Gli amori

Part 10

Chapter 103,429 wordsPublic domain

Il salice argentino che sogna? Che sogna il nebbioso ulivo, il rovo ardente, la folleggiante vite?

L'anima della pia Desdemona bianca tremante erra d'intorno al salce, prega, sospira, geme.

Sere lunghe d'inverno, il Ceppo, le fiamme guizzanti, gli urli dell'aquilone, i baci della neve

sogna l'ulivo; e il rovo un cuor lacerato che gronda sangue, due rosse labbra, rosse di sangue umano.

Danzar felici amanti al rezzo di folti aranceti, al carezzoso suono di flauti e di viole,

correr Fauni e Baccanti, disciolte le chiome, roventi le fronti inghirlandate, mirano l'ebre viti.

E i monti secolari, e l'acque perenni, voraci sepolcri di viventi, sognano anch'essi. L'Ere

sognano disparite, i tempi che l'uomo non visse, le prime operazioni della virtù vitale.

E l'Anima turbata, oppressa, smarrita, perduta, l'Anima vulnerata, l'Anima senza speme,

l'Anima senza pace per nuovo prodigio si placa, le spasimate veglie tregua han di sogni alfine.

Sogno! Visione! Ebbrezza! O come lontani i tormenti! Vinto è l'orrore, vinti i malefizii sono.

Giorni delle speranze ingenue, dei buoni pensieri, giorni di pura fede, o tramontati giorni,

ecco: sorgete ancora, risorge il Passato, la santa gioia dell'innocenza ecco fiorisce ancora.

Anima tenebrosa, la luce t'inonda, il sorriso d'una miracolosa Anima sfolgorante

schiara la notte tua, ti trae dagli oscuri perigli, nitidamente addita le vie della salute.

Tempo, t'arresta! Vita, rattieni il tuo corso fatale! Sogno, sorridi ancora! Volgi tu eterna, o Notte!...

Non alitar di vento, non voci, non suoni, non moti: alta, soave, augusta, o non sperata Pace!

Ahi! Già si sbianca il cielo!... Distrutto è l'incanto supremo; fuggono le visioni, riede il dolor col sole...

ANACRONISMO

_Cara Contessa_

Hauptig di Mannheim, celebre artista tedesco di cui ella avrà sentito qualche volta parlare, fu, anni addietro, in Italia, e precisamente a Roma. Abitava in una casa mobiliata, in via Margutta, dove stavano altri artisti; ma egli non aveva neppur veduto i suoi vicini, occupato com'era tutto il giorno a lavorare. Il lavoro di questo mutabile ed inquieto dilettante al quale nessuna forma dell'arte è sconosciuta consisteva allora nella pittura. Il suo studio, un immenso stanzone al quarto piano, riceveva luce, dalla parte del cortile, da due balconi aperti sopra un ballatoio che girava lungo tutti i quattro muri interni del fabbricato e sul quale si aprivano tutti gli altri balconi delle stanze di quel piano. Siccome non era diviso da cancellate, i casigliani potevano comunicare facilmente gli uni con gli altri; ma Hauptig, nascosto dietro le sue tele, non aveva notizie del resto del mondo. Un giorno, mentre disegnava un paesaggio, udì grida infantili e un rumore affrettato di passi e un esclamar minaccioso:

-- Monella!... monella!...

Egli aveva appena sporto il capo, quando vide una bella bambina di otto o dieci anni precipitarsi, dal balcone aperto, nello studio e quasi trincerarsi, con aria tra spaventata e trionfante, dietro di lui; mentre una donna, fermatasi sulla soglia, esclamava ancora, ma con voce più concitata:

-- Torna a casa, monella!... -- e, alla vista del pittore, soggiungeva confusa: -- Scusi, signore... scusi... Questi benedetti bambini!...

L'artista s'alzò, prese per mano la fanciullina, le diede una chicca e con belle maniere la rappattumò con la mamma. Giacchè era proprio la mamma, come egli seppe durante un breve scambio di nuove scuse e di complimenti.

