Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 27
E difatti, che bisogno avevasi di costituire i _Fasci_ «quando avrebbero potuto servirsi, pel vantaggio dei lavoratori, delle società operaie esistenti?» Sono parole testuali della sentenza! E il Tribunale di guerra condanna avvolgendosi in una serie inestricabile di contraddizioni giuridiche e di violazioni della legge e sostituendo alle prove le supposizioni e le gratuite asserzioni; affermando _pienamente constatate tutte le accuse_, ritenendo che i capi dei fasci erano facinorosi disposti a tutto, creando di sana pianta un _Comitato esecutivo dei Fasci_ quale emanazione diretta dal Comitato centrale, stabilendo che _programma_ dei _Fasci_ era la rivolta e la guerra civile, e che c'era l'ordine _diretto_ del Comitato centrale di far sollevare in maggio le masse preparate e pronte!
[L'ORDINE DI CONDANNARE]
Questa sentenza è al disotto di ogni discussione e disonorerebbe qualunque magistrato, anche dei peggiori tempi della servitù: il Tribunale militare potè emetterla, perchè la disciplina nell'esercito sostituisce tutto: prove, ragionamenti, giustizia; e il Tribunale dovette ricevere l'ordine di condannare. Dovette essere ben grande l'amarezza di G. De Felice nel sentirsi condannare da un Tribunale militare _italiano_, quando era stato assolto il suo antenato, che portava il suo stesso nome, dal Tribunale statario _borbonico_ sedente in Siracusa nel 1837 e sotto il regime dello Stato di assedio! Ma allora in Sicilia comandava Del Carretto: oggi in Italia governa Francesco Crispi.....[74]
[LA VERA COLPEVOLE]
Questa sentenza che chiude il processo mostruoso è tale che la Suprema Corte di Cassazione non sapendo, non volendo o non potendo riformarla ed annullarla l'addita all'amnistia. La quale non potrebbe e non dovrebbe farsi attendere, non già nell'interesse dei condannati, ma in quello dei giudici, delle istituzioni e della società borghese. È la borghesia la vera colpevole di questo processo ed a suo beneficio l'amnistia dovrebbe venire.
E infatti questo Tribunale militare, secondo la profonda osservazione di Barbato _doveva lealmente_ condannare per dare il suo contributo a ciò che crede sacro e immortale, e che pur si sfascia e muore.
È questo organismo in isfacelo, che per istinto di conservazione attacca e condanna l'idea avversaria in tutti i suoi gradi di esplicazione, in tutte le forme sotto le quali si manifesta, particolari e generali, teoriche e pratiche. Si vuol colpire l'idea nemica, infatti, e nella esplicazione generica dello affratellamento dei sodalizî dei lavoratori e nel patto di Corleone; si vuol colpire l'idea giudicando criminoso il programma dei _Fasci_ e l'arma dello sciopero, che esso ingenuamente credette legittima; e che tutto ciò si abbia voluto colpire lo dice la sentenza, la quale si scandalizza che nei discorsi degli accusati «si spiegavano le teorie del socialismo e si propugnava l'emancipazione morale e materiale dei lavoratori».
[NON IL CRIMINE MA IL PENSIERO]
Di questa confessione bisogna lodare i giudici, che si ricordarono di essere militari e vollero chiarirsi leali facendo conoscere almeno le loro intenzioni ed avvisando gl'italiani contristati che nel _processo mostruoso_ non si ricercarono e si condannarono i fatti costituenti il crimine, ma il pensiero, le idee, le tendenze nuove in nome e in difesa del presente, che passa e lotta contro il futuro, che irresistibilmente diviene.
La tristezza dell'animo in chi si fa a riandare le vicende e l'esito del processo mostruoso non viene temperata che dalle letture delle dichiarazioni e delle autodifese degli accusati, che seppero elevarsi nelle sfere serene della filosofia della storia: che ammoniscono i giudici sulla fatalità degli avvenimenti; che infusero in tutti la coscienza di un avvenire migliore per equa distribuzione di ricchezze; che seppero rendere simpatica la propria causa anche a coloro, che da principio più fieramente l'avversavano. Ed è meraviglioso, a questo proposito, che seppe farsi ascoltare con benevolenza il Gulì, che fece la difesa dell'ideale anarchico nel momento in cui l'anarchia era più odiosa ed odiata.
