Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 17
L'impressione di quest'altro provvedimento fu penosa; ci fu la delusione in coloro che giustamente attendevano misure economiche e riparazioni politiche e amministrative; ci fu la paura in quanti ricordavano i fasti militari di altri tempi--paura, che si accrebbe quando corse la voce che sarebbe stato mandato il generale Baldissera a domare ed incivilire l'isola--certo, _more Livraghi_--ci fu in tutti lo accasciamento per la ribadita convinzione che il governo era e voleva continuare a mantenersi su di una falsa strada. Che la impressione fatta da tale provvedimento sia stata realmente penosa sulla generalità si rileva dalla cura del generale Corsi nel volerla dileguare e nel trovarla ingiustificata. Egli narra, all'uopo, episodî e giudizi, che mirano a provare che il _regno della sciabola_ non è così terribile e temibile come si crede e che molte volte fece savia opera di pace: ed io che del militarismo sono avversario irreconciliabile sento il dovere di dichiarare che in molte occasioni ho trovato le autorità militari di gran lunga superiori, per tatto e per cuore, alle autorità civili; ma ciò non ostante, a torto o ragione, l'impressione non fu buona per quella misura del governo, che senza distrurre il malandrinaggio, accrebbe le diffidenze, le antipatie, i malumori.
[L'ATTITUDINE DEL GOVERNO]
La insipienza e la malevolenza del governo non risultava soltanto dai provvedimenti succennati, che avrebbero potuto essere spiegati in senso favorevole se accompagnati da buoni propositi, ma dalla sua attitudine di fronte all'azione dei _Fasci_, durante tutto il 1893: e di fronte ai municipi, dall'ottobre al dicembre dello stesso anno: poichè se verso i primi si chiariva schiettamente reazionario, la debolezza unita all'arbitrio verso i secondi non poteva servire che d'incoraggiamento al tumulto, alla violazione della legge dal basso contemporaneamente alle violazioni dall'alto.
Invero l'indole dei reati attribuiti dalle autorità ai così detti sobillatori e ai _Fasci_, e i pretesti che dettero occasione allo sfogo della loro libidine di arbitrî durante il periodo della provocazione, furono tali che giustificano l'avere considerato la loro azione come essenzialmente provocatrice ed iniquamente partigiana.
Si esagerarono a bella posta alcuni fatti, e della esagerazione dà la prova il Generale Corsi, che scrive: «in sostanza l'_Inferno_ a cui s'è ridotta la Sicilia è un inferno assai tollerabile, a vederlo da presso, _senza paura e senz'odio, senza il maledetto spirito di parte_. Nè tutto il male che si poteva e si voleva fare dagli scioperanti fu fatto; gl'incendî delle pagliaie e dei fienili non furono molti, non moltissimi gli abigeati, i guasti ai colti non frequenti nè grandi; gli armenti non furono abbandonati alla campagna dai pastori, come si diceva che sarebbe avvenuto; dei campieri non fu fatta strage; i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietari non furono costretti a cessare il lavoro...» (_Sicilia_, p. 337 e 338).
[LO SCIOPERO PRETESTO DI ARBITRII]
Il pretesto più ordinario agli arresti e agli arbitrî innumerevoli perpetrati sotto il ministero Giolitti,--o contro i _Fasci_ collettivamente o contro i singoli membri--venne somministrato dallo sciopero e dai suoi naturali inconvenienti. Questi inconvenienti, che ogni giorno si constatano ancora e in maggior misura in Inghilterra, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, dove agiscono masse di operai colti, educati alla vita pubblica e che hanno da lungo tempo adoperato questo mezzo--riconosciuto legittimo da conservatori e da economisti liberisti--per migliorare la propria condizione economica col rialzo dei salari, dovevano esser guardati con benevolenza dalle autorità perchè si sperimentavano nell'agitazione legale intrapresa per la prima volta dai lavoratori della Sicilia, incalzati dal bisogno assoluto ed urgente di migliorare la propria condizione.
