Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 18

Chapter 183,358 wordsPublic domain

E disgraziatamente l'on. Crispi subito dopo aver manifestato tanti propositi belli cominciò ad agire come avrebbe potuto fare chiunque avesse ignorato le vere condizioni della Sicilia. L'on. Giolitti non aveva saputo escogitare in prò dell'isola che la istituzione delle zone e sotto zone militari; l'on Crispi, mutando subitamente pensiero, con lo Stato di assedio annunziato e proclamato il 4 Gennaio, pose la Sicilia sotto il comando assoluto e incontrollabile del generale Morra, conte di Lavriano e della Montà.

A giustificare il proprio operato il Presidente del Consiglio dei ministri addusse la circostanza, che i torbidi della fine di dicembre continuarono e si estesero. Ma perchè la giustificazione avesse valore bisognerebbe dimostrare che qualche cosa si era fatto per impedire che continuassero...

La continuazione dei tumulti si doveva prevedere, poichè nessuna delle cause che li avevano determinati era stata rimossa; non era stato preso alcun provvedimento che avesse potuto modificare la situazione, incutendo timore, suscitando speranze, ispirando fiducia.

Rimanevano dunque intatte le cause antiche ed intatta rimaneva la contagiosa sovraeccitazione dei mesi di novembre e di dicembre: sovraeccitazione che non poteva scomparire ad un tratto, al semplice annunzio dell'arrivo al potere dell'on. Crispi, non seguito neppure da uno di quei proclami ad effetto, che avrebbero potuto impressionare il cervello dei meridionali.

Un atto c'era, che avrebbe potuto esercitare una immediata azione sedatrice: una amnistia pronta e intera, ch'era attesa e invocata da tutti come caparra di una nuova êra riparatrice, che andava ad iniziarsi. Della convenienza del provvedimento rispondente al desiderio generale mi feci interprete alla Camera dei deputati alla presentazione del nuovo ministero; ma non potei ottenere niuna dichiarazione seriamente incoraggiante. E dare l'amnistia più che savia misura di governo era opera doverosa per chi era convinto che in fondo le popolazioni avevano ragione, e che potevano soltanto biasimarsi i mezzi adoperati per farla prevalere.

Non si potevano attendere gli sperati risultati dal ritiro della squadra, che stava a minaccia di Palermo. L'atto avrebbe solo potuto lusingare la città delle barricate, che non si era mai mossa e che non aveva menomamente accennato a dimostrazioni e tumulti, e che perciò rimase del tutto indifferente all'arrivo e alla partenza delle navi di guerra, dalla cui presenza poteva sperare qualche vantaggio economico, non temere offese.

[L'OPERA DI PACIFICAZIONE DELL'ON. CRISPI!]

A che cosa si ridusse l'opera di pacificazione dell'on. Crispi?

A un telegramma al sindaco di Lucca Sicula; ma fu tale misera cosa, che suscitò l'ilarità in alcuni, l'amara delusione o l'indignazione in altri.

In un sol caso si poteva pensare e supporre che l'annunzio dell'on. Crispi al potere _da solo_ avrebbe potuto riuscire miracolosamente a produrre la pacificazione degli animi: in quello in cui il Presidente del Consiglio avesse davvero avuto parte diretta nell'eccitamento. E l'ipotesi calunniosa venne scartata.

Il corso degli avvenimenti, quindi, doveva continuare; e continuò, rimanendo immutata la enorme responsabilità del governo che in tutti i tempi e in tutti i modi li aveva preparati, determinati ed accelerati.

Disgraziatamente se mostrossi cieco, impreviggente chi dirigeva le sorti d'Italia in Roma, non si mostrarono più avvedute le classi dirigenti in Sicilia. Esse, che tanto avevano contribuito a creare la situazione anormale nel momento della crisi acuta, in generale--chè non mancarono le nobili e lodevoli eccezioni--furono liete dell'indirizzo preso dal governo; e derisero, denunziarono, angariarono i _Fasci_ e i loro socî.

