Part 13
Durante quei giorni di sofferenza al braccio — e volendo pur soddisfare ad un impegno preso, come dirò in seguito — mi ero avvicinato con troppa frequenza alla cascina. Qualche tristo, certamente, mi aveva veduto; e costui non poteva essere che Giuseppe Fraizzu, il quale meditava da tempo una vendetta, sì per il bue nero da me fatto restituire ai banaresi, come per l’umiliazione subita nanti il pretore d’Ossi.
Ruminando nel mio cervello, non vedevo altri che lui, capace di denunziarmi ai carabinieri di Sassari, per potermi cogliere nel mio nido.
Nei giorni che a _Lèccari_ si eseguiva la trebbiatura del nostro grano colla macchina di Maurizio Pintus, questi venne alla Nurra. Egli si era rivolto a me, pregandomi di favorirgli una quantità di _buda_ (canne palustri) per cuoprire alcune sue capanne, costrutte di recente verso _Campomela_. Pintus era un uomo generoso, e mi si mostrava riconoscente per la sorveglianza che io esercitava sul molto bestiame, che teneva a pascolo nelle sue terre della Nurra.
Lieto di fargli un piacere, promisi a Maurizio Pintus di mandargliene due carri sul luogo.
Un giorno — era il 22 di settembre 1880 — verso le tre dopo mezzanotte, aiutato da mio genero, caricammo due carri di _buda_, che una settimana prima avevamo accuratamente tagliata, a cinquanta passi dalla cascina.
Agostino, in compagnia di un nostro servo, si mosse dalla Nurra per condurre i due carri a _Campomela_.
Verso le sette di mattina, dello stesso giorno, vidi una pecora sbandata, che si dava alla fuga; e diedi ordine ad un ragazzo che me la portasse per esaminarla. In agosto le zecche tormentano le pecore; ed infatti glie ne trovai una, che le aveva bucato la pelle.
In quel momento di distrazione, mi lasciai forse scorgere dalla spia, o dai carabinieri appiattati nelle vicinanze.
Estratto il verme dalla piaga, posi la pecora in libertà; ed io m’internai, come al solito, nel folto delle canne palustri, per nascondermi durante il giorno.
Forse i carabinieri, appiattati, aspettavano che venissi loro a tiro, per farmi fuoco addosso. L’appiattamento era stato disposto alla _Murella maestra_, lungo il tratto che divide la _Pischina_ dal fiume, donde ero stato veduto.
Non sospettando di nulla, ero rimasto per quattr’ore fra le _bude_.
Verso le 11 venni fuori con precauzione dal canneto, ed entrai prestamente in casa per mangiare un boccone.
Trovai il desinare, già preparato da mia figlia, sulla tavola della sala centrale. Ivi mangiai, in piedi, armato come sempre di fucile, di pistola e di stile.
Nella palazzina (composta di dieci ambienti) non c’era altri che mia figlia e i suoi tre bambini. Mio genero era in viaggio coi carri di _buda_, e la serva era al fiume per lavare.
Ero solo nella sala terrena.
Finito ch’ebbi di pranzare, mi feci all’uscio; indi mi spinsi fino all’angolo della casetta del forno, per esplorare in basso, verso la _Murella_. Ivi scorsi molti carabinieri sparpagliati, che venivano avanti, in direzione della cascina.
Indovinai tutto, e non pensai che a mia figlia, allora incinta grossa. Per evitarle uno spavento, che poteva riuscirle fatale, rientrai in casa, e mi diedi a cercarla di camera in camera. La trovai finalmente nel cortile interno, insieme ai bambini.
— Figlia mia! — gridai concitato — fa coraggio e non spaventarti: ci sono i carabinieri!
Così dicendo mi slanciai fuori della cascina, dalla parte di ponente; voltai a sinistra, e mi diressi correndo verso il canneto, distante un cinquanta passi.
Il tempo impiegato alla ricerca di mia figlia mi aveva perduto. Mi era impossibile raggiungere la palude, perchè 14 carabinieri stavano a trenta passi da me.
Pur continuando a correre, spianai prontamente il fucile ed armai i due grilletti, deciso di ucciderne almeno due.
Mi fermai quindi di botto, mentre gli armati continuavano ad avanzare, un po’ sconcertati, nè certo di buon animo!
Se essi in quel momento non furono i primi a farmi fuoco, fu certo perchè una quindicina di agricoltori, che lavoravano la terra a poca distanza, sarebbero stati testimoni di un’infrazione ai regolamenti militari.
