Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 3

Chapter 33,485 wordsPublic domain

Tra le classi dirigenti il malumore serpeggia e si accresce con prodigiosa rapidità per tutte le cause generali, che agiscono in tutta Italia e che trovano l'addentellato e nella politica interna e nella politica estera e in tutte le esplicazioni della vita pubblica. Di questo stato dell'animo delle classi dirigenti dettero un saggio i _grandi proprietarî_ di Sicilia--senatori, deputati, duchi, principi, marchesi, baroni, cavalieri ed anche avvocati nullatenenti--che riuniti nella sala Ragona in Palermo, in numero di duecento, applaudirono freneticamente un rapporto del Comitato promotore, che nella _parte generale_--dovuta al senator Guarneri--dice in principio così: «I deplorabili moti,--promossi da quali agitatori e da quali intenti l'Italia oggi non ignora--che sono scoppiati, _non sarebbero avvenuti_, o almeno non avrebbero tanto attecchito se in tutta l'isola non regnasse il più profondo malcontento ed universale malessere, _nato da lunghi anni di trista amministrazione_.» (p. 3) Dopo questa constatazione che valore possono avere le sciocche invettive contro i _sobillatori_?

I proprietarî si lamentano acremente per la gravezza delle imposte erariali, provinciali e comunali, e in parte si lamentano a torto i grandi proprietarî, che se molto pagano non possono e non devono negare che dal 1860 in poi hanno visto aumentare vistosamente i loro redditi. Il prof. Salvioli afferma che nel circondario di Mistretta i fitti raddoppiarono: in provincia di Catania aumentarono di circa un terzo ed in qualche zona del doppio, fino al 1881. Così in quella di Siracusa e di Caltanissetta. In provincia di Trapani l'aumento variò dal 30 al 100%. (_Gabellotti e contadini in Sicilia_ ecc. nella _Riforma Sociale_ del Nitti 10-25 marzo 1894). Le ricerche di altri agronomi e le mie confermano questo aumento straordinario nei fitti: e in questo come in tanti altri casi continua la rassomiglianza tra la Sicilia e l'Irlanda.[9] Inoltre il prodotto delle imposte di ogni genere in maggior parte venne speso a vantaggio degli stessi proprietarî. Molte strade comunali e provinciali, che hanno rovinato i corpi locali sono state costruite a loro esclusivo beneficio: e su di alcune si narrano intrighi e imposizioni scandalose per farle votare ed eseguire. Le imposte e le spese così riuscirono spesso ad aumentare la ricchezza dei proprietarî.

[CENSIMENTO DELL'ASSE ECCLESIASTICO]

In Sicilia, eziandio, a produrre una speciale perturbazione economica ha contribuito un fattore, che avrebbe dovuto essere benefico e che sotto certi punti di vista tale realmente è riuscito. Alludo al censimento dei beni demaniali e dell'asse ecclesiastico.

[GARIBALDI E IL GOVERNO ITALIANO]

Qui da dieci secoli le corporazioni religiose, le confraternite ecc. avevano ricevuto doni dai fedeli ed accumulato ricchezze enormi. Nel 1860 si può ritenere che esse possedevano oltre 190,000 ettari della migliore terra malamente coltivata sì, ma il cui prodotto veniva consumato localmente. Il generale Garibaldi vide il pericolo che derivava dalla esistenza di tale vasta manomorta ed il vantaggio che si poteva ricavarne distribuendola in piccoli lotti ai lavoratori; ma il suo ottimo pensiero fu svisato completamente poco dopo.

Il governo italiano, che successe alla Dittatura, ad un elevato fine economico-sociale ne sostituì uno puramente fiscale: e col censimento, che seguì alla soppressione delle corporazioni religiose, si costituì una risorsa finanziaria compiendo una vera spogliazione a danno dei Comuni, cui accordò in teoria un quarto della rendita dei beni delle suddette corporazioni--assottigliata da imposte e prelevazioni di ogni sorta--ma in fatto la negò con ogni sorta di tergiversazioni e di litigi.[10]

[SI MANCA IL FINE]

Coll'incameramento e col censimento eseguito con criterî fiscali, dal punto di vista sociale il progresso fu poco, perchè alle corporazioni nelle proprietà della terra si sostituì a poco a poco il grande proprietario, checchè ne abbia pensato il Prof. Corleo, ch'era un poco interessato a difendere il modo come s'era praticato il censimento; il competente Prof. Basile, anzi, arriva a dire, «che si sono vendute tutte le terre appartenenti una volta alle _manimorte_ e sono state acquistate da proprietarî oziosi, da far comparire _manivive_ i monasteri di una volta.» (_La quistione dei contadini in Italia._ Messina 1894).

