Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 26

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Il Prefetto De Rosa, accettando per Vangelo le sciocchezze dei carabinieri di Acquaviva, fa dire a Bosco che denari non ne mancavano, perchè ne venivano dalla Francia, dalla Germania, ecc. Si afferma che Bosco e De Felice lasciarono somme a Balestrate e a Monreale; che una amica di Barbato, aveva accennato a soccorsi francesi; che fossero stati pagati i viaggi di Cottonaro da Valguarnera... Al questore Lucchese risulta che i fondi vengono dall'estero, specialmente dal partito socialista germanico; all'ispettore Marzullo consta che i membri del Comitato erano sovvenuti _largamente_ da mano ignota. Di grosse somme venute dall'estero parla l'ispettore Gallegra; e supera tutti l'ispettore Castellini, che precisa che il denaro col quale Bosco, Barbato e C.i se la scialavano in _pranzi e bagordi_ veniva dalle 32000 lire che De Felice portò dal suo convegno col Cipriani a Marsiglia.

[GLI ACCUSATI SONO NELLA MISERIA]

Che cosa rimase di tali turpissime accuse? Nulla: documenti e testimonianze irrefragabili distrussero la indegna calunnia. Comincio dai piccoli. Consta a me che Cottonaro da Valguarnera era tanto fornito di mezzi, che viaggiava a piedi e mangiava per carità altrui.

Il lusso di Bosco fece ridere tutta Palermo. Lo stesso Bosco in data 11 novembre 1893 scrive a Montalto in Trapani: «Di _mezzi_ noi ne abbiamo _meno di te_; perchè, eccettuato Baucina che paga _solamente_ le passività del giornale, tutti gli altri sono socialisti da burla. Il solo Tasca diede 500 lire per la cassa centrale e 100 per gli arrestati. La cassa centrale serve per le spese di posta e di telegrammi, non indifferenti dati i momenti che attraversiamo.»

Egli vendette alcuni vestiti per potere scappare!

Quanti ne avesse il Montalto si rileva da sue lettere da Palermo a Curatolo. Il 27 maggio 1893 gli scrive:

«Andrò al Congresso di Reggio Emilia _ricorrendo per denaro agli amici_, naturalmente a titolo di prestito.»

E in data del 25 gli aveva scritto: «... le cambiali fatte per sostenere il giornale _Il Mare_ scadono e _non so come far fronte_....»

Ci saranno almeno le 32000 lire date da Cipriani a De Felice. Sì! Cipriani ne aveva tanti quattrini da dare agli altri, che ne chiede a Bensi, il quale gli manda lire 60, sequestrate dalla polizia; ne aveva tanti che domanda _cento_ lire a De Felice.... per venire in Sicilia!

Della calunnia non rimane traccia alcuna; rimane invece assodata questa dolorosa verità: gli accusati sono nella miseria e nella più squallida miseria rimasero le loro famiglie. La calunnia era tanto ignobile, che quando Bosco, accompagnato da un suo amico va a protestare presso il Questore Lucchese contro la voce dell'_oro straniero_, specialmente _francese_, che gli agenti spargevano e che la stampa raccoglieva, il questore ipocrita lo rassicura. L'accusa infine, era tanto falsa, che l'Avvocato fiscale nella sua requisitoria la ritirò, per non coprire di ridicolo sè stesso. Ma la calunnia aveva circolato liberamente per sei lunghi mesi ed aveva fatto la sua opera!

[LA COSPIRAZIONE]

Se l'accusa battè in ritirata su questo punto, insistette maggiormente nella imputazione di cospirazione politica per alcuni e di eccitamento alla guerra civile per tutti; precisamente i reati pei quali furono condannati i socialisti del processo mostruoso.

Furono condannati sì; ma contro ogni norma di diritto e contro tutte le risultanze di fatto.[72]

Anzitutto perchè ci sia la cospirazione, secondo il Codice penale, occorre il concerto stabilito e conchiuso, l'unicità dello scopo, la risoluzione di agire al fine di far sorgere in armi gli abitanti contro i poteri dello Stato e i mezzi idonei per raggiungere lo scopo. Tutto ciò, naturalmente, viene ammesso dall'ordinanza, dalla requisitoria della sentenza.

Esistevano, risultarono del processo questi estremi, che costituiscono la cospirazione? No!

