Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 11

Chapter 113,846 wordsPublic domain

E ci separammo.

Ebbi in seguito diversi incontri coi carabinieri da lui mandati alla mia ricerca; ma seppi sempre deludere gli appiattamenti colla freddezza della testa e coll’agilità delle gambe, senza ricorrere al mio fucile. Tanto meglio per me.... ed anche per loro.

CAPITOLO XX.

Fidanzamento e sponsali.

L’ho detto: raggiunto il sedicesimo anno, Maria Antonia si era allontanata dalla scuola per ritirarsi in casa dello zio Ignazio, sotto la sorveglianza di mia sorella Andriana e di mia madre. Quest’ultima si recava ogni tanto a Florinas per visitarvi gli altri parenti, ma non abbandonava la sua prediletta nipotina, che più delle altre aveva bisogno di cure. Io era bandito, e mia moglie non esisteva che per il ganzo.

Vedevo assai spesso la mia figliuola (massime nei mesi che la famiglia di mio cognato si ritirava nel suo ovile della Nurra) e le mandavo ogni tanto qualche lettera per esercitarmi nello scrivere, o per darle qualche commissione. Quando, per esempio, avevo bisogno di un paio di pantaloni, d’una giacca, od altro, le ordinavo di vendere qualche rasiere del mio grano, che tenevo in deposito presso mio cognato. Scrivevo allora al negoziante Nicolò Costa di Sassari (mio amico) il quale mi faceva eseguire gli abiti su misura di un suo giovine di negozio, che aveva la mia stessa corporatura. D’ordinario preferivo il panno che si tesseva nel Convento di San Pietro, perchè di lunga durata. Aspettavo che i frati venissero alla questua nella Nurra, davo loro la commissione, e il guardiano mi serviva puntualmente. Benchè bandito, ero ritenuto un uomo onesto dalla piazza di Sassari, e mi si dava credito.

Il tempo intanto volava, e la mia figliuola, che cresceva a vista d’occhio, si era fatta belloccia. Non era più l’allegra e spensierata scolara ch’io mi sedeva sulle ginocchia pochi anni addietro; la bambina diventava donna, ed io vedeva di giorno in giorno svilupparsi le sue forme ed aumentare la sua gravità contegnosa. Con l’occhio grande e nero, le guancie rosee e paffuttelle, la taglia svelta ed aggraziata, Maria Antonia veniva su come un fiore di primavera. Mi ero già accorto che qualche farfallone le ronzava intorno, e me ne dispiacque. Cominciavo a guardarla con una certa compiacenza gelosa; e ogni volta che mi separavo da lei, dicevo a me stesso con un sospiro:

— Non c’è verso: bisogna ch’io mi rassegni a cederla ad altri; bisogna proprio darle marito.

Non aveva ancora raggiunto i diciasett’anni quando mi venne chiesta in moglie da parecchi giovani della Nurra e di Portotorres; ma io rispondevo a tutti con un rifiuto, dicendo ch’erano altre le mie intenzioni.

La scelta dello sposo è uno dei problemi più ardui per le nostre famiglie. Bisogna andar cauti, dappoichè ben sovente, col genero, attiriamo in casa un nemico — un apportatore di scompigli e di discordie fra padre e figli, tra sorelle e fratelli. Avevo conosciuto più di un suocero ch’era stato tradito dal genero, e più di un genero ch’era stato ucciso dal suocero.

Il marito è sempre uno straniero che entra nella nostra casa; un intruso, di cui non conosciamo gli umori, nè le stravaganze. Non mi bastava attenermi al proverbio: _moglie e buoi de’ paesi tuoi_ — volevo qualche cosa di più!

Debbo tuttavia confessare, che la scelta dello sposo non mi tenne a lungo sulle spine. Già da tempo avevo in segreto vagheggiato il mio ideale: volevo dare a Maria Antonia un marito di famiglia — un giovane savio, che mi risparmiasse il fastidio delle informazioni, e allontanasse il dubbio di una cattiva riuscita. Pensai subito a mio nipote: a Giovanni Agostino, il figlio della buon’anima di Felice, il nostro fratello maggiore. Era un bravo ragazzo che amavo come figlio, e che in quel tempo si trovava in continente facendo il soldato.

