Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Chapter 15

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A Marsala il Presidente del _Fascio_ sig. Ruggieri è coadiuvato nella bisogna dal prof. Pipitone; il presidente del _Fascio_ di Pioppo si coopera col pretore e col comandante il distaccamento delle truppe a ristabilire l'ordine in Monreale. A S. Ninfa avviene di meglio: in seguito a precedenti tumulti, che minacciavano di rinnovarsi, molti soci del _Fascio_ si mettono a guardia del municipio e impediscono che i tumultuanti vi penetrino. E se più di frequenti la parola dei Presidenti e dei socî più autorevoli del _Fascio_ e di altri socialisti non venne ascoltata, ciò si deve all'invincibile malcontento per la miseria e per le ingiustizie subite da lunghi anni dai lavoratori, che avevano esaurito la loro pazienza e li avevano resi increduli ad ogni promessa di prossime riparazioni. Perciò rimasero del tutto inefficaci gli scongiuri del povero Presidente del _Fascio_ di Gibellina, contro ai disordini; della quale sua opera tutti fanno fede.

[UNA RICONOSCENZA SUI GENERIS]

Rimarrà poi a perenne memoria di questo triste periodo la riconoscenza _sui generis_ riserbata dalle autorità politiche grandi e piccole verso coloro, che si cooperarono anche con favorevoli risultati, a mantenere l'ordine e la calma. Di questa riconoscenza ebbero prova luminosa il prof. Curatolo da Trapani, il Vivona da Castelvetrano, il D.r Crescimone da Niscemi, il Salerno-Vinciguerra e l'Aldisio-Sammitto da Terranova, l'avv. G. Rao da Canicattì, e parecchi altri che dopo essere stati ringraziati calorosamente, e talora per lettera da Prefetti e da Sotto-prefetti, da Delegati di P. S. e da Carabinieri per la efficace opera prestata nel periodo che si può chiamare della _forza minima_,--in cui le autorità avevano addirittura perduta la testa, perchè non avevano abbastanza soldati per farsi rispettare--non appena la Sicilia fu invasa da fanteria, cavalleria, quanta ne occorrerebbe per iniziare una guerra contro un potente nemico, esse si sentirono forti e la forza vollero fare palese con atti di solenne ingratitudine facendo arrestare quelli che avevano prima encomiati. Per molti l'arresto fu talmente iniquo e ingiustificabile, che dopo qualche mese non fu più mantenuto; per pochi--il Curatolo e il Vivona--fu seguito da processo e da condanna a diecine di anni di reclusione. Del Vivona, farmacista in Castelvetrano e nemico irreconciliabile dei Saporito, i quali nel processo si vendicarono senza un ritegno, è da ricordare che egli venne precisamente accusato per un discorso tenuto ai tumultuanti, onde evitare maggiori eccessi, a preghiera caldissima e quasi per imposizione delle autorità politiche e militari del luogo.

[DOPO I RINGRAZIAMENTI....]

Il Rao venne arrestato in Canicattì al ritorno da Castrogiovanni dove era venuto insieme al Sindaco Avv. Falcone per prendere accordi e consigli da me sulla condotta da seguire per iscongiurare i tumulti temuti e di cui c'erano i prodromi.... In questi casi non si sa se maggiormente si debba flagellare la vigliaccheria o la ingratitudine di coloro che ringraziarono prima e poco dopo ordinarono gli arresti.[47]

Questi dati positivi sulla vera indole dell'azione spiegata dai _Fasci_ e dai più noti socialisti vengono completati da altri dati e da altre considerazioni.

Un significantissimo elemento sulla minima partecipazione dei _Fasci_ ai tumulti si rinviene in un documento ufficiale di singolare importanza.

Il Procuratore del Re di Palermo nel domandare alla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere contro l'on. De Felice aveva tutto l'interesse a magnificare l'intervento nei tumulti dei _Fasci_ e del loro _Comitato Centrale_, senza di che non ci sarebbe stato motivo a procedere contro l'on. De Felice e contro il _Comitato_; or bene, in tale domanda, per impressionare i deputati e indurli ad accordare la chiesta autorizzazione non si può fare menzione dello intervento chiaro e diretto d'altri Fasci che quelli di Terrasini, di Giardinello e di Belmonte, tre microscopici comunelli.

