Gli amori

Part 9

Chapter 93,784 wordsPublic domain

Io già la vedo, cara contessa, battere le mani e godere cogliendomi in fallo. Ella dice che l'amore degli uomini deve pur essere materiale, volgare e indegno, se preferisce la consistenza delle membra stupide e inerti, trascurando la perfezione del viso che è il vivo specchio dell'anima. Sì, la bellezza della faccia importa specialmente per questo: che la faccia, la bocca, gli occhi esprimono le interiori qualità della creatura, e la cordiale simpatia e il puro sentimento non si possono destare senza la bellezza del viso. Per una donna orribile di volto e apprezzabile soltanto in ciò che non si vede, si potrà provare un amore fatto soltanto di desiderio, un amore quasi costretto a nascondersi come nascoste sono le qualità di chi lo ispira; ma non è sempre vero, mi consenta di dire, che, tolto il viso, il resto del corpo sia stupido e inerte e senza espressione. Ne domandi, se non mi crede, agli artisti, ai pittori, agli scultori specialmente: li sentirà affermare che, a parte la faccia, l'eleganza delle forme, la purezza dei contorni, l'armonia delle proporzioni hanno una loro propria virtù espressiva e producono, più che un moto di cupidigia, un senso di pura felicità, un vero e proprio e tutto morale sentimento. Ed io le voglio a questo proposito narrare un altro fatterello che fa proprio al caso nostro.

C'è nel Museo nazionale di Siracusa un meraviglioso pezzo di scultura greca: una statua di Venere, dinanzi alla quale si resta compresi di stupore e quasi di religioso rispetto. Però, mentre la fama delle sue sorelle di Milo, dei Medici, del Campidoglio, vola per il mondo, la Siracusana è quasi sconosciuta, e solo i vagabondi inglesi che non sdegnano spingersi fino nell'estrema Sicilia sanno qualcosa di lei. Poichè ella non l'ha veduta, avrei il dovere di dirgliene una parola; ma, per fortuna mia, un grande scrittore francese che amò, come gli scialbi figli dell'Inghilterra, girare per il mondo, descrisse con mano maestra la statua della Dea. Riferendole la pagina del Maupassant io eviterò che ella mi accusi di mania descrittiva e mi risparmierò una prova della quale sento tutto il pericolo. Come potrebbero infatti le mie parole esprimere la sublime bellezza del marmo greco?

Prima di tradurre il passaggio del mirabile prosatore, io le riferirò una sua dichiarazione. Discutemmo già intorno al prezzo che la bellezza degli uomini ha per le donne, ma non abbiamo detto quanto la bellezza delle donne sia importante per gli uomini. È bensì vero che questi uomini sono tanto accensibili che qualunque donna, anche non bella, può essere oggetto del loro desiderio; tuttavia il desiderio ardente, se per un verso è di facile contentatura, è anche capace d'apprezzare molto più che il tepido le qualità dell'oggetto; così noi vediamo che, mentre tutte le donne possono essere desiderate, pure il loro dovere è di essere belle. Ciò che io vorrei farle particolarmente notare è che l'ammirazione degli uomini per la bellezza arriva a tal grado, da liberarsi dall'istinto erotico che la determina e da mutarsi in un culto quasi ideale, in un sentimento estasiato e purissimo. Già Enrico Heine aveva malinconicamente confessato: «Io non ho mai amato altro che statue e donne morte...» Guido de Maupassant dice: «Se avessi da scegliere fra la più bella delle creature vive e la donna dipinta da Tiziano, io preferirei la donna dipinta da Tiziano». Capovolgiamo la proposizione e facciamo che una donna debba scegliere fra il più bell'uomo vivo e l'Apollo del Belvedere: costei sceglierebbe... un abbonamento a un giornale di mode.