L'esame dei documenti, che l'accusa ritenne decisamente compromettenti, esclude il _concerto stabilito e conchiuso_; e questi documenti vengono rappresentati dalle lettere di Cipriani e di De Felice e dal famoso cifrario.

Cipriani scrive a De Felice: «Se mai _farai o tenterai_ qualche cosa, spero penserai a me.» Avrebbe potuto scrivere ciò se fosse stato a parte di una cospirazione e se cospirazione vi fosse stata?

Cipriani continua: «_Dimmi qualche cosa._» Dunque egli non sa nulla! Cipriani gli annunzia «che sta _sulle spine e che ha bisogno più di frenare se stesso_, anzichè di frenare gli altri.» Non è evidente che De Felice lo aveva pregato di _frenare_ gli altri?

C'è di più. Cipriani domanda a De Felice: «_Perchè non scrivi?_ Eppure se _i giornali non mentiscono_ vi sarebbe di che.» Non prova questo che il più temuto fautore della cospirazione apprende le notizie dai giornali piuttosto che dal complice?

La premura, la diligenza di un altro complice, viene luminosamente dimostrata da questo altro brano di una lettera dello stesso Cipriani a De Felice:

«Scrissi a Bosco e non si è _neanche degnato di rispondermi_. Poverino!» E questa lettera porta la data del 1º gennaio, cioè della vigilia della rivoluzione!

[ACCORDO SINGOLARISSIMO]

Quando si pensa alla importanza assegnata dal processo al Cipriani non si può fare a meno di sorridere pensando all'accordo singolarissimo, che esisteva tra questi non meno singolari cospiratori! Quanto poi i tumulti di Sicilia fossero la conseguenza della coordinata direzione dei cospiratori con non minore evidenza emerge da ciò che il De Felice scrive a una sua amica:

«_Giungono notizie di gravi disordini dalla provincia._» Dunque quei disordini erano per lui cosa nuova; e lo erano ancora il 1º gennaio, quando gliene scrive, provando che non erano stati da lui preparati.

Questo il contenuto dei più terribili documenti dell'accusa: si pensi cosa erano gli altri!

[IL CIFRARIO DI DE FELICE]

Uno ce n'è, però, che mostra le ree intenzioni di De Felice: il cifrario. Sia: De Felice lo compilò per servirsene a fini criminosi. Ma oltre _l'intenzione_, che non è punibile se rimane esclusivamente tale senza un principio di esecuzione, c'è un dato che può giovare all'accusa? Se ne servì mai il suo autore? Mai. Ne fu trovata copia corrispondente presso altri complici? Nessuna. Fu adoperato pei casi di Sicilia? Neppure: De Felice lo lascia a Roma, dove viene sequestrato, dopo ch'era stato arrestato a Palermo.

Se il concerto sfuma, non possono restare _i mezzi idonei_ per raggiungere i fini della cospirazione.

Quali sono _i mezzi idonei e determinati_? Le armi e il denaro.

Che siano indispensabili _i mezzi idonei e determinati_ risulta dai precedenti giudiziari. Il giurì di Bologna nel 1874 assolse Costa e gl'internazionalisti pei moti d'Imola e di Persiceto, perchè fu riconosciuta la inidoneità dei mezzi. Il giurì è di manica larga? Ma il suo responso venne corroborato dalla sentenza della Corte di appello di Trani (18 marzo 1875) relativa ai moti del Barese. Dunque secondo il Codice e secondo la giurisprudenza perchè il reato di cospirazione ci sia occorrono i mezzi idonei: armi e denaro.

[LE ARMI!]

In quanto alle armi, nel nostro caso, le hanno cercate dapertutto e non le hanno mai e in nessun luogo trovate. Il questore Lucchese in un rapporto del 16 dicembre scrive:

«_Il mio studio è rivolto a scovrire dove trovasi un deposito di armi e di materie esplodenti._» Ebbene egli _studia_ ancora e non ha ancora trovato il deposito.

Sappiamo che non è stata più fortunata la polizia nella ricerca del denaro: ha cercato l'_oro francese_, e non ha trovato che la miseria grande onesta dei cospiratori.