[I FASCI NEI TUMULTI]

Di quali altri _Fasci_, in tutti i processi, si riscontra la traccia nei tumulti? degli altri di Pietraperzia, di Lercara, di Santa Caterina Villarmosa, tutti senza capi, sciolti o in via di dissoluzione.

Allo scopo evidente di meglio colpire le vittime designate, in Parlamento e nel processo si ingigantì la forza dei _Fasci_ pel loro numero e pel numero di socî, che li componevano. Ma è da discutere forse sul serio la possibilità di un moto ordinato da 160 sodalizî,--che hanno un organo centrale e dispongono di oltre trecentomila socî--e che si rivela in modo così tumultuario, veramente anarchico e con manifestazioni tali che escludono l'intesa e la premeditazione, la direzione, che avrebbe potuto e dovuto dare un organismo poderoso, vittoriosamente, allorquando tutte le forze di resistenza mancavano, quando le città erano sguernite di truppa e la poca che c'era figurava come le comparse teatrali, ora quà ora là, e stanche, abbattute, demoralizzate? Se l'intesa, la premeditazione, la direzione dei _Fasci_ ci fossero state, come spiegare la constatata azione moderatrice dei _Fasci_ meglio organizzati e dei capi più stimati e più intelligenti? Ma che non ci sia stata si rileva alla evidenza dalle stesse relazioni della polizia, che rappresentano tutti o almeno i principali documenti dell'accusa. È il questore Lucchese, _il deus ex machina_ dei processi, che narra la discussione,--durata otto ore!--tra i membri del _Comitato Centrale_, sei dei quali insistevano perchè si facesse un manifesto per raccomandare la calma, ed uno solo, il De Felice, propendeva per l'azione rivoluzionaria. E il Procuratore del Re nella citata domanda di autorizzazione a procedere per aggravare la responsabilità del De Felice, si vale della narrazione del questore Lucchese. Dalla quale dunque, emerge all'evidenza, che sino al momento dell'arresto dei membri del _Comitato_ e dello inizio della reazione si deve escludere nei tumulti di Sicilia la responsabilità collettiva dei _Fasci dei lavoratori_, per un moto voluto e coordinato.

[ASSOLUTA MANCANZA D'INTESA]

Da tutti i processi e da tutti i documenti risulta, infine, che nei movimenti mancarono le armi, mancò il denaro, mancò l'accordo, mancò l'impronta di un capo, di una qualsiasi direzione...

Tutte queste osservazioni vengono meglio illuminate e corroborate dallo studio delle cause dirette e immediate, e del sorgere dei _Fasci_, e delle tumultuose dimostrazioni dei contadini; lo studio è stato fatto nei suoi particolari dagli avversarî dei _Fasci_, da coloro anche ch'erano preposti ufficialmente a reprimerne le manifestazioni più o meno legali.

[LA FAME LEGALE]

È l'on. Marchese Di San Giuliano che scrive: «Coloro, che sostengono non essere il disagio economico la causa precipua dei disordini in Sicilia, osservano che finora i più gravi sono accaduti nelle provincie di Trapani e di Palermo, che non sono tra le più povere e le più colpite dalla crisi; ammetto che per questo o quel comune, possano aver prevalso altre cause locali, ma per la provincia di Palermo è bene notare che essa ha dato nel 1892 un contigente di 5929 persone all'emigrazione permanente e di 1585 all'emigrazione temporanea, mentre che non l'aveva dato che di 870 all'una e di 138 all'altra nel 1885, il che autorizza a conchiudere che anche in quella provincia sia avvenuto un notevole peggioramento economico. In Provincia di Trapani l'emigrazione permanente, nel 1892, fu di sole 337 persone, ma di queste 105 appartengono al Comune di Gibellina, dove i disordini sono stati tra i più gravi: ed è stato ucciso il pretore.»[48] A questo mi permetto aggiungere che anche Caltavuturo dette un grande contigente all'emigrazione, che la condizione economica della provincia di Palermo e di Trapani poteva considerarsi buona prima della crisi vinicola ed agrumaria; e che la emigrazione--come diceva R. Cobden, a proposito di quella Irlandese: «quando deriva dalla necessità di fuggire la _fame legale_--cioè quella che deriva dalle leggi e dalla organizzazione sociale e non dalla naturale sterilità del suolo--non è emigrazione, ma deportazione.»

