Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 10

Chapter 103,780 wordsPublic domain

Ma anche per compare Maurizio doveva avverarsi la mia profezia. Egli si era associato negli affari con un pastore osilese. Costui, oltre al bestiame sociale, possedeva una greggia propria di una cinquantina di pecore. Venuta essa meno per le rilevanti spese di pascolo, il pastore cercò di rifarsi, rubando al consocio molte pecore, che vendette ad un amico d’Osilo. Accortosi Maurizio della mancanza, andò alla ricerca, e trovò le sue pecore presso il pastore Ligios; il quale minacciò subito di mandare in galera chi glie le aveva vendute. Per evitare fastidi, i due pastori finirono per mettersi d’accordo, e tolsero di mezzo compare Maurizio con una fucilata.

E così morì di piombo colui, che sperava di uccidermi con una palla d’argento!

* * *

Non tardarono parecchi altri scannatori dei miei buoi a raggiungere nell’altro mondo il loro capo supremo.

Baingio Matagnu — il quale, dopo essersi un giorno bisticciato con me, aveva osato nell’ovile di _Boturru_ vantarsi con Domenico Tignosu di avermene dette delle crude — colto dalle febbri si era messo a letto[31].

Trovatomi un giorno con certo Lorenzo Murineddu, che aveva tenuto a battesimo un figlio di Matagnu, gli chiesi:

— Non sei stato a visitare il tuo compare ammalato?

— Non ancora.

— Hai fatto male! Vacci pure, e digli da parte mia, che si confessi, poichè la confessione gli farà bene.

Questa ambasciata — che è sempre augurio di morte — impressionò talmente Baingio Matagnu, che ne morì poche settimane dopo.

Non passò gran tempo che anche Ciccio Tiringone ebbe la sua paga. Egli fu ucciso sul proprio carro da un nemico, che venne arrestato. Anche lui, come Matagnu, avrà dato conto a Dio, fra gli altri delitti, dei buoi sgozzati a _Montixiu Àinu_.

Erano precisamente costoro i due che avevano impugnato il coltello per scannare i miei buoi; gli altri compagni li avevano tolti dalla tanca, presi col laccio, o tenuti fermi durante lo sgozzamento.

La _scomunica_, da me lanciata contro di loro colla messa a Sant’Antonio _del fuoco_, aveva ottenuto il suo effetto.

CAPITOLO XVIII.

Fra ladri di bestiame.

Ciccio Tiringone era un tristo soggetto. Lo conobbi la prima volta ad _Abba meiga_, per un favore fattogli, di cui non mi fu riconoscente. Narro il caso.

Il fattore dello Stabilimento della Crucca, certo Pinotto, rinvenuta una cavalla di Tiringone nelle tanche, l’aveva sequestrata per metterla in contravvenzione. Accortosene Tiringone, inseguì Pinotto, e lo raggiunse vicino al fiume. Ivi si accapigliarono, e ne avvenne una lotta corpo a corpo, durante la quale la cavalla si era data alla fuga. Un compagno di Tiringone, ivi accorso, suggeriva di uccidere Pinotto.

Venuto quest’ultimo da me per prendere consiglio, m’incaricai di aggiustare le cose. Andato in cerca di Tiringone, lo trovai piangente, dicendosi rovinato.

— Sta tranquillo — gli dissi — chè aggiusterò io le cose!

— Consigliami tu.

— Corri subito alla Crucca, e domanda scusa al Cav. Maffei. Questi è un signore generoso, e non vorrà rovinarti.

E così fece. Il Cav. Maffei rispose a Tiringone che l’offeso era Pinotto, e che se questi perdonava, egli avrebbe chiuso un occhio.

Pinotto si dichiarò soddisfatto, e l’incidente fu esaurito.

Questo fatto io deposi alle Assise di Sassari, quando vi fui chiamato in salvacondotto, come teste di difesa di certa Satta Tiringone, accusata di aver pagato un sicario per uccidere il proprio cognato.

Chiamato un’altra volta alle Assise, fui più esplicito nella mia deposizione. Chiestomi dal presidente che cosa pensassi di Ciccio Tiringone, risposi:

— Dico, ch’è un ladro ed un sicario; e sono pronto a provarlo qui stesso, con testimoni presenti a quest’udienza.

Il capo giurato (che per caso era stato il difensore di Tiringone in un precedente dibattimento) fece osservare al presidente, che il teste non diceva il vero, poichè il suo cliente, per le risultanze del processo, era stato dichiarato innocente dell’assassinio di Lorenzo Longiave.