[QUEL CHE SI FECE IN INGHILTERRA]
Quando si pensa ai tumulti, che caratterizzarono il periodo del _luddismo_ in Inghilterra--durante il quale si devastarono e incendiarono fabbriche e macchine in considerevole quantità--mentre infieriva la reazione dell'_ultra-torismo_ sotto la influenza della _Santa Alleanza_, che facevasi sentire anche al di là della Manica; quando si riflette alla violenza delle dimostrazioni del _cartismo_ nella stessa Inghilterra e agli eccessi, alla intolleranza, alle persecuzioni, al _boicottaggio_ delle _Trade Unions_ contro i lavoratori che non ne facevano parte e non le seguivano nelle lotte contro i padroni e contro il capitalismo; quando si pensa ai cosidetti _delitti di Sheffield_ e agli altri, che vennero in luce col processo di Manchester; quando si pensa alla violenza ed ai mezzi brutali, adoperati dagli unionisti contro gli operai non associati, che dai primi vengono chiamati sprezzantemente _blacklegs_ e _scabes_ e di cui si ebbero numerosi esempi, dopo il 1889, negli scioperi di Londra, di Liverpool, di Cardiff, di Southampton, di Manchester ecc., quando si pensa infine che gli operai inglesi delle _Unioni_--in un loro congresso a Liverpool nel 1890--hanno sinanco chiesto che venisse loro riconosciuto come un _diritto_ il cosidetto _Picketing_, cioè l'organizzazione di pattuglie destinate a prevenire ed arrestare gli operai, che si portano al lavoro in tempo di sciopero! e si paragona tutto ciò alle poche violenze commesse dai poveri lavoratori della Sicilia si può comprendere la differenza enorme tra il governo inglese e il governo italiano a tutto danno e disonore del secondo, la cui condotta non può e non deve considerarsi conforme ad un libero regime.
[NEGLI STATI UNITI]
Se il paragone tra l'attitudine del governo inglese di fronte a violenze delle _Trade Unions_--cento volte superiori a quelle dei _Fasci_--e quella del governo italiano riesce disonorevole pel secondo, lo stesso paragone non può nemmeno porsi con quello degli Stati Uniti dove rimasero celebri le violenze di Pittsburg--che sono contemporanee perchè ci sia bisogno di ricordarle--e gli eccessi e i pericoli della marcia dei disoccupati di Coxey sopra Washington, i diversi scioperi dei _Cavalieri del lavoro_ e l'ultimo veramente gigantesco dei ferrovieri di Chicago, dell'Illinois e di gran parte della California. Nè si dica, che anche il governo della grande repubblica americana ha dovuto ricorrere alla repressione, perchè le cagioni e i limiti della medesima non hanno affatto che vedere con ciò che avvenne in Sicilia. Al Coxey--che mette in pericolo lo Stato e marcia con migliaja di uomini, che assaltano i negozî e i treni ferroviarî e all'occorrenza incendiano e distruggono--quando arriva a Washington, non viene contestato il diritto di dimostrare nei modi cennati, e questi modi non gli vengono addebitati come reati, ma viene processato per una contravvenzione ridicola e condannato a... _quindici giorni_ di carcere. Bernardino Verro per fatti di importanza infinitamente minori e nei quali non ci fu la sua partecipazione nè diretta, nè immediata perchè si svolsero in Lercara, nella sua assenza, venne condannato a _sedici anni_ di reclusione. Debbs, l'organizzatore dell'ultimo sciopero ferroviario--che ha prodotto danni per molti milioni e le cui schiere si sono abbandonate a violenze inaudite venne processato ed arrestato, ma immediatamente rilasciato in libertà sotto cauzione, ai sensi di legge. Ai disgraziati contadini di Milocca, accusati d'avere sparso un mucchio di concime--un atto che nemmeno costituisce reato e che fu dichiarato inesistente--si nega la libertà provvisoria e sono costretti a godersi molti mesi di carcere preventivo. E così potrebbe dirsi di cento altri casi.
A chi volesse sostenere che i lavoratori di Sicilia i quali si posero in isciopero, commisero violenze, si può contrapporre la testimonianza del generale Corsi, che in tutto il suo libro si mostra avversario dello sciopero--non avendone un concetto giuridico esatto--ma che pure le constatate _violenze contro la libertà del lavoro_ (p. 312) da leale soldato è costretto a ridurre alle loro giuste proporzioni, ed afferma, come s'è visto, che «_i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietarî non furono costretti a cessare il lavoro._» (p. 338).
[QUEL CHE FECE IL GOVERNO ITALIANO]
Il contegno, adunque, del governo rispetto all'azione principale dei _Fasci_ fu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella famosa libertà nel contratto di lavoro, che in sè stessa, quando è rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione economica contro un'altra ch'era debole sotto tutti gli aspetti.
Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.
Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva essere energico e previdente nel senso di ordinare subito un esame per vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure con altrettanta energia--se non pari equità--imporre il rispetto della lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in pace ed erano perciò con loro solidali.