E in quanto a questi mezzi idonei e determinati--alle armi e al denaro--la situazione viene brillantemente riassunta da una lettera di Cipriani nella quale egli dice: «_Siamo senza un fucile, senza un centesimo!_»

Qualche cosa, però, trovarono gli agenti della polizia, i magistrati, l'avvocato fiscale, i giudici del tribunale militare: un delegato trova certi pericolosi bastoni bianchi, un altro le _coccarde_ dei socî dei _Fasci_; quello di Monreale trova l'_acqua calda_; l'eroe di Bisacquino scopre un _vetterly_; il comodo e misterioso signor Peter promette armi a De Felice.... già in carcere; l'avvocato fiscale vede i mezzi _nella organizzazione dei lavoratori_.

Contro i battaglioni serrati e contro i cannoni dovevano riuscire efficacissimi tali _mezzi idonei e determinati_; Turpin per distruggere gli eserciti non potrebbe inventarne di più terribili.

[TRIBUNALE SAPIENTE]

Non se ne accontentò che in parte il sapiente Tribunale di guerra--che in fatto di efficacia dei mezzi distruttivi se ne doveva intendere--e sentenziò: «è vana la ricerca delle armi, inutile il provare la mancanza di depositi di armi, vana la ricerca della maggiore o minore vendita di esse, _perchè le risoluzioni si fanno anche senza armi, come s'è visto nei tumulti nei quali combatterono con bastoni e con sassi_.»

Combatterono!

Il Tribunale non poteva mostrarsi più _sapiente_ nelle storiche e politiche discipline confondendo i _tumulti_ con le _rivoluzioni_; inchiniamoci riverenti innanzi a lui e procediamo oltre.

E procediamo oltre concedendo ciò che in verun modo è dimostrato: concediamo che ci sia stata la cospirazione con tutti i suoi estremi: concerto, unità d'intenti, mezzi idonei e determinati per conseguirli. Anche in questo caso nè il processo era giustificabile, nè la condanna era conforme a giustizia secondo i Codici.

Un'alinea dell'art. 134 del Codice Penale stabilisce: «_va esente da pene chi receda dalla cospirazione politica prima che si cominci l'esecuzione del delitto e prima che sia iniziato il procedimento._»

[IL RECESSO DALLA COSPIRAZIONE]

Ora dato che cospirazione ci fosse stata, l'esecuzione non era cominciata per confessione stessa del magistrato ordinario che istruì, e del Tribunale militare che giudicò, poichè non venne imputato agli accasati alcuno degli attentati politici previsti dagli articoli 104, 117, 118, 120 e 128 del Codice penale e vi fu il _recesso_ prima che fosse iniziato il procedimento, col manifesto del 3 gennaio.

L'ordinanza della Camera di Consiglio che sentiva di non potere rinviare i socialisti innanzi il Tribunale militare non considera il manifesto come un _recesso_, ma lo chiama un'_abile ritirata_ e ne adultera il significato considerandolo come un _recesso dall'attentato, giammai dalla cospirazione_, tanto più che gli accusati _sono rimasti più affratellati che prima_.

E che cosa significa recesso _dall'attentato_ se di _attentato_ non furono mai accusati gl'imputati? E perchè non smettere ogni ipocrisia dichiarando con franchezza che lo _affratellamento_ equivale a _cospirazione_? Tali loiolesche distinzioni non possono che disonorare sempre più una magistratura, che ha perduto ogni prestigio e che è venuta meno alla sua funzione, non sapendo che _rendere servigi_ al governo. Il compianto Eula oramai, si affretterebbe sdegnato ad uscirne.

E non si può che disprezzare di più questa magistratura che il _recesso dalla cospirazione_ tramuta capricciosamente in recesso _dall'attentato_ e che il contorcimento illegittimo aggrava colla menzogna, perchè insinua con volgare indeterminatezza di frasi e di pensiero che il manifesto, l'_abile ritirata_, sia stata suggerita dalle energiche misure del governo, dallo Stato di assedio e dall'arrivo delle forze militari.

No, o illustri Iaghi della magistratura: la vostra rimane una menzogna.

Il manifesto precedette la proclamazione dello Stato di assedio e lo sappiamo dalle spie del governo, che ci dissero dell'animata discussione tra De Felice, che voleva favorire il movimento e gli altri membri del Comitato, che volevano e riuscirono a fare accettare al primo il consiglio della calma; il manifesto non potè essere imposto dal timore dell'arrivo delle forze militari, perchè queste non furono in Sicilia che verso la metà di gennaio, quando già gli accusati erano in prigione da parecchi giorni, sotto processo e predestinati alla condanna.