[GRANDE COLPA DELLE CLASSI DIRIGENTI]

Grande è la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, e dove esse contribuirono ad eccitare gli animi per i loro fini partigiani, si mostrarono di una fenomenale ignoranza sulle condizioni psicologiche delle folle, prodotte da quelle economiche ed intellettuali. Esse accesero l'incendio, ma non credevano che tanta materia vi fosse da farlo divampare terribilmente; si videro sorpassate nelle intenzioni e si spaventarono della lava che minacciava travolgere tutto e tutti. Ond'è che in più luoghi, nell'ora del pericolo, tornarono elementi di _ordine_, si riconciliarono coi nemici della vigilia e si misero a disposizione del governo e abbandonarono gli alleati popolari, quando non li poterono più condurre a loro libito. Così a Lercara, ad esempio, i popolani che insistevano nelle dimostrazioni credendosi spalleggiati da una casa potente--che avrebbe saputo impedire l'uso della forza contro di loro--imprecarono ai vili, che li avevano traditi.

[OGNI LORO SPERANZA È NEL GOVERNO]

Nell'ora suprema l'ignoranza e l'egoismo delle classi dirigenti non furono uguagliati che dalla loro paura; ed esse non seppero neppur tentare di opporre una diga morale e materiale alla marea sormontante. Ogni speranza di salvezza riposero nel governo, da cui--come in più luoghi dimostra il generale Corsi--tutto attendevano e con questa assenza di ogni loro iniziativa si rivelarono indegne di un libero regime. Sicchè è forza convenire che la responsabilità enorme del governo negli avvenimenti di Sicilia non è pareggiata che da quella delle classi dirigenti.

NOTE:

[51] Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella presente reazione, il governo--se non altro per illudere--ha mostrato la intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i quali richiamarono l'attenzione sua colle violenze, e prosegue a non curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti--ad esempio, da Petralia Soprana--mi si è scritto _deplorando_ di esser rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com'é eloquente ed istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!

[52] Non credo di andare errato affermando ch'era pronto il decreto, col quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.

XX.

LA REAZIONE

Col gennaio del 1894 comincia la diretta e più grave responsabilità dell'on. Crispi, però che egli organizzò ed intese con tutte le sue forze ad esplicare la reazione. E invero i primi atti di essa, decisi e violenti, rispondono al carattere dell'inspiratore, il quale non mai seppe rifuggire dalle esagerazioni, nel male e nel bene, pur di riescire in quello ch'è il suo intento immediato.

Onde, come non titubò a esagerare, nel 1860, l'importanza delle notizie che venivano dalla Sicilia, per indurre più presto alla spedizione di Marsala il generale Garibaldi, così, ora--invecchiato di trentaquattro anni il suo difetto mentale--non ha esitato un istante ad esagerare, fino a potere considerarsi falsate, le condizioni della stessa Sicilia, quasi per poter fare a ritroso--spinto dall'accecamento abituale della sua sincera megalomania--la spedizione di Marsala.

Si comincia col reale decreto del 3 gennajo 1894, contro firmato dal Consiglio dei ministri col quale si proclama lo Stato d'assedio in tutte le provincie della Sicilia; vi si nomina Regio Commissario straordinario con pieni poteri il tenente generale Morra di Lavriano e della Montà, comandante il XII Corpo di armata.

[I PRIMI ARRESTI]

Il regio Commissario si pone subito all'opera e nello stesso giorno fa arrestare i membri del Comitato Centrale dei _Fasci_: on. G. De Felice Giuffrida, Avv. G. Montalto, avv. Francesco De Luca, e Nicola Petrina.

Un membro del Comitato, l'avv. L. Leone, sfugge alle ricerche della polizia e ripara a Malta; Bosco, Barbato e Verro, vengono arrestati dopo qualche tempo, mentre cercavano riparare all'estero; ma quasi a compenso di queste prede mancate venne arrestato l'avv. F. Maniscalco, che del Comitato non faceva parte e ch'era semplicemente direttore della _Giustizia sociale_.

Per poter calcolare l'opportunità e la giustizia di questi primi arresti si deve notare che alla vigilia il _Comitato Centrale dei Fasci_ si era riunito in Palermo e dopo una discussione lunghissima ed animata, con maggioranza di _sei_ contro _uno_, aveva deciso di non promuovere la insurrezione, ma di lanciare un manifesto ai lavoratori.

[UN MANIFESTO CRIMINOSO]

Il quale potrà essere tutto, meno che criminoso e non potrà mai servire a mascherare le intenzioni di chi lo tolse a pretesto per fare arrestare coloro che lo redassero e lo sottoscrissero.

Il manifesto è il seguente:

_Lavoratori della Sicilia!_

«La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati, immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e libertà.

L'agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un ordine di cose inesorabilmente condannato, e mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi a repressioni brutali.

