Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 4
Le famiglie di contadini e anche di operai dei centri urbani hanno una grande risorsa nello _anticipo_, che intascano per uno o due figli, che mandano a lavorare nelle miniere; ma si sbaglia grossolanamente quando si crede che questo _anticipo_, che spesso nè il _caruso_, nè la sua famiglia sono in condizione di restituire, costituisca un legame economico rassomigliante alla servitù. Il vero è che il _caruso_, se è nullatenente e poco onesto, o se tale è la sua famiglia, un bel giorno lascia con un palmo di naso il _picconiere_, e va a lavorare con un altro _picconiere_, intascando un altro _anticipo_: operazione, che ripete talvolta con parecchi che lascia sul lastrico. Al _picconiere_ non resta che esperimentare l'azione civile, senza utile alcuno; ma qualche volta, esasperato dalla perdita, che per lui è un vero disastro, lo cerca, lo insegue, e se lo trova, lo bastona terribilmente. Non poche volte sorse fiera contesa con brave coltellate tra l'antico _picconiere_ derubato e il nuovo con cui è andato a lavorare il _caruso_ senza restituire al primo l'anticipo; poichè le consuetudini e le leggi dell'_omertà_ esigono che un _picconiere_, assoldando un _caruso_, s'incarichi esso stesso di saldare il creditore precedente, cui si sostituisce in tutto e per tutto. Chi vien meno a tali consuetudini e leggi della _mafia_, si espone alle vendette del danneggiato; e in realtà è meritevole di punizione perchè se esso non ruba, tiene il sacco.
Ma i _picconieri_ intelligenti, se trovano _carusi_ buoni e laboriosi, li trattano bene e li carezzano, e io conosco lavoratori che da anni stanno in relazioni intime e affettuose, come ne conoscono tutti coloro che hanno coltivato miniere di zolfo.
[SENZA CASE E SENZA SCUOLE]
_Picconieri_ e _carusi_, e tutti i lavoratori delle miniere come quelli della terra in generale in Sicilia soffrono molto per le abitazioni, che sono anguste e luride o mancano del tutto.
A questo la legge deve e può provvedere; come dovrebbe provvedere alla istruzione di tanti ragazzi. Proposi nella penultima discussione del bilancio della pubblica istruzione, l'impianto di scuole elementari nelle miniere di zolfo e ricordai che la Spagna ci ha preceduti. Ma l'on. Martini mi rispose che l'idea era buona... però mancavano i quattrini per attuarla,--quattrini che poi si trovarono per il famoso ispettorato!
E qui mi piace, a titolo d'onore, far menzione della scuola elementare serale che il signor Trewhella a sue spese ha impiantato nella grande miniera di Grottacalda. L'esempio potrebbe essere imitato da altri coltivatori di grandi miniere e servirebbe di aspro rimprovero allo Stato.
Infine mi tocca a far menzione di una grave quistione: quella della degenerazione nel lavoro duro e precoce dei _carusi_.
[LA DEGENERAZIONE DEI CARUSI]
Altra volta scrissi che dai resoconti del generale Torre non si poteva assodare se il lavoro delle miniere deformasse i _carusi_. Non se ne può giudicare dalle esenzioni in blocco dal servizio militare per difetto di statura, perchè la statura è uno dei dati antropometrici più strettamente connesso alla razza. Varî circondarî del continente offrono un contingente di riformati uguale o superiore a quello dei circondarî minerarî della Sicilia, senza che abbiano miniere. _A priori_, però, si può ammettere che il lavoro delle miniere noccia molto alla salute e allo sviluppo fisico dei _carusi_; e ciò con indagini dirette ha cercato dimostrare l'egregio dottor Giordano da Lercara. Questi, su 539 _carusi_ ne trovò 170 difettosi. Il Mosso nel suo libro sulla _Fatica_ dice che dal 1881 al 1884 nella provincia di Caltanissetta, sopra 3672 lavoranti delle zolfare che si presentarono allo esame di leva, soltanto 253 furono dichiarati abili, cioè appena il 6,87%! L'errore e l'esagerazione in questi dati sono evidenti; e di ciò convinto volli fare ulteriori ricerche comparative tra contadini e zolfatari. Le intrapresi su queste due sole classi di lavoratori, perchè non si può ammettere che le conseguenze del lavoro duro e precoce nell'una classe vengano compensate dalla migliore nutrizione e dalla più igienica abitazione.
