Part 9
In compagnia del bandito Ibba, passai un giorno dinanzi all’ovile d’Ignazio Piana, il marito di mia sorella Andriana.
Come mio cognato mi vide; esclamò:
— Guarda combinazione! Poc’ora fa erano qui a cercarti due amici di Banari.
— Chi erano dessi?
— I fratelli Antonio Maria e Salvatore Pes.
— Che volevano?
— Volevano incaricarti della ricerca di tre paia di buoi, che furono loro rubati. I buoi, però, sono qui nella Nurra!
— E chi può saperlo?
— Lo so io, che li ho veduti, e lo sa Giovanni Lepuzza, che si trovava con me[27].
— E come li avete veduti?
— I ladri hanno aperto una breccia nel muro di _Lècheri_, hanno passato i buoi in _Badde arcu_, portandoli alla tanca di _Pedra carpida_, dopo aver loro legato le zampe anteriori (_trobidos_).
— Chi accompagnava i buoi?
— Il ploaghese Tiringone, domiciliato a Portotorres, e altri due che non abbiamo potuto ravvisare per l’ora tarda.
— E i due fratelli Pes donde venivano?
— Da Portotorres, dove si erano recati per raccomandarsi a Giovanni Lepuzza.
— E perchè si rivolsero a costui?
— Perchè a un suo fratello, carabiniere, era un giorno scappato il cavallo, che fu rintracciato dai Pes. Grato del servizio resogli, il carabiniere li esortò a comandarlo, ove avessero avuto bisogno di lui.
— Che rispose Lepuzza ai fratelli Pes?
— Lasciò scapparsi sbadatamente: — Perdio! gli stessi buoi! — Recatosi quindi da Tiringone aveva detto:
«— Ho in casa due amici banaresi in cerca dei buoi, che l’altra sera avete portato alla tanca di _Pedra carpida_.
«— E che? hai forse tu detto dov’erano?
«— No... non ho detto niente!
«— Ebbene, ascolta: tu avrai la parte dei buoi da noi presi, se ci metteremo d’accordo per dire ai banaresi che i buoi non ci sono. Condurremo i due amici altrove, per far loro perdere le traccie.
«L’indomani, infatti, Lepuzza e Tiringone condussero i fratelli Pes a cercare i buoi... dove non c’erano. Fattasi tarda l’ora, dissero ai banaresi: — Potete tornarvene al paese. Faremo noi la ricerca dei buoi.
«I Pes presero commiato, dicendo: — Noi siamo amici di Giovanni Tolu. Fategli i nostri saluti!
«Prima di partirsene (conchiuse mio cognato Piana) i fratelli Pes vennero in cerca di me per narrarmi il caso; ed io sorrisi dicendo loro: — Andate pure, chè quando troveremo i buoi sarete avvisati.»
Come mio cognato terminò il racconto, si andò tutti a cena, compreso Ibba, e si continuò a parlare dell’incidente.
— Dunque i buoi furono veduti da te e da Giovanni Lepuzza?
— Altro che! — rispose.
— E perchè Lepuzza non condusse addirittura i fratelli Pes alla tanca dov’erano i buoi?
— Glie lo dissi, ma mi rispose: — sai bene ch’io sono molto povero, e mi fa comodo la porzione che mi verrà data, quando si riuscirà a vendere i buoi.» — Lo rimproverai della sua poca lealtà, ma si limitò a confessarmi, che la promessa di un compenso lo aveva acciecato.
Appena finito di cenare, mi recai con Ibba a _Campanedda_, e chiesto al servo ove fosse Francesco Silvanu, rispose ch’era a letto.
— Digli che si alzi subito, perchè Giovanni Tolu ha bisogno di parlargli.
Quegli si vestì e venne ad aprirci. Io gli dissi a bruciapelo:
— Senti, Francesco: i buoi che tu hai nella tanca appartengono a Banari; si hanno le traccia, e non si cesserà dal cercarli, finchè si troveranno. Sono proprietà di gente ricca, che ha molti amici!
— Non so nulla di quanto mi dici! — mi rispose Silvanu.
— Non mentire: tu lo sai! Bada che _compare_ Maurizio, il capo dei ladri di bestiame, ha già deciso di restituire i buoi al padrone, per evitare lo scoprimento dei rei!
Silvanu rimase come di sasso, non immaginando certo che le parole di compare Maurizio fossero un’invenzione mia. Pensò alquanto e rispose:
— Dimmi che cosa devo fare!
