Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 12

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Il cane non avvertì il mio passo, e non prese ad abbaiare, poichè aveva il _vento cattivo_[34].

Come arrivai alla distanza di una ventina di passi dalla punta, tesi l’orecchio, e m’accorsi che i pastori si bisticciavano per la divisione del bottino.

Mi diedi allora a tossir forte, e m’avvicinai indifferentemente.

— Buona sera!

— Buona sera, zio Giovanni. Che buon vento vi conduce a queste parti?

— Fatemi un piacere. Ho scovato testè un cinghiale in una macchia, ma non c’è verso di farlo venir fuori. Ho bisogno di prenderlo oggi, perchè devo farne un presente. Aiutatemi.

— Ben volentieri!

Mi vennero tutti e tre dietro.

— State attenti, veh? chè il cinghiale non scappi, deviando dal mio filo!

Camminai così avanti, sempre col fucile spianato, fino a che portai i tre compagni vicino alla strada, dove mi aspettavano i due forestieri.

Fingendo girare di qua e di là, come per non lasciarmi sfuggire il cinghiale, mi avvicinai agli operai, dicendo loro piano:

— Fissateli bene: sono questi gli uomini che vi hanno preso il danaro?

— Sì, signore: proprio questi!

— Qual somma vi hanno rubato?

— Novantasette lire.

Corsi allora verso i tre pastori, e gridai loro, cambiando tono:

— Restituite subito a costoro il danaro rubato!

I tre uomini mi fissarono sorpresi e sgomentati, ma non fecero alcuna resistenza. Senza dir motto, tolsero da tasca il danaro, e me lo porsero abbassando gli occhi.

Dopo aver restituito ai tre operai le 97 lire, dissi ai pastori:

— E badate che non vi accada una seconda volta! Guai a voi, se minaccierete chicchessia servendovi del mio nome!

I pastori, mortificati, ammutolirono, poichè in fondo non erano perversi. Io dissi allora, rivolto ai due operai:

— Lo vedete? Io sono appunto Giovanni Tolu, il bandito; il quale non ha bisogno di rubare, perchè ha qualche cosa del suo; e se non ne avesse, i signori glie ne darebbero!

Gli operai volevano ad ogni costo che io accettassi in ricompensa la metà della somma.

— No: tenetela tutta, perchè siete più poveri di me. Io non ne ho bisogno, mentre voi siete forestieri, che venite da lontano per lavorare. Datemi solamente notizie di mio fratello Peppe, _caporale_ alla miniera. Lo conoscete?

— Sì, signore. Gli parliamo ogni giorno. Egli sta bene in salute.

— Grazie. Di che paese siete?

— Siamo piemontesi.

— Continuate pure la vostra strada, e fate buon viaggio!

Arrivati la sera a Portotorres, i due forestieri narrarono il caso a molte persone, fra le quali a Cosimo Cucinotto, più tardi mio teste di difesa a Frosinone.

Ricevetti in quel tempo diverse lettere da Sassari e da Florinas, colle quali mi si chiedevano schiarimenti sul fatto, che si voleva pubblicare. Io però non volli dargli importanza, nè risposi ad alcuno, per non dar dispiacere ai miei amici della Nurra. Temevo anche di pregiudicare i tre pastori, che in fondo erano buona gente. Essi avevano ceduto ad un’allucinazione momentanea, e mi confessarono d’esser stati trascinati a quell’eccesso, senza ponderarne le conseguenze.

L’anno seguente — all’apertura del nuovo esercizio della miniera — si presentò un operaio all’ovile di Peppe Sechi, in _Palmadola_, chiedendo ospitalità per la notte.

— Non mi conosce?

— Io no: chi sei?

— Sono uno dei due operai derubati, a cui Giovanni Tolu fece restituire il danaro.

— Mi fa piacere. Passa pure la notte nel mio ovile, e cena co’ miei uomini.

Quando Sechi, all’indomani, mi riferì le parole dell’operaio, gli risposi:

— Mi dispiace che si meni tanto rumore di un fatto, che potrebbe mettere in mala vista i poveri pastori della Nurra. Ladri di pecore e di porci, forse sì! — ma ladri di danaro, no certo!

CAPITOLO XXIII.

Nel mondo dei curiosi.