[COMPARAZIONI STATISTICHE]
La comparazione era necessaria, poichè, presi in blocco, i risultati della leva non dimostrano affatto che nelle zone zolfifere vi sia una particolare degenerazione prodotta dallo speciale lavoro delle miniere, come si può rilevare da questo quadro dei riformati dalla leva del 1870 in alcune provincie d'Italia:
_Per difetto_ _Per tutti gli altri difetti_ _di statura_ _Compreso il difetto di statura._
Sondrio 12,67 % 36,62 % Foggia 9,45 18,75 Potenza 12,06 19,27 Catanzaro 13,07 22,35 Reggio-Calabria 12,45 22,26 Caltanissetta 14,55 21,24 Girgenti 10,24 18,08 Cagliari 14,92 25,74 Sassari 13,48 24,36
Si può dire che Girgenti e Caltanissetta danno la immensa maggioranza dei coscritti-_carusi_: pure la degenerazione è minore che in altre provincie nelle quali non vi sono miniere.
Questo risultato indusse anche me in errore pel passato; ma mi sono corretto dinanzi alla eloquenza di queste altre cifre relative al circondario di Piazza Armerina, che si presta benissimo allo studio appartenendo la grande maggioranza dei suoi lavoratori alla classe dei contadini e degli zolfatari.
Infatti la classe dei contadini dette riformati nella leva
del 1872: e del 1873: riformati per difetto di statura il 14.45 % 14.41 % e per altre imperfezioni fisiche 6,88 6,79
mentre nelle stesse leve e per gli stessi motivi nella classe dei zolfatari si ebbero rispettivamente nel 1872: 32, 72 e 7,72% e nel 1873: 38, 28 e 6,25% di riformati. Sicchè per gli altri difetti fisici la proporzione dei riformati è quasi uguale tra contadini e zolfatari; tra gli ultimi è invece più che doppia per difetto di statura. Qui è evidente l'azione esercitata dal trasporto sulle spalle di un peso che varia dai 30 agli 80 chilogrammi, sempre superiore alle forze del _caruso_, che a quel lavoro viene sottoposto in tenera età, sin dagli anni 8 e talvolta--ma ora assai più raramente--sin dai 6 anni. Questo stato di cose se perdurasse ridurrebbe le due Provincie di Caltanissetta e di Girgenti ad un vero semenzaio di nani e di gobbi. Ho richiamato l'attenzione del ministro e agricoltura e commercio su di ciò e ne ho avuto formale promessa, che nella discussione del nuovo disegno di legge sul _lavoro dei fanciulli_ accetterà qualche emendamento sul lavoro dei _carusi_ nelle zolfare di Sicilia.
[LE MACCHINE NON SONO UN VANTAGGIO]
Sarebbe un rimedio efficace la generalizzazione degli apparecchi meccanici per la estrazione dello zolfo? In molte miniere questa applicazione delle macchine è assolutamente impossibile e lo riconosce la stessa illustre Jessie White Mario, che pur tanto s'interessa alla sorte dei miseri fanciulli delle zolfare (_Le miniere di zolfo in Sicilia._ Roma 1894); dove è avvenuta spesso sono peggiorati i salari dei lavoratori. Ciò che prova sempre più come coll'attuale organizzazione capitalistica i progressi della scienza, che diminuirebbero le sofferenze fisiche dei lavoratori non si possono applicare per ragioni economiche. Si sa: la macchina è la nemica del lavoratore, dato il regime economico attuale,--perchè dovunque avviene l'impianto meccanico aumenta la produzione e diminuisce il salario, conseguenza fatale della sostituzione dell'uomo di ferro all'uomo di carne.