Rimanga dunque a voi tutta l'onta dell'opera vostra o magistrati degni di una istituzione che muore!

Non contenta del contorcimento tormentoso del significato dei fatti, per farli entrare nelle maglie del Codice penale; non contenta del mendacio per togliere ad essi il valore, che non osano negare; la magistratura di Palermo completò l'opera sua colla manifesta contraddizione nelle accuse. Temendo che la preda potesse sfuggirle pel capo della _cospirazione_, le imputa anche lo _eccitamento della guerra civile_.

L'accusa contemporaneamente portata su di alcune delle vittime designate non la esamino dal lato giuridico, poichè qui è evidente che se c'era _cospirazione politica_ non ci potea essere _eccitamento alla guerra civile_: un reato esclude l'altro; ma passando sopra alla contraddizione in cui incorsero e istruttoria, e requisitoria e sentenza che tra i due reati contraddicentesi videro un nesso come tra causa ed effetto, bisogna dimostrare che di _eccitamento alla guerra civile_, da per sè solo, non erano colpevoli gli accusati.

[LA PAROLA RIVOLUZIONE]

Anzitutto, si rilevi che si volle trovare un _substratum_ per l'accusa nelle ripetute dichiarazioni in favore della _rivoluzione_ senza considerare che, dinanzi alla filosofia della storia ed alla politica, questa parola ha un significato ben diverso da quello connesso all'atto materiale, che si compie per rovesciare un governo. Si dicono convinti rivoluzionarî tutti i socialisti marxisti, che rifuggono dai tumulti e dalle violenze; e tali si dicono impunemente nei discorsi, nei giornali, nei libri. Perchè non processare tutti coloro che rivoluzionarî in tale senso si proclamano? E in tale senso il più grande reo in Italia fu Giuseppe Ferrari, che scrisse sinanco la _Filosofia della rivoluzione_ e che invece di essere tradotto sullo sgabello degli accusati, venne innalzato agli onori del Senato, non ancora prostituito.

[BISOGNA AVER FEDE NEL PARLAMENTARISMO]

Nel De Felice non solo si volle colpire il _rivoluzionario_, ma anche colui, che non ha fede nel _parlamentarismo_.

Ciò fecero, perchè i giudici non frequentarono mai Montecitorio; se lo avessero frequentato o non avrebbero imputato a colpa del rappresentante di Catania questa sua mancanza di fede nel parlamentarismo, o avrebbero fatto una retata di deputati di lui più scettici e avrebbero dovuto sopratutto fare il processo alla memoria di Agostino Depretis.

Ma De Felice non è semplicemente questo sereno osservatore del corso degli avvenimenti, che inneggia alla rivoluzione come complemento necessario, fatale, di una serie di trasformazioni economiche, politiche e morali; no, egli ha predicato la rivoluzione materiale e immediata: lo ha fatto a Pedara. Egli a Pedara ripetè i versi popolari:

A rivederci maschere pagate. A rivederci illustri mangiapani, _A rivederci sulle barricate!_

Oh! perchè dunque non si processa l'autore di questi versi incendiarî e si lascia Olindo Guerini ai suoi studî prediletti? perchè non si processa Giosuè Carducci che versi più pericolosi scrisse prima che ponesse piede a Palazzo Madama? Perchè non si allontana dall'insegnamento inteso a formare le madri italiane, Ada Negri, che ha eccitato alla ribellione contro il mondo borghese, _mondo d'oche e di serpenti, mondo vigliacco_? perchè non si mandarono e non si mandano in galera le migliaia d'italiani, che ripeterono e ripetono le fatidiche parole di Beppe Giusti sull'invocato _Dies irae_?

[CASO STRANO...]

