelli di montone che danno loro sembianze di uomini primitivi, stanno esposti alle pioggie e alle tempeste; d'estate, durante le lunghe ed afose giornate, sono fortunati quando trovano un albero, od una disuguaglianza di terreno, che procuri loro un poco di ombra per sonnecchiare o per mangiare un tozzo di pane asciutto ed un poco di ricotta. Fanno uso più di frequente di latte e qualche volta, se muore un animale, si cibano di carne.

Si può dire che non conoscono la pasta, mentre spessissimo mangiano erbe cotte e senza condimento di olio.

Uomini di ogni età fanno da _bovari_ e se l'armento è poco numeroso più spesso sono sotto i venti anni.

I _pecorari_, coloro che custodiscono le pecore, su per giù si trovano nelle identiche condizioni dei primi; hanno il vantaggio di dormire al coperto; quasi sempre alla sera mangiano le lasagne e la ricotta e bevono latte; ma ricevono un minore salario.

Il pane che mangiano _bovari_ e _pecorari_ è il più nero, il meno cotto e il più cattivo, che si mangi in Sicilia; è sempre fatto, però, con farina di frumento.

Tutti questi uomini addetti alla pastorizia vanno alle rispettive case una volta il mese ed anche ogni tre mesi, certamente con grave detrimento dei rapporti di famiglia e della morale.

Gli stipendî, oltre l'alimentazione nella misura suaccennata, variano da lire 75 a lire 200 all'anno. _Pecorari_ e _bovari_, però, in mezzo agli animali del padrone hanno diritto di mantenerne gratuitamente qualcuno per loro conto. Ciò che aumenta il salario annuo in media di una trentina di lire.

Si comprende che con questi salarî irrisorî una famiglia nè onestamente, nè tollerabilmente può andare innanzi; ma di sovente gl'_incerti_ vengono in aiuto. E pur troppo gl'_incerti_ lucri vengono guadagnati dalle mogli e dalle figlie e dagli uomini sopratutto coll'_abigeato_ e col manutengolismo.

I pastori sono quasi sempre amici o complici dei ladri di animali e dei briganti. C'è da sorprendersene?

[I GIORNALIERI]

Oltre i pastori lavorano ad anno o a mese i cosidetti _garzoni_ e dietro a questi ultimi viene la grande massa dei giornalieri, la cui esistenza è assai più precaria e che sono degni di commiserazione profonda.

Secondo le colture e le stagioni essi guadagnano da centesimi quaranta a una lira al giorno; e i contadini che ricevono una lira sono i fortunati, e per qualche mese soltanto: durante la semina e durante il raccolto. In generale sono più elevati di questi i salarî indicati da Enrico La Loggia nel suo diligente studio sui _Moti di Sicilia_ (_Giornale degli Economisti_, marzo 1894) e dal Prof. Salvioli; ma la differenza deriva dall'avere essi calcolato in denaro la parte che ricevono in generi. Comunque, entrambi convengono che fatto il bilancio della entrata di un contadino se ne deduce che il suo tenore di vita (_standard of life_) non può essere che bassissimo e che alla miseria più squallida è condannata la sua famiglia se sopraggiunge qualche caso di malattia o uno sciopero forzato per piogge continuate o per altre ragioni, poichè il risparmio di qualsiasi somma è impossibile durante l'anno.

In generale i salarî sono più elevati dove la coltura è intensiva. Per la mietitura i salarî si elevavano pel passato a L. 2,50 oltre una buona e copiosa alimentazione ed un litro e mezzo di vino al giorno. Ma da due anni in qua i salarî ribassano terribilmente e c'è una triste concorrenza nel lavoro che i mietitori di una contrada vanno a fare a quelli di un'altra; concorrenza, che ha determinato non poche sanguinose risse e delle _caccie_, che nulla hanno da invidiare alla _caccia_ che si fa all'italiano in Francia, in America, in Australia e dovunque esso va a fare concorrenza al lavoratore indigeno.