Allora io, rivolto al capo giurato, dissi solennemente.

— Ella, come avvocato, avrà fatto il suo dovere secondo le risultanze della causa; però devo dirle, che, senza volerlo, non ha fatto un’opera buona! Ha saputo strappare il cliente alla giustizia, non però a’ suoi nemici. Che Ciccio Tiringone sia stato l’assassino di Longiave è fuor di dubbio; ne sono convinti gli stessi parenti dell’ucciso, come ne erano convinti i fratelli Pintus d’Osilo. Eppure la giustizia di Sassari condannò alla galera in vita Antonio Pintus, ch’io dichiaro innocente della morte di Lorenzo Longiave.

Non so qual peso abbiano avuto le mie parole sulla bilancia della giustizia; ma so, che, poco tempo dopo, venne rimesso in libertà l’osilese Antonio Pintus, il quale aveva già scontato tre anni di galera. E dopo questi casi edificanti, mi si esortava a fidare nei tribunali!

Fu Ciccio Tiringone il vero autore dell’assassinio di Lorenzo Longiave, il facoltoso cittadino, ucciso nella propria casetta di campagna. Mentre sull’imbrunire cenava, vennero smosse alcune tegole del tetto, e lo si era freddato con una fucilata.

Da qualche tempo Tiringone introduceva abusivamente il proprio bestiame nelle tanche di Longiave, e costui lo aveva rimproverato. Sapendo Tiringone che il danneggiato proprietario era in urto coi fratelli Rocca di Sorso, aveva pensato di vendicarsi, guadagnandosi le grazie di costoro. La voce pubblica, intanto, fatta circolare ad arte, diceva che Antonio Pintus, pastore di Longiave, si era proposto di uccidere il padrone. Due testimoni falsi lo avevano giurato... e la giustizia umana non volle altro per condannare un innocente!

Il giorno stesso che fu consumato l’assassinio io mi trovavo in compagnia del bandito Antonio Rocca, nella Nurra _di dentro_, nell’ovile di Antonio Sechi Pelicanu. Come giunse la notizia dell’uccisione, egli mi disse:

— Lorenzo Longiave mi era nemico; tuttavia mi dispiace la sua morte, poichè si dirà che ne sono io l’autore.

* * *

Pur narrando i fatti con scrupolosa verità, quali mi risultano, dichiaro di non essere in grado di saperli indicare con ordine cronologico. Gli avvenimenti che narro accaddero pochi anni prima, o pochi anni dopo l’uccisione de’ miei buoi.

Esisteva verso quel tempo nella Nurra un’associazione di malintenzionati, i quali andavano in giro, dilettandosi dell’uccisione del bestiame altrui, o per portarselo via, o per lasciarlo sul luogo, ma sempre con scopo di malfare, più che di vendetta. All’oziosa compagnia si univa spesso anche qualche proprietario benestante, che prendeva gusto a queste escursioni avventurose.

Visitavo spesso l’ovile di uno di questi proprietari vagabondi; il quale possedeva un eccellente cavallo, e si univa con piacere agli altri scapestrati, per aiutarli ad uccidere e a scorticare i buoi. Ne taccio il nome per riguardo personale; ma dirò ch’era padre di più figli ed aveva una moglie saggissima, la quale continuamente gli rinfacciava la mala vita che menava.

Un giorno costei, alla mia presenza, prese a dirgli:

— Ma perchè non stai in casa ad accudire al tuo patrimonio? Perchè non sorvegli con maggior cura gli uomini che lavorano le nostre terre? Senti tu il bisogno di unirti ai cattivi compagni? Tu hai buoi, tu hai vacche, tu hai pecore e capre, tu hai porci — e puoi ucciderne quanti vuoi, senza ricorrere al bestiame altrui.

Il marito, piccato, le rispose canzonandola:

— Eh, capisco! mi vorresti sempre cucito alle tue gonnelle... per carezzarti!

— C’è tempo per tutto, anche per le carezze! — gli rispose la moglie seria. E lui di rimando:

— Eppure, quando porto a casa la carne, tu la mangi!

— La mangio, e ne do anche ai cani, pari tuoi!

E così la durarono un bel pezzo, finchè mi interposi per metterli in pace.

Trovatomi un giorno in campagna col marito, gli dissi affettando indifferenza:

— Guardati! Ti prevengo che venne riconosciuto il tuo cavallo, montato da uno scorticatore di buoi. È una vergogna che ricade sulla tua onesta famiglia.