— Metti il fucile a terra! — mi gridò il maresciallo, alla distanza di una quindicina di passi.
Per un’istantanea decisione — frutto di mille ragionamenti fatti in un attimo — deposi il fucile a’ miei piedi, poi la pistola e lo stile, e mi rizzai con fierezza, guardando in faccia il carabiniere comandante.
In quei due o tre minuti di corsa affannosa, (dalla casa del forno al cortile interno, e dal cortile alla discesa della palude) molte idee m’erano balenate alla mente.
Anzitutto ricordai la ragguardevole quantità di grano depositato nella cascina, che rappresentava la nostra fortuna; e questo pensiero mi distolse dallo sprangare la porta, chiudermi dentro casa, ed opporre viva resistenza alla forza di quattordici carabinieri, che avrei combattuto dalle piccole finestre ovali del piano superiore. Oltre alle armi che portavo addosso, avevo in casa cinque fucili, due pistole e due rivoltelle. Dirò ancora, che in un ripostiglio, ignorato dalla famiglia, tenevo in custodia, insieme a molta polvere, venti grosse cariche di dinamite, che avrei potuto gettare dalle finestre, per far pagar cara l’audacia a’ miei assalitori.
Mi bastava l’animo di tradurre in atto il mio disegno; ma... e poi? Si sarebbe finito per incendiare la cascina, bruciando tutta la nostra fortuna: circa 3000 scudi.
Poco male anche questo; ma... e la mia figliuola? i miei nipotini? E i 29 anni e 9 mesi di buona condotta, che avrebbero potuto rendere più benigni i miei giudici?
Tutto questo in un attimo ho pensato. Certo è, che se il destino non mi avesse spinto sulla traccia di mia figlia, io mi sarei lanciato ad occhi chiusi fra le canne della palude — o per salvarmi come a _Monte rasu_ e a _Monte fenosu_, o per morire fulminato dalle palle di quattordici carabinieri.
Rimasi là come pietrificato, coll’occhio sempre fisso sui carabinieri, e le due braccia tese in avanti: quasi implorando che me le legassero subito, prima che mi pentissi d’una docilità in me insolita ed umiliante.
Quattro carabinieri si erano intanto avanzati a grandi passi, per legarmi le braccia e i polsi con catene. Come alzai gli occhi, vidi il maresciallo che mi puntava il fucile a dieci passi di distanza.
Il sangue mi salì alla testa, e gli gridai con fierezza:
— Fa mettere quante catene vuoi; ma togli il fucile dalla faccia, chè non sai ancora portarlo in mano!
Il maresciallo abbassò subito l’arma[38].
Non ero del tutto legato, quando la mia figliuola venne fuori dalla cascina e corse a me, dando in ismanie. Le gridai con dolcezza:
— Non piangere, Maria Antonia, chè non è nulla! Toglimi il portafoglio da tasca, e gli altri oggetti dalle bisaccie.
La mia figliuola, sempre piangendo, mi alleggerì di ogni cosa, salvo del portafoglio, che volle io tenessi. Conteneva da sette ad otto scudi in biglietti di banca.
Com’ebbero finito di legarmi, i carabinieri si diedero a bere dalle fiaschette, che portavano addosso.
Il maresciallo, dopo aver bevuto, porse a me gentilmente la fiaschetta.
— Grazie — risposi — Non sono uomo di troppo vino, io! Ho già mangiato... ed anche bevuto!
Dopo aver salutato la mia figliuola, che lagrimava sempre, m’incamminai, scortato dai 14 carabinieri.
Fatti un centinaio di passi, i carabinieri si lamentarono di aver le fiaschette vuote.
Mi rivolsi ad uno di essi:
— Va a casa, e fa riempire il tuo fiasco dalla mia figliuola. Dille che voglio bere anch’io.
Pregai in seguito il maresciallo, perchè mandasse un carabiniere da mia figlia per farmi dare un fazzoletto; ma non mi venne concesso, come per il vino! Esternai pure il desiderio di venir portato a Portotorres, per esser di là tradotto a Sassari col treno, pagando io i biglietti; ma mi si rispose, che i regolamenti lo vietavano.
* * *
Era circa mezzogiorno; il sole scottava, ed io grondavo sudore. Il maresciallo mi offrì il suo fazzoletto, che accettai volontieri, perchè ne avevo bisogno.