[I SALARII]

La concorrenza, il ribasso nei prezzi dei cereali, la elevatezza dei fitti delle terre hanno ridotto al _minimum_ il salario anche dei mietitori, che in altri tempi si poteva considerare come abbastanza alto.

Essi oramai lavorano per lunghe sedici ore, sotto la sferza cocente del sole, quasi africano, della Sicilia per un franco ed anche per 75 centesimi al giorno! Quando ritornano alle lontane loro case, dopo venti o trenta giorni di assenza, si reputano fortunati se portano un gruzzolo di lire 20!

Il salario è insufficiente, è un vero salario della fame come lo chiamerebbero in Inghilterra; ma il guaio maggiore è questo: il contadino non è sicuro di averlo per tutto l'anno. È fortuna, se in media esso lavora per 200 giorni all'anno; la lira, quindi, o i sessanta centesimi al giorno devono essere ridotti alla metà circa, considerati come mezzi di sostentamento della disgraziata famiglia del contadino giornaliero, le cui donne guadagnano pochi altri centesimi al giorno, filando, cucendo, lavando, vendendo le uova che fa la loro gallina, la quale ha tutte le loro cure.

[LA RISORSA DI FAMIGLIA]

Per talune di queste donne è una grande risorsa l'allevamento di un porchetto, che viene alimentato coi brodetti, colle buccie, e colle frutta guaste ricevute in elemosina dai vicini agiati. E bisogna vedere con quale tenerezza--che suscita l'indegnazione e lo scherno di chi non sa valutare la ragione del fatto--la buona moglie del contadino guarda a quell'animale immondo, che dorme sotto il suo misero lettuccio, e che sinanco gratta colle proprie mani e quasi accarezza a preferenza dei figli!

Egli è che il giorno in cui quel fido compagno della contadina viene ammazzato, nella sua casa c'è gran festa: se ne mangia la testa, se ne mangia il fegato, se ne mangiano i piedi bolliti e il sangue coagulato e se ne regala anche ai vicini; e ciò non capita che una volta all'anno. Di più colla vendita del resto la buona donna vede ricompensate le cure e le fatiche sue di un anno ricevendo dal macellaio, le trenta, le quaranta lire, che costituiscono la grande risorsa della famiglia, e colle quali provvede quasi sempre ai vestiti.

Ma la scienza, la civiltà, l'igiene cominciano già a privare molte di queste povere famiglie di contadini della risorsa, per loro grande, dello allevamento del maiale! Gli agenti del municipio danno la caccia a questi compagni di Sant'Antonio, che altra volta passeggiavano liberamente per tanti paeselli della Sicilia. L'igiene e la decenza vi guadagnano di sicuro; ma nel bilancio del disgraziato contadino spunta il _deficit_. Così la civiltà gli si affaccia come una sventura e le guardie municipali, che adempiono al proprio dovere, gli divengono invise e gli riescono addirittura odiose se sono costrette a multarlo.[18]

Nelle zone zolfifere, il proletariato agricolo aveva una grande risorsa nei figli: un paio, gli procuravano circa due lire al giorno lavorando da _carusi_ nella miniera, oltre lo anticipo da 50 a 150 lire, che ricevevano per una volta sola come si sa. Ora questa risorsa viene meno per la depressione dell'industria zolfifera.

[SEMPRE LA MISERIA]