— Farai come ti dico. Per evitare pericolose testimonianze, condurrai di notte tempo i buoi nella tanca di mio cognato Piana, legati come si trovano. Non si saprà così, da nessuno, chi ve li abbia messi.
L’indomani notte, infatti, fu trasportato il bestiame, come avevo suggerito.
Quando all’alba mio cognato vide i buoi nella sua tanca, ne diè subito avviso ai banaresi, perchè se li ritirassero.
I fratelli Pes, in precedenza, avevano fatto la denunzia del bestiame mancante al pretore ed ai sindaci dei paesi vicini.
Divulgatasi la notizia del fatto, il pretore di Portotorres mandò a chiamare Ignazio Piana per chiedere schiarimenti.
— Chi ha messo i buoi nella tua tanca?
— Lo ignoro. Giorni prima avevo informato mio cognato Giovanni Tolu della mancanza dei buoi, ma non so se li abbia portati lui od altri alla tanca. Io feci il mio dovere avvisando i padroni.
Il pretore volle interrogare anche mia sorella Andriana e la mia figliuola, che in quel tempo si trovava all’ovile. Quest’ultima rispose, con molto spirito, che le donne s’intendono di tela e di lino, non di buoi nè di pecore.
Io fui ben lieto di aver adempiuto al mio dovere, facendo restituire la roba d’altri, senza denunziare i ladri.
CAPITOLO XVI.
Bue per bue!
Compare Maurizio, Giovanni Lepuzza, Baingio Matagnu, i fratelli Tiringone, e molti altri componenti la compagnia dei ladri di buoi, furono risentiti contro di me, per la preda loro sfuggita. I buoi rappresentavano un valore di circa 400 scudi; e i ladri, per mia colpa, si videro costretti a rinunziare ad un lauto dividendo. Fatta congiura, stabilirono di vendicarsi.
Uno dei fratelli Tiringone (mezzo scemo) amoreggiava con una ragazza di Florinas; alla quale raccontava, per vanagloria, tutte le prodezze della compagnia dei ladri, di cui egli faceva parte. La ragazza, con ingenuità, diceva tutto al padrastro Salvatore Bazzone, il quale era fratello di un mio cognato, amicissimo mio. Questi mi avvertiva per mettermi in guardia — e così mi era noto ogni tranello ed ogni chiacchiera a mio riguardo. Gli amori della donna mi hanno sempre reso dei grandi servigi.
Un giorno Tiringone lasciò sfuggirsi:
— Giovanni Tolu si accorgerà ben presto dell’errore fatto, costringendoci a restituire i buoi ai banaresi!
Questa minaccia, ed altre di simil genere, pervenivano ogni tanto al mio orecchio, e si rinnovarono con frequenza per lo spazio di un anno.
Io rideva, perchè di questa gente non avevo paura. Guai a loro se avessero osato molestarmi!
Una notte Giovanni Lepuzza, membro della famosa compagnia organizzata nella Nurra, aveva tentato di far uscire dalla tanca di mio cognato Piana una ventina di buoi, fra i quali ve n’erano miei, di Giovanni Puzzone, e di altri che pagavano il pascolo al proprietario delle terre. Sebbene i cani non avessero abbaiato (perchè conoscevano Lepuzza, un tempo consocio di Pinna) i buoi quella notte non si poterono portar via, per la troppa loro grossezza.
Trascorso un mese, Lepuzza ritentò il colpo, e questa volta gli riuscì di portar via una ventina di buoi, che condusse fino a _Montixiu Àinu_, dove era riunita la combricola dei ladri compagni.
Le bestie furono messe dentro una tanca chiusa, lontana una mezz’ora dall’ovile di mio cognato. Temendo che la detonazione dei fucili non li tradisse, i ladri pensarono di uccidere col ferro, anzichè col piombo, i buoi designati. Gettato il laccio a quattro bestie, che lor piacque scegliere, le scannarono.
Tre di questi buoi erano i miei — il quarto di Giovanni Puzzone. È certo, però, che il bue di quest’ultimo fu creduto pur mio, poichè ne avevo uno simile nella tanca di mio cognato.
Ignazio Piana e il Puzzone, accortisi verso l’alba della mancanza dei buoi, si diedero attorno per rintracciarli. Essi rinvennero qua e là, vaganti, tutti i vivi, ma invano cercarono gli altri quattro.
Arrivato la sera da Portotorres, Giovanni Lepuzza si presentò all’ovile di mio cognato Piana, il quale lo informò dei quattro buoi mancanti.
