Part 8
Non senza disagio giunsi a _Monte Rasu_, all’ovile della vedova di Paolo Sechi (l’amico del famoso bandito Alvau) dove con frequenza solevo recarmi. Deciso di fermarmi colà fino a guarire, consegnai il mio cavallo ad un servo, perchè me lo custodisse in una tanca vicina, per averlo pronto in caso di bisogno.
Parecchi giorni dopo il mio arrivo all’ovile, erano usciti dalla stazione di Portotorres quattro carabinieri a cavallo, diretti alla Nurra. Essi passarono in _Puttu Esse_, dove un certo Cosimo Mannu lavorava la terra, insieme ad altri compagni.
Era costui ritenuto dal popolo come un _indovino_, perchè in fama che ogni notte i morti lo portassero in giro.
Vedendo passare i quattro carabinieri, egli aveva esclamato rivolto ai compagni:
— È strano! Io vedo due morti su quel cavallo!
— Non ti accorgi che sono quattro carabinieri vivi? — gli dissero i compagni per canzonarlo.
— No, vi dico! due di essi li vedo morti, e non ritorneranno a Portotorres!
Questa predizione, che mi venne riferita più tardi dagli stessi lavoratori, aveva fatto il giro della Nurra, e fu argomento di chiacchiere, le quali avvalorarono la chiaroveggenza di Cosimo Mannu.
Io intanto me ne stavo tranquillo a _Monte Rasu_, poichè l’ovile era un ritiro sicuro.
Dopo essermi aggirato una mattina nei d’intorni di _Monte Rasu_, entrai un momento nella capanna isolata, dove si trovava Maria Antonia Dore, vedova di Paolo Sechi, intenta alla lavorazione dei formaggi.
Entrato per mangiare un boccone in fretta e furia, mi ero chinato sul focolare (scavato nel centro della capanna) per accendermi la pipa con un po’ di bragia.
Mentre stavo curvo, frugando colla pinzetta nella cenere, intesi il latrato del mastino, ch’era legato a poca distanza dall’ovile, e in pari tempo lo scalpitare di più cavalli che si avvicinavano.
Mi rizzai in piedi sgomentato, ed armai i due grilletti del fucile, che impugnavo colla sinistra.
La capanna aveva due porte d’ingresso (l’una di contro all’altra) chiuse da battenti, in cui era praticato un largo finestrino, per lasciar passare l’aria e la luce — come è uso in quasi tutte le case di campagna, e specialmente nella Nurra.
[Illustrazione: I carabinieri a Monte Rasu]
Come levai gli occhi al finestrino che avevo di fronte, vidi un carabiniere che guardava dentro la capanna col fucile _sul pronti_. Gli altri tre compagni, arrivati subito dopo, erano smontati da cavallo, fermandosi a buon tiro verso le due porte — in modo da impedirmi l’uscita, se avessi tentato scappare.
Era l’identico caso di _Monte Fenosu_ — ma con maggior probabilità di riuscita per parte dei carabinieri, poichè sicuri che la belva si trovava al sicuro.
Raccolsi tutto il mio sangue freddo, e pensai di sfuggire all’agguato, ricorrendo ai mezzi che mi erano abituali: all’audacia ed al coraggio.
Puntai addirittura il carabiniere che avevo di fronte, e feci fuoco. La mia palla lo aveva passato da parte a parte, ed egli precipitò di sella.
La vedova di Paolo Sechi, che accudiva ai formaggi, si era data a correre di qua e di là, strillando come forsennata; ma io, che volevo non risentisse alcun danno, fui pronto ad afferrarla per la vita, e la buttai in un canto della capanna, dicendole:
— Che fai? Vuoi morir forse crivellata dalle palle?
Così dicendo mi voltai di scatto verso la porta opposta; posi il dito sul grilletto della canna carica, e mi precipitai con impeto all’aperto. Veduto l’altro carabiniere, che alla distanza di 45 passi cercava di colpirmi, mi fermai di botto, lo presi di mira, feci fuoco, lo vidi cadere, e continuai la corsa verso il largo.
Raggiunto il muro di cinta della tanca, e non riuscendo a scavalcarlo per il foruncolo che mi tormentava l’anca, mi diressi all’imbocco della viottola vicina, dov’era legata la cagna che allatava i piccini. Questa mi si avventò come una tigre, addentandomi la giacca. Liberatomene con uno strappo, presi allora una seconda viottola, dove i due carabinieri mi raggiunsero, facendomi tre scariche quasi a bruciapelo.