[L'IMPRESSIONE DELLA SENTENZA]
Le conseguenze immediate della sentenza avrebbero dovuto fare ravvedere qualunque governo meno cieco e meno votato alla reazione che non sia il _libero_ governo costituzionale d'Italia. In Palermo dove l'ambiente era dapprima più avverso agli accusati la impressione fu profonda e generale.
Tutte le forze militari disponibili furono spiegate per mantenere in freno la popolazione fremente; fu vietato l'accesso al pubblico nella sala del Tribunale, e i condannati sotto scorta numerosa furono fatti uscire da una porta ignorata, dalla quale uscirono pure i giudici per sottrarsi ad inevitabili e gravi manifestazioni di biasimo. Questi giudici, che furtivamente si allontanano dal Tribunale, non si direbbe che si sentono rei? Il colonnello Giussani divenuto inviso, fu ripetutamente fischiato, e lo si allontanò per un po' da Palermo.
La polizia impose che si tenessero aperti i negozî che si sapeva si sarebbero chiusi in segno di protesta; ma l'Università venne chiusa; alle grandi prigioni avvennero dimostrazioni notturne, e canto di inni ch'erano un saluto ai prigioneri che ascoltavano; in teatro si va coi garofani rossi all'occhiello e si fa dal pubblico una di quelle mute proteste, che solo Palermo sa fare, uscendo in massa ad un dato segnale.
[AURELIO DRAGO]
E il pensiero e il sentimento della gioventù si riassume nel simpatico episodio del baldo e intelligente Aurelio Drago, che fu condannato dal Tribunale di guerra a sei mesi di carcere, perchè il giorno della sentenza, si fece innanzi alla truppa mentre passavano i condannati, ed impose all'ufficiale: _Scopritevi! oggi è giorno di lutto per la libertà!_
In Italia non fu minore la impressione; e fu vivissima se si tiene conto dell'infrollimento, dello accasciamento degli italiani. Non si trovarono giornali, compresi gli ufficiosi, che poterono lodare o giustificare giudici e sentenza; e tutti manifestarono lo stupore, il rammarico la indignazione. Innumerevoli e vivaci furono le proteste e agitazioni; i condannati venne deciso, che verrebbero portati dapertutto nelle elezioni comunali e provinciali: De Felice e Petrina vennero già eletti in Messina con una splendidissima votazione, sotto il regime dello stato di assedio! e Bosco e gli altri, benchè non fossero nelle liste, ottennero moltissimi voti.
Riuscirà il governo ad arrestare queste proteste coi minacciati processi per apologia di reato contro coloro che propugneranno le candidature dei condannati? Se pur riuscisse la enormità e novità del procedimento rivelerebbe l'anormalità e il pericolo della situazione!
Il processo ai socialisti, che si è trasformato in processo al governo ed alle classi dirigenti e che ha servito alla più vigorosa e larga propaganda del socialismo avrà pure conseguenze che sorpasseranno quelle del primo momento.
Previdi nella prima edizione che immediatamente si sarebbe avuto aumento di malandrinaggio e di odio fra le classi sociali sottolineate da qualche schiopettata per vendetta, aumento di miseria fra i lavoratori e di dissesto nelle finanze comunali; e sinora le tristi previsioni si sono avverate.
In quanto al resto, alla quistione politica generale i più avveduti sanno e sentono che il socialismo non muore; che esso risorse più forte e più vigoroso in Francia all'indomani del trionfo di una reazione; risorse sempre dopo che se n'erano cantati i funerali. E risorgerà in Sicilia dove la corrente scientifica, dei professori e dei giovani delle Università, che agiscono per altruismo, si fonderà coll'elemento di azione, coi contadini e cogli operai che agiscono per soddisfare impellenti bisogni e che hanno già acquistato coscienza, sebbene vaga, dei diritti e della forza propria.
[IN NOME DEL RE]
E tristi conseguenze si avranno inoltre dagli ultimi avvenimenti: nel popolo si sarà fatto strada la convinzione che i metodi del regime borbonico continuano, e si sarà perduta la fiducia nei mezzi legali, mentre il socialismo dinastico avrà fatto il suo tempo e non troverà che sorrisi di scherno. Oh! non si vedranno più nelle sale delle associazioni i ritratti del Re e della Regina accanto alla immagine di Cristo! E i contadini non reclameranno più _pane e giustizia_ al grido: _Viva il Re!_ dopo la esperienza che in nome del Re non si dette loro che piombo, manette e domicilio coatto.