[L'ASSENTEISMO]

Dal punto di vista economico l'isola subì tutte le conseguenze dell'_assenteismo_; poichè il prodotto della terra e del lavoro--in gran parte sotto forma di _canone_--emigrò tutti gli anni al di là dello stretto per essere consumato a Roma e nell'alta Italia, dove per ragioni geografiche, politiche e militari lo Stato spende una somma maggiore di quella che vi esige.

L'_assenteismo_--quest'altro male caratteristico dell'Irlanda--generato dal governo in Sicilia, si complica per dato e fatto di alcuni privati, che vi hanno grandi possessioni--Duca d'Aumale, duca di Ferrandina, duca di Monteleone, Principe di Trabia, Principe di S. Elia, Principe di Belmonte, ecc.--e che vivono, i più, nel continente italiano, in Francia o in Ispagna. I danni enormi economico-sociali dell'_assenteismo_ vennero riconosciuti da tempo dal Sonnino, dal Baer (nel suo eccellente studio sul _Latifondo in Sicilia_ nella _Nuova Antologia_ del 15 aprile 1883) e di recente dal Cavalieri, da Monsignor Carini, dal De Rosa, ex-prefetto di Caltanissetta, dal senatore Faraldo, ex prefetto in Sicilia (_Alcuni riflessi sui casi succeduti in Sicilia_) ecc. ecc.

Questa causa di depressione economica, che agiva lentamente, da recente fu resa più energica colle facilitazioni allettatrici, che accordò lo Stato per lo affrancamento dei censi sui beni dell'asse ecclesiastico; i cui possessori assunsero impegni superiori alle loro forze, s'indebitarono--e contribuirono ad accrescere le immobilizzazioni bancarie--e mandarono al centro, non il reddito annuo ma l'importo delle terre censite e sottrassero alla vita economica del paese un ingente capitale.

In questo modo si crede, ed a me pare che la credenza sia giustificata, che l'isola abbia dato all'Italia più di quanto ha ricevuto; ed ha sicuramente ricevuto meno di quanto le si doveva sotto forma di strade, che sarebbe stata la più utile delle restituzioni sotto tutti gli aspetti. Lo Stato, altresì, a cagione della sua organizzazione centralizzatrice sino all'assurdo, agisce sulla periferia come una pompa aspirante, che restituisce solo in minima parte ciò che ne assorbe.

[LE CONDIZIONI DI PUBBLICA SICUREZZA]

Oltre questi fatti d'indole economica, vi è un'altra causa di malcontento, che si è resa intensa da recente per i proprietarî in generale ed è rappresentata dal peggioramento nelle condizioni della pubblica sicurezza. Sintanto che in Sicilia si ammazzava più che altrove, essi non si preoccupavano molto del fenomeno morale: questa forma di delinquenza di ordinario non li colpiva. Quando aumentarono i reati contro la proprietà e sopratutto l'_abigeato_, o furto di animali bovini e da trasporto, i sequestri di persona, i ricatti ecc. allora essi furono toccati direttamente, furono presi da paura, si rinchiusero nelle loro case, videro andare in malora i loro interessi, furono privati dei godimenti della vita campestre e venne meno la funzione dello Stato da loro più apprezzata: quella che compie lo stato-gendarme. Si può comprendere come e quanto protestassero!