Continuai a correre come un capriolo, fra le palle che mi fischiavano all’orecchio.
Seppi in seguito, che i carabinieri, credendo di avermi gravemente ferito, erano venuti a frugare fra le macchie, sperando di rintracciare il mio cadavere. Ma io in quel momento ero già lontano, salvo, e recitavo il rosario per l’anima dei trapassati.
I due carabinieri, da me feriti gravemente, furono la stessa sera trasportati su due carri a Portotorres, ed entrambi morirono.
Fu asserito da taluni, che i quattro carabinieri non erano venuti a _Monte Rasu_ in cerca di me, ma bensì in cerca d’acqua per abbeverare i cavalli. Niente di più falso! Essi non avevano bisogno di spingersi fino all’ovile di Paolo Sechi per provvedersi d’acqua. Usciti da Portotorres avevano passato la notte nell’ovile di Vigliano Addis e dei fratelli Gianichedda, dov’era molt’acqua. La mattina seguente, verso le 9, avevano attraversato il fiumicello di _Boturru_, coll’acqua al ginocchio, e vi potevano abbeverare i cavalli. Percorso altro breve tratto di strada, erano passati dinanzi all’abbeveratoio della _Sposada_, con acqua abbondantissima e buona. Di là a _Monte Rasu_ non sono che 10 minuti di strada; motivo per cui non era la sete dei cavalli che li spingeva alla capanna isolata, dov’io mi trovavo, sofferente per il foruncolo.
Era precisamente a _Boturru_ che essi avevano a lungo conferito con certo Domenico Tignosu, loro fiduciario; e già sognavano di avermi nelle mani.
Domenico Tignosu, dopo lo scontro di _Monte_ _Rasu_, si era infatti affrettato a lasciar la Nurra per stabilirsi a Sassari, prevedendo giustamente ch’io non gli avrei risparmiato la pelle.
È questa la verità vera; tutte le altre sono fandonie, messe in campo per scusare la poca accortezza di quattro carabinieri imprudenti, i quali si lasciarono sfuggire un bandito, dopo averlo bloccato in una capanna isolata[23].
* * *
Sfuggito per miracolo alle fucilate di due carabinieri, continuai a correre per una mezz’ora in campagna aperta, fino a che mi cacciai in un macchione, dove rimasi quasi tre giorni senza prender cibo. Avevo la febbre, perchè il foruncolo all’anca mi si era alterato, e non potevo muovermi.
Vivamente impressionato della morte dei due disgraziati, non ringraziai neppure il Cielo di essere uscito illeso dalle palle dei carabinieri.
Ciò non deve recar meraviglia: era l’effetto d’una mia fissazione. Sentivo dentro di me una forza superiore, che non sapevo spiegarmi. Più cresceva il pericolo, e più diventavo audace. Se mi avessero detto: «là vi sono tre uomini appiattati che bisogna affrontare!» non avrei esitato un momento a scagliarmi contro di essi. Nessuno de’ miei compagni vantava quest’impeto temerario. Lo stesso Cambilargiu invocava spesso la mia compagnia, confessando che meco sentiva più coraggio. Se però ero audace in campo aperto, diventavo all’incontro un pusillanime all’imbocco d’una viottola stretta, o dinanzi ad un nero macchione. Ero capace di fare un lunghissimo giro, pur di non avventurarmi in una viottola sospetta. Dicevo a me stesso:
— Quando l’uomo ha la fede in Dio, o la coscienza della propria ragione, egli deve affrontare qualsiasi pericolo. Se la nostra causa è ingiusta, soccomberemo; ma se è giusta, riusciremo a sfuggire alle palle di cento fucili.
Molti credettero che io possedessi un talismano, che mi rendesse invulnerabile. Dicerie ridicole! Il mio talismano era la cieca fede nel volere del destino.
* * *
Dopo essere stato tre notti e due giorni dentro ad un cespuglio, mi diressi ad una capanna, dove mi sfamai con pane fresco. Di là passai nell’ovile di un amico, col quale pochi giorni prima avevo scambiato il fucile. Come mi vide, mi disse sorridendo:
— Vedo che il mio fucile ti va bene!
— Benissimo — risposi — In mia mano stanno bene tutti i fucili. Quando la canna è diritta, l’occhio non può trovarsi a disagio nel prendere di mira un bersaglio.