— Andiamo a cercarli! — disse con affettata premura; e si mossero.
Lepuzza, con sorpresa di Piana, si diresse verso _Montixiu Àinu_, dove trovarono i quattro buoi scannati, e già scorticati. I ladri avevano portato seco i cuoi, che depositarono più tardi nell’ovile di un loro amico, e parente.
* * *
Due giorni dopo — ignaro di quanto era accaduto — capitai con un compagno nell’ovile di mio cognato (ch’era assente) e dissi a mia sorella Andriana:
— Dacci pane e vino, se ce ne hai. Abbiamo bisogno di mangiare un boccone, per continuare la nostra strada.
Mia sorella, molto seria, accentuando le parole, mi rispose con doppio senso:
— Oggi non ti mancherà carne, Giovanni! Ne abbiamo cotta, ed anche cruda!
— Che vuoi dire? Spiegati!
— Voglio dire, che ti hanno ucciso quattro buoi!
Il sangue mi montò alla testa; ed ascoltai muto, come intontito, la storia dell’uccisione, che Andriana mi andava esponendo.
Mio primo pensiero fu quello di correr subito in cerca di Lepuzza per dargli una fucilata. Si trattava del mio peculio assottigliato, del mio risparmio guadagnato col sudore della fronte. Venne in seguito la riflessione, e considerai che la morte di Lepuzza non avrebbe potuto indennizzarmi del bestiame perduto.
Sedetti a tavola, sorrisi sinistramente, e dissi rivolto a mia sorella con finta gaiezza:
— Andriana; portaci pane e vino, e non pensiamo ad altro. Quei furfanti l’hanno sbagliata. Dovevano prima uccider me... poi le mie bestie!
Appena terminato il pasto, dissi alla mia figliuola, ch’era venuta a carezzarmi:
— Maria Antonia; recati subito a Portotorres, e va in cerca del canonico. Portagli dieci scudi; e digli a mio nome, che celebri una messa alle _Anime del Purgatorio_, col _cavallo dei morti_ in mezzo alla chiesa.[28]
Tornato all’ovile dopo due giorni, Maria Antonia venne a riferirmi, che il prete Giomaria Sanna (a cui si era rivolta) aveva ricusato il danaro, dicendo che non poteva prestarsi a lanciar _scomuniche_ in nome di un bandito.
Rimandai la figliuola al curato della basilica, pregandolo che dicesse una messa di due scudi a Sant’Antonio _del fuoco_. Questa volta venni esaudito.
Non devo tacere, che il prete Sanna ha mancato al suo dovere. Io so, per essere stato sagrestano, che un devoto (purchè paghi!) ha diritto a qualunque funzione in chiesa.
Recatomi l’indomani nell’ovile di un pastore (parente dei ladri) mi si domandò se era vero che mi avessero ucciso tre buoi.
— È verissimo! — risposi — ma vi assicuro che sarò indennizzato, anche se ai ladri si screpolasse la pianta dei piedi![29]
Il pastore ammutolì inorridito.
* * *
Era intanto venuta la bella stagione, in cui diversi avvocati di Sassari solevano recarsi alla Nurra, per passare un mesetto in divertimento.
Gli avvocati — esterno una mia opinione — sono gente che hanno l’abilità di barcamenarsi fra amici e nemici, per trarne all’occasione qualche cliente.
Come seppi dell’arrivo dei villeggianti, mi presentai ad uno degli avvocati, ch’era informato del caso accadutomi, perchè contava molti amici nella Nurra.
— Ma perchè te li hanno uccisi, questi buoi? — mi domandò egli.
— Perchè ho fatto restituire ai banaresi quelli rubati dalla combricola dei ladri, capitanati da compare Maurizio!
— E sei proprio sicuro di quanto dici?
— Ne domandi agli amici della Nurra, e sentirà la risposta. I ladri avrebbero dovuto ringraziarmi, perchè non li ho compromessi colla giustizia. Mi hanno invece pagato col più nero dispetto!
— Non dubitare; parlerò io con compare Maurizio. Lo conosco per un buon uomo, e mi dispiace che egli abbia male, perchè è un mio compare di battesimo. Non appena avrò conferito con lui, ti avviserò con un biglietto, che tu brucierai.
Quando presi commiato, egli mi regalò tre scudi per farmi un paio di pantaloni.