Fu ben numerosa la schiera dei curiosi, che, in ogni tempo, vollero conoscermi da vicino. La fama delle mie gesta, de’ miei scontri coi carabinieri, e di non so quante altre avventure bizzarre (in gran parte fantastiche ed esagerate) mi sottoponeva ad un continuo esame, che molte volte m’irritava. Tutti si rivolgevano ai miei intimi amici per ottenere il _favore_ di parlarmi, di ascoltarmi, e sovratutto di vedermi tirare al bersaglio.

Superfluo dirvi, che il ceto dei signori era in numero preponderante. Militari alti locati, alti magistrati, negozianti, giornalisti, signori d’ogni genere, sentivano più o meno il bisogno di rivolgere la parola al bandito di _Monte fenosu_, all’uccisore di tanti nemici, al benefattore della Nurra.

Antonio Giuseppe Zara, d’ordinario, era l’uomo più ricercato per ottenere da me una _intervista_, come oggi si dice con parola di moda.

Essendo egli mio compaesano ed intimo amico, a lui si ricorreva, come a colui che conosceva il rifugio del tigre benefico, o la parola d’ordine che doveva strappare dalla tana la belva addomesticata

Contandosi a centinaia i miei incontri coi curiosi, mi limiterò a riferire i pochi che mi vengono alla memoria.

Devo anzitutto dichiarare in coscienza, che la fama di non essere un ladro, nè un sicario, fu quella che mi attirò maggior numero di simpatie. Ond’è, che io tenevo a questa stima, la quale forse non fu estranea a farmi perdurare nel proposito di dar la caccia al malandrini, in favore dei deboli e degli onesti[35].

I più smaniosi di vedermi furono sempre i continentali, e non solamente quelli residenti in Sardegna. A Frosinone ed a Roma, per esempio, fui assalito dai curiosi; e basti dire, che in quest’ultima città dovetti cedere alle insistenze del mio avvocato, il quale volle presentarmi ad un _pezzo grosso_ del Ministero di Grazia e Giustizia. Costui aveva esternato il desiderio di vedermi da vicino, supponendo forse che io avessi gli occhi di lince e il muso d’una jena.

* * *

Un distinto pittore di Sassari, che desiderava ardentemente di conoscermi, si rivolse al solito Zara per un’_intervista_. Accondiscesi alle preghiere dell’amico, e gli diedi appuntamento alla _Valle della noce_, nelle vicinanze di Campomela.

Il pittore venne in compagnia di altri curiosi, portando seco una grande quantità di viveri, di polvere e di palle — solito regalo che d’ordinario mi facevano i visitatori.

Per dar gusto a costoro, prendevo sempre parte alle partite di caccia; ed essi si divertivano un mondo, nel vedere che le lepri e le pernici non sfuggivano al mio tiro. Era mio costume, in simili partite, di regalare ai cacciatori la selvaggina che prendevo.

Non devo qui tacere, che anche fra quei cacciatori non mancavano gli scrocconi. Col pretesto di vedermi e di conoscermi, essi tornavano a casa colle bisaccie piene di cacciagione, mentre io qualche volta ci rimettevo la polvere e la fatica. Volendo lor dare una lezione, mi appigliai al partito di regalare al solo Zara le lepri e le pernici, facendo capire che non ero tanto gonzo. Si noti che in simili caccie io giunsi a prendere persino una trentina di pezzi, facendo altrettanti spari. La polvere era preziosa, nè volevo sprecarne nemmeno una carica.

* * *

Un giorno, nella Nurra, fu concertata una partita di caccia grossa, a cui vollero ch’io prendessi parte. Assegnatami una posta insieme ad un altro signore, volle il caso che un enorme cinghiale passasse a me dinanzi. Lo puntai e l’uccisi.

Tutti i cacciatori corsero sul luogo, gridando:

— Chi lo ha ucciso?

— Questo signore! — risposi con finta mortificazione.

Il signore tacque, ma sottomano mi regalò dieci lire, tenendosi una gloria, che volentieri gli cedetti. Mi era stato dato a compagno, e volevo fargli fare una bella figura. Non paleso il suo nome, perchè ancor oggi egli si dà vanto di quel tiro, che mi fruttò due scudi.