La misera condizione dei lavoratori della terra non è una constatazione da sentimentalisti; ma venne riconosciuta da persone insospettabili di esagerazione pel partito in cui militano, per le cariche che occupano, per la loro condizione sociale e per l'antagonismo in cui taluni si trovano coi capi del movimento socialista. Tale misera condizione non venne attenuata in alcun modo al Rossi della _Tribuna_ dal Cav. Masi, consigliere provinciale di Piana dei Greci, dal Baronello Bartoccelli e dal Cav. V. Falcone, sindaco di Canicattì--entrambi ricchissimi proprietarî--e da altri ricchi proprietarî a Casteltermini e altrove. È importante il giudizio del Masi e del Falcone perchè entrambi sono al potere e non sono mossi da una qualsiasi ambizione da soddisfare. La condizione dei lavoratori della terra venne riconosciuta tristissima, qual'è, da quanti visitarono la Sicilia negli ultimi tempi e fu efficacemente descritta dagli onorevoli Comandini, Farina, Plebano e dal Borelli del _Popolo Romano_, che pur militano in partiti politici diversi e non sono mossi nè da passioni, nè da interessi locali. L'on. Plebano, in ispecie, rimase impressionatissimo dalla miseria di Piana di Greci e per miracolo non incoraggiò i fieri contadini alla rivolta. Non pochi ufficiali dell'esercito al Rossi, della _Tribuna_, a me stesso e ad altri dichiararono, che si sentivano assai a disagio trovandosi distaccati in certi paesi per prestare manoforte ai prepotenti iniqui contro i poveri oppressi! Tanta ineffabile miseria dei lavoratori della terra, infine, in occasione degli ultimi moti, oltre che dai cennati uomini politici e pubblicisti, che poi, per qualche ragione potrebbero anche essere giudicati sospetti, venne riconfermata da scrittori, che vivono al di fuori della politica e dalle tendenze diverse; tra i quali mi piace ricordare il più volte citato Cavalieri e Monsignor Isidoro Carini, l'illustre Bibliotecario del Vaticano che tanto ama la sua isola natìa e ch'è legato da particolare amicizia coll'on. Crispi. E adesso qualche parola sulle abitudini e sul carattere morale dei contadini.

[I CONTADINI DI SICILIA]

Ai contadini della Sicilia si può applicare benissimo ciò che scienziati e romanzieri hanno scritto di quelli degli altri paesi. L'abate Roux dice: «il campagnuolo è troppo fanciullo per non essere mentitore; vive ancora sotto la legge del timore e la legge di amore è per lui lettera morta; non ama le cose e le persone che per l'uso, che può farne.» (_Pensèes._ Parigi 1885). Il Prof. Lacassagne paragonando la criminalità delle città e delle campagne aggiunge: «il contadino è egoista, diffidente, vendicativo, perchè egli ha poche relazioni sociali; le sue occupazioni monotone e ripetute gli creano un certo stato di automatismo; d'onde il suo spirito lento e stretto.» E le passioni, i difetti, i pregi del contadino descritto da Zola nella _Terre_ si potrebbero attribuire a quello di Sicilia.

[LA MAFIA]

[I BRAVI]

Ciò che caratterizza maggiormente il lavoratore della terra nell'isola è la sobrietà. «Il Siciliano--dice il generale Corsi--è molto sobrio nel mangiare e nel bere; lo sono allo estremo i contadini che si nutrono di vegetali e bevono acqua» (_Sicilia_, pag. 266). Infatti, di raro assai mangiano carne; il pane e le verdure cotte sono i loro cibi ordinarî, non frequentano caffè o bettole, non bevono vino se non quando lo ricevono lavorando come parte del salario (almeno dove prevale il latifondo); vestono dimessi e con abiti dal taglio speciale, molto vario da contrada a contrada, caratteristico; amano moltissimo le feste religiose, nelle quali le scene di superstizione e di fanatismo dipinte nel _Voto_ del Michetti si alternano con veri baccanali. Il contadino, casalingo, ospitale, geloso della sua donna, che spesso gli prepara i tessuti, che servono per i suoi vestiti (specialmente la tela di lino o di cotone e il tessuto di lana nera, chiamato _abbracia_--albagio--un poco più grossolano di quello che si fabbrica in Sardegna) si rassegna facilmente alle sofferenze materiali e la miseria sola, come bene osserva il La Loggia, non avrebbe potuto farlo muovere! L'analfabetismo domina nelle campagne della Sicilia, i cui abitatori--meno quelli della Conca d'oro--non commettono in generale frequenti reati di sangue e sono dediti invece ai furti campestri ed all'_abigeato_. La _mafia_ trova numerosi e pericolosi affiliati nelle campagne dei dintorni di Palermo; ben rari altrove. Quelli, però, tra i contadini, che si elevano al grado di _campiere_ o di _soprastante_ e che hanno l'ufficio di garantire gl'interessi del grande proprietario nel latifondo divengono di ordinario la quintessenza dei _mafiosi_ pel loro coraggio, per la rigorosa osservanza del codice dell'_omertà_, per l'assenza completa di scrupoli nel prestar mano a briganti e malandrini, nel farla da manutengoli, nel tirare una schiopettata ad un nemico, ad un disgraziato, che ne ha offesa la suscettibilità morbosa. Insomma _campieri_ e _soprastanti_ spesso sono una edizione riveduta e peggiorata degli antichi _bravi_. Non fecero mai parte dei _Fasci_ anzi rimasero sempre ai servizî dei loro più accaniti nemici, i quali scandalizzati, denunziavano i _Fasci_, come covi di malfattori perchè avevano accettato come socio qualche ammonito, più vittima dell'ambiente sociale, che vero delinquente come la massima parte dei più pregiati tra i loro fidi![19].