Dopo qualche tempo ricevetti una sua lettera, nella quale mi diceva di aver imposto a compare Maurizio di riunire i suoi amici per aggiustare l’affare dei buoi, il cui prezzo mi verrebbe pagato in rate, o nel modo più conveniente.
Trovandomi un giorno nell’ovile di mio cognato Piana (in _Campu Cervu_) capitarono là, provenienti da Portotorres, compare Maurizio, Giovanni Lepuzza, i tre fratelli Tiringone, ed altri compagni della famosa comitiva.
Li vidi da lontano e mi nascosi nelle vicinanze, senza che mi vedessero.
Chiesto di me, mio cognato rispose:
— Giovanni non si è veduto in questi giorni; ma se avete qualche cosa a dirgli, parlate pure, chè io troverò mezzo di riferirglielo.
Allora compare Maurizio e i Tiringone, con un’audacia senza pari, si scagliarono addirittura contro Giovanni Lepuzza, accusandolo dell’uccisione dei buoi — forse coll’intento di mettere lui solo in causa, ed a tiro del mio fucile. Lepuzza tentò difendersi; ma i compagni alzarono tanto la voce, che quegli fu costretto ad ammutolire.
La combricola si fermò nell’ovile tutta la giornata, sollevando questioni sul fatto de’ buoi, ma senza nulla conchiudere.
Quando mio cognato mi riferì quanto si era discusso, gli feci notare che si trattava di uno strattagemma. Essendo Lepuzza un intruso nella società dei ladri, poco ad essi importava se lo avessero ucciso, o chiamato in causa.
Volendo metterli alla prova, dissi a mio cognato:
— Fammi il piacere di recarti a Portotorres. Dirai a compare Maurizio ed ai suoi compagni, che sabato li aspetto qui. Quando verranno, tu li tratterrai nell’ovile per un’oretta; in seguito li condurrai alla _Tribuna_.
Disposi nel frattempo, che nel giorno indicato si recassero alla _Tribuna_ alcuni miei parenti ed amici, tutti armati.
In quei giorni mio fratello Giomaria si trovava all’ovile, perchè consocio di mio cognato nell’agricoltura.
Il sabato, fedeli all’appuntamento, i capi-ladri si presentarono all’ovile; e di là, dopo un’ora, furono condotti da Piana alla _Tribuna_, dove già si trovavano i miei, cioè: Giomaria, l’altro mio cognato Martino Fiori, ed i fratelli Giovanni e Ignazio Puzzone.
Compare Maurizio era venuto coi tre fratelli Tiringone, cioè Ciccio, Antonio Giovanni e Billia. Mancava Lepuzza, perchè si era rifiutato a tener loro compagnia.
Io intanto mi ero fermato nell’ovile di Antonio Maria Sassu, volendo presentarmi alla comitiva quando tutti erano a posto. Pregai l’amico pastore che lasciasse venir meco il suo figliuolo quindicenne, al quale fu dato un fucile, che io caricai a palla.
Mossi finalmente verso la _Tribuna_, raccomandando al giovinotto di starmi sempre vicino, perchè all’occasione potessi servirmi dell’arma sua. Fu sempre mio sistema di premunirmi contro qualunque possibile evento.
Come giunsi al sito designato, vidi i componenti la comitiva sdraiati qua e là sull’erba.
Mi avvicinai sorridente; e alludendo ad una caccia finita dissi loro:
— Non avete abbrustolito i cinghiali?
— Non ancora! — rispose mio fratello. Gli altri tacquero.
Diedi un’occhiata in giro:
— Ma qui non vedo Giovanni Lepuzza!
— Non è voluto venire.
— Bisognava condurlo!
— Dovevamo forse trascinarlo per i piedi?
— Sicuro: anche a viva forza, dandogli parola che nessuno lo avrebbe qui offeso. Temevate forse che io lo uccidessi? Colui che voglio uccidere non ha bisogno di disturbarsi per venirmi a trovare: — so andare io da lui; e se lo cerco lo trovo!
Nessuno rispose. Compare Maurizio disse:
— Noi siamo qui, pronti a fare quello che vuoi!
Mi rivolsi a lui:
— Ma io non sono un bambino da menar per il naso. Tu sei il capo dei ladri! e come capo devi radunare i tuoi amici perchè mi venga rimborsato il prezzo dei tre buoi che mi avete ucciso. Chiacchiere non ne voglio da nessuno. Ne ho già udito abbastanza!
E così dicendo, voltai loro le spalle, e me ne andai.