E in modo ancora più conclusivo in favore dello assunto propostomi, lo stesso Di San Giuliano aggiunge: «_i Fasci non sono causa, ma effetto della grave situazione della Sicilia!_»

[NON CE N'È FORSE ABBASTANZA?...]

Sarebbe errore, però, il ritenere che solo il dissesto economico abbia prodotto la esplosione del 1893 e del principio del 1894; moltissimo, forse di più come spinta diretta e immediata, vi contribuirono la esasperazione per la iniquità delle amministrazioni comunali e le gare vivacissime tra i partiti locali. Esaminando l'insieme di queste cause il Cavalieri esclama: «Non ce n'è forse abbastanza per spiegarsi il movimento dei _Fasci_?»

Che i _Fasci_ non avessero torto nelle loro domande e che i metodi adoperati non fossero biasimevoli, almeno in un primo tempo, risulta da testimonianze irrefragabili.

In quanto ai metodi vi sono le sentenze dei tribunali di Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo per varî processi istruiti sui fatti di Acquaviva, di Casteltermini, di Milocca, di Siculiana, di Gibellina, di Piana dei Greci ecc. ecc., le quali assolvendo quasi tutti gli accusati o ritenendoli colpevoli di lievi contravvenzioni danno la prova della leggerezza e del malanimo delle autorità politiche, che denunziavano i pretesi reati. E quanto non contribuirono queste persecuzioni a fare uscire i lavoratori dalle vie della legalità?

In quanto alla sostanza delle loro domande, che provocarono le agitazioni e i tumulti si hanno testimonianze non meno autorevoli, che le dimostrano giuste e ragionevoli.

Per la parte economica il Cavalieri giudica che anche senza appartenere alla scuola comunista o Marxista, come questo o quello dei _Fasci_, si può pensare che il lavoro, nella distribuzione dei prodotti, non abbia la parte che gli spetta.

L'on. Sonnino aveva giustificato tali domande preventivamente colla pubblicazione del libro del 1876 e più tardi, alla vigilia di divenire ministro, colla presentazione del suo disegno di legge sulla mezzadria, dà ragione del Congresso di Corleone, che tanto illegale gli parve da volerne tenere conto e da mettersi in relazione diretta col suo autore principale, Bernardino Verro. E divenuto ministro le sue viscere continuarono a commuoversi e nella esposizione finanziaria, trovò modo di stigmatizzare la iniquità dei dazî di consumo in Sicilia e la necessità e il dovere di provvedere.

[DISAGIO E ANGHERIE]

[I RECLAMI]

Le amministrazioni comunali, infine, vennero condannate--e perciò giustificati i _Fasci_ e le agitazioni--dalle circolari dell'on. Crispi e del generale Morra di Lavriano ai Prefetti della Sicilia nelle quali s'inculcava d'invitare i sindaci a mettere ogni cura nella compilazione dei ruoli delle tasse municipali, nel ripartirle più equamente e senza violare le leggi, nell'evitare il fiscalismo e le angherie nella esazione, nel sorvegliare la compilazione dei bilanci, ecc., ecc. E i prefetti e le Giunte amministrative, ch'erano stati sordi e ciechi per tanti anni provvidero spesso--per rimangiarsi i provvedimenti dopo--esagerarono anche chiedendo l'abolizione totale dei dazî di consumo, imponendola contro legge, con lesione dei diritti dei terzi e mettendo le amministrazioni nella impossibilità di provvedere alle spese obbligatorie più indispensabili. E moltissimi municipî sordi e ciechi anche essi, non meno e per non minor tempo dei prefetti e delle Giunte amministrative, si destarono e accolsero i reclami delle popolazioni stremate ed angariate ed abolirono tasse inique e accennarono di volere rientrare nell'orbita della legalità, se non della giustizia.[49]

Questi, esclusivamente questi e non altri furono i fattori d'indole economica, politica e sociale, che determinarono i moti di Sicilia e che furono favoriti da altre particolari circostanze, alle quali si accennò vagamente altrove, ma che giova esporre ordinatamente in questo punto.