L'autore di _Bel-Ami_, dunque, avendo visto nell'album d'un viaggiatore la fotografia della Venere siracusana, narra che s'innamorò di lei «come ci si innamora d'una donna viva. Ella, probabilmente, mi decise a fare il viaggio: io parlavo e sognavo di lei assiduamente prima ancora d'averla veduta.» E arrivatole dinanzi così comincia a parlarne, senza nominarla, quasi non si possa dubitare di chi parla: «Entrando nel museo la scorsi in fondo a una sala, bella come l'avevo imaginata... Non è la donna poetizzata, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa come la Venere di Milo; è la donna come realmente è, come noi l'amiamo, come la desideriamo, come vogliamo abbracciarla. E' grassa, col petto forte, l'anca potente e la gamba un poco pesante; è una Venere carnale che sogniamo coricata vedendola in piedi. Il braccio che ha perduto nascondeva le mammelle; la mano che le resta solleva un drappo per ricoprire, con un gesto adorabile, le grazie più misteriose. Tutto il corpo è fatto, concepito, inchinato per questo movimento tutte le linee vi si concentrano, tutto il pensiero vi corre. Questo gesto semplice e naturale, pieno di pudore e d'impudicizia, che nasconde e mostra, vela e rivela, attira ed evita, sembra definire tutta l'attitudine della donna sulla terra;» -- (quell'attitudine contraddittoria, ella noti di passata, sulla quale ho già richiamato la sua attenzione). -- «E il marmo è vivo. Vorremmo palparlo, con la certezza che cederà sotto la mano come carne. I fianchi, segnatamente, sono animati e belli in modo inesprimibile. Si svolge in tutta la sua grazia la linea sinuosa e grassa dei dorsi muliebri che va dalla nuca ai talloni e che mostra, nel contorno delle spalle, nella rotondità decrescente delle anche e nella lieve curva del polpaccio assottigliato fino alla caviglia, tutte le modulazioni della grazia umana. Un'opera d'arte non è superiore se non quando è nello stesso tempo un simbolo e l'espressione esatta di una realtà. La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.»

Qui il Maupassant fa una digressione per parlare di quell'amore misterioso e mistico che suscita la testa della Gioconda e lo sguardo di certe donne vive. La Venere di Siracusa non ha testa. E ciò nonostante, quantunque per la mancanza del viso e dello sguardo parrebbe dover mancare anche l'espressione, ella ha pure il suo significato. Se lo sguardo di certe donne ci dice cose che realmente non sono nelle loro persone e determina in noi un'esaltazione per la quale ci crediamo capaci di spiccare le stelle dal cielo, altre eccitano nelle nostre vene l'impetuoso amore dal quale è uscita la nostra razza. «La Venere di Siracusa è la perfetta espressione di questa bellezza potente, sana e semplice. Ella non ha testa! Che importa? Il simbolo è perciò stesso più integro. E' un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso.»

Ora un pittore tedesco amico mio, Franz von Rödrich, andato anche egli in pellegrinaggio a Siracusa per ammirare il portentoso marmo, ne restò, come accadde al Maupassant e come accade a quanti hanno occhi, turbato e quasi oppresso. Egli non era solo, un giovanotto suo connazionale lo accompagnava. Dovevano partire il domani per Malta e Tunisi, e non sapevano come occupar la serata in quella piccola città che, racchiudendo tante memorie d'un grande passato, è troppo sprovveduta delle attrattive della vita presente. L'artista sarebbe andato a letto se avesse potuto dormire, se la contemplazione del capolavoro non l'avesse sconvolto come ci sentiamo sconvolti incontrando una troppo bella creatura di carne e d'ossa. Seguì pertanto, sperando distrarsi, il suo giovane amico, al quale la vista della Venere aveva messo addosso un'altra febbre, meno pura e più facilmente guaribile. Nonostante il contrario consiglio di un cicerone di piazza, l'acceso giovanotto volle andare in cerca di veneri vive; e la turpitudine del luogo e l'orrore delle due sole creature che lo popolavano non valse a tranquillarlo; scelta la meno orrida, andò con lei. L'artista restò solo, disgustato, pentito di aver accompagnato il troppo ardente amico, e con la mente perduta dietro la raffigurazione della sublime bellezza della statua, col rammarico di non essere vissuto ai tempi che gli artefici incontravano i viventi modelli di simili opere.