— Ma quest’uomo è sulle furie e non vuole ragionare! — aveva esclamato compare Maurizio, rivolto a Giomaria. — Che venga qui, e ce l’intenderemo con calma!
Mio fratello montò a cavallo e mi raggiunse, per riferirmi le parole del capo ladro.
— Rispondi loro, che io voglio soldi e non ciancie!
E continuai la mia strada.
CAPITOLO XVII.
Fra giudici e avvocati.
Il caso dell’uccisione dei buoi divenne popolare nella Nurra, e la giustizia se n’era immischiata.
Trascorse due settimane, venni chiamato a Sassari in salvacondotto, e mi presentai al giudice Pirari.
Invitato da lui a dar ragguagli, ed a deporre in causa contro gli uccisori de’ miei buoi, risposi:
— Se il Governo è disposto a risarcirmi del danno, svelerò il nome dei ladri... e dirò altro ancora!
— Il Governo ha il dovere di far giustizia, ma non può rimborsare danno alcuno.
— Ed io non dirò una parola!
— Ecco il vostro contegno! — fece il giudice Pirari con aria di malcontento — Prima vi dolete del danno sofferto, e poi vi rifiutate a denunziare i rei. Che volete che faccia la giustizia?
— Ma ella dunque ignora, che non ho altre entrate per vivere? Io conto sul mio lavoro, nè voglio andare a rubare. Se il Governo rifiuta di pagarmi, troverò io il mezzo di farmi pagare dai ladri.
— I ladri non ti pagheranno, poichè sono in molti... e tu sei solo.
— Ella è in errore. Appunto perchè in molti mi riuscirà facile ucciderne qualcuno; mentre sarà loro difficile venirmi a trovare. Creda pure, d’altra parte, che se mi cercano mi trovano!
— Ripeto che da nessuno verrai pagato: nè dai ladri, nè dal Governo.
— I ladri mi pagheranno; e se non mi pagassero, è segno che morrò presto.
— Pensaci bene!
— Ci ho pensato. Faccia una cosa: ne tenga parola col prefetto, col procuratore del re, con chi vuole: mi si paghino i buoi, e in seguito si vedrà se sarò capace di mettere la giustizia sulle traccia dei malandrini!
— È una cosa impossibile!
— Se il Governo mi paga i buoi, le prometto di unirmi ai carabinieri per arrestare i ladri.
Il giudice mandò allora a chiamare il capitano Castelli, essendo assente da Sassari il maggiore.
Il capitano mi disse con compunzione fratesca:
— Bisogna essere amico dei carabinieri!
— Sicuro; ma prima il Governo rimborsi il danneggiato. Si mettano d’accordo col prefetto, ed io farò quello che vogliono.
— È inutile conferire col prefetto, perchè egli non è autorizzato a pagar buoi.
— Allora è finita. Io mi farò pagare dai ladri, e lei non strapperà una parola dalla mia bocca. Ho un salvacondotto, e posso andarmene quando voglio!
Il mio interrogatorio era terminato, ed io mi separai dal giudice Pirari e dal capitano Castelli.
* * *
Ero ospite dell’amico e compaesano Antonio Giuseppe Zara, la cui abitazione era sul Corso, nella casa del Cav. Chiappe (oggi di Michele Canessa). Nello stesso piano, in un quartiere separato, abitava pure il procuratore del re Cavalier Dore; il quale, quasi ogni giorno, mi faceva chiamare dalla sua cameriera, e si tratteneva un’oretta a discorrere con me — spinto un po’ dalla curiosità, e un po’ dalle esigenze della carica che copriva.
Un giorno, mentre mi disponevo ad entrare in casa del Cav. Dore, m’imbattei sul pianerottolo in uno degli avvocati da me veduti nella Nurra. Veniva a cercarmi.
— Ritorni più tardi — gli dissi — perchè or ora venni chiamato dal procuratore del re.
Non potei celare al Cav. Dore la visita dell’avvocato, venuto forse per conchiudere l’affare dei buoi.
— Bada bene — mi disse il fisco — se tu ti farai pagare i buoi, non avrò più bisogno di testimoni per far arrestare i ladri. Mi saranno noti.
— Se io li denunziassi, però!
Tornò sul tardi da me l’avvocato, in compagnia di altri tre colleghi. La camera dov’io stava era attigua ad una delle sale del procuratore del re, il quale aveva udito gran parte del nostro dialogo.
— Ebbene, che cosa hai fatto? — mi domandò l’avvocato.
— Ancora nulla.
— Non fosti chiamato dal giudice per la causa dei buoi?