Un bel giorno dissi alla mia vecchia:

— Dirai alla madre di Agostino, che suo figlio deve unirsi alla mia figliuola. Appena terminato il servizio militare, lo prenderò con me. Egli lavorerà per conto mio, e troverà tutto pronto: terra, buoi, grano e danaro. Non avrà così bisogno di poltrire in Florinas, a servizio d’altri. Se io più non fossi al mondo... se i nemici o i carabinieri mi uccidessero... ricordati, mamma, che questa è la mia volontà, e voglio che sia eseguita!

Agostino non aveva padre, ma padrastro; poichè, morto Felice, la vedova si era rimaritata.

Il padrastro diceva a tutti, perchè me lo riferissero:

— Se Agostino, quando ritornerà da fare il soldato, non mi servirà per due anni, non avrà da me dote.

Ed io rispondevo:

— Ne faremo anche senza!

Venuto Agostino a Florinas, in permesso, gli mandai subito a dire, che desideravo conferire con lui. Egli venne alla Nurra, in compagnia di mio cognato Ignazio Piana.

Pregai quest’ultimo, che s’incamminasse all’ovile, per lasciarmi solo con mio nipote.

— Agostino — gli dissi — tu ti devi maritare colla mia figliuola. Avrai una buona moglie, buoni buoi, grano da seminare e da far pane, e soldi da spendere. Se avrai giudizio potrai diventare un uomo ammodo, poichè son nemico degli oziosi e dei malandrini!

Mio nipote mi rispose con poche parole:

— Farò quanto lo zio vuole!

Passeggiammo alquanto per la campagna, finchè sull’imbrunire movemmo insieme all’ovile.

Dinanzi a’ miei parenti, ivi raccolti, presi per mano Agostino e la mia figliuola, li avvicinai l’uno all’altra, e feci loro scambiare i baci della promessa. Seguì l’abbraccio e il bacio reciproco degli altri presenti.

La mia figliuola si dichiarò felice della scelta.

Prima di separarci chiamai a parte Maria Antonia:

— Bada: ora che Agostino se ne va, procura di dargli qualche soldo. È stato promosso a caporale, e i danari gli fanno bisogno.

Agostino tornò al suo Reggimento per continuare il servizio militare.

I due fidanzati si scrivevano con frequenza, e Maria Antonia smaniava, ogni qualvolta riceveva una lettera dal continente.

Avevo ordinato alla mia figliuola di mandarmi sempre le _brutte copie_ delle lettere che scriveva al fidanzato; ma ella non mi mandava che quelle di Agostino, certo per non farmi sapere che gli spediva ogni tanto danaro. Aveva forse scrupolo di dirmi una bugia. Notai che mio nipote chiudeva ogni sua lettera con un’_ottava_ sarda, in lode della grazia e dell’avvenenza di mia figlia.

* * *

Terminato il servizio militare, Agostino fece ritorno a Florinas, dove si fermò quattro giorni. Si recò quindi a Portotorres per farsi tingere un po’ di orbace. Abboccatosi con me nella Nurra, gli dissi:

— Tua madre ha altri figli cui pensare. Non voglio, dunque, ch’ella spenda per farti una veste di orbace. Ti vestirò io!

Gli diedi il danaro necessario e gli ordinai che si recasse a Sassari presso l’amico Zara, a cui avevo dato incarico di fargli prendere la misura degli abiti.

— Appena t’avranno vestito — gli dissi — torna da me, perchè penso di affidarti la sorveglianza della mia piccola azienda, come a futuro padrone.

Non appena fu di ritorno, diedi a mio nipote due paia di buoi, e me lo associai nell’agricoltura.

In compenso del mantenimento di mia figlia, avevo ceduto a mio cognato Piana due paia di buoi, oltre un’ottantina di pecore, ch’egli sfruttava a proprio beneficio. Un terzo paio di buoi ed una buona cavalla favorivo pure a mio fratello Giomaria, allora disoccupato e con qualche debito. Come vedete, il povero bandito non ha mai lasciato di soccorrere i parenti, quando era in condizione di farlo!

Dopo il fidanzamento di mia figlia, e due anni prima dello sposalizio, mi ero dato attorno alla ricerca di un luogo adatto, che presentasse tutte le comodità possibili, tanto per me, quanto per gli sposi. Fermai la mia attenzione sulle terre e sulla cascina di _Lèccari_, che rispondevano alle mie vedute. La cascina era vasta, le terre buone, e breve la distanza che le divideva da Portotorres, dov’erano i nostri parenti.