— Ti spiegherò la cosa. Ho prestato il mio cavallo a Pietro V*, che me lo ha chiesto per due giorni. Forse fu imprudente, e...

— Ed è così che ti pregiudichi e ti avvilisci! — soggiunsi, interrompendolo.

— Che vuoi? Pietro V* è molto povero, ed ha bisogno di raggranellare cento scudi per liberarsi da una causa...

— E in tre anni e più di esercizio, con centinaia di cuoi strappati alle bestie, la _compagnia_ non è ancora riuscita a mettere insieme cento scudi?! Ma via! io credo meno scrupolo farla da una buona volta finita col rubare addirittura uno o due gioghi di buoi. Questa continua carneficina è vergognosa, e non piace a nessuno.

Innumerevoli furono i danni cagionati nella Nurra da questa combriccola maledetta. Ricorderò, fra gli altri, quello della mandria di quaranta maiali, sgozzati in una sera in _Baddiniedda manna_, terre comunali di Sassari. Essi furono ridotti in lardo e salsiccie, che i ladri vendettero allegramente.

Posso assicurare, che fra gli sgozzatori dei porci era pur compreso il proprietario benestante, a cui la moglie faceva le prediche morali.

* * *

Oltre a questa combriccola di sgozzatori di bestiame, la Nurra era infestata in quel tempo da un’infinità di oziosi; i quali, sdegnando il lavoro onesto e faticoso, si erano dati a fare i cacciatori di professione, pretendendo sostentare le numerose famiglie coi proventi del solo fucile. Se capitavano a tiro lepri o pernici, cinghiali o caprioli, essi tornavano a casa cogli animali selvatici; se la fortuna li avversava, rubavano qua e là qualche agnello, qualche pecora, o qualche maiale, e portavano alla famiglia animali domestici. La carne, però, non doveva mancar mai!

Per questi furti era generale la lagnanza dei proprietari nurresi; i quali ogni anno dovevano rassegnarsi a perdere una somma rilevante, che andava a profitto degli oziosi ladruncoli.

A me, che lavoravo continuamente, o coltivando terre, od allevando un po’ di bestiame col concorso de’ miei cognati, dava molto ai nervi questa rapina vergognosa. Vedevo con dispiacere tante braccia inerti, le quali avrebbero potuto rendere produttive un’infinità di terre abbandonate.

Un giorno Lorenzo Muzzu (forse il primo dei proprietari della Nurra) si lamentava meco del danno ch’ei subiva per il continuo furto del bestiame. Io gli dissi seriamente:

— Eppure, voi proprietari, siete in grado di scongiurare il flagello!

— Noi...?

— Sì. A voi rubano, in media, non meno di 500 lire di bestiame all’anno: non è così? Orbene: voi ricchi dovreste unirvi, e somministrare ai poveri il mezzo di lavorare.

— Sono pigri e non lavorano.

— Lavoreranno!

— E come?

— Prestate loro i buoi da lavoro.

— E questo basta?

— Voi ricchi unitevi: io m’incaricherò di far lavorare i poveri.

— Che dovrò fare?

— Ecco. Quando i poveretti verranno a chiederti in prestito i buoi, non scacciarli, ma prometti loro di contentarli.

— Lo farò, se si presenteranno da me.

— M’incaricherò io di farli venire. Siamo intesi?

— Te lo prometto.

Preso commiato da Lorenzo Muzzu, mi posi subito d’impegno per raggiungere lo scopo, sicuro di fare un’opera buona.

Cominciai poco per volta a fare il giro della Nurra. Come m’imbattevo in uno dei ladruncoli (li conoscevo tutti) lo fermavo e gli dicevo:

— Non vedi, che hai la Nurra tutt’addosso?

— Perchè?

— Perchè sei ritenuto come un ozioso, e dicono che tu campi col furto del bestiame. E non sei il solo! Attenti, chè un giorno non abbiate a far conti colla giustizia, rovinando voi e le vostre famiglie. Io so quello che mi dico.

L’individuo sbarrava tanto d’occhi alle mie parole misteriose, e diceva:

— Ma che dovrei fare?

— Lavorare. So che tu hai un pezzo di terra: coltivala.

— Io non vado a zappare.

— Ma la terra ce l’hai.

— Mi mancano i buoi.

— I buoi te li farò dare io; ma lavora.

— Chi me li dà?

— Va da Lorenzo Muzzu. Se te li negasse, digli che pagherò io l’affitto.