[LA TRADIZIONE RIVOLUZIONARIA]

Anzitutto, in Sicilia e sopratutto in quei luoghi che costituiscono, secondo l'on. Crispi di oggi, la corona di spine della città di Palermo, vi sono tradizioni rivoluzionarie nel popolo, che gli danno una energia ed una fiducia nelle proprie forze, che mancano altrove. Queste tradizioni hanno creato uno speciale punto di onore--anormale quanto può esser quello che induce due _gentiluomini_ a battersi in duello per una inezia--e tale da indurre i contadini di un luogo a ritenersi menomati nella stima pubblica quando non avessero ripetuto ciò che gli altri avevano fatto. Li ho sentiti io rispondere ai consigli di calma: _che cosa si dirà di noi se non facciamo nulla quando gli altri si muovono_? Qui c'è anche uno speciale spirito di solidarietà di cui bisogna tener conto. Lo straordinario accentramento della popolazione e la coesistenza negli stessi abitati degli elementi rurali e degli elementi urbani, inoltre, fa sì che i malumori più rapidamente si diffondano e che l'azione di contatto, che tali diversi elementi esercitano gli uni sugli altri, agisca come lo strofinio su quei corpi dai quali si sprigiona la scintilla elettrica. Nè m'indugio ad applicare gl'insegnamenti della psicologia popolare per ricordare quanto più poderosa sia l'azione di certi fattori sulle folle numerose anzichè sui gruppi sparsi e poco considerevoli; nè quanto sia facile l'intesa tra gente che soffre degli stessi mali, che si sente forte e che difficilmente può essere rattenuta e sorvegliata dalle autorità governative.

[LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE]

L'influenza esercitata in ogni tempo sui moti di Sicilia dalla speciale distribuzione della popolazione (caratterizzata dalla mancanza dei piccoli e numerosi centri rurali, mentre i suoi abitanti in grandissima maggioranza sono dediti all'agricoltura) mi pare che per lo passato non sia stata abbastanza avvertita.

I tumulti scoppiano nei grossi centri rurali anzichè nelle città; nelle file dei contadini piuttosto che in quelle degli operai e dei zolfatari, che sebbene analfabeti hanno intelligenza più svegliata--lo constata la Jessie White Mario--pei contatti frequenti colle classi colte; tra gli elementi più incolti di preferenza che non tra coloro che posseggono una istruzione qualsiasi, fosse anche appena rudimentale e limitata al più elementare alfabetismo. L'ignoranza delle leggi, dei pericoli, delle conseguenze di certi atti, l'ignoranza completa in tutto e per tutto fu il vero, il grande fattore dei casi di Sicilia; di tale e tanta ignoranza se ne ha la prova lampante nella ingenua e unanime confessione dei feriti e degli arrestati, che affermavano sentirsi al sicuro contro l'azione delle truppe solo perchè le loro dimostrazioni avvenivano al grido: _Viva il Re!_ e procedevano sotto l'egida dei ritratti del Re e della Regina, ai quali non poche volte veniva riunito un Crocefisso.

Ma chi è veramente responsabile di tanta ignoranza, la quale non può non destare una profonda commiserazione? Il governo italiano e le classi dirigenti, che in trentatre anni di così detto regime di libertà nulla fecero per eliminarla, per attenuarla; proprio nulla! E dire che gli elementi che nei primi tempi malamente rappresentarono il governo in Sicilia, dopo averne sprezzantemente constatata la _barbarie_, fecero intendere di volere assumere la missione d'incivilirla!

Se dall'analisi fatta risulta che nei tumulti mancò l'azione collettiva dei _Fasci_ e si ridusse a poca cosa quella dei singoli _Fasci_--i meno ordinati, i rurali e i più recenti--ci vuol poco a dimostrare che non è maggiore la responsabilità dei cosidetti sobillatori e della propaganda socialista sia pel sorgere degli stessi _Fasci_, sia per le esplosioni dell'ira popolare.

I _Fasci_, dice il generale Corsi, in moltissimi punti non erano che le antiche _Società operaie_, che cambiavano nome. Col cambiamento del nome mutava forse per miracolo il contenuto antico?