In questo momento solenne, mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al governo:

1º Abolizione del dazio sulle farine;

2º Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta col concorso dei Fasci;

3º Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista;

4º Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;

5º Costituzioni di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell'asse ecclesiastico non ancora venduti, nonchè espropriazione forzata dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3% del valore dei terreni;

6º Concessione di tutti i lavori, delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato, ai Fasci dei lavoratori senza obbligo di cauzione;

7º Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e moralmente le condizioni dei lavoratori;

8º Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i suddetti progetti; per acquistare strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali: per anticipare alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare nel bilancio dello Stato la somma di venti milioni di lire.

_Lavoratori!_

Seguitate intanto a organizzarvi, ma ritornate alla calma perchè coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi duraturi.

Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.»

Vi sarà forse agio a ritornare sul valore di questo manifesto; per ora basta osservare che ogni singolo articolo di questo programma d'immediata attuazione ch'è contenuto nel manifesto è stato sostenuto da ministri ed ex-ministri del regno d'Italia e da uomini temperatissimi, nessuno dei quali venne mai incriminato. Nello insieme il programma invocava il miglioramento della condizione economica dei lavoratori; ma non avrebbe potuto scandalizzarsene l'on. Crispi, che nel suo discorso di Palermo del 1886 aveva detto queste parole.

[LE PAROLE DI CRISPI]

«... Il Secolo XVIII ci diede l'emancipazione della borghesia; il secolo XIX ci darà l'emancipazione delle plebi... La borghesia non ha più nulla da chiedere e nulla da ottenere. Nell'ordine politico e amministrativo essa non ha rivali pel governo della nazione; nell'ordine economico ha un impero assoluto, perchè sua è la ricchezza del paese... Colla terra e col denaro tiene incontrastato il dominio economico che le assicura quello politico.

«Alle plebi manca tutto... Bisogna, infine, che gli operai siano redenti dalla schiavitù dell'ignoranza e dalla schiavitù del capitale.»

C'era forse una minaccia nelle ultime parole del manifesto del Comitato? Ma era sempre formulata in termini più blandi e meno rivoluzionarî di quelli adoperati dallo stesso on. Crispi in un telegramma del 1892 alle società popolari di Siracusa.

La gravità e la incriminabilità del manifesto risultavano dalle condizioni del momento in cui era stato lanciato e dalle persone cui era diretto? Ma per fare effetto--e l'effetto che si desiderava era la calma--sopra popolazioni in fermento, tale linguaggio era il solo adatto perchè dava affidamento ad esse che la loro causa non sarebbe stata abbandonata e che le loro giuste rivendicazioni sarebbero state propugnate con energia.

Ad ogni modo il linguaggio di giovani ardenti e non trattenuti da alcun legame ufficiale era sincero, corrispondeva alla verità e fa uno strano contrasto con quello dell'on. Crispi, che nella relazione pel decreto sullo stato di assedio dice: i tumulti essere stati provocati da gente _dedita ad ogni sorta di delitti_; saccheggi, incendî, assassinî, rapine essere stati commessi _in quasi tutti i comuni dell'isola_.

[UNA ESAGERAZIONE PARADOSSALE]

Tutto ciò, quando non lo si voglia dire... assolutamente falso, bisogna qualificarlo esagerato in modo superlativo. Ed è evidente che l'esagerazione paradossale, aveva l'ufficio di mascherare la reazione.

Di fronte alla reazione, che si avanzava a grandi passi, sicura di vincere, perchè sorretta dai grossi battaglioni, dai cannoni, dalla cavalleria, dalle navi, dalla polizia, dalle insidie, dalle calunnie, dallo spionaggio, dal concorso di buona parte delle così dette classi dirigenti; sicura di vincere perchè doveva combattere contro elementi inermi, disorganizzati, senza programma vero di rivoluzione, senza mezzi di resistenza, senza sicurezza di vedere secondati i proprî conati dalle provincie del continente le quali lasciavansi tranquillamente sguernire di truppe, inviate in Sicilia a reprimere severamente e rapidamente moti ch'erano incomposti ed a-politici, ma che pure potevano trasformarsi da sommossa in rivoluzione, divenne scabrosissima la situazione di quanti parteggiavano per la causa popolare ed erano dichiaratamente repubblicani e socialisti. A loro s'imponeva il prendere una vigorosa decisione ed assumerne piena ed intera la responsabilità.

