Gli amori

Part 8

Chapter 83,699 wordsPublic domain

Era stato fuori qualche mese, ma dov'era stato, che cosa aveva fatto, quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla; soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle mostre dei magazzini. Quando fummo all'angolo di via Monte Napoleone qualcuno, scantonando, l'urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io proposi:

-- Torniamo indietro?

-- A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l'uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.

-- Il Savini mi secca. Andiamo all'Accademia.

-- Ma tu stasera hai qualche cosa! -- non potei trattenermi dall'osservare. -- Ti senti poco bene?

-- Io? Benissimo.

M'obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non pronunziò più di due parole.

-- Puoi negare quanto ti piace, -- insistetti; -- ma tu sei di malumore.

Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse a un tavolino appartato e disse:

-- Senti un poco quel che m'accade!

Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch'io l'avrei volentieri mandato via, curiosissimo com'ero di sentire quella confidenza che il mio amico, per l'irritazione che lo dominava, poteva pentirsi da un momento all'altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di assenso alla mia scelta e riprese:

-- Senti un poco che cos'ho. T'ho detto che son partito da Bologna l'altr'ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso. Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto; entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un tratto mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un braccio guantato fino al gomito che fa un gesto...

Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice contro il medio, poi ripetè:

-- ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d'azzurro e il capo era avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare, accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la Hundington?

-- Donna Clara?

-- Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti tante cose. Sai quanti anni ha?

-- Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo che i cinquant'anni debba ancora compirli.

-- I quarantacinque però li ha bell'e compiti, eh? Va bene. Da quanto tempo non la vedi?

-- Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.

-- Allora, non sai una cosa: è ingrassata.

-- Davvero?

-- Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani nocchiute come quelle d'un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess'aria di governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento: Donna Clara non era sola; aveva con sè...

-- La solita Betsy.

-- Precisamente! Che cosa le fa?

-- Le tiene compagnia, suppongo.

-- Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta sempre, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, a piedi e in carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m'ha sempre fatto l'effetto di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato alla testa d'Oloferne...

-- Oh! Oh!...

-- E' un'idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo andare. Dunque s'incomincia a discorrere, di tutto un po'. Da principio la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una sopra l'altra, intorno a tutte le cose dell'universo. Io rispondo del mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla sempre quell'orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte, mastico maluccio l'inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una dopo l'altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara. Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia.

-- Oh! Oh! Oh!

-- Allora, di' tu; che cosa fa? Sentiamo!...

-- Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla!

-- Ma le altre non seccano la gente con quell'aria inquisitoria, con quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una volta, dev'essere l'emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano sott'acqua: dei nihilisti o dei gesuiti...

-- Il diavolo o l'acqua santa!

-- Che vuoi ch'io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò, quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono arrivato tardi alla stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e si mette a fumare...

-- Fuma, adesso?

-- Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande sono d'un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano: se vi ho casa, se scendo all'albergo, quale albergo le consiglio. Dico: «Vada da Spatz». Un'altra filza di quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo di là dal Po. Si dichiara contentissima d'aver fatto il viaggio con me. Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a trovarmi, domani; ripartirò doman l'altro, con l'espresso delle 6 e 20.» Rispondo che temo di disturbarla; insiste: «Venite dopo colezione; mi troverete in casa; non ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo insieme». Si arriva a Milano; ripete: «Venite; vi aspetto». Io l'aiuto a scendere, l'accompagno fino al carrozzone dell'albergo; nel salutarmi insiste: «Dunque, non mancate.»

«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l'idea d'essere sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a quell'esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a un piccolo espediente per evitare il pericolo di un'ora di noia mortale; così, invece che alle due, vado al _Milano_ alle quattro, nella previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un biglietto di visita. Arrivo all'albergo, e Donna Clara c'è. Salgo su, ed entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in tono di discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due ore che v'aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E' distesa sopra un'ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico, guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l'aria c'è un odore composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla dell'albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande! Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell'odore: sopra il pianoforte c'è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul _guéridon_ il volume e me lo porge.

«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l'odore non viene soltanto dai fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che cosa. Mentre sfoglio il libro ella s'accomoda meglio sulla poltrona, rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so donde, non so perchè, un'idea mi passa per il capo: un'idea inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T'è mai venuta, quest'idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m'invita a leggere qualcuno di quei versi -- versi inglesi, s'intende -- ed io eseguisco. «Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «_La spalliera dei lilla_.» Cerco nell'indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere malissimo, d'amputare qualche piede a certi versi e di crescerne parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la lingua sulle labbra.