[QUEL CHE AVREBBE DOVUTO FARE]
Non l'uno, nè l'altro atteggiamento seppe assumere l'on. Giolitti, ma invece si limitò a cedere ed a concedere--con manifeste violazioni della legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo--ogni qual volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di partiti.
Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l'azione del governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e amministrative.
Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte alle _spese obbligatorie_ l'ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilità in cui si sarebbe trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che l'appaltatore avrebbe intentato al Comune, nè volendo assumersi l'odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni.»
[PRESSIONI IN VISTA DEI TUMULTI]
Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.
Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l'iniziativa di questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle, dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si distruggono arredi e mobili, si tenta d'incendiare gli archivi. Sedato il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta. La vittoria rimane ai tumultuanti.
[IL FATTO PIÙ CONTAGIOSO]
Ma i fatti ch'ebbero maggiori conseguenze e che furono straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con violenza crescente. Si conceda pure che l'amministrazione fosse cattiva, gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali maggiormente si lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte; certo è, però, che l'amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto, nè i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e durante l'anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell'una cosa e dell'altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora interviene un _consigliere_ di Prefettura che va ad assumere i lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.
La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia--o quella che tale si ritiene--e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti da tempo e che vedevano finalmente spuntare l'ora delle rivendicazioni. Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai tumultuanti, c'è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le amministrazioni comunali? c'è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido di _Viva il Re!_ lo salvava dall'ira del governo e che i ritratti del Re e della Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c'è da sorprendersi se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?
Francamente, ci vuole molta ingenuità--o molta malignità--per meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse avvenuto altrimenti. Il governo dell'on. Giolitti, dunque sia che provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare, promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità quest'azione del governo doveva venire ribadita dall'opera della magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi servizî al governo.
Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e le violenze dall'altro, tutti i conflitti si risolvevano in incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul governo, in tutti i modi.
[DOPO IL 23 NOVEMBRE '93]
Se la condotta dell'on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può immaginare quello che divenne all'indomani del 23 novembre, quando pel colpo assestatogli dal _Comitato dei sette_ fu costretto più che alle dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell'on. di Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata colla formazione del gabinetto presieduto dall'on. Crispi.
[ANARCHIA DI GOVERNO]
In questo intervallo, la fase dei tumulti divenne acutissima ed era il momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon governo erano stati deficienti nell'on. Giolitti quando era sorretto dal concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello, inspirazione dal proprio cuore; e l'anarchia, manco a dirlo, fu tutta a benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano la rivincita.
Di questa anarchia fu data una spiegazione malevola da coloro i quali affermarono che l'on. Giolitti la favorì coscientemente per lasciare al successore una tristissima eredità; come a mio giudizio malignarono--e la malignità accortamente fe' capolino nella discussione parlamentare--quanti pensarono e dissero che l'on. Crispi avesse soffiato nel fuoco per rendersi necessario al potere. Nei precedenti, nel temperamento dei due ministri vanno ricercate le cause naturali della loro condotta.
[L'ON. CRISPI]
Finalmente dopo l'intermezzo comico del ministero Zanardelli, annunziato e disfatto nello stesso momento, l'on. Crispi succede all'on. Giolitti.
Chi avvicinò l'on. Crispi sul finire di dicembre 1893--ed a me toccò questo non ricercato onore--rimase impressionato della conoscenza precisa che egli aveva degli uomini e delle cose di Sicilia, delle cause vere che avevano preparato da gran tempo gli avvenimenti dolorosi dell'anno che moriva. Le intenzioni che mostrava, per riparare ai gravi mali, per rimuoverne le cause erano ispirate a patriottismo dell'antica lega--e non della nuova di cui vergognosamente si abusa a Montecitorio, rendendo ridicola o invisa la parola _patriottismo_.--In lui sembrava rivivere l'antico promotore e organizzatore della spedizione dei Mille della cui risurrezione s'era avuto un barlume nel discorso di Palermo.
L'on. Presidente del Consiglio non si nascondeva le grandi difficoltà della situazione; era giustamente convinto che in quanto a provvedimenti d'indole economica e sociale l'imbarazzo era grande, ma riconosceva che bisognavano misure radicali e non rifuggiva dall'accennare a censimenti obbligatori dei latifondi e ad altri rimedî che dalle anime timide e grette avrebbero potuto essere considerati rivoluzionarî e sovvertitori degli ordinamenti economici e politici vigenti. Superfluo aggiungere che per realizzare un vasto piano di riforma sociale era indispensabile il concorso del Parlamento ed un certo tempo per prepararlo, discuterlo e farlo accettare; che sarebbe stato necessario appellarsene al paese, se la Camera attuale, com'era temibile, non avesse voluto seguirlo.