Dopo lo scontro di _Monte Rasu_, molte squadriglie di carabinieri si aggirarono nella Nurra per darmi la caccia. Vennero anche disposti alcuni appiattamene nella speranza di cogliermi; ma io seppi deludere gli agguati.
Dirò anzi, che appunto in quel tempo ebbi a tiro diverse volte i carabinieri. Una mattina, fra le altre, tre di essi vennero a mangiare e a chiacchierare sotto il crepaccio d’una roccia, nel quale mi ero cacciato un’ora prima. Se io lo avessi voluto, avrei potuto ucciderli facilmente; ma a quale scopo? Ho sempre risparmiato i carabinieri, poichè per essi non avevo mai nudrito odio — come mai ne hanno nudrito i miei compagni. Non conobbi mai bandito, anche fra i più efferati, che siasi vantato di aver fatto fuoco contro un carabiniere, quando da questi non era stato molestato.
L’autorità giudiziaria si preoccupa molto dello _sparar prima_ o dello _sparar dopo_ in uno scontro coi carabinieri. Ma, santo Iddio! vorrei vederli i signori giudici nei panni di un bandito, in simili frangenti! Il problema parmi facile a risolvere. Non già chi spara prima, ma chi spara dopo corre il pericolo della vita. Ognuno può riuscire a sparar _primo_, ma nessuno riuscirà a sparar _secondo_, se il primo ha l’occhio buono. Una sola cosa bisogna notare: che tutti i carabinieri io li ho colpiti al petto!
Confesso che mi spiacque l’incidente di _Monte Rasu_, e compiansi sinceramente i due poveretti, che caddero vittima della propria imprudenza, più che del proprio dovere. Da tre anni non perseguitavo nessuno. Non solo andavo in cerca di miei nemici, ma pregavo il destino che non li mettesse sui miei passi nei giorni dell’ira. Dopo l’incontro colla mia bambina erano altri i miei intendimenti!
Non devo però qui tacere, che la vista dei carabinieri a _Monte Rasu_ mi gelò il sangue. In quel momento non pensai che a Maria Antonia — alla mia figliuola, la quale, se fossi stato là ucciso, sarebbe rimasta orfana e sola sulla terra. Divenni feroce, perchè mi sentivo più attaccato alla vita.
Non da me, ma dal destino vennero uccisi i due carabinieri di _Monte Rasu_. E fu questo l’ultimo sangue umano sparso dal bandito Giovanni Tolu!
CAPITOLO XIV.
Lo scandalo d’una tresca.
Fu intorno a quel tempo, che, senza volerlo, cominciarono a pervenirmi le notizie sulla condotta di mia moglie a Florinas. Dico _senza volerlo_, poichè non mi ero mai occupato di lei, nè di lei volevo mi si parlasse mai. Mi contentavo di lasciare quella disgraziata in preda al suo destino. Vivente nell’abbandono e nella miseria, ella trascinava l’anima nel rimorso e il corpo nel digiuno, in espiazione d’una colpa a entrambi fatale.
Per diversi anni il paese aveva ritenuto Maria Francesca come una donna savia, rassegnata a subire cristianamente la sua cattiva sorte. Io, invece, da qualche tempo ero informato, che il contegno di lei non era così onesto ed esemplare, come si dava ad intendere ai credenzoni. Il sospetto d’una tresca, che prima vagamente e poi con più insistenza si metteva in giro, era diventato realtà.
Una donna che abitava nella casa vicina, affacciandosi per più notti ad una finestra che dava sul tetto della casupola di Maria Francesca, aveva udito distintamente la voce di un uomo. Sorpresa dalla strana conversazione in casa della sarta ad ora sì tarda, ne aveva dato avviso ad alcuni amici; i quali, volendo conoscere il misterioso visitatore notturno, avevano deciso di fargli la posta per darsi spasso[24].
Nei villaggi — dove i passatempi son pochi, e molti gli oziosi — gli scandali servono di pascolo ad ogni ceto di persone, buone e cattive. Quei curiosi rimasero in vedetta lungo la notte; finchè al mattino, un’ora prima dell’alba, videro aprirsi la porta della casupola di Maria Francesca, ed uscirne un uomo incappucciato. Pedinatolo per diverse mattine, riuscirono a ravvisarlo. Era Baingio Maronzu, modesto macellaio, piccolo commerciante di bestiame, e amante di mia moglie.
