Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 22

Chapter 223,303 wordsPublic domain

Lombardino era soldato, e al 2 gennaio trovavasi in licenza nella sua natia Gibellina. Un solo soldato del 10º fanteria, certo Corsi, disse di averlo conosciuto tra i tumultuanti, che tentarono di disarmarlo. Il Corsi evidentemente era in buona fede; ma potè ingannarsi in un momento di eccitamento eccezionale e fra migliaia di persone, che lo circondavano e lo investivano, fra tante fisonomie tutte a lui sconosciute. Era facilissimo l'errore, perchè Lombardino rassomigliava molto ad un certo Panzarella--proprio uno degli uccisi!--e la rassomiglianza era tale che una volta gli procurò un arresto per espiare una colpa commessa dal Panzarella.

Lombardino si protesta innocente con voce e con gesti, che commovono gli astanti e il suo difensore l'egregio e buon capitano Piccoli, fece sforzi eroici per salvarlo. Lombardino aveva citato parecchi testimoni a sua difesa per provare l'_alibi_; ma una donna viene condotta in camera di sicurezza e minacciata di processo per falsa testimonianza, perchè aveva deposto a favore dell'imputato. Tre altri testimoni, che possono provare l'_alibi_ sono assenti e il Tribunale respinge il rinvio richiesto con calore dalla difesa; e lo respinge quando su Lombardino pesava l'accusa di _alto tradimento_,--sulla fede di un solo testimonio--che viene punita colla fucilazione!

Il Tribunale, però, se è inesorabile non manca di umanità e trova modo di escludere l'_alto tradimento_ e condanna a 20 anni di reclusione. Lombardino, che aveva pianto e protestato durante l'udienza, quando sentì pronunziare la condanna a ciglio asciutto esclamò: _per quanto è vero Iddio sono innocente!_ e chinò il capo e non profferì più una parola. Il capitano Piccoli si dette dei pugni sulla testa.

Perchè fu così inesorabile e ingiusto il Tribunale? Ecco qua: era uno dei primi processi; non bisognava discreditare le istruttorie; si doveva dare un esempio; si trattava di un soldato... Eppoi, eppoi... Lombardino era stato dal rapporto dei carabinieri di Gibellina designato come _individuo sospetto_... perchè nulla tenente. Oh milioni di proletarî d'Italia: voi siete _sospetti perchè nulla tenenti_, onde la galera è per voi!

[IL PROCESSO CURATOLO]

L'ultimo tra i processi minori, di cui giova intrattenersi è quello del Prof. Vincenzo Curatolo da Trapani. Il Curatolo, intimo del compianto deputato Friscia, fu tra i primi ad iniziare nel 1870 la propaganda socialista in Sicilia sia coi giornali, sia coi tentativi di associazione; l'averla continuata con ardore all'indomani della Comune lo rese oltremodo inviso alla borghesia di Trapani; egli però non si lasciò mai imporre dall'odio dei potenti, nè scoraggiare dalla pochezza dei risultati e rimase sulla breccia sino a tanto che negli ultimi tempi, insieme al Montalto, riuscì ad organizzare un vero partito socialista nella sua città natia. In Consiglio Provinciale rappresentava la vicina Paceco, dove aveva interessi e amici numerosissimi.

Nel periodo dei tumulti, fu dei più attivi nel frenarli e nell'arrestare le conseguenze del contagio psichico e nei giorni 1 e 2 gennaio il Prefetto Palomba, preso da tale spavento che lo fece piangere innanzi a diverse persone, lo richiese di consiglio e di aiuto, e della sua opera pacificatrice si disse lieto e grato. Questa circostanza risulta dal rapporto di chi lo denunziò e dalla sentenza.

[LA BRAVATA DI UN ISPETTORE DI P. S.]

Il 3 gennaio l'Ispettore di Pubblica sicurezza Rinaldi lo invita a recarsi nel di lui ufficio; ma Curatolo rispose sdegnoso di non aver nulla da fare con l'Ispettore. L'indomani l'Ispettore si vendica del rifiuto arrestandolo, chiudendone la farmacia e trattenendone la chiave per dodici giorni. E l'Ispettore arrestandolo non nasconde che ciò fa pel rifiuto e di averlo punito siffattamente ancora si vanta!