Prendemmo il sentiero della Crucca, e poi si camminò lungo lo stradone, in mezzo ad un nugolo di polvere che mi soffocava.
Quando eravamo ad un’ora da Sassari, vennero staccati due carabinieri, che si mossero al trotto per dar l’avviso in caserma.
Impiegammo circa quattro ore ad arrivare alle porte della città.
I due carabinieri, che ci avevano preceduto, si erano affrettati a dar la notizia del mio arresto. Lungo lo stradone, e sui muri di cinta delle vigne, accorreva la gente a frotte per vedermi.
Nel largo di Porta Sant’Antonio era sì fitta la calca, che a stento ci riuscì ad aprici un passaggio. Da destra e da sinistra mi si gridava dai popolani:
— Coraggio, zio Giovanni! non sarà niente! Due mesi, e a casa!
I carabinieri, imbronciati, lanciavano torve occhiate ai malaugurati profeti.
Erano le 4 pomeridiane.
Condotto alla caserma dei carabinieri, venni messo in camera di sicurezza. Diedi subito una lira ad un servo, perchè mi comprasse un fazzoletto, non volendo più servirmi di quello del maresciallo.
La sera stessa venni tradotto alle carceri nuove, dinanzi alle quali faceva ressa una folla enorme.
Mi cacciarono subito in una cella poco spaziosa.
Ero stanco del lungo viaggio a piedi, ma mi sentivo l’animo tranquillo.
Poco dopo l’imbrunire, non sapendo cosa fare, mi cacciai addirittura fra le coltri.
Era la prima volta, dopo trent’anni, che mi spogliavo per andare a letto!
PARTE QUARTA
DOPO L’ARRESTO
[Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della storia]
CAPITOLO I.
In carcere.
A questo punto tolgo la parola a Giovanni Tolu, per prenderla io. Coll’arresto a _Lèccari_ si è chiusa la storia del bandito.
Il vecchio florinese continuò a narrarmi minuziosamente gli episodi della sua vita in carcere; le fasi del processo e del dibattimento; il suo ritorno alla Nurra; le peripezie domestiche e i suoi contrasti in famiglia. Io mi limiterò a riassumere gli avvenimenti principali, non volendo tirare più in lungo la narrazione con particolari insignificanti. Ripeto solo, che ho sempre riportato fedelmente quanto Giovanni Tolu mi espose, senza nulla aggiungere, nè togliere. Trattandosi di una storia contemporanea dettata dal protagonista, il romanziere non poteva in coscienza permettersi la minima alterazione, senza compromettere la verità.
Pur riassumendo i fatti, riporterò qua e là le parole del bandito, quando le crederò necessarie all’efficacia della narrazione.
* * *
«— Entrato in carcere — continuò Tolu, stuzzicando il tabacco nella pipa — i guardiani mi costrinsero a cambiar d’abiti. Diedi un’occhiata alla mia persona, e mi venne da ridere; poichè mi parve di trovarmi nelle stesse condizioni di Bertoldo, dinanzi al re Alboino: nè nudo, nè vestito. Al terzo giorno venni condotto nel parlatorio, dove mi aspettava il giudice istruttore.
«Appena mi vide, mi disse:
«— Hai un bel ceffo!
«— Perchè? forse perchè mi vede in questi panni? Ella dovrebbe capire, che non sono tagliati a misura.
«Il giudice si fece allora serio, e cominciò l’interrogatorio, chiedendomi soltanto i particolari sull’attacco di _Nuzzi_ e di _Monte Rasu_.»
* * *
Giovanni Tolu continuò a narrarmi i particolari della sua vita di carcerato, che io ometto.
Le prime pratiche furono fatte per una cella separata, a pagamento, che gli venne subito concessa. Avendo pure ottenuto che l’amico Zara gli mandasse ogni giorno il pranzo da casa, egli voleva che si passasse la sua zuppa ad un carcerato vicino, col quale si era messo in relazione. Ciò niegatogli, dispose che fosse data ai poveri.
Il contegno di Giovanni Tolu in carcere (secondo la sua confessione) non era stato troppo edificante. Egli perdeva facilmente la pazienza, s’irritava per ogni nonnulla, ed ebbe più volte aspre parole coi carcerieri e con qualche detenuto. Lo star chiuso da mattina a sera in una cella angusta, priva d’aria e di sole, non poteva certo confacersi ad un uomo, abituato da trenta anni a battere la campagna sterminata, sotto l’immensa volta del cielo.