Il tenimento di _Lèccari_ — buonissimo per i miei figliuoli — era per me un luogo sicuro, specialmente per la vicina palude, tutta coperta da folti canneti, nella sua estensione di oltre 50 ettari. Nell’estate, quando le acque evaporano o si ritirano, un uomo può percorrerla quasi tutta a piedi, senz’essere avvertito da nessuno, per l’altezza delle canne palustri. I cinghiali vi si rifugiano nella stagione calda — e di rifugio poteva servire anche a me, uomo-cinghiale, cui si dava la caccia.

Ottenuta _Lèccari_ in affitto, volli unire a me, come soci, mio fratello Giomaria, mio cognato Piana e Giovanni Puzzone, ai quali somministravo terra e semente, concedendo loro di poter occupare la cascina. Agostino, da me provveduto di buoi, di semente e di danaro, si era dedicato con ardore all’agricoltura, e lavorava insieme ai parenti, tanto per proprio conto, quanto per la mia casa.

* * *

Ero contento di quanto avevo fatto.

Fantasticando sull’avvenire de’ miei figliuoli, una sera io trottava a larghi passi verso _Lèccari_, quando m’imbattei in un pastore nurrese, che tornava a cavallo da Portotorres, dopo essere stato parecchi giorni a Sassari, per sbrigarvi alcuni suoi affari.

Ero più di buon umore del solito, perchè tutto mi era andato a gonfie vele.

— Hai buone notizie a darmi? — gli chiesi sorridendo.

L’amico pastore si fece serio, si mostrò alquanto impacciato, e alfine mi disse:

— Per te ho una brutta notizia...

Il sangue mi affluì al cuore, e pensai subito a qualche sinistro capitato alla mia figliuola, che trovavasi quel giorno a Portotorres presso lo zio.

— Hai veduto Maria Antonia?! — gridai spaventato.

— È poco più d’un’ora, che l’ho lasciata sana ed allegra.

Respirai liberamente, e riprendendo l’umor gaio gli chiesi con indifferenza:

— Puoi darmi la brutta nuova.

— La Corte d’Assise di Sassari ti ha condannato in contumacia alla pena di morte[33].

— Non è che questo? Pazienza! Vuol dire che d’ora innanzi dovrò meglio curare la mia pelle, perchè aumentata di valore.

— Come quella di Francia? — soggiunse il pastore, ammiccando l’occhio, con allusione al drudo di mia moglie, già ritornato da Marsiglia.

— Quella non ha prezzo, perchè non serve.

— E non pensi di conciarla?

— Mai. Rimarrà sempre una pelle di montone.

* * *

Si avvicinava intanto il giorno designato per le nozze.

Agostino aveva 25 anni, e la mia figliuola 19. Essendo quest’ultima minorenne, non poteva contrarre il matrimonio dinanzi al sindaco, senza il consenso d’entrambi i genitori — nè io era l’uomo da umiliarmi a chiederlo ad una madre adultera. Decisi dunque di lasciare a miglior tempo il matrimonio civile, e di celebrare quello religioso.

Il primo gennaio del 1870, Agostino e Maria Antonia, accompagnati dai parenti, tutti a cavallo, si recarono per la cerimonia alla basilica di San Gavino di Portotorres.

Appena compiuto il rito, si andò tutti a casa di Piana e di mia sorella Andriana, dove fu imbandita la mensa per il pranzo di nozze. Da Florinas erano pur venuti molti altri parenti, e la baldoria si fece tutta a mie spese.

Quel giorno io mi trovava alla montagna, colla mente e col cuore rivolti ai due lontani figliuoli, che avevo unito per sempre. Nessuno mancava a questa festa solenne, tranne il padre e la madre. Ma l’adultera e il bandito non potevano quel giorno assistere alla felicità della propria figliuola!

Dopo essersi fermati quattro giorni a Portotorres, gli sposi fecero ritorno alla Nurra, ed andarono ad abitare nella cascina di _Lèccari_. Ivi rimasero insieme a mio fratello Giomaria, che vi aveva la moglie, i figli ed i servi. Le due famiglie si facevano buona compagnia, ed io n’era contento.

Col cuore trepidante, dimenticando la mia condanna a morte, io corsi al nido per baciare i miei colombi; e quindi continuai la mia vita di fuggiasco e di solitario.

CAPITOLO XXI.

Arma bianca e bestia nera.