La Camera di Consiglio non ebbe il coraggio di legittimare l'arresto una prima volta; si limitò invece a secondare la proposta del Pubblico ministero di rinviare la legittimazione dell'arresto ad un altro mese aspettando che si potessero rinvenire gli elementi di colpabilità sino allora mancanti. Trascorso il mese, sulla base degli stessi elementi negativi, la Camera di Consiglio del Tribunale Penale lo rinviava al Tribunale di guerra di Trapani.

Il giorno 12 Marzo doveva trattarsi la causa; ma fu rinviata, sicuramente per pressioni dell'autorità politica, perchè l'avvocato fiscale Cav. Anastasi aveva detto che egli non trovava alcun elemento che sorreggesse l'accusa ed il Presidente del Tribunale di guerra Colonnello Bussolino--quello stesso che staffilò a sangue la magistratura ordinaria--aveva detto pubblicamente essere sicura l'assoluzione dell'imputato.

[SETTE ANNI DI RECLUSIONE]

Innanzi al Tribunale di guerra la causa si trattò il giorno 20 marzo con un personale tutto diverso, a cui, affermavasi da tutti, era stata imposta la sentenza; e Vincenzo Curatolo, infatti, non ostante le risultanze del processo, nell'assenza di alcun documento che lo accusasse e sulla base della sola testimonianza di un confidente di questura che disse averlo visto in Paceco--il grande delitto!--il giorno 3 Gennaio, venne condannato a sette anni di reclusione!

La enormità e la iniquità di questo processo e di questa sentenza risultano a luce meridiana dai considerandi della sentenza stessa e dal rapporto dell'Ispettore di P. S. Rinaldi, che dopo averlo arrestato per una bizza personale, lo denunziò al magistrato--e volle egli stesso rilevare che denunziava _lui_ solo--come responsabile dei reati previsti dall'art. 120 e 252 del Codice penale.

Il rapporto del 7 Gennaio al Giudice Istruttore del Tribunale Penale fa colpa al Curatolo di essersi _sdegnosamente rifiutato d'intervenire_ nell'ufficio dell'Ispettore: e di avere inneggiato al socialismo mentre, arrestato, veniva condotto in caserma; di aver _sempre di nascosto_ diretto il movimento; di essere uno dei capi agitatori. Il rapporto non nega che il Curatolo avesse consigliato pubblicamente la calma: ma soggiunse «_il suo breve discorso fatto con molta arte, nel mentre non meritava interruzioni da parte dell'autorità di P. S._, dall'altra eccitava vieppiù gli operai verso le classi più abbienti».

[LE ACCUSE DELLA POLIZIA]

Venne forse l'ordine di arresto da Palermo dove nelle perquisizioni ai membri del Comitato Centrale dei _Fasci_ si erano per avventura trovati documenti compromettenti pel Curatolo? Niente affatto. È l'Ispettore Rinaldi che ci dà il testo di questo eloquente telegramma del Questore di Palermo: «Prego disporre accurata perquisizione nel domicilio del nominato Vincenzo Curatolo farmacista, costà in via Cortina, noto socialista E DISPORNE ARRESTO SECONDO RISULTANZE PERQUISIZIONE.» Dunque a Palermo non c'erano motivi di veruna sorta--non ne trovò il sig. questore Lucchese!--per il suo arresto.

Ma le risultanze della perquisizione, alle quali il questore Lucchese subordinava l'arresto, furono tali da far mantenere l'arresto già avvenuto? Meno che mai!

Narra il suddetto ispettore: «Furono sequestrate _più_ (?) carte di NESSUNA IMPORTANZA». Fra le _più_ carte di _nessuna importanza_ ce n'erano di quelle importanti? Manco per sogno; ma il signor Rinaldi spiega la mancanza di documenti compromettenti _supponendo_ che gl'interessati li abbiano messi in salvo; e questa _supposizione_,--che farebbe onore a Torquemada--lo autorizza a questa splendida illazione: «_Tale sottrazione di documenti_ ad esuberanza prova, che negli stessi dovevano contenersi le disposizioni per _una generale insurrezione_, nonchè _gli ordini impartiti_ ai varî _Fasci_ per incominciare il movimento».