* * *

Venuto per diporto in Sardegna uno dei fratelli Rocca (banchieri genovesi) fu concertata una caccia alla Nurra da diversi signori di Sassari. Il banchiere volle conoscermi e mi pregò di narrargli alcuni episodi della mia vita. Convintosi ch’ero un disgraziato, più che un malfattore, mi propose di prendermi seco sulla sua nave, per farmi sbarcare in terra straniera, dove sarei tornato libero. Rifiutai recisamente la generosa offerta, dicendogli:

— Che mi vale la libertà, quando mi allontana dalla mia figliuola e dai luoghi che mi videro nascere? Non tarderei a morirne di crepacuore. Meglio, dunque, che affronti il mio destino!

* * *

Altra simile proposta mi era stata fatta da parecchi viaggiatori continentali, poco prima dell’annessione delle due Sicilie all’Italia. Mi si voleva condurre a Napoli, e di là in Grecia. Il pensiero della mia bambina (che da un anno appena avevo strappato alla madre) mi consigliò a respingere la libertà, che mi si voleva concedere fuori dell’isola mia.

* * *

Mentre mi trovavo a Sassari, in salvacondotto, fui chiamato un giorno dagli ingegneri inglesi, incaricati dello studio delle strade ferrate nell’isola.

Recatomi nel loro ufficio (posto allora nella casa Crispo) vollero consultarmi a proposito del tracciamento:

— Siccome vi sappiamo pratico dei luoghi, che per molti anni avete battuto, noi chiediamo il vostro parere sulla strada più comoda e più breve per andare a _San Michele_. Diteci qual via scegliereste: quella che passa per i bagni di San Martino — quella che va per il _Piano di coloru_ — o quella che prende la vallata di _N. S. di Saccargia_?

Risposi agli inglesi, senza punto esitare:

— Per _San Martino_ avreste molte aperture da praticare e molti rialzi da formare. Per la _Valle della Trinità_ dovreste costruire una galleria molto lunga. Io, dunque, sceglierei il _Piano di coloru,_ poichè il terreno è meno accidentato e più comodo per la linea.

Seppi più tardi che fu scelta la linea da me suggerita. La cosa era chiara: le strade battute dai banditi sono quelle più costose nel tracciamento d’una ferrovia.

In compenso del parere dato, gli inglesi mi offrirono una ricca fiaschetta da polvere ed una rivoltella, che rifiutai[36].

* * *

Un’altra volta, trovandomi in Sassari (sempre in virtù di salvacondotto) l’amico Zara mi prevenne, che doveva condurre alcuni inglesi in campagna, per visitare un _nuraghe_. Avendone poco prima veduto uno in sughero ad un’Esposizione, essi volevano esaminarlo al naturale.

Desiderosi di conoscermi, montai con loro in carrozza, e lungo il viaggio diedi spiegazione su molte località della Sardegna. Fra essi erano due signore, a cui regalai diverse monete antiche, da me trovate nella Nurra. Mi pregarono di mandargliene altre in Anversa, dov’erano domiciliati.

* * *

Taccio molti altri incontri di simil genere, perchè tutti si rassomigliano.

Tanto nelle vicinanze di Florinas durante il primo periodo, quanto nelle terre della Nurra quando la prescelsi a mia stabile dimora, non mi mancarono mai le visite dei curiosi, appartenenti ad ogni ceto. Ho notato altra volta il piacere che provavano le dame e i cavalieri dei villaggi, quando andavo a visitarli in campagna.

In seguito. — dopo la mia assoluzione — cominciarono a piovere le _interviste_ dei redattori delle _gazzette_; i quali (come accennerò a suo tempo) non riuscirono a strapparmi che confessioni monche, che alteravano sconciamente.

CAPITOLO XXIV.

Vita e azienda a «Lèccari».

Nel primo anno di lavoro, a _Lèccari_, si ebbe in generale un buon raccolto, poichè il grano aveva reso _dell’uno dodici_, e si stava bene.

In quel tempo mio fratello Giomaria aveva bisogno di essere aiutato nell’agricoltura; e sebbene mi fosse debitore di un centinaio di scudi, ordinai a’ miei figliuoli di prestargli sette rasieri di grano, senza interesse. Venuta la stagione del nuovo raccolto, era sorta contestazione a proposito di questo prestito; e mio fratello, un po’ irritato, osò rispondere a mia figlia, ch’era pronto a restituirle il grano, purchè avesse affermato la sua pretesa con un giuramento dinanzi al pretore. Maria Antonia, rifuggendo da una pubblicità scandalosa, preferì rinunziare a una parte del suo credito.