[PROBABILITÀ DI UNA JACQUERIE]
Il popolo in Sicilia per un periodo non breve ha avuto la forza e il potere nelle mani; ha devastato qualche volta i beni di coloro che crede a torto o sono realmente suoi nemici, ma ne ha rispettato le persone e non si è vendicato sulla loro vita. Sarà altrettanto mite altravolta? Sarebbe desiderabilissimo che lo fosse e sarebbe anche vantaggioso pel popolo stesso; ma qua e là, nelle grotte che servono di abitazioni, nei sotteranei delle miniere, nei _tukul_ sparsi per la campagna si sentono sommessi e compressi accenti d'ira, che fanno paura. Chi conosce la situazione confessa che è probabile lo scoppio di una vera _Jacquerie_ e presente che i lavoratori in un dato momento prenderanno alla lettera il ritornello del poeta catanese _e falceran le teste a lor signori_!
NOTE:
[68] Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse: Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier l'altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici francesi!--Impossibile! risposi secco e risoluto.--E l'amico mio di rimando:--L'ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette all'arresto e alla perquisizione!--E ci volle la smentita recisa degli avvocati Marchesano e Crimaudo, che all'uno e all'altra avevano assistito, per convincerlo che l'ufficiale dei carabinieri aveva mentito.
[69] Devo alla cortesia dell'egregio stenografo, sigr. Francesco Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla redazione del _Giornale di Sicilia_ molto materiale che mi è servito per questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.
[70] Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia siano _profondi_ nelle discipline economiche!
[71] In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune cartucce, ch'erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d'onde venne, credo un Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.
[72] Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente, della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria dell'Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.
[73] Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale sdegnosamente protestava contro le _calunnie borghesi_, che attribuivano al Comitato centrale i tumulti.
[74] Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e non l'uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti, rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; la _complicità in eccitamento alla guerra civile_ fondata sulla formazione dei _Fasci_ dei lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplice _possibilità di prevedere_ i disordini lamentati nell'isola, creandosi così una _complicità colposa_; dichiarati quelli complici in eccitamento alla guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori dello eccitamento, creandosi così una _complicità senza una reità principale_; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così l'eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all'insurrezione, e _trasformando in un delitto politico un delitto contro l'ordine pubblico_: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza di chi vivamente e attivamente desiderò un'avvenire migliore alla classe dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di aver _voluto_, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un magistrato dichiaratosi incompetente, in una causa colla quale agli imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l'ausilio della difesa civile, facendosi al Codice penale per l'esercito del libero e civile Regno d'Italia l'ingiuria di supporre che avesse negato quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»
Così l'Impallomeni. (pag. 4).
XXIII.
L'OPERA CIVILE DEL GENERALE MORRA
Di ciò che si è fatto in Sicilia--dal giorno della proclamazione dello Stato di assedio in poi--risponde politicamente il ministero; ma la responsabilità diretta, materiale e morale, spetta al generale Morra di Lavriano e della Montà.
Se i poteri del Regio Commissario straordinario fossero durati poco tempo--pel solo tempo necessario ad assicurare l'opera del ristabilimento materiale dell'ordine--è assai probabile, che sul di lui conto non ci sarebbe stato molto da ridire e si sarebbero soltanto ricordate le sue benemerenze, siano pure immeritate ed immaginarie; ma la durata eccessiva e la estensione stessa dei poteri che gli erano stati accordati, fecero sperare, autorizzarono anzi, ad aspettare da lui, oltre la repressione, un'opera eminentemente civile d'iniziamento, se non altro, di restaurazione morale, di giustizia politico-amministrativa, di miglioramento economico della condizione dei lavoratori.
[BIASIMO E DISONORE]
A quest'opera il generale Morra venne meno completamente, e la sua azione invece fu talmente diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto essere, ch'egli ne raccolse larga messe di biasimo e di disonore.
Il giudizio severo non solo viene giustificato dallo esame dei fatti imputabili al Commissario, ma sopratutto dal sistema prezioso dei paragoni, dal confronto con ciò che persona di grado uguale al suo ha dichiarato che avrebbe fatto se fosse rimasto al suo posto; dal confronto di ciò che altri ha fatto realmente in analoghe condizioni dolorose.
Ciò che si avrebbe dovuto e potuto fare in Sicilia venne detto dal generale Corsi, che col comando del XII Corpo di armata trasmise i poteri militari al generale Morra.