Così fece conoscenza con la vicina. Da quel giorno, la bambina che aveva guardato con grandi occhi attoniti le tele disseminate per lo studio, cominciò a fare qualche visitina al suo protettore d'un momento. Si metteva a sedere sopra uno sgabello e restava estatica a guardare il lavoro dell'artista, così tacita e tranquilla che spesso Hauptig ne dimenticava la presenza; finchè la madre, comparendo un momento dal balcone, chiamava:

-- Rosetta!... Ancora a disturbare il signore?... -- e la piccolina, salutato gravemente il suo vecchio amico, andava via. La madre era molto bella; alta, bionda, ben fatta; ma Hauptig, dopo averla conosciuta, era rimasto più calmo di prima: non aveva neppur pensato di farle una visita, e la vedeva appena un istante, quelle rare volte che Rosetta, indugiatasi nello studio, la costringeva a venirla a chiamare. Nè, tanto meno, la donna mostrava d'esser rimasta turbata dall'artista; non aveva neppure avuto la curiosità, tante volte che s'era affacciata sulla soglia dello studio, di entrarvi.

Un giorno che il pittore lavorava, solo, ella apparve dinanzi al balcone, col cappellino in testa e l'ombrellino in mano, come se stesse per andar fuori o rincasasse proprio allora. Disse:

-- Rosetta, ancora qui?... -- ma la bambina non c'era. Hauptig si levò e andò a salutarla, spiegandole che la sua piccola amica non s'era vista. Restarono così un poco a parlare del lavoro del pittore; senza che nessuno dei due sapesse come, si trovarono vicini alla tela già quasi finita.

Dinanzi al quadro, la donna espresse, con parole che parevano sincere, la propria ammirazione; e Hauptig, solleticato nella sua vanità d'artista, mostrò gli altri suoi studii. Per osservare con agio un grande cartone pendente da una parete, ella sedette un poco sul divano. Hauptig si mise al suo fianco, spiegandole il soggetto. E a un tratto, vicino a quella donna bella ed elegante che gli parlava il dolce linguaggio della lode, dal cui corpo esalava un profumo acuto e turbatore, l'artista che non le aveva ancora dedicato un pensiero sentì la vampa del desiderio salirgli alla fronte; ma d'un desiderio violento, furioso, che gli annebbiò la vista e gli fece allungare le mani... E quella donna che non s'era mai occupata di lui, che non aveva ancora avuto neppure la curiosità di varcare la soglia dello studio, si lasciò prendere come da amante amato...

Non c'era stato fra loro null'altro fuorchè l'incontro di due desiderii e l'appagamento di due appetiti: l'artista tornò alle sue tele, la donna... a che cosa? Hauptig non ne sapeva nulla. Non sapeva se era maritata o vedova o libera, se aveva altri figliuoli, che cosa faceva in casa e fuori. La bambina tornava spesso a veder lavorare il pittore, e la mamma s'affacciava a chiamare: «Rosetta!» col tono un po' corrucciato che soleva prendere quando la scopriva nello studio. Due, tre, parecchie altre volte ella tornò quando la bambina non c'era; nell'andar via gli dava convegno per un altro giorno, ma spesso non manteneva la promessa. Quando finalmente appariva, inaspettata, non dava ragione della mancanza; nè Hauptig ne chiedeva, un poco per discrezione, ma più per indifferenza. Quelle visite gli facevano comodo, e nient'altro; nè la sua amica chiedeva giuramenti o promesse, nè parlava di sacrifizii o di rimorsi. In quattro o cinque mesi non si scrissero un rigo, non scambiarono una sola parola _romantica_. Finalmente, stanco della pittura e chiamato in Germania da gravi interessi, l'artista annunziò un bel giorno che doveva partire. Nessuno versò una lacrima; si strinsero la mano da buoni amici che si debbono reciprocamente molte ore piacevoli. Ci fu, invero, la promessa di scriversi, e anzi Hauptig lasciò il suo indirizzo di Mannheim; ma nè ricevette nulla, nè si ricordò della promessa.