[LA CONDOTTA DEI SOCIALISTI]

La presero e la manifestarono nel modo migliore ch'era loro consentito, colla maggiore rapidità possibile per iscongiurare nuovi _salassi_ al popolo, che tornavano graditissimi in alto; per impedire che venisse del tutto distrutta una organizzazione che poteva essere feconda di bene; per evitare che la reazione trovasse nella continuazione dei tumulti nuovi pretesti per _farla finita_ colla parte popolare. Perciò nella sera del giorno 5 dopo l'arresto dell'intero Comitato centrale dei _Fasci_ e di altri egregi cittadini, dopo la proclamazione dello Stato di assedio, dopo l'arrivo continuo e incontrastato dal continente di nuovi reggimenti, repubblicani e socialisti, che non erano nelle prigioni, si riunirono e decisero dopo seria ma rapida discussione, di rivolgere un appello ai lavoratori dell'isola, diramarlo per mezzo del telegrafo nelle Provincie e farlo pubblicare dai giornali di Palermo.[53] Per fare tutto ciò vi era un ostacolo: il generale Morra di Lavriano. Egli in forza dei poteri eccezionali che gli erano stati accordati poteva trattenere i telegrammi e sequestrare o sopprimere i giornali; e siccome ad ogni costo si voleva raggiungere lo scopo nel più breve tempo possibile si pensò di mandare ad avvertire il Regio Commissario straordinario di quanto s'intendeva di fare. A me ch'ero stato chiamato a Palermo telegraficamente nello stesso giorno fu affidato tale incarico, che nel modo che potei migliore disimpegnai nella stessa sera del giorno 5 verso ventitrè ore.

Trovai nel Generale Morra di Lavriano persona squisitissima nella forma, ma irremovibile nella sostanza di negare il permesso alla trasmissione telegrafica dell'appello a firma di molti repubblicani e socialisti. Ma siccome si sarebbe messo sfacciatamente dal lato del torto impedendo che ai lavoratori si trasmettesse una parola che poteva essere ascoltata e che consigliava la calma e la cessazione dei tumulti, così ricorse all'espediente di consentire l'appello purchè esso portasse la mia sola firma.

[UNA CIRCOLARE AI LAVORATORI DI SICILIA]

Esposi agli amici, che attendevano ansiosi l'esito del colloquio, tutti gl'inconvenienti della soluzione proposta e dichiarai la mia grande avversione ad assumere la responsabilità di un atto, che per gli uni doveva crearmi un titolo di onore, che non mi spettava, e per gli altri un grave demerito non meritato del pari. Ma gli amici m'imposero di sobbarcarmi a tutto ed alla fine acconsentii a firmare l'appello, purchè nei giornali di Palermo contemporaneamente alla sua pubblicazione venisse detto perchè e come era stato da me solo sottoscritto. Ciò fu fatto in Palermo: e ciò venne inoltre telegrafato dai rispettivi corrispondenti ai principali giornali del continente (_Secolo_, _Tribuna_, _Resto del Carlino_, _Roma_, _Messaggero_, _Corriere della sera_, ecc. ecc.)[54].

[UN MANIFESTO NEL CONTINENTE]

Poco dopo che in nome dei repubblicani e socialisti di Sicilia venne diramato il telegramma-circolare, che raccomandava la calma, un manifesto che riusciva alla identica conclusione venne pubblicato nel continente a firma del gruppo parlamentare del Partito italiano dei lavoratori. Non ci fu intesa tra l'uno e l'altro ed è notevole perciò la concordanza degli intendimenti manifestati, come indizio sicuro che essi rispondevano alle esigenze del momento.

[INSINUAZIONE VOLGARE]

Quale sia stata l'influenza delle parole e dei consigli del partito repubblicano e socialista non è il momento di esaminare; nè potrei essere adatto a farlo. Mi sarà consentito, però, di notare che in Italia fece una eccellente impressione e che l'opera di tale partito venne giudicata come una vittoria morale sul Regio Commissario straordinario ed una condanna della inerzia di altri uomini politici, specialmente siciliani, che avrebbero dovuto farsi vivi in momenti di pericolo. Tale impressione fu tanto viva, che a smorzarla qualche pietoso giornale governativo annunziò seccamente ed _ingenuamente_ che il telegramma era stato formulato di accordo tra me... e il generale Morra di Lavriano. La insinuazione volgare da nessuno potrà meglio essere stigmatizzata quanto dallo stesso Regio Commissario straordinario.