Pur fuggiasco di balza in balza, riparavo ogni tanto a _Lèccari_ per visitarvi i miei figliuoli, o indicavo loro un posto sicuro, per poterli parlare con animo più tranquillo. Avevo sempre qualche consiglio da dare per il buon andamento dell’azienda, o per la conservazione della pace domestica.

Verso quel tempo m’imbattei in un povero carbonaio di Alghero, venuto alla Nurra in cerca di un compare per tenergli a battesimo un bambino. Si era rivolto a molti amici nurresi, presso i quali aveva lavorato, ma tutti si erano rifiutati ad appagarlo, dichiarandosi sprovvisti di abiti decenti per poter assistere in città ad una simile cerimonia.

Mosso a pietà di quel poveretto gli dissi:

— Domanda al parroco di Alghero se la chiesa permette ad un bandito di fare un battesimo in procura. Se ti dice di sì, io sarò il tuo compare.

Tornato a me colla risposta affermativa, feci di buon grado le spese necessarie: uno scudo per la procura, tre scudi e mezzo per dolci e vini, e sette _reali_ e mezzo per la candela. Per mio procuratore era stato scelto il fratello dello stesso carbonaio, un soldato venuto di recente in congedo.

Riconoscente per il servizio resogli, il carbonaio mi fece dono di una baionetta, regalatagli dal fratello. Non sapendo che farmi di quell’arma bianca, la cedetti a certo Giomaria Bacchile, il quale l’adattò ad un bastone, per servirsene ad uccidere i porci.

Ora avvenne, che questo Bacchile, imbattutosi un bel giorno nella mandria di porci del suo nemico Paolo Agus, glie ne uccise otto per dispetto.

Dalle ferite triangolari prodotte dalla baionetta, non tardò Agus a scoprire il reo; ed unitosi a Chiccu Mulas, un bel giorno l’uccisero.

Chiccu Mulas venne subito arrestato, ma Paolo Agus prese la macchia e si fece bandito. Quest’ultimo morì d’indigestione tre mesi dopo, per aver mangiato la carne d’una cinghialotta magra, forse affetta da malattia.

Come vedete, il regalo del mio compare algherese era stato fatale a tre persone!

I fratelli Paolo e Baingio Agus, nurresi, mandavano molti regali agli avvocati di Sassari, loro compari di battesimo. Debbo però confessare, che erano gente di buon conto ed onesta. Diverse volte si erano a me rivolti per denunziare i porci d’altri, entrati nelle loro mandre.

Ero diventato una specie di mediatore; ed a me si ricorreva sempre, tanto da chi smarriva, quanto da chi trovava un capo di bestiame. Quasi sempre riuscivo a rintracciare il padrone, che mi era grato e mi regalava qualche cosa.

Conoscevo pure Giomaria Bacchile. Poco tempo innanzi era venuto da me, pregandomi di aiutarlo a sbarazzarsi di Chiccu Mulas, da cui più tardi fu ucciso.

— Caro mio! — gli risposi — se ci hai rischio della vita, devi pensare ad aggiustarti da solo. Io non estraggo il dente che non mi duole.

Giomaria Bacchile mi tenne il broncio. Egli intanto cominciò coll’uccidere i porci del suo nemico... ma fu tradito dalla mia baionetta. Tristo colui, che cerca il braccio d’altri per strappare il dente che gli dà fastidio!

* * *

Ho già detto che l’accorto bandito, a piedi od a cavallo, viaggia sempre la notte. Per scorciatoie o per la via maestra, attraversando poderi o saltando muri, egli percorre cinque o dieci ore di strada per recarsi da un punto all’altro.

Quantunque da molti anni non facessi male a nessuno, e menassi una vita quieta, senz’altro pensiero che quello de’ miei figliuoli e dei ladri che perseguitavo, pure non potevo liberarmi dall’incubo dei carabinieri. Debbo però confessare, che invece di essere loro a darmi la caccia, d’ordinario ero io che andavo a cacciarmi fra i loro piedi, senza volerlo; e l’ho già dimostrato con alcuni casi narrati.

Moltissime volte, sullo stradone di Florinas e di Portotorres, trottando a cavallo col cappuccio sugli occhi, mi ero imbattuto in carabinieri mandati per _espresso_ dall’una all’altra stazione. Non ebbi però mai a lamentare il minimo disturbo; poichè i carabinieri, di notte, ben di rado recano molestia a chi va diritto per la sua strada... e fanno benissimo!