I mesi passarono un dopo l'altro; passò un anno, ne passarono due. Dopo due anni egli aveva quasi dimenticato quella donna, la cui figura si perdeva in mezzo a tante altre incontrate un momento e scomparse, quando un giorno ricevette una lettera scritta con carattere sconosciuto. Era di lei. Gli si rammentava, sicura ch'egli l'aveva già obliata. Gli chiedeva sue notizie, glie ne dava di Rosetta e di sè stessa. Diceva d'aver sofferto, senza spiegare nè come nè perchè. Tutta la lettera era scritta con un tono d'affettuosità timida, umile e quasi paurosa. Sperava di ricevere una risposta.

Hauptig, molto stupito, sospettò una cosa volgare ma naturale: colei preparava una domanda di quattrini. Però, curioso com'è, rispose senza far trasparire il suo sospetto, mantenendosi sulle generali. Ricevette una seconda lettera più calda della prima, e senza che avesse ancora risposto a questa seconda, una terza ancora più appassionata. Quella donna non aveva bisogno di danaro, ma d'un po' d'affetto; con espressioni amaramente dolenti gli diceva di non aver raccolto sul proprio cammino altro che disinganni e tristezze; solo il ricordo di lui non era avvelenato, ed a lui si rivolgeva in un momento di nero sconforto. L'artista, un poco intenerito, un poco lusingato, ma più che altro curioso, rispose secondandola; e in breve le lettere di lei si moltiplicarono, piovvero tutti i giorni. Esse erano traboccanti di passione, scottanti di amore, bagnate di lacrime: Hauptig non ne aveva mai lette di simili. Ella non spiegava nulla, non diceva perchè era rimasta tanto calma quando, avendolo vicino, gli si era data senza sentir nulla per lui; nè perchè aveva lasciato passare due anni senza scrivergli una parola, quando poi, tutt'ad un tratto, il ricordo di quest'uomo doveva brillare nelle tenebre della sua esistenza, sino a fugarle. Ma aveva ella veramente bisogno di spiegare queste cose; e, benchè ignorasse le circostanze speciali nelle quali quella donna si era trovata al tempo del loro incontro e nelle quali si trovava adesso che tanta distanza li divideva, l'artista non era in grado di comprenderne la natura? Forse, quando s'erano incontrati, ella amava un altro, ed aveva ceduto a lui per capriccio, per curiosità, per debolezza; forse, con l'anima libera e serena, non aveva ascoltato altra voce fuorchè quella dei sensi: chi sa? Sono tante le ragioni per le quali il cuore resta freddo! Più rare sono quelle che lo infiammano; e la sofferenza della quale ella parlava non dava ragione del mutamento? Abbandonata, tradita, delusa, il bisogno di una cordiale consolazione era naturalmente nato in lei, ed ecco che la memoria di quell'uomo s'era ad un tratto svegliata. La rammentava egli ancora? Come pensava a lei? Perchè non le aveva mai detto una parola d'amore e non le aveva mai scritto? Aveva forse capito che, amando ella un altro, egli non poteva menar vanto del suo breve trionfo? L'amor proprio offeso lo aveva ridotto al silenzio? Forse egli era buono, diverso dagli altri, capace d'un sentimento sincero; forse anch'egli aveva sofferto... e non ci voleva altro che la spinta perchè, lavorando di fantasia, ella cominciasse ad attribuire tutte le qualità a quello sconosciuto e trovasse cento ragioni d'interessarsi a lui. Quando l'imaginazione aveva compito l'opera sua, ella aveva arrischiato la prima lettera; e per le risposte incoraggianti il sentimento era divampato, gagliardo e contagioso. Perchè, a leggere quelle lettere, a sapere quell'anima unicamente occupata dal suo ricordo, un turbamento profondo s'era prodotto nell'anima dell'artista; e quelle due creature che da vicino si erano amate al modo volgare, adesso che non si vedevano più e disperavano perfino di potersi mai rivedere, spasimavano entrambe d'ideale amore.