Questo incidente provocò malumori in famiglia. Quando l’appresi mi spiacque, e ne mossi aspra lagnanza a Giomaria.

Pur scorrazzando da un punto all’altro della Nurra, non trascurai di visitare i miei figliuoli; e se avevo urgente bisogno di conferire con essi, davo loro un appuntamento in uno dei soliti punti designati.

I malumori continuarono. Da qualche tempo mia cognata — per istigazione dei parenti lontani — andava brontolando con dispetto ch’era stanca della Nurra, e che aveva in animo di stabilirsi a Portotorres. Avendo una figlia da marito, preferiva un centro popoloso ai luoghi deserti, dove non capitava mai un cane. Giomaria, che subiva l’influenza della moglie, volendo appagarla, si era dato alla ricerca di una casa in Portotorres, e di terreni in vicinanza.

Nati nuovi diverbî alla mia presenza, un bel giorno dissi con durezza a Giomaria, che il rimedio più spiccio sarebbe stato quello della separazione delle due famiglie.

Le cose per un po’ di tempo furono messe sul tacere, ma i bronci si allungarono.

Nei tre anni di vita comune, che si erano succeduti con alterna vicenda, il dissidio non era mai mancato. In ogni nonnulla si cercava un appiglio. Ne noterò alcuni per non tediare il lettore.

Venni un giorno a sapere, che le due famiglie di Agostino e di Giomaria solevano fare il pranzo in comune — meno il pane, che ciascuna in proporzione forniva a parte. Questo sistema non mi andava a genio. Io desiderava che anche le mense fossero separate, poichè se un mio amico capitava nella cascina, volevo che mangiasse a spese mie, non a spese degli altri. Così pure non mi garbava, che gli amici di Giomaria fossero lautamente trattati col mio danaro. Sono numerosi gli ospiti che capitano a _Lèccari_, ed è nostro dovere di offrir loro buoni cibi, e non le fave ed il lardo, che mangiamo noi. Non volevo dare il minimo pretesto a nuovi screzi e a malumori nuovi.

Giomaria aveva un cognato (marito della sorella di mia moglie) il quale faceva il vignataro nelle campagne di Sassari, campando miseramente colla famiglia. Capitato un giorno da lui e udite le sue lagnanze, lo invitai a stabilirsi a _Lèccari_, dove gli avrei fornito buoi, casa, terra e semente, lasciandogli la metà dei guadagni. Venne egli infatti con tutta la famiglia alla Nurra, e Giomaria mi fu grato.

Le cose andarono bene per un po’ di tempo; ma nata questione fra le donne, per certi pomidoro che i nuovi arrivati si permettevano di regalare agli antichi loro padroni di Sassari, dovetti intervenire per mandarli via.

— Se tu li licenzi, ce ne andremo anche noi! — uscì a dirmi Giomaria, di mala grazia.

— Io non ho parlato che de’ tuoi cognati — risposi pacatamente — tu però sei padrone di fare quello che ti piace!

Giomaria, senz’altro, mi restituì i buoi che gli avevo prestato, e se ne andò a vivere altrove insieme alla famiglia ed ai cognati. Io e mio genero tenemmo le terre di _Lèccari_, che quell’anno avevamo seminato a granone.

Essendo le tanche di mio fratello e dei cognati vicine alle nostre, avveniva che il loro bestiame venisse assai spesso a far danno al nostro seminerio. Me ne dolsi vivamente, e se ne dolse anche Agostino; ma le nostre doglianze si perdevano nell’aria. I buoi, persino in numero di dodici, continuavano a danneggiare il nostro granone.

Perduta alfine la pazienza, e veduto che il brutto giuoco assumeva la parvenza di un dispetto, una mattina feci denunziare il bestiame in contravvenzione; e mio fratello e i cognati furono costretti a pagare la multa d’una ventina di scudi.

Questo fatto finì per farci guastare con Giomaria, nonchè coi cognati; i quali per molti anni ci trattarono sul tirato — ora con una benevolenza pelosa come le mani di Esaù, ed ora con un muso lungo come la scala di Giacobbe.