* * *
Non appena corsa la voce dell’arresto, si era manifestata nel popolo una corrente simpatica, favorevole a Giovanni Tolu. La lunga serie d’anni trascorsi aveva gettato un velo pietoso sulle colpe giovanili del bandito florinese, e più non si volevano ricordare che le azioni generose, compiute durante l’ultimo ventennio. Il popolo entusiasta esaltava le virtù dell’arrestato; le vicende della sua vita leggendaria furono per molti giorni l’argomento di tutte le conversazioni, di tutti i discorsi; e l’autorità giudiziaria se ne impressionava, prevedendo l’influenza che avrebbe esercitato quella simpatia sull’animo dei giurati.
Fu dunque creduto cosa prudente togliere Giovanni Tolu ai suoi Giudici naturali, per rinviarlo ad altra Corte d’Assise dell’isola.
Il 9 luglio 1881 la Corte di Cassazione di Roma dichiarò prescritti quattro processi; revocò la sentenza contumaciale di morte del 1869; e per i reati di _Nuzzi_ e di _Monte Rasu_ rinviò Giovanni Tolu alle Assise di Oristano.
Prima di lasciare le carceri di Sassari, il cappellano si presentò a Tolu, chiedendogli se volesse confessarsi, in occasione del Giubileo.
— Non sono disposto! — rispose secco l’ex bandito.
Dopo un anno e tre mesi d’ingrato soggiorno nelle carceri di Sassari, Giovanni Tolu fu trasferito a quelle di Oristano, il 9 gennaio del 1882.
* * *
Il bandito mi dichiarò, che nelle carceri di Oristano fu trattato più umanamente, e si sentì più tranquillo. Egli fece amicizia coi bambini del direttore, e passava con essi ore deliziose, parendogli di trattenersi co’ suoi nipotini.
Nel giorno di Pasqua un amico gli mandò una caraffa di vernaccia ed un piatto di lunghe frittelle alla sarda. Tolu chiamò la bambina del direttore; le adattò al collo un pezzo di frittella a mo’ di collana, e le disse:
— Va dal babbo, e pronuncia queste parole in nome mio: «— Come facilmente si spezza la mia collana, così fra poco si spezzeranno le catene di Giovanni Tolu!»
Anche ad Oristano si era presentato in carcere un frate dalla lunga barba, che aveva domandato a Tolu se intendeva confessarsi.
— Non sono disposto! — rispose il bandito.
— Perchè?
— Perchè io mi confesso quando a me piace: quando la coscienza me lo suggerisce. La legge di Cristo non m’insegna altro!
— Che ne sai tu?
— Sono stato sagrestano, reverendo!
Il frate se ne andò borbottando. Appena uscito, fu detto al Tolu che era l’arcivescovo.
Avevano annunziato al bandito, che il suo dibattimento si sarebbe tenuto in quelle Assise nei tre giorni dal 14 al 16 giugno. Nuovi incagli, però, nuovi timori, e nuovi scrupoli, consigliarono i giudici a non fidarsi dei giurati d’Oristano, dove si erano manifestate le stesse simpatie in favore del bandito.
Il 29 maggio di quello stesso anno (1882), dopo quattro mesi di detenzione, Giovanni Tolu fu tolto dal carcere di Oristano, per essere trasferito a quello di Cagliari.
* * *
Le carceri di Cagliari non gli lasciarono grata impressione. Cominciò dal bisticciarsi coi carabinieri, che lo avevano tradotto alla torre di San Pancrazio, stringendogli le manette in modo inumano.
Chiuso in cella, ebbe più tardi un battibecco a causa dei fornitori del vino e del tabacco, i quali defraudavano i poveri prigionieri. Se ne lamentò col direttore, che finse di dargli un po’ di ragione...
Neppure a Cagliari Giovanni Tolu ebbe il giudizio. Si tornò a tirar fuori la corrente troppo favorevole al detenuto, le simpatie per le azioni generose, le influenze degli avvocati, e simili. Si parlò d’altra Assise.
— Se si continuerà la linea retta, mi manderanno a Tunisi! — disse Tolu al direttore.
Il procuratore del re aveva trasmesso gli atti alla Corte di Cassazione di Roma; e questa designò per il giudizio la Corte d’Assise di Frosinone.