[LE LEGGI E LA FAME]
L'applicazione rigorosa della legge sul lavoro dei fanciulli può e deve riuscire utile dal punto di vista igienico ed antropologico; ma è giocoforza riconoscere che le limitazioni imposte dalla legge incontrano opposizioni gravi nelle stesse famiglie dei lavoratori. E a parere mio, lo Stato fa bene intervenendo per impedire che degeneri e si abbrutisca la razza umana: ma intervenendo ha il dovere di assicurare se non altro un _minimum_ di alimentazione a quei _carusi_, ai quali impedisce di guadagnarsi il pane col proprio lavoro; deve assicurarlo a loro almeno, se non alle famiglie, altrimenti per quanto le sue intenzioni siano filantropiche, umane, esse verranno giudicate sempre crudeli.
Ma oltre le sofferenze fisiche dei _carusi_ c'è da considerare la condizione economica dei _picconieri_ divenuta oramai intollerabile. Essi nella maggior parte delle contrade zolfifere vivono col vero _salario della fame_, relativamente a quello goduto una volta; poichè pel duro lavoro, ordinariamente a cottimo, di sei ad otto ore per cinque giorni della settimana, essi ricevono ora un salario che oscilla, secondo i luoghi, da L. 1 a L. 2 mentre pel passato guadagnavano da L. 3 a L. 6 al giorno.
Questo salario deve considerarsi insufficiente non solo nel senso assoluto: ma perchè è il corrispettivo d'un mestiere, che espone continuamente a pericolo di vita per lo sviluppo di gas irrespirabili, per incendî, per franamenti, ecc. Se il lavoro dei _picconieri_ delle miniere di zolfo è pericoloso, non è, però, tanto duro per quanto lo si dice, e non è poi affatto lungo, come dissi.
Non è affatto esagerato, invece, quanto si è scritto--ed io da molti anni prima nella stampa e poi nella Camera ho denunziato il male--sull'usura enorme, dal 25 al 100 per cento, che assottiglia il salario nominale dei lavoratori delle miniere di zolfo; usura esercitata col _truck-system_, colla somministrazione dei generi nelle così dette _botteghe_ delle miniere; alle quali botteghe sono costretti a ricorrere perchè la paga in danaro viene ritardata di molto.
[LE CONDIZIONI DELL'INDUSTRIA]
Disgraziatamente, date le attuali condizioni dell'industria zolfifera, quelli che possono sperare meno sono i lavoratori delle miniere di zolfo. La loro agitazione potrebbe riuscire proficua soltanto nel caso in cui essi ottenessero che scomparisse il coltivatore della miniera e rimanessero di fronte al proprietario, che oggi prende dal 20 al 30% del _prodotto_ lordo senza nemmeno darsi la pena di pagare la imposta fondiaria, che per condizione espressa nell'atto di fitto rimane a carico dei coltivatori! Quest'ultimi dal ribasso continuo dei prezzi dello zolfo, che si deplora da circa quindici anni, con piccole oscillazioni al rialzo, sono ridotti in condizioni tristissime. Molti sono falliti e coloro che resistono considerano lo sciopero come un alleviamento, perchè li dispensa dall'obbligo di dare lavoro. E se lo sciopero dei zolfatari potesse prolungarsi per alcuni mesi, come durò in Inghilterra quello dei minatori, sarebbe per qualche tempo efficacissimo rimedio, perchè colla diminuzione della produzione sicuramente rialzerebbero i prezzi dello zolfo, non essendo da temere la concorrenza estera. Uno sciopero siffatto intanto è impossibile, poichè la massa dei zolfatari si trova nella miseria, non è organizzata, non ha fondi e non può resistere neppure per una settimana.
[IL MALCONTENTO DEI ZOLFATARI]
Dato questo stato di cose si comprende che i _Fasci_ hanno dovuto attecchire nelle zone zolfifere: provincie di Girgenti e di Caltanissetta in massima parte ed in una assai minore in quelle di Catania e di Palermo, ma non sono i meglio organizzati e i più compatti. Però anche dove _Fasci_ non sono esistiti il malcontento serpeggia minaccioso ed esplode per ogni minimo pretesto in forma selvaggia, anarchica, come avvenne a Valguarnera. E questa esplosione in un luogo dove l'azione dei cosidetti sobillatori non può invocarsi a spiegarla, dovrebbe rendere meglio avvisati coloro cui sfugge la genesi esatta dei fenomeni sociali.