Io narro queste minuzie, unicamente per dimostrarvi quanto poco duratura sia la pace domestica, sempre quando sotto un medesimo tetto si raccolgono più donne di diversa famiglia. Come nella torre di Babele, si finisce sempre per non intendersi, e i contendenti hanno bisogno di separarsi, per metter casa a parte. I capi di famiglia, istigati dalle proprie donne, che li menano per il naso, non tardano a cedere alle gonnelle. E grazia, quando questi futili appigli non vengono risolti con le coltellate!

* * *

Rimasto solo a _Lèccari_, Agostino si trovò in condizione di potersi dedicare al lavoro, disponendo di quattro paia di buoi, di due servi fissi, e di quattro o cinque uomini a giornata, a seconda le esigenze del seminerio. Venuto il tempo della messe, egli salariava un numero di lavoratori, adeguato all’entità del raccolto. Per venti rasieri, per esempio, abbisognavano 25 uomini per otto giorni. Se poi il seminerio toccava i trenta rasieri, le persone da impiegarsi erano una quarantina.

I nostri affari andavano abbastanza bene, e non risparmiavamo mezzi per far progredire in tutti i modi l’agricoltura.

Una volta ebbi bisogno di 2000 lire, e le ottenni facilmente da un istituto di Sassari, per mezzo d’una cambiale firmata da Zara, con avallo di un ricco proprietario di bestiame. La pagai intieramente, con diminuzioni trimestrali.

Eravamo da una diecina d’anni a _Lèccari_, quando mi venne l’idea di tentare la trebbiatura per mezzo della nuova macchina di Maurizio Pintus; e si ottenne un risultato soddisfacente. Da ogni parte della Nurra erano accorsi uomini e donne, curiosi di veder funzionare la trebbiatrice a vapore, da loro mai veduta. Fu una vera festa campestre. In soli quattro giorni si trebbiarono 330 rasieri di grano, 100 rasieri d’orzo, e 20 di fave.

Fu quello un anno miracoloso. Le spese nostre, fra trebbiatura e fitto delle terre, si calcolarono dai 60 ai 70 rasieri di grano — il rimanente fu tutto guadagno.

Appunto in quell’annata abbondante, io volli dare alcuni consigli ad Agostino; il quale, debbo dichiararlo, peccava assai d’imprevidenza.

— Sai tu, che cosa devi fare? Vendere cinque cavalli e tre paia di buoi. Con due paia di buoi e coi tre cavalli, che a te resterebbero, ne avresti a sufficienza per tirare innanzi l’azienda. Dovresti parimenti ridurre in danaro tutto il grano che hai raccolto, lasciando in casa la sola quantità necessaria per il seminerio e per la provvista del pane. Fa soldi di tutto e compra altre terre, Agostino; poichè queste non ti verranno portate via dal vento, nè da nessuno; e così riuscirai a risparmiare il fitto gravoso, che paghi per i terreni.

— Non è questa la mia idea! Io penso invece a continuare il seminerio in larga scala. — rispose Agostino, stringendosi nelle spalle, senza riflettere che a me doveva la sua posizione.

— Il giorno che riuscirai a far grano in questi terreni, mi lascierò tagliare il collo! — soggiunsi — Possibile che tu non veda, che le terre nostre sono ormai disfatte ed esauste per il continuo seminerio degli stessi cereali? Esse ti saranno ingrate, e ti niegheranno il frutto. È nei tempi di abbondanza che noi dobbiamo pensare ai tempi calamitosi. Tristo colui, che non trae ammaestramento dalle sette spighe piene e dalle sette spighe vuote, di cui parla la sacra scrittura!

Agostino tornò ad alzare le spalle con noncuranza, e tacque per non provocare spiacevoli discussioni. Egli non volle tener conto del mio consiglio, e gli tenni il broncio per un po’ di tempo. Vedremo com’egli avesse torto.

* * *

I miei figliuoli continuarono ad abitare il tenimento di _Lèccari_, come l’abitiamo anche oggi, dopo avervi lavorato per quasi trent’anni.

La cascina è vasta, elegante e comoda, poichè si compone di una quindicina di ambienti: cinque a pianterreno e cinque al piano superiore; senza contare le altre casette annesse, con forno, pollaio, pagliaio, un cortile chiuso, un piccolo vigneto e giardino interno. L’estensione del terreno circostante è di circa 40 ettari, di cui 8 seminabili, e 32 occupati dalla peschiera.