Del resto si poteva procedere senza cerimonie all'arresto perchè, dice l'Ispettore, «si _assicurava_ che essendo il Curatolo consigliere Provinciale di Paceco, ed _anima_ di quel _Fascio_, gli abitanti di quel paese _aspettavano_ da lui il segnale per scendere armati in città ed incominciare il saccheggio. Tale gravissimo fatto risultava non solo dalle riferenze d'ufficio, ma _benanche da discorsi di cittadini onesti e stimati nel pubblico_.»

[UNA PROVA... SCHIACCIANTE!]

Orbene non un solo di questi cittadini onesti e stimati andò a testimoniare contro il Curatolo... invece sindaco, deputati provinciali, assessori, consiglieri provinciali e comunali, molti altri eminenti cittadini quasi tutti avversari politici affermarono esplicitamente la legalità della sua condotta e l'opera sua eminentemente pacificatrice nei momenti del pericolo. Non monta: «la PROVA PIÙ SCHIACCIANTE contro il Curatolo», conchiude l'Ispettore Rinaldi, l'abbiamo nel fatto che «in Trapani avemmo due sere di disordini; arrestato il Curatolo, senza bisogno di altri mezzi, _la calma rientrò in Città_.»

Questo perfezionato allievo di Lojola diceva il vero, ma dimenticava una sola cosa: Curatolo venne arrestato dopo la proclamazione dello stato di assedio, quando dappertutto _la calma rientrò_ senza arrestare le _anime dei Fasci_ e solo perchè gl'ingenui contadini si convinsero, con quell'atto, che il governo riprovava le agitazioni e non le vedeva di buon occhio, come era generale credenza in seguito alla condotta tenuta dal Consigliere della Prefettura di Palermo mandato a Partinico.

In qualunque altro paese civile e libero il rapporto-denunzia dell'Ispettore Rinaldi sarebbe stato bastevole per lo meno a farlo destituire; in Italia valse ad indurre il Tribunale di guerra di Trapani, presieduto da un Barbieri, a far condannare il Curatolo.

[LA SENTENZA]

La sentenza non è che la parafrasi pura e semplice del rapporto; i suoi considerandi non sono, che supposizioni e insinuazioni. In quanto a _fatti_ concreti così si esprime: «Che mente direttiva della organizzazione dei _Fasci_ e di siffatti propositi»--precedentemente la sentenza aveva accennato ai _fatti luttuosi_ accaduti in altre parti dell'isola e che non si erano verificati in Trapani per la _pronta ed energica_ REPRESSIONE (?) delle autorità--«fosse il giudicabile Curatolo Vincenzo e fosse esso che dirigeva ogni movimento che si verificava e in questa città e nel vicino comune di Paceco, i cui moti DOVEVANO AVVENIRE contemporaneamente e confondersi in una sola azione È PROVATO DALLA CORRISPONDENZA, CHE GLI FU SEQUESTRATA, che lo compromette nel più assoluto modo, dalla _sua posizione_ nel Fascio dei lavoratori di Trapani, da esso si può dire formato e _moralmente_ presieduto, dalle sue relazioni coi capi dei rivoltosi in _tutte_ le parti dell'Isola, dalle _sue corse_ a Paceco fatte in momento opportuno, mal celate e poi negate, e finalmente dal grido di _Viva il socialismo_, emesso quando lo trassero in arresto, che fatto in quelle condizioni e con quell'_espressione_, non poteva non essere un grido sedizioso rivolto al pubblico, grido che rileva il di lui animo bramoso di disordini popolari...»