— Scherzi?

— Non scherzo.

Il ladruncolo si presentava al Muzzu per far la domanda; e questi gli rispondeva:

— I buoi te li darò; ma siccome non ne ho disponibili (poichè li ho tutti impiegati negli aratri e nei carri) ne comprerò degli altri. Se tu conosci chi ne vende, mandalo da me; ed io li acquisterò per prestarteli.

E in questo modo riuscì a contentare non pochi sfaccendati ladri, i quali cominciarono seriamente a lavorare. Potrei citare molti nomi.

I proprietari prestavano i buoi ai richiedenti quando ne avevano bisogno, e se li ritiravano di tanto in tanto, per impiegarli nei propri lavori.

Venuta la raccolta, qualcuno chiedeva al Muzzu il prezzo dell’affitto, ed egli rispondeva:

— Non voglio nulla. Mandate a me tutti quelli che vendono buoi, ed io ne acquisterò anche venti paia.

L’esempio di Lorenzo Muzzu fu seguito ben presto da molti altri benestanti, fra i quali mi piace citare Francesco Piras, la vedova Lucia Zanfarino, Proto Salis e Antonio Masala — tutti da me consigliati e incoraggiati, colla promessa che sarebbero stati compensati dal minor numero dei furti di bestiame.

Dal mio canto continuavo a correre di qua e di là per far la predica ai ladri, i quali, un po’ per amore, e un po’ per forza, si adattavano a lavorare.

Col concorso dei generosi proprietari, ero riuscito a persuadere quella trista gente, che il lavoro onesto è assai più rimuneratore del furto. La coscienza mi diceva di aver reso un buon servizio alla Nurra; e confesso che fu questa una delle azioni, di cui più mi compiacqui durante la mia vita di bandito.

Avrò il rimorso di aver dato qualche fucilata ai nemici, ma non ho quello di aver rubato un centesimo al mio simile. Questo mio merito fu riconosciuto da tutta la Nurra, e mi fu confermato anche nelle Assise di Frosinone dalla bocca del Presidente e del Pubblico Ministero.

Eppure, chi lo crederebbe? La persecuzione verso i ladri fu quella che mi procurò qualche nemico nella Nurra, ad anche in Sassari. Una persona rispettabile un bel giorno mi disse:

— Chi vuol vivere tranquillo non deve occuparsi che del fatto suo.

Gli risposi piccato:

— Non sempre. Dobbiamo anche occuparci dei fatti altrui, quando possiamo risparmiare un danno al nostro simile.

CAPITOLO XIX.

Salvacondotti.

La mia buona condotta, le simpatie che godevo per la persecuzione ai ladri e per la mia sincerità, avevano fatto sì, che la Giustizia a me ricorresse, quando desiderava qualche schiarimento a favore, o contro ai complicati in un processo. Ond’è, che fui chiamato cinque o sei volte (con salvacondotto) a deporre presso giudici istruttori, procuratori del re e presidenti delle Assise.

Ho già parlato delle mie deposizioni a proposito degli assassinî di Dionisio e di Longiave, e degli sgozzatori de’ miei buoi. Accennerò ora a parecchi altri schiarimenti da me dati, dietro invito dell’autorità giudiziaria.

Venni chiamato la quinta volta a Sassari come testimonio nella causa contro Don Peppe Lado di Siligo, accusato dell’uccisione del bandito, pur silighese, Gianuario Murgia. Il fatto era accaduto da una diecina d’anni, e lo avevo già riferito al Cav. Ferrè, maggiore dei carabinieri.

Riassumo le deposizioni, da me riconfermate dinanzi al giudice istruttore.

Antonio Canu, capitano dei barracelli di Siligo, aveva ammonito il bandito Gianuario Murgia; e questi, per vendicarsi, lo ferì con una fucilata.

Salvatore Contene (cognato del capitano) mi mandò a chiamare, dicendo che Don Peppe aveva bisogno di parlarmi.

Presentatomi la stessa notte ad entrambi, si parlò di Murgia. L’opinione di Contene era quella di dover uccidere il bandito; don Peppe invece era d’avviso, che bisognava farlo arrestare per strappargli qualche nuova confessione. Io, come Pilato, me ne lavai le mani.

Quindici giorni dopo, Murgia veniva ucciso da Contene e da certi Foi, padre e figlio, di Bessude.

Chiamato in quel tempo a Sassari con salvacondotto, fui avvicinato da Contene; il quale mi disse in confidenza, alludendo all’uccisione di Murgia:

— Quel birbante credeva di sfuggire a noi! Dopo morto lo abbiamo affidato al brigadiere, il quale volle trarci fuori causa.