Le ho voluta narrare subito questa storia, mia cara amica, per rispondere alle sue ultime osservazioni.

Ella si compiace pensando che nelle anime grandi, ed anche nelle umili, che non siano però volgari, l'amore comincia con un puro commovimento. Se il poeta letterato compone il carme laborioso, il poeta contadino improvvisa la strofe ingenua, l'agreste stornello. Mentre l'istinto è aggressivo, impaziente, brutale; il sentimento è sommesso, delicato, remissivo. Dopo un tempo più o meno lungo la poesia dà luogo, ella dice, alla prosa; ma io non le farò il torto di dare al suo pensiero un significato che non ha e non potrebbe avere. Ella si lagna, è vero? perchè la prosa soffoca e disperde la poesia; ma riconosce, naturalmente, che non si può vivere di poesia unicamente. Ciò che ella chiama prosa, sopravviene necessariamente, e deve sopravvenire; ma senza soffocare la poesia, anzi alimentandola. La poesia che, se dapprima è purissima, è anche un po' troppo nebulosa e inconsistente, diventa, dopo, mescolandosi alla prosa, un poco più torbida forse, ma anche più forte, più vera, più umana. Questo è l'ordine consueto delle fasi d'amore: un primo tempo di commozione tutta morale; un successivo risveglio dei sensi latenti, un periodo nel quale la poesia dà così strettamente la mano alla prosa che la prosa è tutta poetica. Ma non potrà accadere che la voce dei sensi predomini fin dal primo principio? Che l'istinto, troppo veemente, si manifesti subito com'è, senza alimentare il sentimento poetico? Certo, ciò non solo può accadere, ma accade ogni giorno; ed a lei che giudica così male l'amore degli uomini io non avrò bisogno di dire quante volte, anche dinanzi a donne che potrebbero nobilmente ispirarli, essi non provano altro che un semplice appetito. Certo è pure che con la repentina eccitazione dei sensi l'amore resta quasi sempre tutto sensuale; ma il sentimento mancato sul principio può sopravvenire.

Se, d'ordinario, la poesia iniziale si unisce più tardi alla prosa e anzi, secondo alcuni, si converte tutta in prosa, l'ordine delle fasi d'amore può capovolgersi e ad una prosa iniziale seguire una commozione poetica. Il caso di Hauptig di Mannheim mi pare un bell'esempio di questa specie di anacronismo morale, il quale non è molto frequente ad osservarsi; ma prova nondimeno, quando si avvera, che sentimento ed istinto non sono, come i materialisti vorrebbero dare ad intendere, la stessa e identica cosa, ma due diversi elementi della passione, che neppure si trovano sempre associati.

IL GRAN RAPPORTO

_Cara contessa_

Io ebbi, conveniamone, un'eccellente ispirazione lasciando parlare Guy de Maupassant intorno alla Venere di Siracusa. Se ella critica con tanta vivacità le affermazioni del grande scrittore, che cosa avrebbe fatto delle mie? Il Maupassant è morto, e non può difendersi; debbo difenderlo io? L'impresa mi pare, sotto ogni riguardo, inopportuna. Ma è pur necessario che io risponda qualcosa alle sue ultime critiche.