[IL REATO DI V. CURATOLO]

Constava al Tribunale di guerra che Vincenzo Curatolo nei momenti dal pericolo, e quando un _animo bramoso di tumulti_ avrebbe potuto facilmente provocarli, aveva rivolto al popolo parole di pace e consigli di calma, ma non ne tiene conto perchè, seguendo l'Ispettore Rinaldi, «delle disapprovazioni che l'accusato avrebbe fatte pei _detti avvenimenti_, non è il caso di occuparsene, nulla deducendo in di lui favore, ma solo addimostrando una non _comune e provetta attitudine_ in lui di _eccitatore occulto ma efficace_, COME OFFRONO LA STESSA PROVA LE ESORTAZIONI ALLA CALMA COL RISPETTO DELLA LEGGE FATTE PALESAMENTE.»

Per tali FATTI COSÌ STABILITI il Tribunale di guerra visti gli articoli 120 e 252 del Codice penale condanna il Curatolo a _sette anni_ di reclusione e alle spese!

Si è visto che la sentenza trova le _prove_ dell'accusa sopratutto nella _corrispondenza sequestrata_ al Curatolo, cioè tra le _più carte_ giudicate di _poca importanza_ dall'ispettore Rinaldi. Il quale così le giudicò per difetto d'intelligenza, poichè fu trovata una terribile lettera di Francesco Cassisa... la quale non potè valere, però a fare condannare questi dal Tribunale di Guerra di Palermo,--il quale pur distribuì generosamente migliaia di anni di condanne facendo una vera strage d'innocenti!

Da questo processo,--superato soltanto in mostruosità dalla sentenza--rimane provato all'ultima evidenza che dai Tribunali di guerra si ritenne reato l'avere avuto relazioni con persone incriminate--e con tale criterio si potrebbe mandare in galera mezza Italia, compreso il Parlamento; reato la visita al vicino paese, che si rappresenta in Consiglio Provinciale: reato il presiedere... moralmente un _Fascio_, e di esserne stato l'_anima_;[63] reato il gridare: _Viva il socialismo!_ con _espressione_, reato l'avere disapprovato pubblicamente e l'avere impedito nella misura delle proprie forze i fatti, che si ritengono criminosi.

[PERSECUZIONI CONTRO IL PENSIERO]

Il processo alle intenzioni in base alle più scellerate supposizioni, la persecuzione contro il pensiero, e la condanna dell'esercizio del diritto di associazione e di riunione negli stretti termini della legalità--perchè i _Fasci dei lavoratori_ furono sodalizî legali, che per tre lunghi anni si riunirono ed agirono in pubblico senza che mai le autorità politiche e giudiziarie vi avessero trovato da ridire--da nessun altro processo risultano lampanti quanto da quello istruito contro il Curatolo, perchè a confessione e del denunziatore e dei giudici, che condannarono, mancano in esso tutti gli elementi di un processo qualsiasi, che non siano il processo alle intenzioni, la persecuzione contro il pensiero, la condanna dei diritti sanciti dello Statuto. Ed è perciò che ho ritenuto doveroso occuparmene con particolarità per segnalare al giudizio severo ed imparziale del pubblico il governo che dispose e permise agli agenti suoi, che eseguirono e condannarono.

[IN NOME DELL'ITALIA LIBERA E UNA]

L'animo di qualunque italiano, che sognò e lavorò per la rigenerazione di una patria libera, e la cui libertà doveva venire a farne la grandezza e la ragion di essere nel consorzio delle nazioni civili non può che rimanere profondamente sconfortato ed indignato dell'opera dei Tribunali militari in Sicilia ch'è la negazione assoluta di cinquant'anni di lotte, di sacrifizî, di eroismi contro la tirannide; quest'opera deleteria induce a melanconiche riflessioni. Oh! valeva la pena di abbattere il governo, che fu detto _negazione di Dio_ e di far cadere tante vittime preziose sui campi di battaglia e sulle forche per arrivare a vedere funzionare come hanno funzionato i Tribunali militari in Sicilia e in Lunigiana nell'anno 1894 e in nome dell'Italia _libera ed una_? Non si direbbe che le libertà promesse dallo Statuto siano tranelli tesi alla buona fede degli italiani? Quanto più onesto e leale il governo borbonico, che senza ipocrisie proibiva di occuparsi di politica, e sotto il quale almeno erano sicuri di vedere rispettata la propria libertà coloro che ottemperavano scrupolosamente ai suoi ordini!