[IL LATIFONDO FACILITA ALCUNI REATI]

È bene si dica che i furti in Sicilia se sono alquanto maggiori alla media del regno e dell'alta Italia, sono però molto al disotto che in Sardegna, nel Lazio, in Basilicata e negli Abruzzi[11]. Ma in Sicilia le forme speciali del reato contro la proprietà sopraccennate,--cioè: _abigeato_, sequestro di persona, ricatto, ecc.--se aumentano destano un grande allarme. E le gesta della banda Maurina, la taglia pagata dalla Baronessa vedova Sisto, i sequestri Coniglio, Terresena e del disgraziato cav. Billotti, che fu ucciso e bruciato in una grotta, destarono e mantengono lo spavento in tutti; spavento accresciuto talora dalle notizie false che spargono i contadini e gl'impiegati, che hanno interesse a tenere lontani dalle campagne i padroni. E il malandrinaggio e le altre cennate forme di reato contro la proprietà in Sicilia sono facili e frequenti per la esistenza del latifondo (che costringe alla cattiva distribuzione della popolazione, riunita in grossi centri, lontanissimi gli uni dagli altri, e circondati da campagne deserte e brulle) e per la mancanza di strade, per l'analfabetismo, e per le prepotenze feudali, che in qualche punto perdurarono più che altrove e generarono largo risentimento. I malandrini assurgono gradatamente alla trista altezza di briganti, e sanno tenere impunemente la campagna colla buona tattica: rispettano i piccoli, sanno procacciarsi il rispetto o la solidarietà dei contadini, dei bovari, dei pastori, degli zolfatari, o con terribili esempî incutono loro timore, quando in loro non trovano le ragioni--che mancano di rado--di odio contro i padroni.

[LE CRISI]

Queste cause che generano e mantengono la particolare delinquenza della Sicilia in modo permanente, negli ultimi tempi sono state rese più intense dalla crisi agricola e dalla crisi zolfifera. Della prima si è scritto abbastanza ed è conosciuta: il rinvilimento del prezzo dei cereali e dei vini e degli altri prodotti dell'isola--rinvilimento cagionato dalla rottura delle buone relazioni commerciali colla Francia e dalla depressione del mercato interno, impoverito dall'alta quota delle imposte pagate e da altre cause--ha arrecato gravi perdite ai proprietarî e per ripercussione ai lavoratori. La crisi ha talvolta forme e cause strettamente locali: così a Monreale, a Partinico e in altri punti della provincia di Palermo, dove sono avvenute dimostrazioni e torbidi, sebbene la proprietà sia ben divisa, in questi ultimi anni la miseria è grande, tanto più intollerabile in quanto che è del tutto insolita, poichè eccezionalmente generata dal ribasso fortissimo nel prezzo degli agrumi che rappresentano il prodotto esclusivo di quella ferace contrada[12].

[LE CRISI E IL MALCONTENTO]

Della crisi zolfifera dirò brevemente più oltre; qui mi basta conchiudere osservando che le due crisi, l'agricola e la mineraria, hanno direttamente aumentato il malcontento della classe dirigente per le ragioni economiche; e l'hanno indirettamente accresciuto in quanto che contribuirono in forte misura a peggiorare le condizioni della pubblica sicurezza.[13]

NOTE:

[7] G. Alongi, intelligentissimo funzionario di pubblica sicurezza, in uno studio sui _Fasci dei Lavoratori_ estratto del _Manuale_ del Comm. Astengo, ha raccolto talune odiose calunnie sopra alcuni Presidenti dei _Fasci_, che tolgono valore al suo studio nel resto abbastanza buono.

[8] In Sicilia, secondo i dati statistici recenti comunicatimi gentilmente dal D.r A. Bosco (della Direzione della statistica del regno), nel 1891 c'erano tra gli sposi e le spose 71% di analfabeti e 63% tra i coscritti, in Piemonte invece vi sono analfabeti nella proporzione del 12 e del 16%. In quanto a reati per 100,000 abitanti in Sicilia si ebbero nel 1891 denunzie 28 per omicidio, 359 per lesioni violente e 392 per furti; in Piemonte per le rispettive categorie si ebbero queste cifre; 4, 103, 223. Quanti insegnamenti in questo confronto!

[9] Chi vuole formarsi un'idea adeguata della somiglianza tra le due isole, in quanto a condizioni economico-sociali legga il libro dell'individualista Fournier: _La question agraire en Irlande_ e l'opuscolo del socialista Kautsky: _Irland. kultur-historische Skizze_, Leipzig 1880.

Il parallelo riesce utilissimo per le indicazioni che i casi d'Irlanda somministrano per la soluzione del problema siciliano.