La notizia si divulgò, fece chiasso, divenne pubblica. Le comari del paese, la cui lingua non riposa neppur nel sonno, si diedero a commentarla, ora accusando, ed ora scusando Maria Francesca, a seconda i rapporti di amicizia o di parentela coll’adultera. Alla piccante avventura (per sè stessa poco singolare) si volle dare una grave importanza per i personaggi che vi erano implicati. Trattavasi della moglie di un famoso bandito vivente, e di un ganzo ammogliato, padre di cinque figli. Si diceva da tutti con raccapriccio:
— Che farà Giovanni Tolu dei due colpevoli?!
Ma Giovanni Tolu era tranquillo nella Nurra, nè pensava a consumare una carica di polvere e due palle contro una donna che più non gli era moglie, ed alla quale, da qualche anno, aveva strappato la figliuola, prevedendo quanto sarebbe avvenuto.
Dopo la nostra separazione — come ho detto ultra volta — i genitori di Maria Francesca non si erano più recati a far visita alla figliuola, nè avevano ad essa permesso di visitarli con troppa frequenza. Essi davano ad intendere, che ciò si voleva per non inasprirmi; ma il vero scopo era quello di non volersi sagrificare a soccorrere la poveretta, da essi traviata.
Eppure io sapeva, che Salvatore Meloni e sua moglie, tanto schizzinosi nell’avvicinare la figliuola, non sentivano scrupolo a ricevere in casa Baingio Maronzu; il quale faceva loro parte delle carni che macellava. La studiata generosità era servita di mezzo al buon amico per la sua relazione illecita con Maria Francesca; la quale, in quel tempo, aveva forse più bisogno di pane, che delle carezze di un padre di cinque figli!
Quando la notizia della tresca pervenne alla Nurra, già da una settimana ero informato di uno scandalo maggiore. I miei parenti, che vigilavano ad occhi aperti, erano venuti a dirmi:
— Bada, Giovanni! Tua moglie trovasi in istato d’inoltrata gravidanza!
L’ambasciata non mi giunse amara, nè mi fece montare sulle furie; pensai invece a premunirmi contro lo scandalo, rendendo pubblico il fallo di mia moglie.
Feci subito scrivere due lettere a Florinas: una al sindaco dottor Serra, e l’altra al rettore Dettori, annunziando loro la gravidanza illegittima di mia moglie, ed avvertendoli di farla sorvegliare, perchè allevasse la creatura che da lei sarebbe nata.
Ammonita da entrambi sollecitamente, Maria Francesca protestò contro la diceria calunniosa; ma il dottor Serra le fece conoscere la pena che il Codice Penale infliggeva, a chi avesse tentato di far sparire il frutto della propria colpa.
— Il fatto è ormai noto al paese — conchiuse il sindaco — ed io più di ogni altro sono in grado di affermare il vero!
I miei parenti, dietro gli ordini da me ricevuti, raddoppiarono la vigilanza, benchè inutilmente. La scaltra donna, assistita da alcune comari compiacenti, riuscì a mandar fuori di casa il neonato, senza che alcuno se ne avvedesse. Il bambino fii esposto e raccolto nel paese di Bonnanaro, e i due funzionari non poterono far nulla.
Sparsasi la voce dell’interessamento da me preso per la gravidanza di mia moglie, i due adulteri si sgomentarono, credendo scioccamente ch’io non avrei frapposto indugio a massacrarli. Da soli tre giorni era avvenuto il parto, quando i due colombi lasciarono Florinas per fuggirsene a San Gavino Monreale, al di là di Oristano. Mia moglie riuscì a collocarsi come balia a Cagliari; e Maronzu, non ritenendosi abbastanza sicuro nell’isola, si recò a Portotorres, e di là prese imbarco per Marsiglia, abbandonando la druda, la moglie, e tutti i suoi figliuoli.
Morta la bambina affidatale come balia, Maria Francesca lasciò Cagliari per ritirarsi nel villaggio di San Gavino Monreale, dove non tardò a raggiungerla il suo drudo, stanco della vita miserabile che menava in Francia.
Dopo circa due anni di assenza, l’uno e l’altra vollero far ritorno a Florinas; ma vivendo in continue angustie per paura della mia vendetta, spiccarono di nuovo il volo per San Gavino. Ivi Baingio acquistò una casetta in nome di mia moglie, coi risparmi fatti nella miniera di Monteponi, dove venne accettato come manovale.