A Grotte, a Racalmuto, a Favara, a Riesi ecc.--paesi zolfiferi per eccellenza,--dov'erano _Fasci_ discretamente organizzati non si ebbe a deplorare il menomo disordine; ma la crisi che attraversa la industria zolfifera sta mettendo a durissima prova la pazienza dei coraggiosissimi lavoratori delle miniere. Guai se essi, spintivi dalla disperazione, vorranno imitare i contadini! Meglio disciplinati, più compatti, più arditi, più coscienti dei propri diritti e della propria forza che non siano le classi rurali, essi potrebbero rinnovare gli orrori delle _guerre servili_... E la ragione starebbe dalla loro parte, poichè governo e classi dirigenti di fronte alle loro miserie mostrano tanta cinica indifferenza da giustificare qualunque eccesso! Perchè si comprenda tutta la gravità dal pericolo, che denunzio, farò un breve schizzo del carattere morale e intellettuale degli operai addetti alla coltivazione delle miniere.
_Picconieri_, _carusi_, _calcheronai_, ecc. sono quasi tutti analfabeti; la _mafia_ recluta tra loro i più coraggiosi campioni e sin dalla più tenera età essi ostentano la più scrupolosa osservanza delle leggi, che costituiscono il codice dell'_omertà_. Data la loro vita e la loro condizione intellettuale si spiega l'altissimo contingente che i zolfatai danno ai reati di sangue od a quelli contro il buon costume.
[LORO DIFETTI E LORO PREGI]
La responsabilità maggiore di questi loro difetti ricade sull'ambiente, sul governo e sulle classi dirigenti, che mai pensarono ad elevarli, ad educarli; ma quegli operai hanno pregi reali e non pochi, che preferisco riferire colle parole di un chiarissimo scienziato, l'ing. R. Travaglia, che li conosce appieno e che non è affatto sentimentale o socialista.
[CHI NE DICE MALE NON LI CONOSCE]
«Dedito ad una vita di sacrificio e di fatica,--scrive l'antico Direttore della scuola mineraria di Caltanissetta--isolato per intere settimane dal mondo, separato per più giorni dalla sua famiglia, l'operajo delle miniere in Sicilia vuole ad ogni costo i suoi giorni di riposo e le sue feste; talora in queste è troppo spendereccio e cerca di compensare le durezze della vita di operajo, nella settimana, con un certo benessere e coi piaceri, che più ama nei giorni ch'è al paese.... Noncurante dei pericoli, ai quali è continuamente esposta la sua vita, conta poco questa per sè e per gli altri, anche quando è fuori della miniera, e malauguratamente spesso si lascia trascinare dagli impeti dell'animo a sacrificarla. Ma è per sua natura generoso, mai vile; affronta a viso alto dieci avversarî, non soverchia col numero i deboli. Trattato bene si affeziona a chi lo rispetta, a chi lo stima, ed è capace di ogni atto di coraggio; trattato con sprezzo e con durezza, si ribella e si vendica. Riconosce la superiorità di chi vale più di lui, e pur coi suoi difetti, che l'istruzione mitiga, è un operaio di cui si può fare quello che si vuole, sapendolo trattare. Chi ne dice male, non lo conosce.» (_I giacimenti di zolfo in Sicilia._ Padova 1889).
Ed io che li conosco da vicino, e che in mezzo a loro e in continuo contatto con loro ho vissuto per oltre dieci anni, mi associo pienamente al giudizio che dà il Travaglia sulle buone qualità dei lavoratori delle miniere di zolfo della Sicilia.
NOTE:
[14] Si avrà una idea delle condizioni dei piccoli proprietarî da questo dato. In Chiaramonte Gulfi, cittadina di 10 mila abitanti nella provincia di Siracusa pel giorno 26 Dicembre 1893 era fissata la vendita d'immobili di _centoventinove_ individui, che non avevano potuto pagare le imposte. La quota d'imposta non pagata raramente sorpassava le L. 20; moltissime non arrivavano a L. 10 e sette erano al disotto di L. 5.