[10] Nel rapporto dei _grandi proprietarî_ di Sicilia a pagine 4 e 5 si legge:

«La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni in capitale, e con un lieve bilancio di sole lire 21.792,585. E a dippiù dessa vi ha arrecato il suo tesoro, accumulato da lunghi secoli, dei beni ecclesiastici e demaniali. Però dessa vi è entrata al tempo stesso povera di opere pubbliche, cioè di mezzi di viabilità di ogni genere, di lavori portuali, e di bonifiche di qualunque natura.

«La censuazione dei beni ecclesiastici, e la vendita di quelli demaniali ha avuto luogo, non a _scopo sociale_, non a sollievo delle classi agricole, ma a fine di _lucro_, e di finanza, e quest'Isola ha dovuto ricomprare le sue terre chiesastiche e demaniali, e allibertare le sue altre proprietà immobiliari, erogandovi la colossale somma di quasi 700 milioni, che sono stati sottratti alla bonifica delle altre sue terre.

«Ed il quarto dei beni ecclesiastici, attribuito dalla legge del 7 luglio 1866 ai comuni dell'Isola, è stato davvero derisorio, giacchè (incredibile a dirsi, ma pure vero) il _valore_ di questi beni a riguardo dei detti comuni, è stato calcolato in base alle vilissime dichiarazioni del clero di Sicilia, per il soddisfo della tassa di manomorta del 4%. E da questo _nominale_ valore sono stati dedotti il 30% attribuito allo Stato giusta la legge del 15 agosto 1867, e dippiù il 4%, di tassa di manomorta, ed un altro 5% per ispese di amministrazione. Però tutte queste deduzioni sono stato ragionate sul _valore effettivo_ dei cennati beni; e sottratte in oltre le pensioni dovute ai membri degli Enti soppressi. Sicchè nulla, o quasi nulla, han percepito sin oggi dopo più che un quarto di secolo, i Comuni del cennato quarto di beni. Anzi il Demanio ha richiesta la restituzione delle poche somme, per tale causa, pagate a qualche Comune.

«Or dietro tanti sacrifici che quest'Isola ha, per virtù di patriottismo, accettati, dessa avea bene il diritto di vedersi equiparata alle altre regioni d'Italia nelle condizioni di viabilità, o di miglioramento di ogni genere.»

Mi associo di tutto cuore alla osservazione del Comitato promotore, che vorrei vedere tenuta nel dovuto conto da coloro che credono nella _generosità_ del governo italiano verso la Sicilia. Però devo notare che la valutazione dei beni dell'asse ecclesiastico fatta dalla relazione dei grandi proprietarî--secondo i dati fornitimi gentilmente dal Comm. Simeone, direttore generale del Demanio--è troppo esagerata.

[11] La media del regno pel 1891 per 100,000 abitanti è di 348 furti, in Sardegna di 846, nel Lazio di 667, in Basilicata di 638, negli Abruzzi di 518, in Sicilia di 398.

[12] Degli effetti del fiscalismo e dell'usura, che producono il grave malcontento dei piccoli e medî proprietarî se ne avrà una idea da questi desolanti dati statistici. Nella provincia sola di Caltanissetta dal 1883 al 1893 si fecero le seguenti espropriazioni: Caltanissetta 3151, Piazza Armerina 2033, Riesi 1648, Butera 1388, Santa Caterina Villarmosa 731, Mazzarino 604, _Castrogiovanni_ 463, Montedoro 500, Valguarnera 432, Resuttano 449, Sommatino 399, Delia 392, Serradifalco 322, Aidone 252, San Cataldo 228, Villalba 228, Niscemi 158, Barrafranca 140, Sutera 136, Vallelunga 116, Acquaviva 46, Pietraperzia 28, Villarosa 29, Marianopoli 10, Campofranco 6. La lista non è completa eppure le espropriazioni del decennio arrivano a 16662! (Dalla _Rivista popolare_ del 31 Dicembre 1893). Nel solo comune di Chiaramonte Gulfi (paese di circa 10000 abitanti nella provincia di Siracusa) nel mese di Dicembre 1893 per conto dell'esattore andarono all'asta 129 piccolissime e medie proprietà. Ho sottolineato la città di Castrogiovanni perchè nonostante il suo vastissimo territorio e i suoi 22000 abitanti, ha avuto, un numero relativamente esiguo di espropriazioni, perchè c'è un certo benessere. _Fu mantenuta sempre la calma e l'ordine._