Ma vedi caso strano: dovunque vanno i pericolosi eccitatori, dovunque esercitano indiscutibile e forte influenza, ivi si conserva la calma e non viene turbato l'ordine. Dunque eccitarono alla calma! Gli eccitatori, i sobillatori hanno pronunziato centinaia di discorsi; ma non si trova da incriminare che quello di Casteltermini, per cui la Camera di Consiglio del Tribunale penale di Girgenti non trovò luogo a procedere, e l'altro di Pedara... pei versi dello Stecchetti. E chiunque ha parlato alle masse, improvvisando, forse anche Rugero Bonghi--non si dica poi se parla Francesco Crispi--raramente evita gli scatti improvvisi, le frasi roventi, gli appelli all'azione energica salutare, necessaria. E l'applauso caloroso, sincero, spontaneo che accoglie le parole vibrate dell'oratore lo eccitano, lo trascinano irresistibilmente verso maggiore accentuazione di frasi. Solo i magistrati italiani ignorano questi elementi notissimi di psicologia popolare e questi fenomeni di contagio psichico, che talora trascinano i più miti.

Si svolgono numerosi i processi innanzi i Tribunali militari e fra tanti sobillatori non se ne trovano che due soli socialisti, aderenti o dirigenti il moto dei _Fasci_: l'avv. Sparti a Misilmeri, che fu assolto; B. Verro per Lercara, che venne condannato colle prove che furono esposte nel precedente capitolo.

La connessione diretta tra lo eccitamento dei sobillatori e i moti di Sicilia si volle maggiormente riconoscere nell'azione di De Felice, e con una smemorataggine sorprendente si dimenticò che il colpevole nel periodo più agitato e dei più frequenti tumulti, dal 20 Novembre al 28 Dicembre, non si mosse da Roma.

[I MANIFESTI]

E c'è di più. Il manifesto del Comitato centrale col quale si consiglia la calma non è atto isolato o semplicemente palese e destinato ad ingannare le vigili autorità politiche; no, dal processo risulta che altri manifesti precedettero il primo e nello stesso senso e che le lettere private sono inspirate agli stessi sensi.

L. Macchi, vice presidente del _Fascio_ di Catania, ritenuto il più fedele interprete di De Felice, in data del 31 Dicembre, prima della riunione del Comitato, aveva diramato questa lettera caratteristica:

FASCIO DEI LAVORATORI Catania, 31 dicembre 1893.

CATANIA

_Egregio Compagno,_

L'inaugurazione del _Magazzino Cooperativo della Scuola Industriale_ è stata rimandata alla seconda domenica di gennaio.

Il presidente mi scrive da Palermo che egli deve fermarsi sino a tutto il giorno 3 in quella città, in seguito ai deplorevoli e dolorosi fatti accaduti in diversi Comuni della Sicilia.

Dopo la riunione del Comitato, egli sarà qui e stabiliremo tutto di accordo con lui.

Colgo quest'occasione, intanto, per pregarvi, anche a suo nome, avendomene egli dato speciale incarico, di consigliare a tutti la calma più assoluta.

Come vedete, sono moti dovuti alla fame ed all'influenza dei partiti locali, non agl'ideali, e il Fascio dei lavoratori di Catania non può che sconsigliare moti incomposti.

_Compagni,_

Siate calmi! È questo il momento di dimostrare all'Italia che noi siamo tutt'altro che sobillatori.

Il Vice Presidente _Luigi Macchi_.

E in una lettera di Cipriani a De Felice si legge: «fa, _come consigli_ nella tua lettera, di evitare scatti inopportuni, le generali impazienze, le manifestazioni intempestive.»

Come i magistrati, l'avvocato fiscale e il Tribunale militare che ripetutamente _supposero_ ciò che _aveva dovuto_ scrivere De Felice a Cipriani, non si accorsero--qui, che la cosa era evidente--che De Felice aveva _sconsigliato_ quegli avvenimenti di cui si volle renderlo responsabile?

[IL MANIFESTO DEL 3 GENNAIO]

Da tutto ciò emerge che il manifesto del 3 gennaio nè era un atto isolato, nè una manifestazione pubblica intesa a mascherare macchinazioni segrete: il consiglio alla calma rispondeva a tutto il metodo adottato ed era stato manifestato in pubblico e nelle lettere intime più efficaci, perchè non si vede in esse alcun _arriere pensèe_.[73]

[NON SI RAGGIUNSE L'INTENTO]

Per quanto sinceri e ripetuti, questi consigli alla calma e non all'eccitamento, certo è che essi non raggiunsero l'intento e che furono accompagnati o seguiti dai noti tumulti. Ma si potrà renderne responsabili coloro che li biasimarono? Ciò è semplicemente enorme; e si troverà più enorme il fatto quando si penserà alla minima responsabilità diretta dei _Fasci_, dimostrata in un precedente capitolo, che fa supporre dovere essere nulla o incalcolabile quella del _Comitato centrale_, che poca o nessuna azione esercitava in molti punti e su quei _Fasci_ nati da recente, male organizzati, acefali o in via di dissoluzione, che parteciparono ai tumulti.