[15] In questi ultimi tempi _picconieri_ e _carusi_ hanno cominciato a lavorare di più per rimediare al diminuito prezzo dello zolfo: così il rinvilio crescente e veramente spaventevole nel prezzo del minerale anzichè ridurne la produzione in certe miniere l'ha aumentata poichè _picconieri_ e _carusi_, che--prima della crisi--vivevano umanamente estraendo due _casse_ di minerale zolfifero, ora per ricevere un salario, del resto sempre molto inferiore all'antico, sono costretti ad estirparne almeno tre. Con ciò la produzione aumenta e i prezzi continuano a ribassare per opera fatale degli stessi lavoratori, che sono le prime vittime di questo tristissimo circolo vizioso! L'industria zolfifera in Sicilia presenta alcuni paradossi economici, che raccomando all'attenzione degli economisti liberali, che con incredibile cecità si ostinano ad aspettare il rimedio alla crisi dal funzionamento delle cosidette _Leggi naturali_. Dell'industria zolfifera mi sono occupato lungamente in due articoli pubblicati nel 4º e nel 7º-8º numero della _Riforma sociale_ del Nitti. Ne pubblicherò un terzo ed ultimo e dopo li raccoglierò in un opuscolo a parte.
VI.
LE CLASSI RURALI
La crisi zolfifera, che produce miserie e sofferenze inaudite, travaglia le due provincie di Caltanissetta e di Girgenti ed alcune zone di quelle di Catania e di Palermo, la crisi agraria invece colpisce tutta l'isola, e siccome non c'è un solo dei suoi prodotti--dal vino ai sommacchi, dai cereali alle mandorle all'olio, ai pistacchi ecc.--che non abbia subito da qualche anno un forte ribasso, si può dire ch'essa non risparmia un sol palmo di terreno, nè un solo individuo che lo calpesti. In una regione dedita con grandissima prevalenza, se non esclusivamente all'agricoltura e alla pastorizia si può immaginare agevolmente quali tristi conseguenze arrechi una tale crisi.
Però tra i lavoratori addetti all'agricoltura non è uguale dappertutto il malessere, perchè normalmente diverse sono le loro condizioni.
[VARIETÀ DELLE CONDIZIONI AGRICOLE]
Infatti sono svariatissime le condizioni dei lavoratori della terra in Sicilia: variano da provincia a provincia; da circondario a circondario, da comune a comune. Errano, quindi, coloro che generalizzano con leggerezza dai casi singoli; ed errerebbe chiunque credesse che quel campione di pane inviatomi da Campofelice (provincia di Palermo), e di cui si occupò la _Tribuna_, sia mangiato dappertutto. Miserie, e grandi, non mancano tra i contadini, ma in generale essi mangiano del buon pane di frumento, che potrebbe essere invidiato dai lavoratori della Calabria e di alcune contrade del Veneto e della Lombardia.
La varietà delle condizioni non sfuggì al Sonnino, che la descrisse nel suo libro, ancora eccellente, sui _Contadini della Sicilia_ e venne constatata pure dall'on. Damiani nel volume della _Inchiesta agraria_ consacrato all'isola.
C'è una zona litorale, che da Marsala per Palermo, Termini, Milazzo, Messina scende a Catania e da Catania gira attorno all'Etna, e poi forma alcune oasi nell'interno dell'isola e delle provincie di Caltanissetta, di Girgenti e di Siracusa, in cui prevale l'agricoltura intensiva, la piccola proprietà, la mezzadria; nel resto domina la grande proprietà, la coltura estensiva a cereali e la pastorizia.
Nella prima zona, che disgraziatamente è la meno estesa, quale che sia la forma di contratto agrario in uso, le classi rurali stanno molto meglio, o meno peggio che nella seconda; ma per apprezzare al giusto questa varietà di condizioni bisogna dire partitamente dei lavoratori che vivono nelle diverse zone e sotto le diverse forme di coltura e di contratto.
[LE MEZZADRIE]
La coltura a mezzadria è diffusa principalmente nella provincia di Messina e siccome si dividono anche i prodotti degli uliveti e dei vigneti, i lavoratori vi godono di una certa agiatezza. In questa zona contemporaneamente al minore sviluppo dei _Fasci_ si osserva minore analfabetismo e minore delinquenza. La coesistenza di questi fenomeni sociali non somministra indizî preziosi sulla genesi loro e sui possibili ed efficaci rimedî per alleviare certi mali?