[13] L'on. Marchese di San Giuliano da _vero uomo di Governo_, nel senso comunemente attribuito a questa frase in Italia, e che sente la responsabilità della politica disastrosa da lui appoggiata dal 1882 al giorno d'oggi, ha tentato scagionare il governo dalle accuse rivoltegli, sostenendo che della depressione economica della Sicilia la colpa del governo è poca o almeno non è quanta glie ne viene attribuita. (_Le condizioni presenti della Sicilia_). La difesa non merita di essere discussa. Alle sue affermazioni, veramente audaci, rispondono i fasti della politica finanziaria, militare e doganale--strettamente connesse alla dinastica politica estera--che trovarono estimatori assai più equi anche tra i più eminenti uomini di governo; tra i quali cito soli i senatori Jacini e Finali, perchè credo, che bastino a controbilanciare l'autorità dell'ex-sottosegretario di Stato per l'agricoltura e commercio.

V.

IL MALCONTENTO TRA I LAVORATORI DELLE MINIERE.

Dei piccoli proprietarî non occorre tener parola. La loro condizione, che peggiora dappertutto, non è diversa in Sicilia di quella che è altrove; essi che hanno minore resistenza da opporre alle cause di depressione economica, sentono che muoiono, che gradatamente vengono gettati tra le file del proletariato. Perciò giustamente cominciano ad essere accessibili alla propaganda socialista, che tra loro riuscirebbe più efficace se il concetto della _lotta di classe_--facilmente frainteso--non li spaventasse, perchè temono che in un momento decisivo i proletarî, non saprebbero fare distinzioni sottili tra grandi e piccoli proprietarî e li voterebbero tutti alla morte[14].

[AZIONE MODERATRICE DEI SOCIALISTI]

Nè occorre intrattenersi del proletariato urbano, poco dissimile per le condizioni economiche da quello del resto d'Italia; inferiore al medesimo nella istruzione, nella coltura, nella compartecipazione alla vita pubblica. I _Fasci dei lavoratori_ delle città,--eccettuato quello di Catania--perciò offrono una minore solidità ed attività di quelli delle campagne, e poco fanno parlare di loro. Così Palermo rimane tranquilla, mentre alle sue porte, a Partinico, a Monreale, a Girardinello è forte l'agitazione; si arresta, si ferisce, si ammazza. Con che non s'intende disconoscere che in questa attitudine non abbia seriamente contribuito la influenza moderatrice che i capi del partito socialista esercitano sulle masse, consci come sono dei danni che verrebbero da un movimento inconsulto: azione altamente moderatrice e non mai abbastanza lodata--sebbene dal Governo del tutto disconosciuta--esercitata pure dal dott. Barbato a Piana dei Greci e dal Verro nelle contrade di Corleone: paesi che senza di questa azione moderatrice avrebbero potuto dare un forte e pericoloso contingente agli ultimi sanguinosi tumulti.

Tristissima è la sorte delle cinquantamila famiglie, che vivono direttamente del lavoro nelle miniere di zolfo. I _reporters_ che hanno visitato l'isola in generale si sono dati alle commoventi descrizioni dei così detti _carusi_, cioè dei giovani dagli 8 ai 20 anni, che sulle loro spalle traggono fuori dalle viscere della terra il minerale da cui si estrae lo zolfo; e lo trasportano attorno ai _calcheroni_, nei quali viene fuso e ridotto in pani; descrizioni, che fanno rassomigliare una zolfara ad una bolgia dantesca coi suoi disgraziati abitatori e che di poco si scostano dal vero.

[I CARUSI]

I _carusi_ hanno formato oggetto di vive discussioni a varie riprese in Italia.

La stampa del continente se ne occupò con interessamento dopo la pubblicazione del libro di Sonnino sui _Contadini in Sicilia_, il quale ne trattò nell'appendice. Quando si cominciò a parlare di legislazione sociale tornarono di moda; e finalmente nel settembre scorso ci fu di nuovo una esplosione di sdegno per le sofferenze di questi lavoratori delle miniere dopo la descrizione fattane dal Rossi della _Tribuna_.