«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo, sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente del più e del meno, accavalca una gamba sull'altra, si rovescia di più sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E' dunque possibile? I miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona, per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s'alza e va a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...» Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!... Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un tratto s'ode la prima campana del pranzo. Questa volta m'alzo per battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere. Allora un'altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati, quell'eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d'una seduttrice? Chi ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò quest'inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le quali cercano un compenso alle mancate gioie dell'amore col dedicarsi tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d'un ideale religioso o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la seconda campana, ed ecco Betsy che s'affaccia dall'uscio. Ci alziamo nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo, molto tranquillamente:

-- _E questo per la vostra virtù._

LA VENERE DI SIRACUSA

Grazie, amica gentilissima, dell'amabile letterina. Tutti i miei sospetti e tutte le mie supposizioni sono dunque senza fondamento, ed ella non m'ha scritto per un motivo semplicissimo, «per mettermi,» dice, «alla prova». L'esperienza pare sia andata secondo i suoi desiderii; io dirò che, se lei se ne contenta, sono contento anch'io. Quanto a Vico Dastri, avevo proprio indovinato; ella mi scrive che questo mio amico è «insoffribile ma delizioso;» stasera, appena lo vedrò, gli voglio riferire il suo giudizio. Non abbia paura: Dastri non si avrà a male dell'«insoffribile,» anzi se ne compiacerà molto più del «delizioso.» Gli dia anche dell'«impertinente,» perchè egli pensa che quando un uomo è apprezzato dalle donne, vuol dire che vale pochissimo...

E, da ultimo, quanto alla sentenza dell'amico mio ed alla storiellina del _Giglio_, ella mi dice una cosa -- onore al merito! -- giustissima. Sì, Bernazzi avrebbe potuto essere un poco più galante con la Hundington e, pure non spingendo le cose fino a un punto troppo rischioso, dare a quella donna qualche soddisfazione di amor proprio; se così avesse fatto, il vantaggio sarebbe stato tutto suo. Vedendolo andar via dopo due ore che erano soli in una camera d'albergo senza che egli le avesse detto una parola amabile, quasi si fosse trovato dinanzi a un altro uomo, Donna Clara, che aveva fatto unicamente per lui tante spese di civetteria, fu scusabile se, ferita nella vanità muliebre, lo punse con l'ironica offerta del simbolico fiore dell'innocenza; se invece egli avesse dimostrato d'appetire la sua compagna, se avesse finto di lodare la bellezza che la poveretta non possedeva, ella naturalmente si sarebbe schermita, per modestia o mentita o sincera, ed egli si sarebbe potuto ritrarre lasciando di sè un lieto ricordo.

Per ottenere questo risultato Bernazzi doveva fingere. Mentre Donna Clara gli pareva disgraziata e peggio che brutta, ridicola, egli doveva darle a intendere che la giudicava seducente. Questa finzione, questa menzogna non sono molto biasimevoli. Tanto è naturale che gli uomini appetiscano avidamente le donne, che essi, come quasi tutti i maschi animali, non debbono quasi aver preferenze: dinanzi a qualunque persona del sesso diverso hanno da rammentarsi del proprio. Quella specie di diritto che le donne hanno acquistato alla lode, alla deferenza, alla reverenza di questi uomini, non riconosce la sua origine nel dovere sessuale di costoro? Noi possiamo asserirlo. Sicuramente la debolezza del sesso chiamato appunto debole diede agli uomini l'obbligo di rispettare e proteggere le loro compagne, specialmente quando il cristianesimo fortificò nei cuori umani i sentimenti di fratellanza e di carità; ma se le donne fossero state deboli senz'altro, voglio dire senza esser necessarie agli uomini, questi non le avrebbero nè protette nè rispettate; e la predicazione d'amore del cristianesimo sarebbe stata poco feconda. Invece gli uomini hanno tanto bisogno di piegare le donne, che per ottenerne l'assenso le esaltano: essi si sono obbligati a lodarle, a incensarle, tutte, indistintamente. Dinanzi a una vecchia, a una gobba, a una storpia, si comportano galantemente perchè da questo loro contegno le giovani e le belle li giudichino degni d'essere amati.

A onor del vero bisogna riconoscere che questo calcolo è divenuto incosciente. Bisogna riconoscere ancora che, talvolta, non c'è calcolo di sorta, nè cosciente nè incosciente, e che un istinto pervertito oppure un particolare sentimento induce gli uomini a dimostrare amore per donne vecchie od orribili. Ha ella letto quella novellina di Catulle Mendès dove si discorre del giudizio di Don Giovanni?... Quando l'anima del morto eroe compare dinanzi al Giudice supremo, tutte le donne che in vita egli ingannò, offese e perdè, sorgono a deporre contro di lui: le accuse sono innumerevoli, le testimonianze schiaccianti; pare inevitabile la più severa condanna; ma ecco sorgere a un tratto una vecchia, una donna che già conobbe le dolcezze dell'amore e, volendo ancora gustarle, non le potè più trovare quando, per gl'insulti del tempo, gli uomini già supplici e adoranti la fuggirono e la derisero. Or bene, Don Giovanni, l'insaziabile, non fece come gli altri; si chinò verso di lei, la raccolse, le procurò ancora una volta gli spasimi ineffabili... e per questa carità d'amore egli è perdonato!