— Gran prova avete fatto! — esclamai — Lo uccideste dentro la casa di Foi, ed eravate in tre. Come ve la siete cavata?

— Appena morto lo abbiamo trasportato in piazza, per lasciare tutto il merito al brigadiere, che in seguito simulò un assalto.

L’inganno era manifesto. Il bandito Murgia soleva portar seco una bisaccia, assicurata alle spalle a mo’ di zaino, per riporvi la lingeria e le provviste da bocca. Con tal bisaccia fu trovato il cadavere; ma la ferita mortale, rinvenutagli al di sopra della schiena, diceva chiaro che lo zaino gli era stato rimesso dopo l’uccisione.

Riferendo il fatto al Cav. Ferrè, conchiusi:

— Ella ha i mezzi per accertarsi di quanto asserisco. La prevengo intanto, che se lei darà un premio, o la medaglia, al brigadiere, saremo in molti a ridere!

Appurati i fatti, il maggiore Ferrè rimproverò accerbamente il brigadiere; il quale, o per le minaccie d’una punizione, o per la vergogna del valore simulato, o perchè realmente fosse affetto da qualche malore, ne morì dopo quindici giorni.

Arrestato don Peppe, sul quale cadevano più gravi i sospetti, venne assolto, dietro le prove di aver egli voluto la cattura, non la morte di Gianuario Murgia.

* * *

Parlerò ora della causa, che provocò il _rilascio_ del mio sesto salvacondotto.

Un giorno, nella Murra, venne a trovarmi un tale; il quale m’invitò a prestargli mano in un colpo, che ci avrebbe procurato molto danaro.

— Sentiamo di che si tratta.

— Ho proposto, in unione ad altri, di uccidere il signor B..., messo esattoriale del signor Baloco, quando verrà a fare il solito giro per la esazione delle imposte. Vendicheremo in pari tempo i nurresi, per le angherie di quel tiranno, che strappa persino gli orecchini alle nostre donne.

— Dio vi liberi dal toccare il danaro del Governo! Non avrete più pace nella Nurra, e vi coglieranno. Io non mi sono mai prestato, nè mi presto a simili azioni.

Non si parlò d’altro; ed io credetti una sfuriata dispettosa la proposta di quel tristo.

Trascorso un mezz’anno, fu tradotto in atto il malvagio disegno. Una combriccola di otto o dieci individui prepararono due agguati in diversi punti della strada, che il messo doveva percorrere. Quando il messo comparve fra due carabinieri e due uomini di guida, tutti a cavallo, gli appostati fecero loro fuoco addosso. Venne ucciso il messo, e ferito una delle guide. I due carabinieri, rimasti illesi, si erano dati alla fuga.

I malandrini si fecero intorno al cadavere del messo, e gli tolsero la somma di 17 mila lire, che aveva indosso. Prima di dividere il bottino, i ladri mandarono a chiamare certo Proto, padrone dell’ovile, in cui il messo esattoriale prendeva alloggio, quando si recava alla Nurra.

— Vuoi tu la tua parte? — gli chiesero i malandrini.

Accortosi che lo si voleva complice. Proto rispose:

— Non voglio nulla di ciò che vi appartiene. Desidero solamente i cento scudi, che il messo mi ha chiesto in prestito, in anticipazione d’imposte.

Non passò gran tempo, che fui chiamato con salvacondotto nel gabinetto particolare del giudice Pirari:

— Ti chiamo in consulto senza testimoni — disse — per l’oltraggio fatto al Governo con l’assassinio del suo messo esattoriale. Dammi qualche schiarimento.

Dopo aver riflettuto, gli risposi con una domanda:

— Mi dica prima: piacciono i porcetti ai signori di Sassari?

— Dammi schiarimenti sugli assassini del messo esattoriale! — continuò il giudice, fingendo non aver inteso. Ed io di nuovo:

— Piacciono ai signori di Sassari i porcetti?

Il giudice istruttore fece ancora il sordo, e continuò a parlarmi di oltraggi al Governo e di schiarimenti che da me si volevano.

— Ma lei non vuol rispondere alla mia domanda! — soggiunsi con impazienza — Piacciono i porcetti ai signori?

Stretto in tal modo, Pirari mi rispose:

— I porcetti piacciono a tutti!