Siracusa! La Magna Grecia! La statua di marmo pario! La Venere callipige! Ateneo e Lamprido!... Egli ripeteva tra sè quei classici nomi, quasi assaporandoli, quasi esprimendone la secreta virtù prima di abbandonare i memorabili luoghi dove forse non sarebbe tornato mai. I luoghi erano immutabili, ma come il tempo aveva compito l'opera sua! Il teatro era vuoto, vestito d'erba; il tempio di Diana era divenuto una mediocre cattedrale di provincia: non più Dionisio udiva dall'alto dell'orecchiuta latomia le voci dei prigionieri; il papiro dell'Anapo dava inutilmente al vento le verdi chiome vegetali, spodestato dalla carta fatta di stracci. E che cosa era divenuta la razza, l'uomo e la donna, dopo tanti miscugli di sangue? Come paragonare, senza sentirsi stringere il cuore di pietà e senza fremere di sdegno, la statua del Museo alla turpe creatura che gli stava dinanzi e che tentava di eccitarlo?... A un tratto egli udì gridare: «Franz!... Franz!... Franz!...» Era la voce del suo giovane compagno.

Franz accorse, cercandosi istintivamente un'arma addosso, credendo che l'amico chiamasse aiuto, rammentandosi le parole del cicerone che li aveva sconsigliati d'avventurarsi in quei luoghi... Egli s'ingannava, nessun pericolo li minacciava; il compagno lo chiamava per farlo partecipare alla sua meraviglia. La donna che questi aveva portata via, con una testa orribile e ignobile, irregolare, cotta dal sole, premuta da una zazzera untuosa come quelle delle Abissine, aveva il corpo della statua. Viva, calda, palpitante, essi si vedevano dinanzi la forma di Venere: avevano toccato il marmo ed era parso loro carne; ora toccavano la carne che parea marmo. Le loro mani tremavano nel premere le polpe scultorie; la loro meraviglia era estatica, non riusciva a saziarsi. Chi li avrebbe creduti, quando avrebbero narrato l'incontro? Aver visto la statua della Dea qualche ora prima, quelle forme che tutti i viaggiatori ammirano con un secreto senso di sfiducia, pensando che l'arte sola ha potuto plasmarle, ma che in realtà quella perfezione non esiste; e trovarle qualche ora dopo, non di pietra inerte, ma di muscoli elastici, e così perfette, in ogni parte, in ogni linea? Tutta lei, nel seno, nei fianchi, nel grembo: tutta lei, dai piedi al collo; solo la testa, la testa orrida e turpe, pareva una terracotta barbarica sovrapposta al marmo di Paros!

Il signore di Sade, redivivo, avrebbe pensato di decapitare quel corpo; Franz von Rödrich ripensava le parole del Maupassant: «Non ha testa! Che importa? Il simbolo è per ciò stesso più integro. E' un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso....»

L'ESTRO

Diciamo il vero, signora mia: la dose d'ingenuità della quale madre natura volle provvedermi dev'essere proprio grandissima se da due mesi, contro le ostinate denegazioni di lei, e con la previsione dell'inutilità d'ogni ulteriore insistenza, io persevero a dimostrare concetti che ella dice arbitrarii, riprovevoli e insostenibili. E giacchè siamo a parlare d'ingenuità, le confesso proprio ingenuamente che comincio ad essere un poco stanco di predicare, come si suol dire -- nè il paragone ha nulla d'offensivo per lei! -- di predicare, come si suol dire, al muro. Ella è più salda nelle sue idee di un buon muro di sassi e di cemento! E di questa cosa evidente, della quale le ho dato una moltitudine di prove -- senza che ella le abbia distrutte con prove contrarie! -- cioè che l'amore degli uomini è una passione fortissima, uno struggimento ineffabile, un impeto veemente, senza fine maggiore di quello delle donne, ella non si vuol persuadere. Ella mi ricanta il solito ritornello: gli uomini amano più con i sensi; ma con l'anima amano meglio le donne; l'amore degli uomini è più positivo e pratico; più ideale e poetico è l'amor delle donne!... Ma, in nome di Dio, entri in una biblioteca e ne sfogli il catalogo. Quanti sono i libri d'amore, d'amore romantico, poetico e ideale, scritti dagli uomini? Sono milioni! Quanti quelli scritti dalle donne? Forse uno, in proporzione. E tutta la poesia che esiste al mondo sarà stata scritta dagli uomini senza che essi la sentano; mentre invece soltanto le donne sentiranno poeticamente; le donne, che di questa loro sublime poesia non ci riferiscono neppure una rima?... E' vero, è purtroppo verissimo che uomini e donne non si possono intendere perchè ciascun sesso considera le cose sotto un certo aspetto tutto suo proprio; ma c'è pure una logica superiore al modo di ragionare dei sessi; e questa logica dice che la poesia delle donne amanti dev'essere un sentimento mediocrissimo, se non si esprime, se non le spinge a cantare; mentre forte e grande e sublime è la prorompente poesia degli uomini innamorati che empiono il mondo dei ritmici gridi della loro passione!... Sissignora: la prima sartina incapricciata del primo commesso di negozio che le dice una galanteria, spasima d'ideale e poetico amore; mentre l'amore di Francesco Petrarca e di Alfredo de Musset, di Dante Alighieri e di Giorgio Byron, di Enrico Heine e di Ugo Foscolo e di Victor Hugo e di Leopardi e di Shelley e di Goethe e di Lamartine è una roba -- adesso scrivo in milanese! -- tutta prosaica e materiale!