Lo sconforto sarebbe minore se dell'opera nefasta dianzi tratteggiata fossero responsabili soltanto i Tribunali di guerra. Si sa! i militari non comprendono il diritto, non conoscono leggi e statuti, non discutono ma ubbidiscono, come impone la disciplina, non conoscono altra ragione che quella che viene dalla forza. Ma il guaio maggiore è questo: nelle aberrazioni giuridiche, politiche e morali dei Tribunali di guerra c'è la solidarietà e la complicità necessaria dei magistrati ordinarî, che dovrebbero tutelare i diritti dei cittadini e fare rispettare le leggi e lo Statuto in alto e in basso. E questa solidarietà e questa complicità, per quanto possa riuscire doloroso il confronto, bisogna metterle in evidenza.

[LA MAGISTRATURA]

Da parecchio tempo la magistratura italiana avea perduto nella coscienza pubblica quella stima e quella rispettabilità, che sono indispensabili al suo ufficio supremo in uno stato libero e bene ordinato e per cagioni molteplici, che sono state esposte e studiate da illustri magistrati, da giuristi e da scrittori politici di ogni parte. Ciò che maggiormente si rimproverava e si rimprovera tuttavia alla magistratura italiana si è il suo asservimento al potere, le cui conseguenze sono incalcolabili tutte le volte in cui essa dovrebbe colpire gli agenti del governo; giudicare nei conflitti tra il Fisco e i privati cittadini; istruire processi d'indole politica ed emettere le relative sentenze. Di tale asservimento, che riesce sempre di grave danno ai cittadini e di pericolo continuo alle pubbliche libertà, somministrai esempî in _Corruzione politica_ e il fatto stigmatizzai severamente in _Banche e Parlamento_ unendo la mia voce modesta a quella di tanti altri assai più di me autorevoli. E la iattura è tanto grave e antica, che parvero eroi--e furono esaltati ed eletti deputati in odio al governo--il Procuratore Generale Nelli e il Procuratore del Re Borgnini, che seppero resistere alle pressioni dall'alto nel famoso processo Lobbia--e preferirono dimettersi sdegnosamente anzichè sottomettersi--altri tempi e che sembrano leggendarî!--come di recente bastò che un alto magistrato integro, l'Eula, arrivasse al ministero, dopo avere pubblicamente affermato che la magistratura deve giudicare e non _rendere servigi_, perchè la nazione aprisse il cuore alla speranza di vedere realizzata la più necessaria delle restaurazioni: quella dell'indipendenza della magistratura.[64]

Ma Eula, cadente per anni e per malattia, al ministero di grazia e giustizia passò come una meteora luminosa, che non riscalda e non vivifica, e gli ultimi episodî del processo della Banca Romana, le solenni e gravi dichiarazioni dell'attuale ministro Calenda dei Tavani in risposta ad interrogazioni degli on. Cavallotti, Imbriani e mie nonchè rialzare il prestigio della magistratura lo hanno ormai come distrutto!

[SERVIGI E NON SENTENZE]

Come e perchè il governo riesca ad imporsi ai giudici e ad ottenerne _servigi_ e non _sentenze_ sarebbe lungo l'esporre; basta in questo libro, in cui l'interessante quistione è toccata incidentalmente, ricordare che nell'ultima discussione sul bilancio del ministero di grazia e giustizia per l'anno 1894-95 l'on. Gianturco, che gode meritata fama per dottrina, per integrità di carattere e per avere occupato il posto di sottosegretario di Stato sotto l'Eula, segnalò al ministro l'arbitrio pericolosissimo che si esercita nelle promozioni, mercè le quali gli abili governanti profittando delle debolezze del cuore umano e dei bisogni di magistrati mal pagati, sanno piegarli alle loro voglie renderli docili e servizievoli quando occorre.

Nè il ministro osò negare la esistenza e la gravità del pericolo.

[IL PREMIO AI MAGISTRATI ONESTI!]