Sì, cara amica, c'è una _poesia reale_: queste due parole messe insieme dall'autore di _Notre Coeur_ non sono nient'affatto stonate. Se io non m'intrattenessi ora con lei ma con un militare, temerei di dar luogo a qualche curioso equivoco parlandole d'un «gran Rapporto». Il militare intenderebbe quell'adunanza alla quale il comandante chiama tutti i suoi ufficiali dopo la manovra. Con lei, ed al punto al quale siamo della nostra controversia, non ho bisogno di spiegare che il gran Rapporto del quale ho da occuparmi è quello che intercede fra il sentimento e l'istinto. E la quistione è così posta: l'amore non può esser fatto di sola poesia, senza di che avrebbe ragione quel capitano di cui le narrai tempo addietro la pietosa avventura: e neppure di sola prosa, cioè di soli appetiti, senza di che nulla ci distinguerebbe dai semplici bruti; ma le due cose, preceda l'una o pur l'altra, debbono poi andare insieme e darsi la mano. Ora, se noi dobbiamo cercare il peso di questa poesia e di questa prosa insieme operanti, bisogna riconoscere che, sebbene il peso della poesia sia grandissimo, pure quello della prosa è ancora un poco più grande.

Consideri una pianta. Il tronco s'erge nobilmente, al pari d'una colonna; i rami, via via più sottili, delicati e graziosi, si distendono tutt'intorno bizzarramente; le foglie, tinte di un verde purissimo, venate come da una sottilissima rete, sono cose di bellezza. Che dire del fiore? della sua forma, dei suoi colori, del suo profumo? Orbene: tutte queste cose nobili, delicate, belle, squisite, sono pure sopportate, anzi derivate dall'oscura, dalla nera, dalla poco netta radice. Noi potremo tagliare il nobile tronco e i rami bizzarri, potremo spiccare le foglie delicate e i fiori balsamici; ci parrà, sì, che essi stiano da soli, che vivano d'una propria lor vita indipendente; ma la radice è sempre quella alla quale essi tutti la debbono. Ogni qual volta l'amore sembra un purissimo spasimo, il meno puro istinto -- ma questa distinzione di diversi gradi di purezza non esiste in natura, è tutta opera nostra! -- l'istinto a nostro giudizio meno puro si trova alla sua origine. Esso potrà restare e resta moltissime volte nascosto, ignoto allo stesso amante nel quale opera; ma da un momento all'altro, e quando meno si pensa, può rivelarsi. Di queste subitanee, impreviste, imprevedibili e quasi direi intempestive rivelazioni io voglio oggi darle due curiosissimi esempii.

C'era una volta un uomo, un marito, il quale, amando d'un indicibile amore sua moglie, d'un amore che era poesia e prosa, spasimo ideale e reale, sentimento dell'anima e impeto dei sensi, una cosa insomma perfetta, ne era ripagato tanto male che da più tempo portava quello che il nostro grande poeta Ariosto chiama araldicamente il cimier di Cornovaglia. Tuttavia la destra infedele aveva saputo tenergli nascosta l'immeritata disgrazia; e tanto più facilmente era riuscita ad ottenere l'intento, quanto che, come dice sempre il nostro divino Lodovico,

L'incarco delle corna è lo più lieve Che al mondo sia, se ben l'uom tanto infama: Il vede quasi tutta l'altra gente, Ma chi l'ha in capo poi non se lo sente...

Un triste giorno questo marito amante scoprì l'orrenda verità. Il grido del suo dolore fu così acuto, che la stessa adultera ne rabbrividì. Ma il sentimento della dignità, dell'onore ferito e calpestato insorse formidabile in quest'uomo, che scacciò l'indegna. Tutti gli diedero ragione. Ella non aveva nessuna scusa, e solo la perversità dell'indole sua l'aveva spinta alla colpa; ciò si dimostrò tanto più vero, quando si vide che, non contenta d'aver tradito il marito, tradì poi anche l'amante; e a poco a poco, di tradimento in tradimento, scese sino in fondo alla lubrica scala del vizio.