Io avevo messo da parte per lei, secondo la promessa fattale altra volta, alcune cose di Ermanno Raeli. Ella che non giudicò detestabili, come al povero amico mio parevano, le sue poesie, mi richiese di cercare se tra le carte del defunto se ne trovavano altre. Precisamente io avevo trovato un passaggio del suo giornale pieno di versi, e volevo trascriverli e mandarglieli senz'altro; ma la sua lettera odierna mi spinge a fare un'altra cosa. Queste poesie del Raeli sono intercalate in mezzo alla prosa, si riferiscono ad un suo stato d'animo, ai sentimenti che egli provava nell'atto di scrivere certe sue note. Or bene: egli aveva incontrato allora allora Massimiliana di Charmory e s'era innamorato di lei. Che cosa fu l'amor suo io narrai altra volta: qui ella leggerà dentro all'anima amante, assisterà all'improvviso divampar della fiamma. Perchè ella dia a queste note il loro giusto valore, comincerò col trascrivere le precedenti, le pagine anteriori all'incontro, nelle quali egli significa la sua depressione e il suo disgusto. Quando d'una donna che s'innamora ella mi riferirà qualcosa di simile, io le darò ragione. Noti che non le do ora queste pagine come sublimi: sono anzi molto mediocri, ma dimostrano di che straordinaria eccitazione, di che prodigiosa esaltazione, di che intellettuale e sentimentale fioritura è causa nel cuore d'un uomo l'amore. Ed eccole: avverto ancora che trascrivo senza mutare una sillaba, senza alterare neppure la disposizione dello scritto; rammento infine, per certe stranezze di stile, che Ermanno Raeli, come mezzo tedesco, scriveva spesso in un italiano tutto suo.

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_Martedì, 3._ -- Piove. E' la stagione floreale, e piove. Il cielo è di fuliggine, la terra è di fango.

_Mercoledì, 4._ -- Ricomincia a piovere, l'aria è calda e umida, una viscida bava pare sia stata spalmata su tutte le cose da un popolo di lumache e di serpi.

_La sera di Giovedì._ -- Un cielo di Goya, lubrico, infame, pieno di turpi visioni.

_Sabato._ -- Ora un sole di fuoco scotta ed abbrucia. La campagna fumiga, tutte le putredini fermentano sotto la terra acre.

_9 sera._ -- Questi fiori sono germinati dalla putredine. Mi disgustano tanto quanto certe carni di sozzi animali che si nutriscono degli escrementi.

_Il 15._ -- Per le vie io mi diverto a osservare l'andatura delle persone. Alcuni strisciano tortuosamente come rettili, altri saltellano come conigli, altri incedono come pachidermi. E l'impronta animalesca è nei loro visi. Certi nasi sono proboscidi, certe bocche sono grifi; ecco due orecchie pendule come quelle del bracco. E gli occhi! gli strabuzzati occhi bovini, gli occhi ferini del gatto, gli occhi rapaci del gufo! E le mascelle prognate, come quelle degli antropoidi! Se io stesso mi guardo allo specchio, l'espressione bestiale che scopro nel mio viso mi abbrutisce. Siamo tutti bruti. Niente ci differisce dai bruti. Udite le voci: nel piacere si grugnisce, nella preghiera si miagola, nella collera si abbaia; il grido del nostro dolore è in tutto simile a quello del dolore animalesco.