Ha ragione il Salvioli, quando osserva che la mezzadria non presenta la soluzione definitiva del problema sociale (_Rivista popolare_, 1º Dicembre 1893). Ma non deve negarsi che essa sia un temperamento opportuno per migliorare la sorte dei lavoratori della terra; e lo prova ciò che si osserva nella provincia di Messina, a Castrogiovanni e altrove in Sicilia, oltre l'esperimento benefico che se n'è fatto in Toscana e in altri punti del continente.
Del resto bisogna distinguere tra mezzadria e mezzadria. Talvolta questa è parziale, non si estende alla coltura delle vigne e degli uliveti; e si comprende che il contadino in questo caso ha minori risorse, quantunque sia per lui un grande vantaggio avere contigua alla terra da lui coltivata a cereali ed a mezzadria, delle vigne, che coltiva a _fattura_ cioè a _forfait_ e dove per lo meno trova, lavoro quando non ne ha per conto proprio nella coltivazione dei cereali.
[PRELEVAMENTI INIQUI]
La mezzadria limitata alla coltivazione di cereali ch'è la più comune nell'isola, anche dove non è resa iniqua da numerosi e angarici prelevamenti, può riuscire irrisoria e dare solo un magrissimo compenso alle fatiche di un anno del contadino, se la terra produce poco perchè esaurita o di cattiva qualità.
Dissi che la mezzadria è iniqua dove esistono prelevamenti a vantaggio del proprietario o dei suoi rappresentanti. Vero è che i prodotti si dividono a metà tra proprietario e coltivatore; ma la divisione si pratica dopo che dalla massa si è prelevata la semente; e poi la così detta _strazzatura_, il tumolo per la _lampada_, il tumolo pel _campiere_ e talora anche il tumolo per la _madonna_, per _San Francesco di Paola_ o per qualche altro patrono del luogo.
Questi prelevamenti non sono dappertutto uguali per la quantità e per il numero; ma dove c'è la mezzadria è quasi dapertutto esistente l'usura sulla semente e sui soccorsi anticipati dal proprietario durante l'anno. In qualche punto il proprietario dà il frumento per la semente e pei soccorsi col tumolo da 13 litri e se lo fa restituire con uno da 17; in altri punti dà la semente bagnata colla soluzione di solfato di rame (per evitare certe malattie del grano) e se la fa restituire asciutta; sulla semente e sul soccorso, infine, i più onesti prendono per lo meno un interesse del 20% a ragione d'anno![16]
Si può immaginare quello che resta al povero mezzadro all'epoca del raccolto, specialmente dove padroni inumani non lasciano più a loro il così detto _solame_--cioè--il po' di grano commisto a paglia e a terra che nella trebbiatura rimane sull'aia--e negano loro la facoltà di spigolare! E di questa mezzadria, infine, scrive l'Alongi: «Che cosa sia questo contratto si sa oramai fino alla nausea; il nome di mezzadria, se non è una crudele ironia, è certo una insigne menzogna, un nome legale per far passare di contrabbando le più flagranti violazioni delle leggi morali e giuridiche (loc. cit. p. 9)».
La mezzadria talvolta si riduce a _terzeria_, forma di contratto agrario, nella quale il proprietario prende due terzi del prodotto ed il contadino uno. Ma in questo caso il proprietario dà la terra preparata a maggese coi suoi bovi, e sulla quale non ha esatto nulla per un anno.
[IL CONTRATTO A TERRATICO]
La mezzadria in tutte le sue forme, prevale dove c'è la piccola ed anche la media proprietà; ed allora può anche alternarsi o coesistere col contratto a terratico, il quale varia pure da contrada a contrada e che nei paesi da me conosciuti non corrisponde a quello descritto dall'egregio Prof. Salvioli nel citato articolo della _Rivista popolare_. Il _terratico_, da me conosciuto e che so prevalere in molti luoghi, è un puro e semplice fitto pagato in prodotti, anzichè in danaro contante. Secondo la qualità delle terre il coltivatore dà al proprietario o al gabellotto da tre a sei ettolitri di frumento all'anno per ogni ettaro di terra. Il _terratico_ è forma di contratto preferito da molti contadini perchè assicura loro una certa indipendenza, pagata però molto cara negli anni di cattivo raccolto.
[L'INQUILINAGGIO]