Mi ero recato io quel tempo nelle vicinanze di Banari per salutare alcune vecchie conoscenze. Venuto a me un proprietario del paese, si lamentò della mancanza di un bellissimo bue nero, rubato in quei giorni ad un amico di Don Ignazio Corda. Promisi di occuparmene al mio ritorno nella Nurra.

Passando, infatti, dinanzi all’ovile di un mio nipote, in _Santa Barbara_, lo resi avvertito che mi era stata denunziata la mancanza... di una cavalla, appartenente ad un amico di Sassari.

Mio nipote esclamò ingenuamente:

— Una cavalla, no; ma fu trovato un bellissimo bue nero, del peso di sette od otto cantari. So che fii ritirato da Giuseppe Fraizzu di Ossi.

— Non cerco buoi: cerco una cavalla — risposi affettando noncuranza, ma lieto di essere sulle traccie del fatto mio.

Ritornato la stessa notte a Banari (non frapponevo indugio in simili affari!) diedi relazione del rintracciamento, soggiungendo:

— Indicherò il ladro, ma a condizione che egli venga arrestato insieme al bue. Se non si farà così, mi chiuderò nel silenzio.

Ero inesorabile, poichè avevo deciso di far dare una seria lezione ai ladri di bestiame.

Siccome in Banari comandavano allora i fratelli Don Ignazio e Don Pietro Corda, stretti in parentela a persone dell’alto clero e dell’alta magistratura di Sassari, fu fatto rilasciare un porto d’armi, valevole per una settimana, ai quattro incaricati di ritirare il bue nero dalla Nurra.

Io mossi con essi da Banari, per indicar loro il luogo dove il bue era stato condotto.

Giunti però a una certa distanza, non volendo mostrarmi, ordinai ad un uomo di mia confidenza (certo Antonio Tontu) di accompagnare i banaresi fino al muro della tanca di Fraizzu, senza però farsi vedere.

Quello stupido però, credendo forse di farmi piacere, guidò gli uomini fin dentro alla tanca, e la sua presenza fu subito avvertita dal servo, che ne informò il padrone.

Giuseppe Fraizzu, per sua fortuna, era assente da più giorni, e perciò non venne arrestato.

Mentre i banaresi riconducevano in paese il bue nero, s’imbatterono a _Scala di Ciogga_ nel pretore, che si restituiva ad Ossi. Come vide la bestia nera, egli rammentò la denunzia fattagli, chiese schiarimenti, ed ordinò ai conduttori del bue di recarsi la stessa sera nella pretura. Ivi i banaresi dichiararono, di aver rinvenuto il bue rubato nella tanca di Giuseppe Fraizzu.

Chiamato costui dal pretore, fu sottoposto ad un rigoroso interrogatorio; e finì per sborsare oltre cento scudi, riuscendo con impegni a liberarsi dalla prigione.

Non gli fu difficile accertarsi, che il brutto tiro gli veniva da me. Inasprito per la restituzione del bue nero; dolente per il danaro sborsato; punto sul vivo per la vergogna subìta, Giuseppe Fraizzu giurò di vendicarsi; ed ho ragione per credere, che realmente egli si sia vendicato — come diremo a suo luogo.

CAPITOLO XXII.

In difesa del debole.

Un certo prete Pinna, abitante in Sassari verso il _Molino a vento_, amministrava come procuratore l’ovile di _Filigheddu_. Lo aveva dato in affitto a quel tale Migheli, già occupante la cascina di _Monte Fenosu_, quando vi avvenne lo scontro dei carabinieri con me e con Cambilargiu.

Dopo tre anni di esercizio, Migheli morì; e il prete tormentava la vedova ed i figliuoli per il pagamento di oltre 400 scudi, asserendo di non aver mai ricevuto somma alcuna dal defunto.

La vedova, intanto, aveva lasciato _Filigheddu_ per ristabilirsi a _Monte Fenosu_, dove spesso capitavo, nel breve tempo che mi ero unito al bandito Ibba, già compare di battesimo del Migheli.

Un giorno la povera donna, dinanzi a me e ad Ibba, si era scagliata contro l’ingordigia di prete Pinna, il quale pretendeva di essere pagato d’una somma, che lei protestava di non dovere.

— Prendo impegno di occuparmene io! — esclamai vivamente.

E infatti scrissi alla bella meglio una lettera insolente al prete, invitandolo a rifare i conti. Gli scrivevo fra le altre cose: «— questa volta non potrà certo valersi delle _fatucchierie_, a cui ella ricorre per acciecare la mente dei gonzi.»