— Si rassegni, allora, a non veder mai condannato un nurrese dalla Corte d’Assise di Sassari! — esclamai risoluto — Ho tutto detto.

— Tu fai allusioni maligne!

— Sono padrone di dire la mia opinione. Sono venuto con salvacondotto, e col salvacondotto me ne vado.

Così dicendo piantai il giudice Pirari, senza far nomi, nè dare alcun indizio sugli assassini.

Dopo qualche mese fu iniziato il processo e fatto il dibattimento; ma i pochi arrestati vennero assolti. Nessuno nella Nurra aveva ucciso il messo esattoriale!

* * *

Passato un po’ di tempo, il mio amico e compaesano Antonio Giuseppe Zara venne a me per dirmi, che l’esattore Baloco voleva conoscermi. Io sapevo che l’amico (i cui affari erano andati male) avrebbe volentieri accettato un impiego nell’Esattoria.

Ebbi più tardi, nella casetta di _Lèccari_, la visita di Baloco, che venne accompagnato dallo stesso Zara. Vivamente impressionato del caso del suo messo, egli mi chiese consiglio sul miglior modo di effettuare l’esazione delle imposte nella Nurra. Mi esternò la sua intenzione, di nominare a messo certo Punzu, che dicevasi mio nipote. Io risposi:

— Non mi è nipote; ma se tale pur mi fosse, devo dichiarare che non lo credo adatto alla gelosa carica, poichè è un ladro. L’uomo che dovete scegliere è il mio amico Antonio Giuseppe Zara, qui presente. Egli è abile, sobrio, modesto nelle pretese; ed io mi adoprerò presso tutti i contribuenti della Nurra, perchè venga riconosciuto e rispettato.

L’esattore Baloco seguì il mio consiglio, ed accettò lo Zara, che mantenne al suo servizio per oltre due anni. Prestavo all’amico la mia cavalla per fare il giro degli ovili, nè ebbe mai a lamentare sinistri, nè inconvenienti di sorta. Non feci al nuovo messo che questa sola raccomandazione:

— Siccome i pastori nurresi sono molto diffidenti, tu indicherai a ciascuno di essi la quota delle rispettive imposte, invitandoli a fare il versamento diretto nell’ufficio di Sassari. Si eviteranno così le dicerie, e il messo non potrà attirarsi gli odî e le ire del contribuente sospettoso. Dippiù, sapendo che non hai danari addosso, a nessuno verrà il ticchio di frugarti nelle tasche.

* * *

Postochè sono tra i salvacondotti, parlerò del mio abboccamento col maggiore dei carabinieri Cav. Leopoldo Ferrè, funzionario scrupoloso, quanto leale e cortese[32].

Dopo il nostro primo colloquio in campagna, al momento di separarci, egli mi porse due sue carte da visita, pregandomi di apporre ad entrambi la mia firma, od una parola convenzionale.

Tolsi il calamaio e la penna dalla mia piccola bisaccia, e scrissi il mio nome e cognome, spezzandoli per metà e invertendo le due parti, così: _Vannigio Luto_.

— Bravo! — mi disse. — Ammiro la tua ingegnosa trovata.

Ripresi i due biglietti, il Maggiore ne chiuse uno nel suo portafoglio e mi restituì l’altro dicendo:

— Sempre quando avrai bisogno di conferire con me, mandami questo biglietto per la posta, o per mezzo di persona di tua fiducia, ed io verrò all’appuntamento. Se invece sarò io che avrò bisogno di parlarti, farò in modo di farti recapitare l’altro simile biglietto. Puoi contare sul segreto e sulla mia parola.

— È inutile la sua dichiarazione — risposi — Io so che la violazione di simili accordi potrebbe tornare di pregiudizio anche a lei; poichè nessun latitante più si presterebbe a fornire schiarimenti alla giustizia, in favore degli innocenti e in odio ai malandrini.

Il Maggiore Ferrè riflettè alquanto, poi mi disse con tono serio:

— Intendiamoci, però. Allo infuori dello scambio dei due biglietti, che paralizzeranno ogni azione iniziata, io non mancherò di mandare i miei carabinieri per darti la caccia in campagna, o dovunque mi s’indicherà il tuo rifugio.

Risposi con pari gravità:

— Lei è Maggiore dei carabinieri, e deve fare il suo dovere. Io farò il mio. Sono da oltre vent’anni bandito, ed ho assai cara la mia libertà. Non ho mai attaccato per il primo i carabinieri; ma se mi attaccano, saprò difendermi: lei lo sa bene!

— Siamo intesi.