Certamente non sarò io che troverò tutto da lodare e crederò che possa in tutto soddisfare ciò che espone il generale Corsi, in quanto a riforme economiche, amministrative, politiche e morali da attuarsi immediatamente in Sicilia, (p. 356 e 357): nè dimenticherò che egli, conservatore, non vede con simpatia tutto ciò che sa di libertà, e non nasconderò che egli ha idee erronee sullo sciopero e sui rapporti economici che possono correre tra lavoratori e proprietari e sui modi di trasformarli e di migliorarli.
[IL PROGRAMMA DEL GENERALE CORSI]
Bisogna, però, riconoscere che non ostante i suoi errori e i suoi pregiudizî il generale Corsi era animato da uno squisito senso di umanità e di equità. Se ne giudichi da questo brano del suo libro, che sembra precisamente il programma di azione immediata di un generale italiano, munito di poteri straordinarî e mandato in una regione per ristabilirvi l'ordine materiale e morale ad un tempo: «La suprema autorità militare nell'isola--egli scrive--tutto ben ponderato, aveva compreso sin dal primo momento che l'opera sua doveva essere sopratutto e in sommo grado _civile_, cioè di pacificazione e concordia tra le classi sociali, che gli agitatori (?) traevano a nimicizia. Quei tanti ufficiali, che si spandeano pei paesi dovevano essere altamente pacieri, apostoli di fratellanza tra genti divise, che si guardavano in cagnesco, esigenti gli uni, ripugnanti gli altri; dovevano mantenersi rigorosamente neutrali, benigni con tutti, di modo che non sembrasse che le truppe fossero adoperate a sostegno degli interessi dei possidenti e contro le giuste rivendicazioni dei proletarî.
«Dovevano insomma far la parte, che avrebbero dovuto fare i buoni cittadini se avessero saputo, o potuto, o voluto farla.» (_Sicilia_ p. 366 e 367).
Questi nobili intendimenti del generale Corsi erano conosciuti _in alto_ e avrebbero dovuto indicarlo come Regio Commissario straordinario, se in Sicilia davvero si avesse voluto fare opera civile di pacificazione e di giustizia! Si dirà che al Corsi non vennero affidati i pieni poteri, precisamente perchè il suo onesto pensiero era conosciuto?
[IL PROGRAMMA DEL GENERALE MORRA]
Non voglio divagare nel campo delle ipotesi, che potrebbero riuscire di disdoro a chicchessia: ma che tale ipotesi abbia qualche fondamento si può argomentarlo dalla denunzia--fatta dall'on. Saporito-Ricca--della citata circolare dell'antico Comandante del XII Corpo di armata, nella quale si prescriveva di non adoperare le armi contro nessuno in nessuna occasione. Certo è poi, che il generale Morra adottò e svolse un programma del tutto opposto a quello del suo predecessore: programma di odio, come per rinfocolare quello grande già esistente: programma d'iniquità, parteggiando per i proprietarî e per le classi dirigenti contro i lavoratori.
[UN GIUDIZIO DELLA "TRIBUNA"]
Esagero, calunnio? Si ascolti non la mia, ma la voce del giornale ufficioso più autorevole che ci sia in Italia e che nella sua amarezza lascia comprendere che se _in alto_ si è soddisfatti dell'opera soldatesca del generale Morra, nelle sfere ministeriali, invece si è assai malcontenti della sua opera _civile_. «Il paese--dice la _Tribuna_--attendeva da lui un principio di pacificazione. Era in condizioni di ottenerla. Tutte le vie gli erano aperte: autorità altissima, eccezionale, senza opposizioni burocratiche, senza difficoltà e opposizioni locali, perchè i Consigli comunali erano o sciolti o in sua potestà: con un popolo in parte fatto docile dai suoi soldati, in parte dal lato dei proprietari, ancora sotto la paura delle recenti ribellioni, il generale Morra poteva mettersi in mezzo, arbitro e paciere, e svolgere tutto un programma di trattative e di accordi.
«Hanno detto che il male maggiore della Sicilia era la tirannia dei subbaffitti, contro la quale ferocemente i contadini si ribellavano: ed egli poteva e doveva andare man mano sui luoghi e istituire Commissioni di probiviri e veder di comporre, di accomodare, di migliorare i contratti agrari.