Catulle Mendès fa opera di fantasia, ed io so che ella non tiene nessun conto delle finzioni. Le narrerò dunque un fatto, una storia vera e non una novella. Il protagonista è un romanziere francese che ebbe gran fama verso la metà di questo secolo e che si legge ancora, quantunque l'opera sua, innegabilmente rivelatrice d'un grande ingegno, non procuri le squisite impressioni e i fremiti arcani dei quali sono avidi gli amanti della dea Arte. Senza tanti discorsi: Eugenio Sue. Eugenio Sue, dunque, s'atteggiava, come tutti gli scrittori del romanticismo, a depravato; ma forse, o senza forse, era naturalmente sano, e la troppa salute dovè nuocere alla sua grandezza se è vero che il genio è una malattia. Per dimostrare la propria corruzione egli narrava agli amici alcune gesta che Alessandro Dumas riferisce giustamente come altrettante prove di bontà. Oda questa. Una sera l'autore dell'_Ebreo Errante_ seguì per via una di quelle creature che i Francesi chiamano _filles_ forse perchè non sono mai madri, e salì in casa di lei. In un angolo della camera -- lascio parlare l'autore dei _Tre Moschettieri_ -- egli vide un mucchio di scialli, di vesti, di stracci, dai quali usciva tratto tratto un sospiro.

-- Che cos'è? -- domandò il Sue.

-- Non ci badare, -- rispose la mercenaria: -- è una mia amica.

-- Una donna, quell'affare?

-- Ma sì!

-- E dove ha cacciato la testa?

-- Non puoi vederla, la tiene nascosta fra le mani.

-- Perchè?

La mercenaria, chinatasi allora all'orecchio del romanziere, gli spiegò:

-- Il suo amante le ha gettato in viso del vetriolo: è tutta sfigurata...

E la disgraziata, compreso che parlavano di lei, ruppe in pianto. Eugenio Sue le si fece dappresso.

-- Ah, povera ragazza! -- esclamò. -- Ti duole, è vero, di non poter più fare la vita?

-- Qualche volta... -- rispose la sfregiata, sogguardandolo di tra le dita. -- Qualche volta... quando vedo un bel giovane come te...

Allora il Sue andò a spegnere la candela... e poi lasciò anche due luigi sul caminetto.

Lo scrittore che con tanta simpatia studiò le umane miserie nei _Misteri di Parigi_, fece dunque una doppia elemosina alla infelice, e noi non possiamo dire quale delle due riuscì più gradita: il denaro o l'amplesso. Sicuramente uno scrupolo caritatevole, l'idea di consolare la deturpata, di dimostrarle che, nonostante la perduta bellezza, qualcuno poteva ancora chiederle -- e darle -- la sensazione d'amore, spinse Eugenio Sue a quell'atto. Egli che quasi invidiava l'infame reputazione del marchese di Sade -- il quale era semplicemente conte -- diede una vera prova di gentilezza. Ma che riesca facile imitarlo non è da credere.

Quando pure ogni uomo volesse fare la carità d'amore alle donne orride, gli accadrebbe, novantanove volte su cento, come a quei pietosi che, posto mano alla borsa per dare una moneta in elemosina, la trovano vuota... Far concepire una speranza e non appagarla è senza dubbio molto peggio di non far niente; talchè chi prevede di trovar vuota la borsa farà bene di non portarvi la mano...

Tuttavia, quando pare che le ricerche siano inutili, può ancora darsi che una moneta si trovi in fondo a qualche scompartimento, e l'atto di carità non è, alle volte, tutto caritatevole, perchè una donna orrida di viso può ancora avere un corpo perfetto; e allora, superata la repugnanza per il viso deforme, l'ammirazione per il rimanente spiega la possibilità d'un atto che non è più generoso, ma interessato. La sciagurata in cui Eugenio Sue s'imbattè aveva soltanto il viso rovinato; le sue forme erano rimaste intatte. Gli anni che sciupano troppo presto la faccia visibile lasciano durare più a lungo le celate bellezze; l'amore per una donna che pare finita mentre possiede ancora secrete seduzioni da far valere resta pertanto spiegato. Senza dubbio le due bellezze sono diversamente importanti, e se le donne, non potendole avere entrambe, fossero costrette a sceglierne una, è certo che tutte eleggerebbero d'avere un volto stupendo con un corpo sgraziato, e nessuna si contenterebbe d'avere un corpo divino con un'orrida faccia. Il giudizio degli uomini forse non sarebbe altrettanto sicuro, e più d'uno, pensando che il viso è una parte troppo piccola e non troppo importante, si rassegnerebbe alla sua bruttezza pur di trovare venusto tutto il resto della persona da amare.