NOTE:

[18] La importanza dello allevamento del majale nelle misere famiglie dei contadini non isfugge al Sonnino. (_I contadini in Sicilia_, p. 187).

[19] «Il Signore ha i suoi _campieri_, ma non può tenerne una grossa squadra, e molte volte, perchè siano uomini di stocco, da servirlo come vuol lui, è costretto a chiudere un occhio, e magari anche tutti e due nello sceglierli, e prenderli della stessa pasta di cui si fanno i briganti». Così scrive il generale Corsi. (_Sicilia_ p. 303).

Mi piace qui rilevare che il Generale Corsi ha segnalato come meritevolissime di attenzione tre opere recenti sulla Sicilia: quelle di Schneegans, di Bazine e di Gustavo Chiesi riconoscendo che la migliore è _La Sicilia Illustrata_ dell'ultimo. Godo moltissimo di questo giudizio perchè mi conferma in quello dato da me due anni or sono nell'Isola e che temevo fosse troppo benevolo per la grande amicizia, che mi lega allo scrittore milanese. Nel Chiesi lo stato morale, intellettuale e sociale dei Siciliani è meglio descritto che in qualunque altro autore. Lo Schneegans ci dà la Sicilia di 50 anni fa.

VIII.

IL LATIFONDO

La condizione economica dei lavoratori della terra in Sicilia, come dappertutto, è intimamente connessa colla divisione della proprietà rurale e col genere di coltura. Nota la prima, s'intuisce--e del resto vi si accennò--che debba prevalere la grande proprietà e la coltura estensiva; e questa coltura persistente è, poi, la conseguenza della grande proprietà, del latifondo, esistente un po' per ogni dove in Italia, assolutamente prevalente e caratteristico nell'isola. Merita menzione speciale, ma breve perchè l'argomento è già stato trattato da tutti gli scrittori, che si sono occupati delle cose siciliane dal punto di vista economico e sociale.

[LA PROPRIETÀ POCO DIVISA]

L'on. Sonnino sulle orme di altri osservatori locali e sulla base di dati statistici--incompleti ed inesatti--sin dal 1876 riconobbe che la proprietà è pochissimo divisa, specialmente nella parte interna e meridionale dell'Isola dove «manca una vera classe di proprietarî piccoli o medi e si salta invece d'un tratto, dal grande proprietario che possiede migliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di terra. La censuazione dell'asse ecclesiastico ha modificato pochissimo queste condizioni della proprietà giacchè la immensa maggioranza di quelle terre è passata tale e quale nelle mani dei grossi proprietari.» (_I contadini ecc._, pagine 174 e 175).

Il Prof. Basile molti anni or sono constatò che dal 1852 al 1871 il numero dei proprietarî era disceso da 608,601 a 549,957; c'era dunque diminuzione, nonostante il censimento dei beni dell'asse ecclesiastico, da cui si sperava un aumento notevole; e lo stesso Basile riconfermò il fatto doloroso nel 1894.