Fosse pure stata energica ed indiscussa la influenza esercitata dal _Comitato centrale_ sui _Fasci_ e sulle masse non si può menomamente renderlo responsabile di ciò che avvenne, perchè è noto che quando esistono certe condizioni di animo e certe altre cause efficienti le parole più autorevoli non vengono, non possono venire ascoltate. Chi, come opportunamente ricordò De Felice, più adorato di Garibaldi dai suoi volontarî? Eppure egli impone alle sue schiere--e chi scrive ebbe la fortuna di trovarsi vicino a lui sulla spianata di Aspromonte e rammenta il tono imperioso e solenne della sua voce--di _non far fuoco_ nel caso che venissero attaccati dalle truppe del Generale Pallavicini, e non viene ubbidito. Non poteva esserlo; perchè era umano che chi aveva il fucile in mano lo adoperasse contro l'aggressore: l'istinto supremo della propria conservazione lo esigeva o spiegava la disubbidienza verso l'idolo dei volontari che avevano preso per divisa: _o Roma o morte_.

Uguale fatalità s'imponeva in Sicilia: i consigli alla calma non furono ascoltati, perchè date le condizioni delle masse, non potevano esserlo. C'erano altri e più poderosi agenti di _sobillazione_, che non permettevano fosse ascoltata la voce dei socialisti coscienti; il grido degli affamati, degli oppressi, dei malcontenti la copriva.

[I VERI SOBILLATORI]

Quali fossero le cause vere della sobillazione era noto ai magistrati, all'avvocato fiscale, al Tribunale, al Re, oltre che ai suoi ministri responsabili.

Il Re, nel ricevere la commissione parlamentare a Capo d'anno, aveva manifestato il suo dolore per le sofferenze del popolo siciliano _sobrio, nobile, generoso_ derivanti dalla crisi agraria.... Il colonnello Pittaluga, un valoroso dei _Mille_, aveva saputo discernere tra responsabilità politica e responsabilità giuridica dell'on. De Felice, e aveva saputo additare le cause complesse--precipua quella economica--«che avevano acuito la sensibilità nervosa del popolo, rendendolo pronto all'incendio, come il filo elettrico è pronto a ricevere la scintilla». Gli odî e le ire dei partiti locali erano comparsi sulla scena in modo ineccepibile nei singoli processi e per numerose testimonianze nel _processo mostruoso_. La sentenza che chiude mostruosamente il processo De Felice e C.i riconosce «che le popolazioni erano incolte, impoverite: i lavoratori rozzi, ignoranti, abbrutiti dalla miseria.....»; questa stessa sentenza, infine, constata «che le masse spinte alla guerra civile _non avevano senso politico_, agognavano il benessere, _tanto vero_ che portavano i ritratti dei sovrani ed erano tenute allo scuro del fine ultimo dei cospiratori e _non si ebbe un solo grido, che accennasse ad abbattere i poteri dello stato_».

Dopo queste testimonianze, confessioni e constatazioni, con quale logica, con quale lealtà, con quale senso di giustizia si fece risalire la responsabilità dei moti _apolitici_, ad una organizzazione e ad un Comitato essenzialmente politico, la cui azione non fu dimostrata in verun dei singoli fatti dolorosi, che funestarono la Sicilia?

[LOGICA OTTENTOTTA]

Eppure si condannano gli accusati! E il Tribunale di guerra condanna tagliando colla spada tutte le più gravi quistioni giuridiche, respingendo tutte le pregiudiziali sollevate, quantunque convinto che solo _alcune_ di esse non avevano fondamento. Dunque lo avevano le altre? E il Tribunale di guerra condanna colla logica ottentotta che si può riconoscere in questo brano della sentenza: De Felice e C.i volevano avvalersi del disagio economico, delle cattive amministrazioni locali, dell'istintivo odio dei lavoratori contro i proprietari; e la loro intenzione si argomenta dalla costituzione dei _Fasci_!