_Sera._ -- Io guardo le donne, le eredi della bellezza. Non una, non una che me la riveli. Già le forme sono troppo nascoste dall'abito; e l'abito è goffo, innaturale e snaturante. Molte, la più gran parte, ne sono oppresse come le testuggini dalla scaglia; altre, quelle che chiamano regine della moda, lo sfoggiano come il pavone le penne. E i visi sono artefatti, le chiome o tinte o accresciute di peli morti, tolti a cadaveri; la pelle vellutata dai cosmetici e dalle polveri, le orecchie stirate dai pendenti come tra i Barbari. Bene è che i corpi siano nascosti, senza di che noi vedremmo una più lamentevole vista!

_Giovedì, 18._ -- Ho incontrato una bella donna. La mia critica non ha potuto esercitarsi su lei. Era bella. Ma, sovraccarica di vistosi ornamenti al pari d'un idolo, il suo viso era vuoto d'espressione come quello d'un idolo di stucco o di marmo.

_Sabato, 20._ -- Queste bellezze muliebri sono tutte vuote. Il loro sguardo è stupido, come la loro mente è pigra. In nome di Dio, evitate di udirle se non volete piangere della loro sciocchezza.

_Domenica._ -- Forse la colpa è mia? Forse è il mio occhio, il mio giudizio, quello che niente riesce ad appagare? Forse un troppo alto ideale mi fa sentire tutto meschino? Se io leggo nel libro d'un grande scrittore non ammiro tanto le pagine sublimi quanto m'indugio e quasi mi compiaccio dinanzi ai passaggi meno felici, ai segni della fatale umana imperfezione. Io sento tutto imperfetto, manchevole e maculato.

_La notte._ -- I miei versi! Ho riletto i miei versi antichi. Miseria ed ignominia! Io ho scritto queste cose!...

_Lunedì, 30._ -- Gli uomini si festeggiano mangiando insieme. L'animalesco bisogno del cibo, che bisognerebbe contentar da soli, di nascosto, si soddisfa in comune, solennemente, tra faci e fiori. Le bocche si aprono, le mascelle masticano, gli esofagi ingozzano il bolo che la saliva ha impastato...

_Mercoledì, 14._ -- Non c'è poesia senza bellezza e senza amore. Dove trovare una bellezza e come nutrire ancora un amore?

_Dopo un mese._ -- Come è lungo il tempo!

_Tornando dal Museo._ -- La bellezza espressa dall'arte, nel quadro o nella statua, è quasi perfetta e certamente amabile. Ma è anche muta ed è anche falsa: nella realtà non esiste.

_Sabato, 7._ -- Forse il solo spettacolo capace ancora d'accendermi è questo della natura. Le rive boscose che si riflettono nelle acque d'argento, le sinuose linee dei monti, ora graziosamente inclinate e digradanti, ora erte e sfidanti il cielo; un paese lontano in mezzo a un virido piano o ad una valle rocciosa; un promontorio che s'allunga come una schiena immensurabile, un seno d'acque lucenti al par d'uno specchio, attraggono l'occhio mio, mi contentano e acquetano.

_Lunedì, 9._ -- Questa natura è sublime. Più la contemplo più sento un'eccitazione secretamente prepararsi dentro di me; ma tosto ritorno allo scontento e alla disperazione di prima pensando che non ho alcuno cui comunicare l'eccitazione mia. Se pure io trovassi una creatura cui sentissi di poter dire tutto ciò che s'agita nell'anima mia, come potrei dirle queste cose? Esiste una creatura non solamente capace d'intendermi ma di farmi parlare?

_Martedì, 22, sera._ -- Eccola.

_Otto ore._ -- E' lei.

_Mercoledì._ -- La mia mano trema. Non so più scrivere. Volevo fissare sopra una pagina lo stato dell'animo mio, dire il mio turbamento, esprimere la meraviglia, la gioia, la gioia ancor quasi incredula, la meraviglia quasi ancor sospettosa; volevo indagare il tumulto di sentimenti che imperversa dentro di me, e non ho potuto dir nulla. Forma della Bellezza, lo sguardo tuo mi parla. Io mi sento rinascere. Io sogno. Io vivo. Dice una voce chiusa che questo sogno svanirà; e non me ne dolgo, e la tristezza delle previsioni oscure è incapace di sedar la mia febbre. Da un canto interiore, dalla musica delle cose, io mi sento spronato come dal clangore d'un'epica marcia. Partirò, me ne andrò lontano, riprenderò la vagabonda mia vita. Ma la memoria sua, come una luce pura, schiarirà la mia vita. Che dire?