— Ho capito! — fece Tolu — mi si manda da Erode a Pilato. Si finisse almeno col lavarsene le mani![39]
Nella prima diecina del settembre successivo (dopo altri tre mesi di detenzione) il bandito florinese fu portato alla darsena; lo si gettò nella stiva del piroscafo, e lo si fece sbarcare a Civitavecchia, per poi proseguire fino a Frosinone, nella Romagna, dove le memorie del brigantaggio erano ancora vive.
— Il quarto carcere? — esclamò — Speriamo almeno che sia l’ultimo!
CAPITOLO II.
A Frosinone.
Tutti i giornali della penisola si occupavano intanto di Giovanni Tolu, chiamandolo _brigante_, e trovando di lui riscontri nella storia francese e nella napolitana. L’_Avvenire di Sardegna_ rispose con un articolo, conchiudendo: — «Certo è, che dopo Tolu noi avremo il brigantaggio anche in Sardegna; e così entreremo un po’ nella via della civiltà!»
Dopo un mese di detenzione nelle carceri di Frosinone, fu annunziato a Tolu, che il suo dibattimento avrebbe avuto principio il 19 ottobre (1882) e sarebbe durato tre giorni.
Le avventure di Giovanni Tolu ebbero un’eco pietosa anche a Frosinone. Tutti leggevano, con avidità curiosa, uno scritto a stampa, che circolava per la città col titolo: _l’ultimo bandito sardo_. Lo spirito della popolazione si era subito affermato favorevole all’accusato, e si facevano voti per la sua liberazione. E fu fortuna per i sardi che Giovanni Tolu fosse giudicato fuori dell’isola. Dio sa a quali insolenze sarebbe stata esposta la Sardegna, se i suoi _cittadini giurati_ avessero liberato il _brigante_ di Florinas!
* * *
Il 19 ottobre 1882, alle ore 9 ant., si apre il dibattimento nella Corte d’Assise.
I testimoni a carico e in difesa, che in origine erano 28, ora sono ridotti a soli 18, poichè dieci morirono.
La folla è immensa; nella sala non mancano le signore.
Giovanni Tolu è accusato:
1. Di ribellione alla giustizia, e dell’omicidio del carabiniere Sassu, commesso la sera del 10 giugno 1853 nel luogo detto _Nuzzi_, nel territorio d’Osilo, in complicità con Pietro Cambilargiu.
2. Degli omicidi, con ribellione, dei carabinieri Delrio e Catte, commessi la mattina del 21 maggio 1859 nel luogo detto _Monte Rasu_.
Si fa notare, che Tolu nel 1869 fu condannato in contumacia alla pena di morte, ma che la sentenza fu annullata per difetto di procedura nella notifica di diversi atti.
L’accusato fa il racconto dei fatti, risalendo al prete Pittui.
Le frasi più salienti di Giovanni Tolu, raccolte dai giornalisti, sono le seguenti:
«Mi resi latitante perchè il prete era ricco e prepotente e poteva mandarmi in galera. In Sardegna si manda la gente in galera per piccoli motivi. Non mi arresi alla giustizia, perchè la giustizia _non è giusta_!»
Il presidente chiede all’accusato:
— Eravate tenuto per un uomo possessore di un talismano, che vi rendeva invulnerabile alle palle dei carabinieri. È vero?
— Lo dicono i _vanarelli_. (Si ride).
Vengono interrogati i testimoni a carico, la maggior parte dei quali non sono che i carabinieri dello scontro di _Nuzzi_ e _Monte Rasu_.
Si chiamano in seguito i testimoni a difesa, dei quali riassumo le deposizioni:
Maurizio Pintus dichiara, che, se potè più volte riavere il bestiame rubatogli, lo deve a Giovanni Tolu, il quale faceva a tutti bene. Altra simile dichiarazione fanno Vincenzo Pes e Antonio Beccu, il primo per sette buoi, il secondo per una cavalla, che i ladri avevano loro involati.
Andrea Nuvoli parla della disonesta condotta della moglie di Tolu, dichiarando che costui avrebbe potuto facilmente uccidere il drudo, che ha voluto risparmiare.
Antonio Piu dice, di essere stato minacciato di morte dai propri nemici; ma intromessosi Tolu, questi riuscì ad ottenere una riconciliazione generale, che da quel giorno li fece vivere tranquilli. Conchiude asserendo, che il bandito florinese era il loro _giudice di pace_; epperciò tutti lo soccorrevano, regalandogli bestiame.