[LE GARE MUNICIPALI E I FASCI]

«E qui cade acconcio--continua lo stesso generale--il rammentare come le gare più acerbe e costanti in questi paesi siano le municipali, poichè quasi non v'è Comune che non sia scisso in due o più partiti non solo avversi, ma apertamente e accanitamente nemici tra loro, i quali si contendono per ogni modo il primato, ed _anche il beneficio_, nell'amministrazione municipale. Ora, con questa presente agitazione è avvenuto che questo o quel partito di Comune ha trovato molto opportuno di giovarsi dello appoggio potente del _Fascio_ locale, il quale a sua volta s'è gettato spontaneo, e dopo lieve spinta, nella gara municipale, e così s'è fatto in più luoghi un imbroglio di _Fascio_ e municipio e partito, e taluni possidenti, non dei maggiori bensì (e i Di Lorenzo di Gibellina?), si sono messi alla testa del _Fascio_, o vi sono scivolati dentro. Infatti i maggiorenti di quelle Società non fanno mistero della loro intenzione di _valersene nelle lotte municipali_, dicendo, forse persuasissimi, che lo fanno e lo faranno pel meglio del paese e quindi dei lavoratori. Intanto anche per questo verso, il _Fascio_ diventa arena di ambizioni ed interessi locali, di _galantuomini_ forse più che di _picciuotti_....»

Dov'è, dunque, il socialismo come causa efficiente, diretta e immediata dei moti di Sicilia, secondo il Comandante del XII Corpo di armata, che del socialismo non è punto tenero? E minore ancora la sua responsabilità risulterà uscendo dalle affermazioni vaghe e generiche e mettendo i punti sugli _i_ come suol dirsi, cioè indicando i nomi dei capi-partito dei paesi dove avvennero agitazioni e tumulti: ciò che oggi può farsi senza commettere alcuna indiscrezione e senza nuocere a chicchessia perchè i fatti sono noti e sono stati discussi innanzi ai Tribunali militari di guerra.

[IL SOCIALISMO NON C'ENTRA]

Ora i fatti dimostrano che il socialismo non ci aveva che vedere nei diversi _Fasci_ di Monreale, e che quello ostentato dal sindaco Cav. Balsano in un suo discorso, era socialismo di occasione suggeritogli dal timore di perdere ogni popolarità e di vedersi sopravvanzato dagli avversari. Il socialismo entrava come i cavoli a merenda a Santa Caterina Villarmosa, e lo dichiarò il farmacista Bruno ad un capitano dei carabinieri prima del 5 gennaio e lo ripetè il sindaco Fiandaca, suo avversario, innanzi al tribunale militare di Caltanisetta.

E non era affatto socialista, ma un monarchico convinto ed amico intimo dell'on. Damiani, il Vivona, avversario antico e irreconciliabile dei Saporito a Castelvetrano; ed è assolutamente irresponsabile il socialismo del fiero antagonismo tra i Di Loronzo e i Gerardi in Gibellina, tra i Lafranca-Gallo e i Lafranca-Massena in Partinico, tra i Nicolosi e i Sartorio in Lercara, tra gli Sparti e gli Scozzari in Misilmeri, tra i Bruno e i Gallina in Santa Caterina Villarmosa...

[LA MINA ERA CARICA]

In risposta a chi potrebbe accusarmi di mala fede perchè dalle pagine del generale Corsi e di altri avversarî del socialismo cito soltanto quelle che mi fanno comodo, riconoscerò che il primo assegna una parte di responsabilità ai _sobillatori_ colla propaganda socialista; e questa parte viene determinata con precisione in questo periodo: «il paese era nel 1892 preparato allo scoppio come una mina carica, che aspetta la miccia. Ora questa fu apprestata da un pugno di socialisti, giovani, arditi, abili, agitatori di vaglia sin dal primo momento.»

E sia! Ma con ciò non rimane sempre minima, storicamente e moralmente incalcolabile la loro responsabilità? Certo; e la certezza risulta indiscutibile dalla larghissima sperimentazione sociale, la quale ammaestra, che dovunque esistono le condizioni generatrici di un fenomeno, il fenomeno presto o tardi si presenta illudendo solo gli ignoranti o i malevoli sulla parte che rappresenta _l'ultima causa occasionale_, la scintilla. Così, in Sicilia, nel continente italiano, in Irlanda sempre e dovunque esistano le condizioni analoghe a quelle che generarono le ultime manifestazioni dell'isola, le manifestazioni non mancheranno _con, senza, o contro i Fasci; con, senza o contro_ il socialismo.