I magistrati onesti e indipendenti non solo si vedono sopravvanzati nella carriera da quelli servili, ma vengono puniti coi traslochi da una sede più importante ad una di minore importanza ferendone la dignità e gl'interessi economici ad un tempo. E di questo mezzo illecito di cui si serve il governo per punire i magistrati ricordai in _Banche e Parlamento_ alcuni casi, che si riferivano alla Sicilia (p. 337) ed altro con grave rammarico devo riferirne qui, che riguarda pure l'isola e i processi d'indole politica di cui mi sto occupando. Quel Procuratore del Re di Trapani, di cui si disse che era stato scelto dall'on. Crispi come successore del Lucchese al posto di fiducia di Questore di Palermo, venne invece anzichè promosso e premiato pei suoi meriti, traslocato d'improvviso in un Tribunale di poca entità della provincia di Messina, non ricordo bene se a Patti o a Castroreale. Perchè? La voce più accreditata sulla causa della punizione è la seguente: egli in una causa in cui stavano di fronte un maresciallo dei carabinieri ed un privato cittadino aveva reso giustizia al cittadino, e ciò facendo non solo aveva mancato di rendere un _servizio_ al governo, ma aveva anche indispettito un deputato siciliano dei più reazionarî, che proteggeva il maresciallo e che negli ultimi tempi esercitava un insolito ascendente nelle sfere ministeriali...

In _Banche e Parlamento_, quasi presago dei futuri avvenimenti, avevo detto che in Sicilia più che altrove era notorio il servilismo della magistratura verso il governo. Tale servilismo nell'isola aveva le sue non nobili ma continuate tradizioni--interrotte per un momento dal conflitto Tajani-Medici--delle quali il senatore Zini riporta parecchi dati, tra cui impudente una lettera del Procuratore Generale Morena, che parla come della cosa più semplice e corretta di questo mondo «_di detenuti, che non sono a disposizione dell'autorità giudiziaria_ e sul conto dei quali egli confessa di non _potere_ prendere alcun provvedimento perchè _non può mettere la falce nella messe altrui_ (?!) e consiglia _impertanto di rivolgersi al Prefetto o a S. E. il Ministro dell'interno_.» (_Dei criterî e dei modi di governo della sinistra._ Bologna, 1880 p. 45).

Gli ultimi avvenimenti e i consecutivi processi della Sicilia hanno distrutto, se pur ne avanzava, l'ultimo residuo della buona fama della magistratura in quanto a senso di giustizia e ad indipendenza. Ed è da avvertire in proposito che le numerose assoluzioni dei membri dei _Fasci_, nel periodo precedente alla proclamazione dello Stato di assedio, che potrebbero invocarsi come una prova in contrario, perderono di efficacia perchè controbilanciate da altrettante condanne in casi perfettamente identici: sicchè le prime non servirono, che a rendere più evidente la ingiustizia delle seconde, la mancanza di un unico ed esatto criterio giuridico e il servilismo dei più.[65]

[LA MAGISTRATURA DOPPIAMENTE COLPEVOLE]

La magistratura ordinaria è doppiamente colpevole; perchè da un lato si è spogliata indebitamente e volontariamente--dico: _volontariamente_, stando alle apparenze--dei propri diritti dichiarando la propria incompetenza nei casi, che vennero deferiti ai Tribunali militari e dall'altro si è prestata con inaudito sfoggio di servilismo ad istruire i processi sui quali poi hanno in ultimo giudicato gli stessi Tribunali militari.

Data la legittimità dei Tribunali militari, sulla quale non spettava alla magistratura ordinaria di minor grado di giudicare, certo è che essa doveva, a salvaguardia del proprio decoro e della propria autorità, non consentire all'ingiustificabile principio della retroattività così largamente applicato; e dove e quando la giurisdizione eccezionale militare avesse accampato pretese e diritti che non le spettavano, alla magistratura ordinaria incombeva assoluto l'obbligo di resistere e di mostrarsi vigile custode delle leggi e dei diritti dei cittadini e di sollevare quei conflitti, che in ultimo avrebbero dovuto essere decisi dalla Suprema Corte di Cassazione di Roma.

[UN MILITARE INSEGNA LA PROCEDURA]