Nessuno poteva disconvenire su tali apprezzamenti della situazione; e quanti sentirono i suoi propositi non potevano che approvarlo e lodarlo, non esitando anche di fargli comprendere, che il compimento di tale opera avrebbe potuto chiudere splendidamente la sua vita politica, ed acquistargli benemerenze maggiori di quelle che gli vennero dallo sbarco di Marsala.
[SUA CONOSCENZA DELLA SITUAZIONE]
Ma la grave situazione del momento imponeva provvedimenti immediati che dovevano essere presi piuttosto oggi, che domani. Ed egli non poteva prenderne da solo e immediatamente che sul terreno politico-amministrativo; e annunziò che li avrebbe presi. Egli avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all'uso delle armi bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il bisogno d'inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere energicamente e prontamente. Per quanto il contatto tra soldati e cittadini eccitati sia riuscito sempre pericoloso, pure è duopo convenire che lo spiegamento di grandi forze di fronte alle popolazioni in fermento riesce meno dannoso dello invio di piccoli distaccamenti, che--per paura di vedersi sopraffatti dal numero stragrande dei cittadini anche inermi--si sentono trascinati, quasi da legittima difesa, a far fuoco. E fu questo proprio il caso a Caltavuturo, a Giardinello, a Pietraperzia, a Gibellina, a Santa-Caterina Villarmosa, dove chi comandava i soldati credette di salvare la propria vita colle scariche micidiali contro le inermi popolazioni.
Le date dolorose di Pietraperzia, di Gibellina, di Santa-Caterina ecc. avvertono che disgraziatamente sotto l'on. Crispi si continuò nella pericolosa condotta di mandare piccolissimi distaccamenti ad imporsi ad interi comuni tumultuanti e che se ne ebbero gli stessi disastrosi risultati ottenuti sotto l'onorevole Giolitti; mentre per altro verso ciò che successe a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Monreale, ecc., dimostra, che, quando si volle e si seppe, si poterono evitare gli eccidî.
[INTENZIONI]
L'on. Crispi, che conosceva la inettitudine o la malvagità di molti prefetti, di molti questori, di molti magistrati--ed in questa conoscenza e nella valutazione delle persone si mostrava di una meravigliosa chiaroveggenza--sentiva il bisogno di un vero _repulisti_, di un mutamento rapido, fulmineo. A chi gli osservò, che si cominciava male mandando un militare a reggere la prefettura di Palermo--ed aveva buon giuoco ricordando a lui, che li conosceva appieno, i fasti della prefettura militare del Generale Medici, che riuscì ad elevare a metodo di governo i procedimenti della _mafia_--egli rispondeva che Winspeare ed altri pochissimi buoni prefetti, che ha l'Italia, si erano rifiutati di andare a Palermo; che Morra di Lavriano si era mostrato mite e conciliante, poco soldatesco a Napoli nelle dimostrazioni di Agosto; che a correggere la impressione sinistra che poteva fare l'annunzio della reggenza della prefettura di Palermo affidata ad un generale, intendeva immediatamente farla seguire dalla nomina di un distinto magistrato a questore di quella città.[52]
[PROPOSITI]
L'on. Crispi, infine, che conosceva il mal governo fatto della cosa pubblica da moltissime amministrazioni comunali e la giustezza dei risentimenti del popolo annunziava che molte ne avrebbe sciolte, che avrebbe fatto riesaminare i bilanci e i ruoli delle più odiose imposte, che avrebbe fatto raddrizzare i torti e preparato la ricostituzione delle amministrazioni locali, prendendo come mezzo la massima libertà e come fine la giustizia, sbandendone tutte quelle preoccupazioni politiche e partigiane che sogliono ordinariamente presiedere alle elezioni amministrative sotto la ispirazione preponderante e trionfante dei Regi Commissarî straordinarî.
Tutto questo qui si ricorda non per trovare attenuanti a coloro i quali ingenuamente poterono credere che l'on. Crispi risolutamente pensasse a risolvere il ponderoso problema della Sicilia coi principi di equità e di libertà; ma solamente per mostrare che egli aveva conoscenza piena ed intera dei termini del problema e per poterne stabilire la responsabilità completa nel caso che i fatti che esamineremo non corrispondano ai principî che si avrebbe dovuto far prevalere. In questo caso egli non può dire: _ignoravo la situazione reale, non conoscevo gli uomini e le cose!_
[I FATTI!]