Sebastiano Branca fa l’apologia dell’accusato, chiamandolo un _benefattore_; e Antonio Giuseppe Zara conchiude esclamando: — Giovanni Tolu è il _Dio della campagna_![40]
Si leggono all’udienza i certificati rilasciati dai sindaci, i quali affermano, che Tolu mantenne da oltre vent’anni una condotta esemplare; e che era ritenuto per un uomo di sentimenti nobili e generosi, il quale rendeva segnalati servigi, riuscendo a riconciliare i nemici ed a tutelare l’altrui proprietà[41].
* * *
La parola è al pubblico ministero. Egli deplora, che i sindaci e i municipi abbiano rilasciato certificati così larghi di lode. Ammette le azioni generose, ma dice che ogni bandito suol farne; dichiara che Tolu non è un ladro, ma osserva che la frase _Dio della campagna_ è un’esagerazione. Chiede infine una condanna per l’uccisione dei carabinieri.
Parlano in seguito gli avvocati difensori, che sono il Prof. Antonio Piras di Florinas (per il quale Tolu ha una profonda venerazione) e il Cav. Gavino Scano di Cagliari, (oggi Senatore).
Il primo ribatte ad una ad una tutte le accuse. Si scaglia contro il Pubblico Ministero, che ha voluto evocare la memoria dei delitti di Tolu, per alcuni dei quali fu riconosciuta la prescrizione, e per altri fu dichiarato non farsi luogo a procedimento. «È indegno della maestà della Giustizia (egli dice) far rivivere delitti, di cui Tolu non è chiamato a rispondere, e per i quali la stessa Giustizia ha ricacciato la spada nel fodero». Egli dimostra non veritiere le relazioni sui fatti di _Nuzzi_ e di _Monte Rasu_, pur dicendo: «Io m’inchino all’arma benemerita dei carabinieri: a questi modesti e ignoti eroi, vittime oscure e grandi, che ubbidiscono tacendo, e tacendo muoiono.»
L’avvocato Scano difende anch’esso valorosamente l’accusato; e conchiude con enfasi: «— Giovanni Tolu è uno sventurato, ma non è un brigante! In Sardegna briganti non ci sono: vi sono banditi, che, come Tolu, lo divennero per aver compiuto una vendetta!»
Sono le otto di sera del 21. I giurati si ritirano per rispondere ai 36 quesiti, formulati dal presidente.
L’ansia è grande e la commozione è profonda nel pubblico.
Alle 10 e mezza i Giurati riprendono i loro seggi, e si dà lettura del verdetto, che ammette la legittima difesa ed assolve l’accusato.
Il pubblico prorompe in applausi, e si riversa sulla piazzetta per acclamare il bandito assolto, che esce trionfante dalla gabbia.
* * *
Seguìto da una folla di popolani, Giovanni Tolu percorre alcune vie al grido di: _viva Tolu!_ Tutti vogliono vederlo da vicino, e gli offrono da bere.
L’assolto è fuori di sè dalla contentezza. Passando a quell’ora dinanzi ad una chiesa, egli s’inginocchia sui gradini esterni, per ringraziare Iddio che ha parlato al cuore dei giudici. Insieme a Tolu s’inginocchiarono, scoprendosi il capo, i popolani entusiasti.
Curiosa invero, e caratteristica, quella preghiera in piazza, al chiaror della luna, che splendeva in tutta la sua pienezza! Un testimonio occulare mi assicurava, che giammai avrebbe dimenticato il pio raccoglimento dei popolani di Frosinone, spinti a pregare insieme al bandito, per un sentimento misterioso e inesplicabile.
* * *
L’indomani Giovanni Tolu partì da Frosinone diretto per Roma, in compagnia del genero Agostino, di Antonio Giuseppe Zara e dei due avvocati.
Volli conoscere l’impressione che la capitale d’Italia aveva prodotto sull’animo di un bandito, vissuto per trent’anni nelle terre deserte della Nurra. Ei mi rispose:
— A Roma c’è troppa gente e troppo rumore. Non m’incantarono i suoi monumenti, poichè son lavoro degli uomini. Anche la Sardegna potrebbe vantarli, se si spendessero centinaia di milioni. Io non m’incanto che dinanzi alle meraviglie della natura, poichè nessun danaro può riprodurle!
CAPITOLO III.
Il bandito in libertà.
Imbarcatosi a Civitavecchia, il bandito assolto giunge a Terranova. Sparsasi la voce del suo arrivo, una folla curiosa gli va incontro per conoscerlo da vicino.