Sinfonia. Il silenzio, la pace. Dormono l'acque dei ricordi, come uno stagno.

Il silenzio, la pace; dormono le Memorie...

Non è questo. Non so dire. Chi mi suggerisce?

Tu Bellezza, tu Grazia, tu Dolcezza ti chiami...

No, no, no.

Forma della Bellezza, Anima sospirosa, non ti vedrò piú mai.

Ecco. Ho trovato.

Lucente Anima pura, perchè sul mio cammino prima non t'incontrai?

Ah, se mi fossi apparsa quando, di fede acceso, anch'io credei, sperai!

Quando non conoscevo il pianto e la vergogna! Allora io t'aspettai!

Or che passata è l'Ora, mi son vietati i cieli sereni ove tu stai.

Grazia, Purezza e Riso, l'orrore della vita non puoi saper, non sai.

O, generosa e buona, conforto del tuo pianto alla miseria dài.

Ma guai al vinto, se tenta ancora illudersi, sognare, sperare; al vinto, guai!

No, la Speranza è morta per mano del Dolore: è troppo tardi ormai.

Io sparirò. Ma innanzi di perderti per sempre, odi: vissuto ho assai

se pur t'ho conosciuta, se a te d'accanto un giorno vivere meritai.

Forma della Bellezza, Anima luminosa, non ti vedrò più mai,

ma Fior della memoria, immacolata Idea, Spera d'ardenti rai,

Faro delle mie notti, Sole dei giorni miei, eterna in me vivrai...

Il pianto è dolce, soave, grato. Quantunque io disperi, la mia disperazione non è insopportabile. Forse una secreta inconfessata a me stesso speranza germina nell'anima mia?

Vederla! Vederla! Ancora vederla! Nutrirmi ancora della sua vista!

Voci di gioia.

Parole arcane.

Sospiri e fiamme.

Ah! le parole, le parole sonore, clamorose, squillanti, le parole che dicano tutto, io so le parole, sento di poterle trovare. Come un liquore di fuoco scorre per le mie vene; io mi sento travolto da un turbine risplendente e risonante.

Il tempo precipita.

Ho bisogno di cantare. Io ho riso della poesia, me ne sono vergognato come d'un linguaggio ridicolo, fuor della vita, fuori del vero. Ora il linguaggio di tutti i giorni mi par rigido, frigido, vuoto ed ingrato. Io canterò la sua bellezza buona, io canterò la grazia sua soave. Ecco che le mie frasi, senza ch'io me ne accorga, prendono naturalmente la misura del verso.

Cantare, cantare: sciogliere un inno che echeggi nei secoli!

No, Ella non vuole. Un dolore secreto la rode. Ella non vuole udire i superbi canti della gioia, ma i canti sospirosi della pietà.

Quale dolore cinge la sua fronte? Che visioni ricordano i suoi sguardi velati?

Muta, lassa, dolorosa. Ella passa nella Vita. La divelta rosa langue, china il capo, scolorita. O pallore della fronte pura, della mano pura, o dolore senza fine delle labbra sigillate! Nostalgia d'altri cieli, agonia dell'amore: chi può dire la passione che la strugge? Chi guarire la potrà? Forse un'urna di memorie ha nel cuore, e di pianti sanguinosi la conforta. Taciturna, come morta. Ella passa. Che pietà!

No, io non esercito più la mia critica. Che è la critica, l'ingrato, l'inutile, lo sterile esercizio? Io vivo, io vivo, io vivo. Crea la mia mente, il cuore palpita; le mie parole traducono il ritmo del cuore.

La sera è calata. Io sono lontano da lei, ma così pieno di Lei come se Ella fosse compenetrata e confusa in me.

Non alitar di vento, non voci; divino Silenzio. Già l'Ombra nuziale tutte le cose cinge...

Un altro poeta già chiamò nuziale l'ombra. Io ripeto l'imagine felice. L'ombra è nuziale. Che altre imagini misteriose essa risveglia! Non bisogna indagare. Il velo dell'ombra nuziale cinge, nasconde tutte le cose.

Le vegetali forme, immote nell'aria clemente, posano anch'esse in braccio al Sonno prestigioso.