Se il partito repubblicano-socialista fece il dover suo consigliando la calma nella speranza d'infrenare la reazione togliendole ogni pretesto ad infierire, non fu, però, fortunato perchè la reazione non si arrestò; sopratutto--stando ad alcune voci accreditate,--per opera di alcuni noti uomini politici, che circuivano a Palermo il generale Morra di Lavriano ed a Roma l'on. Crispi[55].

A me che avvertii il Presidente del Consiglio, che i suoi funzionari lo disonoravano facendosi strumento di iniqua reazione rispose, assoluto ed altezzoso come sempre, _che sotto il suo governo non sarebbe possibile la reazione_.

I fatti si dettero la briga di smentirlo brutalmente, come si potrà rilevare dalla loro rapida rassegna.

Il primo sintomo delle tendenze reazionarie si ebbe colla proclamazione dello Stato d'assedio nelle città tutte che avevano mantenuto un ordine esemplare e in quattro provincie che si erano tenute perfettamente calme. Si volle loro arrecare un grave turbamento economico e si vollero sottrarre alle garanzie costituzionali soltanto per avere mano libera negli arresti e nelle violenze. Proclamando lo stato d'assedio in provincie tranquille, osserva un illustre giurista, si falsa il concetto fondamentale dei poteri eccezionali, i quali traggono la loro legittimità soltanto dalla necessità di reprimere la rivolta, non di prevenirla, perocchè alla prevenzione bastano da soli gli ordini normali. (Brusa: _Della giustizia penale eccezionale_. Torino 1894. p. 13).

[LA REAZIONE IN SICILIA E IL TERRORE BIANCO]

A chi rassomigliò la reazione inauguratasi in Sicilia col 1894, al _terrore bianco_ che infierì nel mezzogiorno della Francia all'indomani della restaurazione borbonica, si credette poter rispondere trionfalmente, che di _terrore_ non poteva parlarsi dove mancarono le fucilazioni.

La risposta costituisce la migliore dimostrazione della perdita del senso politico e morale in certe sfere che non sanno valutare la differenza delle cause che avevano generato le due reazioni del 1815 e del 1894. Si ebbero già abbastanza massacri ingiustificabili di contadini inermi e le fucilazioni dove e quando manca ogni accenno di resistenza, ogni e qualsiasi pretesto non avrebbero potuto rappresentare che il capriccio di una tirannide assolutamente inconcepibile in questa fine di secolo nel centro dell'Europa civile. Se mancarono, però, le fucilazioni, abbondarono tutti gli altri atti e violazioni di leggi e dello Statuto fondamentale, che possono contraddistinguere la peggiore delle reazioni.

[IL SISTEMA DEGLI ARRESTI IN MASSA]

La rubrica degli arresti, delle deportazioni arbitrarie è tra le più eloquenti a confermare tale asserto.

Iniziata con l'arresto dell'on. De Felice Giuffrida, che implica violazione dello articolo 45 dello Statuto, e commentata coll'impedito sbarco in Palermo agli on. Prampolini e Agnini si è poscia continuata in proporzioni inaudite.

Se l'arresto dell'on. De Felice, di Bosco, di Montalto, ecc., ha richiamato l'attenzione pubblica perchè riguardava individui conosciuti in Sicilia e fuori, vi sono stati gli arresti in massa di contadini e di lavoratori ignoti, le cui conseguenze economiche e morali non sono calcolabili e che rappresentano perciò un atto di scelleratezza raffinata. Talvolta si circondò da un reggimento o da un battaglione un povero paese e si procedette ad arresti di più centinaia d'individui! Con quali criterî, dietro quali indicazioni? È questo un mistero per lo più; e quando i moventi sono noti, sono talmente laidi che destano ribrezzo. In tale forma poco prima e poco dopo che si proclamasse lo stato di assedio si procedette agli arresti in massa a Valguarnera, a Gibellina, a Lercara, a Mazzara, a Castelvetrano, a Pietraperzia, a Santa Caterina e spesso si arrestarono i disgraziati feriti e per la rabbia di non poter arrestare i morti, tal'altra si condussero in prigione i loro congiunti; e si può altamente disapprovare come inumano e sopratutto impolitico questo sistema degli arresti in massa, nei paesi nei quali avvennero gravi disordini, ma almeno lo si spiega, quando della libertà dei cittadini dispongono i militari che delle libertà non hanno un adeguato concetto.

[UNA VERA MANIA]