Non sono molti anni che quella donna leggera, benchè inoltrata negli anni, si separò dal drudo per unirsi ad un vecchio militare in ritiro.
Così appresi per caso dalle chiacchiere degli amici — poichè, lo ripeto, non volli mai occuparmi di una donna, che non ho riveduto da oltre quarant’anni, e che spero di mai più rivedere in questo mondo, nè nell’altro.
La voce pubblica (che viene chiamata _voce di Dio_, sebbene non ne azzecchi mai una!) andava dicendo, che io avessi più volte tentato di uccidere i due adulteri, tendendo loro un agguato. Nulla di più falso! — Dirò, anzi, che più d’una volta ebbi a tiro di fucile Baingio Maronzu, ma mi guardai di spararlo, per non perdere una carica di polvere e due palle. Così pure dirò, che facilmente avrei potuto uccidere Maria Francesca; poichè se da lei mi fossi creduto offeso, sarei stato capace di pugnalarla nella propria casa, dentro Florinas. Ho già detto, come per togliere la vita a Francesco Rassu (da me ferito in campagna) io mi fossi spinto fin sulla soglia della sua abitazione, poc’ora dopo che n’erano usciti il medico ed il pretore.
Perchè, d’altronde, uccidere Maria Francesca? La pagavo col disprezzo, ma non l’odiavo. Giovane inesperta, mal consigliata, abbandonata da’ suoi genitori, vivente nella miseria, era caduta nel fango per colpa d’altri: di quel sordido prete, a cui Dio avrà chiesto conto dell’anima buona da lui traviata. Chi lo sa? forse io devo alla piccola Maria Antonia, se non divenni allora un ussoricida. Non avrei certo esitato ad uccidere mia moglie; ma non potevo uccidere la madre della mia figliuola!
Erano dunque abbastanza puniti i due adulteri, ed io per essi non dovevo compromettere la mia coscienza. Baingio Maronzu, d’altra parte, non si era unito a mia moglie, ma ad una donna da me ripudiata, e che più non mi apparteneva. Anch’io era stato reo dello stesso peccato, nè avrei saputo in altri punirlo[25].
Per Maria Francesca si era avverata la mia profezia. Dopo la nostra separazione avevo detto a’ suoi parenti: — voi ne farete una sgualdrina!
Destino di questo mondo! Io, abile lavoratore; lei, buona massaia, eravamo nati per vivere felici nella nostra casetta di Florinas. E invece, che fu di noi? Battemmo disgiunti una falsa strada: quella dell’infamia. Chi eravamo noi? Io, il bandito della foresta — lei la druda di un ammogliato. Fuggiaschi entrambi da un punto all’altro dell’isola, avevamo bisogno di nasconderci: lei per dar la vita a figliuoli bastardi — io per toglierla a’ miei persecutori!
Un solo cruccio ho risentito per l’abbiezione di Maria Francesca: — la mia figliuola meritava una madre migliore!
Oh quante volte, quando mi sedevo la bambina sulle ginocchia, io le diceva, senza che mi comprendesse:
— Povera creatura! tu sei alta poco più del mio coltello omicida; nessuno ti conosce, nessuno ti cura, nessuno sa quanto vali! Eppure dovrebbero adorarti in ginocchio come una Madonnina! Eppure molti contadini e signori di Florinas dovrebbero caderti ai piedi, per ringraziarti delle vite che hai risparmiato al nostro paese! Molto sangue avrei sparso ancora, se io non ti avessi incontrato sul mio cammino! Non ti manca che una sola virtù, figliuola mia: — quella di non aver saputo spegnere nel mio cuore l’odio verso il prete Pittui — verso l’uomo fatale, che a me tolse la pace... e a te la madre!
CAPITOLO XV.
I ladri di buoi.
La mia figliuola aveva continuato per lungo tempo a frequentare la scuola di Portotorres, cattivandosi la benevolenza della maestra e delle sue compagne. L’allontanamento dal paese della strega, che batteva le scolare, aveva in lei ridestato l’amore allo studio ed ai lavori di cucito.
Appena raggiunta l’età di 16 anni, Maria Antonia dichiarò di non voler più sapere di lezioni. Si sapeva grandicella, e voleva ritirarsi in casa.
Non aveva torto. Per la povera gente l’istruzione deve avere un limite. Lo studio è buono per i soli signori, e noi abbiamo bisogno del lavoro per tirare innanzi la vita.