Il sacerdote Genovese la osservazione generica volle dettagliare per un sito da lui esattamente conosciuto. Egli scrive: «Il comune di Contessa Entellina, in provincia di Palermo, ha un agro di circa 9000 salme di terra (la salma di Contessa corrisponde ad ettari 2,67). Ebbene, quante ne possiede la generalità dei suoi _tremila_ abitanti? Appena 300 salme: precisamente il 3 % di tutto il vasto territorio! E le altre 8700 salme? Non è d'uopo dirlo: eccetto una minimissima porzione spettante a pochi altri piccoli proprietarî, sono tutte possedute da non più che _venti_ benestanti, tra principi, conti, baroni e cavalieri!» (_La quistione agraria in Sicilia_, Milano 1894).

Il caso di Entella è quello di cento altri comuni; e in qualcuno--ad esempio Terranova, Siculiana, ecc., ecc.--la concentrazione della proprietà in poche mani è maggiore.

Si avverta altresì che la qualifica di _proprietario_ in Sicilia come in Sardegna spesse volte non è che una ironia. Si tratta di proprietà polverizzate o si limita alla proprietà di un lurido tugurio, che serve di abitazione e che non ajuta a vivere. I più di questi proprietarii, osservò l'on. Damiani nel volume dell'_Inchiesta agraria_ dedicato alla Sicilia, sono da considerarsi piuttosto come proletarî.

[LE CONSEGUENZE DEL LATIFONDO]

Sono invero una realtà indiscutibile tutte le tristi conseguenze della esistenza della grande proprietà, del latifondo; conseguenze varie e complesse politiche, economiche, morali, e intellettuali.

«Il latifondo, osserva il Baer, mantiene e conserva una deplorabile dissonanza fra le istituzioni politiche ed amministrative e fra la legislazione civile, che la Sicilia ha comuni al resto d'Italia e le condizioni reali di quella società e della proprietà territoriale. Ed è risaputo che quando siavi tale dissonanza gli effetti delle istituzioni e delle leggi sono alcuna volta nulli, il più soventi perniciosi.» (_Il latifondo in Sicilia_ nella _Nuova Antologia_, 15 aprile 1883). E la dissonanza nasce dalla mancanza di un numero sufficiente di piccoli e medii proprietarî.

La esistenza della grande proprietà presuppone la correlativa preponderanza numerica di proletariato agricolo: il quale è più infelice dove l'ex feudo, il latifondo è coltivato dal fittabile; peggio ancora se quest'ultimo lo suddivide ad altri gabellotti minori. Allora il salariato è in condizioni peggiori dello schiavo: ed esso mangia quel pane, di cui dalla provincia di Palermo mi si mandarono due campioni, che suscitarono la indignazione di quanti lo videro nella Camera dei deputati e fuori. La sua non è più vita, che oggi possa considerarsi come umana. Non deve sorprendere se insorge e cerca ripetere le _Jacqueries_; ma deve soltanto far meraviglia che tanto tempo abbia aspettato per ribellarsi!

[IL FITTO]

Il latifondo favorisce il sistema del fitto e genera il _gabellotto_ la cui funzione è tanto esiziale quanto lo è in Irlanda il _middleman_, che sta tra il _landlord_ e il contadino coltivatore. Intanto dalla scomparsa del gabelloto, acutamente osserva il Salvioli, se il grande proprietario dovesse dare direttamente le terre in fitto ai contadini poco giovamento questi ne trarrebbero per l'aspra concorrenza, che tra loro si farebbero per ottenere gli spezzoni di migliore qualità e più vicini all'abitato.

Se il sistema del fitto riesce di grave nocumento ai lavoratori e produsse pel passato l'agiatezza ed anche la ricchezza dei _gabellotti_, che finirono col costituire la parte più forte della borghesia isolana, adesso rovina questa classe di sfruttatori.