— Sì; ma io non sono l’uomo da vuotare il sacco in una volta. Ho tacciuto, perchè il Governo si ostina a non volermi pagare i buoi.
— Sentiamo il prezzo che ne chiedi.
— Per i tre buoi che mi hanno ucciso, io chiedo 150 scudi.
— È troppo!
— Lo so; ma siccome i ladri si hanno preso il gusto di scannarli per farmi dispetto, così anch’io voglio gustare il piacere di farmeli pagare come voglio!
— Il tuo non è che un dispetto.
— Non lo nego; e vi dico pure, che se mancherà un centesimo alla somma, la rifiuto... e saprò che cosa fare!
— I buoi uccisi non erano quattro?
— Sì: ma i miei sono tre. Non mi occupo di quello appartenente a Giovanni Puzzone, perchè questi non mi è fratello, non mi è nipote, non mi è genero. Io penso ai miei buoi — pensi lui ai suoi!
I quattro avvocati dichiararono, che fra una quindicina di giorni mi avrebbero pagato i buoi per incarico del loro cliente ed amico.
Nel giorno indicato, mio fratello Giomaria venne a Sassari, e ritirò i 150 scudi.
Mi abboccai pochi giorni dopo coll’avvocato principale, che mi disse:
— Che sia una cosa finita, veh?
— Per me è finita. Ma badino i ladri a lasciarmi tranquillo e a non farmi la spia. Li avverta anche lei, se li vede!
— Come avvocato, sono lieto di aggiustare le cose, perchè non nascano guai.
— Le dirò francamente, che mi sarebbe riuscito facile uccidere compare Maurizio; ma sarebbe stato troppo onore per lui venir freddato da Giovanni Tolu. Non l’ucciderò mai, poichè le partite sono ormai saldate. Che si guardi, però! poichè gli pronostico, che verrà ucciso da un altro miserabile suo pari!
E qui terminò quel brutto affare dei buoi, che per circa due anni mi tenne irrequieto e mi fece montare su tutte le furie[30].
* * *
Invece di lasciarmi tranquillo, compare Maurizio faceva il gradasso negli ovili, e cercava di nuocermi per vendicarsi.
Un giorno si recò dal pastore Salvatore Antonio Marras, e gli consegnò due palle (una di argento ed una di piombo) dicendogli:
— Se con queste colpirai Giovanni Tolu, egli morirà inesorabilmente, anche se avesse addosso qualunque talismano. Oltre al compenso di cento scudi, mi adoprerò per farti ottenere il porto d’armi, col consenso del maresciallo dei carabinieri di Portotorres.
Il pastore Marras (che mi era amico) non esitò ad accettare le due palle; ma venne segretamente a mostrarmele, riferendomi le parole di compare Maurizio.
— E perchè, matto che sei, non hai ritirato anche i cento scudi? — dissi al pastore fra il serio e il burlesco. — Non vorrei che tu andassi a ritirarli un’altra volta!
L’amico — che mi era fedelissimo — mi rispose seriamente:
— Non scherzare, o Giovanni; ma mettiti in guardia! Quel malintenzionato potrebbe trovare altro pastore, di me meno scrupoloso.
— Sta tranquillo: la palla di compare Maurizio, fosse anche d’oro, non sarà quella che ucciderà Giovanni Tolu. Non è buono che ad uccidere buoi, colui!
Aizzando or l’uno, or l’altro, compare Maurizio continuava nell’idea di sbarazzarsi di me. Non poteva darsi pace dell’affare dei buoi, per lui così disastroso. Tuttavia, in apparenza, mi si mostrava amico, e parecchie volte mandò a dirmi, che mi guardassi dai carabinieri, ch’erano usciti da Portotorres in perlustrazione. Io, certamente, non me ne fidavo, perchè mi erano noti questi strattagemmi da _fiduciario_. Assai spesso questa gente ha la furberia di avvisare allo stesso tempo carabinieri e banditi, per tenersi in buon accordo cogli uni e cogli altri. Era un gran _filone_ quel compare Maurizio!
Dal mio canto non cercai di fargli male, per due ragioni: la prima, per la promessa fatta agli amici avvocati di Sassari; la seconda, perchè ero saldo nel proponimento di non spargere più sangue. Il pensiero dell’avvenire della mia figliuola — come ho già detto — frenava il mio braccio. Se l’uccisione de’ miei buoi fosse avvenuta quindici anni addietro, Dio sa la strage che avrei fatto dei ladri!
* * *