Uscita per sempre dalla scuola, Maria Antonia andò a convivere con mia sorella Andriana, maritata a Ignazio Piana.
La mia figliuola era una ragazza assennata, piena di spirito, e si era data volontariamente al lavoro, per accudire alle faccende domestiche. Le due mie sorelle le tenevano buona compagnia e l’educavano bene, poichè nostro padre ci aveva tutti allevati rigidamente, all’antica, senza grilli per la testa, e senza quelle sciocche tenerezze, assai spesso nocive alle tenere piante.
La famiglia d’Ignazio Piana si componeva di marito e moglie, di tre figli e di una nipote, che si era voluto addossare. Ignazio aveva casa propria a Portotorres, che abitava durante il tempo della manipolazione dei formaggi; negli altri mesi si ritirava colla famiglia negli ovili della Nurra di Portotorres — cioè a _Monte erva_ (lontano un due ore dal paese), o alle tanche di _S. Lucia_ e di _Campo cervo_, distante un’oretta.
Come la mia figliuola entrò in casa d’Ignazio ad accrescere il numero dei componenti la famiglia, si era data a cucire, a far pane, ed anche a lavare; poichè da noi si fa di tutto, ed il saper leggere e scrivere non doveva darle diritto a starsene colle mani in mano.
Andavo ogni tanto a trovar Maria Antonia, oppure le scrivevo, se avevo bisogno di dirle qualche cosa.
Oltre all’ingrato mestiere di bandito, da una diecina d’anni mi ero assunta l’incarico di far da mamma alla mia creatura; epperciò lavoravo con più ardore, dovendo pensare al suo avvenire. Seminavo grano proprio, possedevo una mezza dozzina di buoi, ed anche qualche gregge; il tutto affidato alla custodia ed alle cure de’ miei cognati; poichè la mia vita di girovago, di fuggiasco, e di perseguitato, non poteva permettermi di aver campi, pecore e mandrie di mia proprietà. Col lavoro assiduo e coi risparmi avevo accumulato il poco che possedevo; ed ero orgoglioso di vantarmene, colla coscienza di non potermi rimproverare il minimo furto. Dovevo tutto a me stesso, e niente agli altri!
Sentendomi più tranquillo dopo il ritiro di mia figlia dalla scuola, continuai a gironzare di qua e di là, considerando ch’era imprudenza fermarmi a lungo in un punto fisso.
In quel tempo si era a me unito Giovanni Maria Ibba — che fu l’ultimo bandito ch’ebbi a compagno di ventura. Come ho fatto per gli altri, dirò poche parole sulla vita di costui.
* * *
Giomaria Ibba era un mugnaio; il quale un bel giorno, per presunti danni cagionati al suo orto, aveva preso a bisticciarsi con Luigi Marceddu — l’uccisore a tradimento di Pietro Cambilargiu.
Persistendo Marceddu a darsi ragione colle minacele, il mugnaio gli disse:
— Senti: è meglio finirla qui, perchè saresti capace di darmi una fucilata alle spalle, come hai fatto col bandito osilese.
E impegnata una lotta corpo a corpo con lui, Ibba riuscì ad atterrarlo, e a spaccargli il cranio con una grossa pietra. Sotterrato quindi il cadavere nell’orto, vi piantò i pomidoro, che inaffiò accuratamente.
Scoperto il cadavere, Giomaria Ibba si salvò colla fuga, e fece il bandito. Accortosi poco dopo che un altro mugnaio cercava di fargli la spia, riparò nella Nurra, e venne a trovarmi, pregandomi di prestargli mano per uccidere il collega delatore.
— Io non ho più nemici, nè voglio più averne! — risposi — Ti avverto solo di non avvicinarti a Sassari, perchè colà la giustizia ha cent’occhi!
— Che importa? So bene che finiranno per uccidermi; ma è meglio che io mi vendichi!
Così egli mi rispose, e continuò a rimanere con me nella Nurra, finchè si decise a far ritorno a Sassari. Quivi riuscì ad uccidere, prima il mugnaio spia, e poco dopo il maresciallo Piras sullo stradone di Sorso.
Affidatosi in Sassari ad un amico suo, comprato dalla Polizia, questo denunziò il rifugio del bandito. Assalito dai carabinieri, Giomaria Ibba cadde colpito dalle loro palle[26].
Ed ora riprendo il filo della mia storia.
* * *