Il marito fu visto cercare altre donne e vivere della vita degli altri uomini liberi. Nessuno sospettava la piaga che nel cuore di lui grondava sangue, continuamente. Non tanto nell'amor proprio egli era stato ferito, quanto nell'amore; egli non si doleva tanto del disonore quanto del disamore. E lontano da lei, dall'infedele, dall'adultera, dall'indegna, egli pensava a lei come alla sola donna che meritasse d'essere amata. I suoi sensi erano appagati da altre femmine, più belle, più esperte; egli non pensava più al corpo di quella creatura: piangeva sconfortatamente il puro, il sincero, il fedele sentimento dell'anima amante. Egli non sapeva più nulla di lei, imaginava che un altro solo possedesse il tesoro dell'anima sua; e un'invidia immensa e un infinito rancore l'occupavano e l'opprimevano. Quando la gente lo credeva contento d'essersi sbarazzato di quella infame, il rimorso lo straziava. Egli era pentito d'avere scacciata sua moglie, la donna sua; egli pensava che il suo dovere, il suo piacere, il suo bisogno era di perdonarle. Doveva perdonarla per riscattarne l'errore, per non darla ad altri, per averla sempre con sè. Il suo perdono l'avrebbe fatta accorta del momentaneo inganno, l'avrebbe ridata a lui migliore, più grata, più amante... E un giorno egli seppe la vita di lei. Allora, sapendo che quella donna, la creatura che egli aveva eletta fra tutte, era passata da un uomo all'altro, continuamente, senza amore, senza pudore; nel sapere questa cosa, quando lo sdegno e il disgusto dovevano invaderlo, quando egli doveva ridere di sè stesso, delle sue velleità di perdono, delle speranze di redenzione, della fede ancora riposta in quell'indegna: allora sa ella che cosa provò? Egli lo confessò più tardi a una persona di mia conoscenza: vedendo che quell'impudica si dava a tanti uomini, ai primi venuti, egli, il marito offeso, l'amante tradito, lo spasimante dell'anima, si sentì.... come dirò? si sentì acceso da una brama veemente, si sentì spinto a tornare da quella donna per chiederle, come tutti quegli altri, come i primi venuti, un'ora di ebbrezza...

La ragione subitamente intervenuta sedò costui. Diversamente andarono le cose nel secondo caso che voglio narrarle. Abbiamo anche qui un tradito, ed io ho scelto appunto queste situazioni, perchè, se c'è un tempo nel quale si spasima d'amore tutto immateriale, nel quale l'amore dei sensi sembra perfino scordato, questo è appunto il tempo quando il tradito, per la stessa depressione fisiologica prodotta dal patema, è incapace di procurarsi la voluttà. Quest'altro tradito, dunque, non era un marito; cosa che, se attenua la colpa della donna, non scema il dolore dell'uomo -- al contrario! Ora costui, accortosi del tradimento e piante tutte le sue lacrime, deliberò di lasciare la traditrice. Ella aveva dapprima negato: poi, sbugiardata dalle troppe prove, aveva dovuto riconoscere la verità. E con una stretta al cuore l'amante comprendeva che ella non era molto responsabile dell'errore. Apparteneva costei a quella poco numerosa categoria di donne che hanno -- per dirla alla francese -- molto temperamento, e che non solo difficilmente resistono alle sollecitazioni del maschio, ma spesso esse medesime lo provocano. Quantunque questa categoria sia, come ho detto e come si sa, non molto numerosa, data la calma nativa della generalità delle donne, pure si può trovare in essa una distinzione non indifferente e suddividerla pertanto in due sottospecie: la prima composta di donne che per l'ardore eccessivo null'altro intendono fuorchè gli appetiti, pertanto spudorate, cattive, temibili; la seconda, nella quale noi troveremo creature capaci di qualche sentimento, sincere a certe ore, migliori di quel che sembrano, non indegne insomma di simpatia e, per gli osservatori, oggetto fecondo di studio. La donna dalla quale l'amico mio fu tradito -- è uno dei più cari amici miei, e dei più desiderati ora che la vita ci ha disgiunti -- apparteneva a questa seconda categoria.