La famiglia intanto si era accresciuta. Dopo il primo anno di matrimonio, Maria Antonia ebbe una figlia; e in seguito, in media, un bambino ogni due anni.

Io mi recavo ogni tanto a _Lèccari_ a visitare i miei figliuoli e i miei nipotini, ma con molta prudenza; poichè i carabinieri vi piombavano ogni tre o cinque mesi, sempre colla speranza di cogliermi.

[Illustrazione: La cascina di _Lèccari_]

D’ordinario essi si presentavano, alla cascina chiedendo da mangiare e da bere; ma la mia figliuola non volle mai soccorrerli, neppure in omaggio a quella ospitalità, che nella Nurra non viene mai negata ad alcuno.

— Io non posso offrire viveri a chi viene per arrestare mio padre! — essa rispondeva.

La visita d’ispezione si praticava dai carabinieri in moltissimi _stazzi_ della Nurra, specialmente per cercar me, condannato alla morte dalla Corte d’Assise di Sassari.

In un giorno di _Pasqua d’aprile_, otto carabinieri si presentarono a Maria Antonia, chiedendo un capretto.

— Ce ne ho, ma da me non ne avrete. Cercate pure e frugate da per tutto, com’è il vostro dovere, ma andate a mangiare altrove.

— E zio Giovanni lo mangerà, oggi, il capretto di Pasqua?

— Zio Giovanni lo mangerà di certo... ma non qui!

— Davvero?... vogliamo accertarcene.

— Visitate pure tutte le camere. Se foste sicuri che mio padre si trovasse in casa, certo non vi fidereste ad affrontarlo in tal modo.

I carabinieri fecero la perquisizione, e se ne andarono. Avevano forse sperato, che in un giorno così solenne io non dovessi mancare alla mensa di famiglia.

Quel giorno invece, mi trovavo lontano da _Lèccari_, perchè avevo preveduto la visita sgradita. Ero stato a visitare la mia famiglia tre giorni innanzi, a notte inoltrata, per regalare ai nipotini l’agnello bianco. I miei figliuoli, in precedenza, mi avevano preparato il pranzetto pasquale, che avevo portato meco sulla montagna, per godermelo tutto solo, facendo un brindisi alla salute dei cari assenti.

CAPITOLO XXV.

L’arresto.

Si era verso la metà di settembre del 1880 — precisamente l’anno del miracoloso raccolto, da me altrove menzionato.

Contavo 57 anni Non ero vecchio; ma la vita randagia, durata per trent’anni, mi aveva ormai stancato, sfinito. Il mangiar male e senza alcuna regola; il dormire all’aria aperta, sfidando uragani e intemperie; il saltare continuamente roccie e macchioni; l’ansia continua per il timore di un agguato; il tendere continuamente l’orecchio ed aguzzar l’occhio ad ogni rumore e ad ogni ombra — tutto ciò mi spossava il corpo e lo spirito. Mi accorgevo già, che la vista e l’udito mi s’indebolivano. Guai a me se non avessi avuto mia figlia!

Ero da dodici giorni sofferente per una leggera slogatura al braccio sinistro, dovuta ad un salto da me fatto fra due macigni, in una notte buia.

Mi recai da mia figlia all’indomani della lussazione, e pregai mio genero che si recasse subito a Sassari per comprare tre o quattro oncie di aceto di Saturno. Fattemi alcune fregagioni alla parte malata, agli otto giorni ero guarito.

Mi trattenni nondimeno ancora a _Lèccari_, dormendo però all’aperto, e facendomi portare il vitto in campagna dalla mia figliuola.

Durante quel tempo, per ammazzare la noia, mi ero dato a rileggere il Codice penale, fermando l’attenzione su alcuni articoli che mi riguardavano. Avevo notato con piacere: che per i delitti da me commessi era ormai prescritta l’azione penale; che una diminuzione di pena veniva concessa ad un colpevole, se questo avesse dato prove di buona condotta per un certo numero d’anni; e che, infine, un bandito, dopo trent’anni di espiazione volontaria, poteva tornarsene a casa, senza essere molestato dai carabinieri[37].

Essendomi dato alla macchia il 27 dicembre 1850, avevo dunque battuto la campagna per 29 anni e circa 9 mesi.