«Egli doveva e poteva percorrere l'Isola città per città, paese per paese, studiare le ragioni particolari di avversione, di opposizione, le cagioni dalle quali le ribellioni, gli incendi, le uccisioni erano scaturite, e udire, e prendere consigli e rimediarvi e provvedere.
«Era questa opera nobile e santa.»
* * * * *
«L'ha compiuta; ha tentato neppure di compierla il generale-dittatore?
«Imponiamoci, guardando alle cose siciliane, una doverosa serenità; facciamo un bilancio spassionato delle condizioni dell'isola.
«L'ordine è ristabilito in Sicilia; era difficile ottenerlo senza che la libertà dovesse coprirsi d'un velo.
* * * * *
«Ma la questione siciliana non era soltanto contenuta in questa semplice enunciazione: ristabilire l'ordine materialmente.
«Conveniva e conviene rimuovere le cause dei tumulti siciliani, le quali ormai sono note; conveniva e conviene migliorare le condizioni dei lavoratori siciliani.
* * * * *
«Ma questo è avvenuto, che come il generale Morra si è manifestato impari alla missione che gli era stata affidata, così questa legge dei latifondi siciliani è rimasta indiscussa per la chiusura della Camera.
«E la questione della tranquillità pubblica in Sicilia è rimasta risolta solamente a mezzo.
«L'ordine regna in Sicilia, ma un po' come a Varsavia. Le popolazioni sono quiete, ma attendono ancora che siano mantenute le promesse del Governo intorno al miglioramento delle condizioni dei contadini.» (n. 194, 15 luglio 1894).
[MORRA NON VOLLE FARE]
Ho voluto riprodurre quasi integralmente questo giudizio, che venendo da un giornale tanto temperato e quasi assiduamente laudatore del governo di Francesco Crispi, (assai lodato nello stesso articolo) non può essere menomamente sospettato di partigiana avversione contro il generale Morra e riesce perciò assolutamente caratteristico. E il generale Morra va tanto più severamente biasimato per quello che non ha fatto, in quanto che i poteri veramente straordinarî che gli vennero accordati e dei quali usò ed abusò, sconfinarono sino ad assumere facoltà legislative--come venne rilevato, con parole severe di biasimo, dal Prof. Brusa (_Della giustizia_ ecc. p. 14).
Egli _molto_ poteva, e _se nulla_ fece, segno è che non volle o non seppe fare. E in quanto al saper fare, si avverta che consigli opportuni e suggerimenti adatti alle circostanze del momento, richiesti o spontanei, non gli mancarono: dunque non volle!
L'opera _civile_ del generale Morra dissi che risulta veramente deplorevole non solo dal confronto col programma del generale Corsi e dalle deluse speranze su ciò che si poteva attenderne; ma anche e sopratutto dal paragone con ciò che ha fatto il generale Heusch in Lunigiana in condizioni analoghe e con poteri uguali.
[UN PARAGONE DI CAVALLOTTI]
Questo paragone venne fatto, con quello squisito senso artistico che gli è proprio, dall'on. Cavallotti: il quale nella tornata del 25 maggio della Camera dei Deputati, in mezzo alla più viva attenzione dei suoi colleghi al seguente richiamo del _Presidente_:--«Onorevole Cavallotti, le ripeto di moderare le sue parole. Ella fa requisitorie che non hanno ragione d'essere, e stabilisce coincidenze che proprio non hanno fondamento.»--
Rispose:
«Io non faccio requisitorie, racconto fatti, e non ne parlerei se essi non fossero come il commento di tutta l'opera del generale Morra, troppo diversa da quella del suo collega della Lunigiana. A me, di cui non può essere sospetta la parola; a me, che ritengo illegittimi, perchè non conferiti da nessuna legge i poteri di entrambi i commissarî straordinarî, a me è debito di giustizia, d'altronde già resa dal sentimento pubblico, il riconoscere tra i due la differenza che passa tra chi non si è reso nessun conto del suo mandato e chi, soldato di cuore, investito di dolorosa consegna ha saputo dal male cavare un bene, e profittarne per fare opera di cuore. Invece di farsi compatire coi decreti allegri sulla proroga delle cambiali, invece di appartarsi dal paese e dalla vita delle classi popolari, invece di passare tutti i santi giorni nei salotti dell'aristocrazia a far la vita galante e il cicisbeo alle signore».... Qui il Presidente interrompe con un nuovo richiamo.