Non c'erano i _Fasci_ e non era neppur nota la parola _socialismo_, eppure nel 1848 in Burgio si ebbero tumulti analoghi a quelli del 1893.

[SPERIMENTALISMO SOCIALE]

Non c'erano i _Fasci_ e non era neppur nota la parola _socialismo_, eppure nel 1860 in mezzo all'entusiasmo e agli slanci generosi della riscossa nazionale avvennero le cruente sollevazioni di Pace, di Collesano, di Bronte, di Nissoria sempre al grido: _morte ai galantuomini! abbasso li cappedda!_ E senza _Fasci_ e senza socialismo avvennero i disordini di Canicattini nel 1865, le preparazioni dei contadini a Villalba ed a Valledolmo, la rivolta di Grammichele nel 1876, nella quale si dette l'assalto al _Casino dei galantuomini_, che furono presi a fucilate e più tardi la ribellione di Calatabiano al grido di: _abbasso il municipio! abbasso le tasse! Viva il Re!_ sanguinosamente repressa della _sinistra_ riparatrice. E senza _Fasci_ e senza la menoma conoscenza di socialismo tumultuano i lavoratori di Favara nel 1890, e insorgono i contadini e i zolfatari di Floresta, di Valguarnera...

L'esistenza delle condizioni opportune per esplosioni violente non era sfuggita a nessuno, e Sidney Sonnino, prima che sorgessero i _Fasci_ e senza che sospettasse la influenza della propaganda socialista, ne aveva previsto la ripetizione. E Abele Damiani, non aveva mancato di avvertire: «Non dimentichiamo che in tempo di rivoluzione furono specialmente i contadini, i quali assalirono i possidenti nelle persone e ne danneggiarono le possidenze: il 1848 e il 1860 segnano due epoche terribili di manifestazioni popolari; in alcuni comuni dell'isola si ebbero a deplorare _fatti di sangue, vendette, incendî di archivi pubblici_ da parte di una moltitudine oppressa, ubbriaca, nell'intento di vendicare _l'onta della miseria patita a causa dell'odiata classe dei proprietarî_.»

Ah! perchè l'on. rappresentante per Marsala non ha ricordato questa pagina da lui scritta all'amico suo intimissimo ed antico, Francesco Crispi, quando con violenza e con leggerezza indegna di un uomo di Stato egli volle accusare e calunniare i socialisti, sobillatori?

Oltrepassiamo lo stretto. Le provincie del continente napoletano presentano il terreno adatto per questa indagine di sperimentalismo sociale; nè riferendomi a tali regioni intendo ricordare i contemporanei moti di Ruvo, di Corato, ecc. che si può supporre essere stati determinati da contagio psichico il quale pure non è efficace se non dove esistono le favorevoli opportune condizioni. Mi riporterò invece alle diverse fasi del brigantaggio ed alle altre esplosioni dell'odio di classe, che hanno preceduto le siciliane e che riconoscono cause perfettamente identiche.

[DAL '48 AL '93]

Furono i _Fasci_ e la propaganda socialista, che li determinarono? Ma il socialismo non era ancora nato e nel secolo scorso--si può apprenderlo dalle opere insigni di Winspeare e di Nicola Santamaria sul _feudalismo_--nel campo stesso dove si svolse il brigantaggio si ebbero scene e manifestazioni perfettamente analoghe a quelle ricordate per la Sicilia dal 1848 al 1893.

[LE PAROLE DEI MODERATI]

Credo di avere già citato sulle cause e sul significato del brigantaggio dal 1860 in poi i discorsi di Giuseppe Ferrari, i quali, mutati i nomi, si crederebbero pronunziati pei moti di Sicilia, devo aggiungere che tutte le discussioni parlamentari del 1863 e 1864 e particolarmente la relazione e un discorso del Massari e un altro del Castagnola riescono alla stessa conclusione: «il brigantaggio è la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.» Sono parole del moderatissimo Massari e pronunziate quando della sincerità di certe oneste dichiarazioni dei _moderati_ non si poteva dubitare, perchè essi erano al potere e non avevano bisogno di ostentare sensi umanitarî o democratici per fare la critica degli avversarî.