Se sono molte le inesattezze scritte e divulgate sulla durezza del lavoro dei minatori di zolfo, sono assai minori quelle sui _carusi_.

Tra tutte le descrizioni sul lavoro aspro, durissimo, cui sono condannati i _carusi_, rimane, a mio giudizio, più esatta, per quanto elegante e sentimentale, quella datane da Gustavo Chiesi nella _Sicilia Illustrata_. Non mi arrischio di rifarla o di ripeterla perchè a me manca quella vivacità dello stile ch'è necessaria per farne un bozzetto, che per quanto impressionante rimane sempre verista. Mi limito, perciò, ad occuparmi di quella parte delle loro condizioni, che si presta ad essere trattata con l'aridità che mi è abituale.

[LA DURATA DEL LAVORO]

Comincio dalla durata del lavoro. Raramente la giornata di lavoro dei _carusi_ sorpassa le otto ore, come raramente rimane al disotto, mentre quasi mai il _picconiere_ lavora per otto ore, e la sua settimana di lavoro è di quaranta ore.[15]

Quindi sotto questo punto di vista la legge delle otto ore nelle miniere della Sicilia non avrebbe sensibile applicazione e non darebbe gli sperati utili risultati.

I _carusi_, come i _picconieri_, lavorano a cottimo e ricevono una parte maggiore o minore dell'importo della _cassa_ di zolfo, secondo la maggiore o minore distanza dal cantiere della lavorazione al piano d'impostamento presso il _calcherone_, e secondo pure la lunghezza e ripidità della scala. Da queste due condizioni, infatti, dipende il numero dei _viaggi_, che può fare il _caruso_ e la quantità di minerale, che può essere trasportata fuori in una giornata.

[IL SALARIO E L'USURA]

Il salario varia in questo momento dai 40 centesimi alla lira al giorno secondo l'età; ma si avverta, che oggi non che al salario dello _sweating system_ sono ridotti al doloroso sciopero forzato.

L'usura pesa sui _carusi_, come pesa sui _picconieri_, e non è esatto che questi ultimi riversino sui primi la parte che a loro spetta; almeno questo è un caso del tutto eccezionale e che si verifica quando il picconiere è agiato, ha un piccolo capitaluccio e fa lui stesso le anticipazioni in generi al _caruso_. Ma in questo caso, per essere giusti, si deve riconoscere che il picconiere non esercita l'usura in proporzioni superiori a quelle, cui si dovrebbe sottostare ricorrendo alla _bottega_ del padrone-coltivatore.

Si sono esagerate di molto le crudeltà del _picconiere_ contro il _caruso_, che si è voluto dipingere come se fosse assolutamente lo schiavo del primo e su cui avrebbe una specie di diritto di vita e di morte. I rapporti tra _picconieri_ e _carusi_ sono improntati generalmente a quel carattere di durezza, che prevale nelle classi inferiori, specialmente della Sicilia.

Il contadino si crede nel diritto di bastonare la propria moglie e i propri figli; e lo stesso diritto crede di avere il _picconiere_ verso il _caruso_. Non sono rari i casi, poi, in cui il primo mostra una eccezionale dolcezza verso il secondo; e lo liscia, lo carezza, gli regala qualche sigaro e lo porta a bere un bicchiere di vino nei giorni festivi e di domenica. E ciò fa più per convenienza, che per bontà di animo; lo fa per quell'_anticipo_ che gli ha dato e che è stato erroneamente interpretato e dal Sonnino e dal Rossi e da molti altri, che ne hanno scritto.

[RAPPORTI TRA CARUSO E PICCONIERE]

Quando un _caruso_ s'impegna a lavorare con un _picconiere_ riceve da questo una somma, che varia dalle 50 alle 150 lire, secondo l'età e la ricerca che c'è di _carusi_. Questa somma si chiama _anticipo morto_, che non sempre si sconta gradatamente col lavoro quotidiano, ma si restituisce quando il _caruso_ vuole andare a lavorare con un altro picconiere o vuole cambiare mestiere.