Non avendo ricevuto risposta alla mia lettera, glie ne scrissi una seconda più pepata, che feci pur firmare dal mio compagno Ibba.

Il prete consegnò le due lettere al procuratore del re Cav. Dore; il quale mi chiese spiegazioni per mezzo dell’amico Antonio Giuseppe Zara, suo vicino di casa.

Capitato un giorno a Sassari con salvacondotto, mi presentai al Dore, e gli esposi i fatti. Egli chiamò subito la serva del prete, la quale era a conoscenza delle somme versate dal Migheli in acconto del suo debito.

Le donne — a quanto io so per lunga esperienza — sono capaci di un giuramento falso per nascondere il proprio peccato — ma quando trattasi dei peccati degli altri dicono sempre la verità.

— Se il mio padrone ha ragione — ella mi disse — saprà farla valere; se poi avrà torto, dovrà rassegnarsi a soddisfare la vedova Migheli!

Il Cav. Dore, che mi aveva promesso di aggiustare lui la facenda, si fece dar nota (con testimonianza della serva) di quanto il prete Pinna aveva ricevuto dai Migheli in danaro, in latte, ed in montoni. Rifatti i conti, risultò che la famiglia del pastore era debitrice, a saldo, di soli 30 scudi, non di 400 come si pretendeva.

La lite per questo credito pendeva da parecchi anni presso il tribunale; ma fu per il mio mezzo che i Migheli la videro risolta, ricuperando un credito che ormai credevano perduto.

Questo fatto mi procurò nuovi rancori, per parte dei partigiani di prete Pinna, e nuove simpatie per parte delle persone oneste e di buon cuore.

* * *

Tralascio di enunciare altre simili pratiche, da me fatte in favore dei deboli e degli ignoranti, eterne vittime della prepotenza e della furberia. Dirò solamente di un caso avvenutomi, reso popolare per opera dei beneficati, non mia, chè anzi avevo interesse a tenerlo celato.

Un giorno mi trovavo in un punto alto, sopra una collina posta nella _Gianna de su ferru_, in vicinanza della strada maestra, che dalla miniera dell’Argentiera conduce a Portotorres.

Siccome quel punto è battuto dai carabinieri, esploravo dall’alto la campagna circostante, per evitare le solite sgradite sorprese.

A un tratto, sulla strada, scorsi due operai continentali, che venivano dall’Argentiera, dove pur lavorava mio fratello Peppe, in qualità di operaio _caporale_. Volendo chiedere notizie di lui, scesi dalla collina per interrogare i due viaggiatori.

— Buona sera! — dissi, movendo loro incontro.

— Buona sera! — risposero quelli, senza quasi guardarmi, e con un accento di profonda mestizia.

— Che cosa avete? — chiesi loro.

— Ci hanno rubato i pochi soldi che avevamo addosso.

— Chi ve li ha presi?

— Il bandito Giovanni Tolu, ch’era in compagnia di altri due.

Fui sorpreso della strana risposta, che in sulle prime credetti una canzonatura.

— Che uomini erano?

— L’uno aveva un fucile a due colpi; l’altro, giovanotto, era pure armato; il terzo, uomo maturo, conduceva a mano un cane, legato con una corda. Dopo averci tolto il danaro, il più robusto ci disse: — Se voi svelerete l’accaduto, vi ricorderete del bandito Giovanni Tolu!

I birbaccioni si erano serviti del mio nome per atterrire i viandanti, ed io non doveva lasciare impunita una simile audacia.

— Fatemi il piacere di condurmi sul punto, dove vi hanno preso i soldi.

— Siamo in viaggio per Portotorres, poichè dobbiamo prendere imbarco.

— V’imbarcherete un altro giorno. Oggi vi porterò nel mio ovile, dove troverete da mangiare e da bere; prima, però, ho bisogno di vedere il posto in cui foste derubati.

I due operai continentali, forse per paura, non volevano tornare indietro; ma io imposi loro di appagare la mia curiosità.

Si rifece insieme un po’ di strada, fino al punto detto _Sa punta de su ferru_, che m’indicarono come il luogo della grassazione.

Non era quello un sito di ladri, perchè in vicinanza abitavano alcuni pastori.

Pregai i due operai che mi aspettassero là per alcuni minuti.

Io conosceva l’uomo anziano che conduceva a mano il cane, e m’internai nel boschetto, fino ad una punta, in cui i pastori solevano radunarsi.