Part 7
Singolare sentimento! Io avevo pietà degli infelici; sentivo il bisogno di proteggere i deboli contro i prepotenti; diventavo buono.
Pensai ch’era necessario dedicarmi al lavoro: preparare un avvenire alla mia figliuola. Non potevo, come prima, sprecar danaro a capriccio — ogni soldo faceva bisogno in casa.
Colla vendita della cera, tolta al legno naufragato, io ero riuscito a raggruzzolare una bella sommetta, gran parte della quale avevo già speso per la bandiera di San Paolo. Ma non ero stato inoperoso. Avevo acquistato un po’di grano, che davo in prestito per il seminerio a’ miei fratelli ed ai cognati, dividendo con essi gli utili a metà. Ne avevo pur prestato ad altri, e nelle mie escursioni non dimenticavo di sorvegliare i campi seminati, per vedere se i lavori erano stati eseguiti con cura e coscienza. Seguivo ansiosamente il corso delle stagioni, preoccupandomi degli eccessivi caldi e dei freddi eccessivi: ogni vento mi turbava, perchè pensavo a’ miei germogli. Mettevo a frutto i danari, che di tanto in tanto mi davano gli amici e i proprietari, e vedevo giorno per giorno crescere il mio piccolo patrimonio. Meno ricercato dalla giustizia, io più non menavo la vita oziosa dei primi anni di banditismo: lavoravo, quasi, come ai bei tempi della mia giovinezza.
Avevo quasi dimenticato l’odio a’ miei nemici.
* * *
Una mattina, recatomi presso Florinas, mi trovai con Giovanni Antonio Piana, il marito della serva di prete Pittui, già ferito al braccio, e col quale, come dissi altra volta, mi ero riconciliato.
Sedemmo insieme in aperta campagna, e scambiammo alcune parole sui casi della nastra vita. Non so come, egli fece cadere il discorso sul ferimento del suo braccio, avvenuto nove anni addietro. Si doleva vivamente di non aver potuto sfogare la sua collera contro gli autori del tiro, attribuito ai due ladri, da lui fatti arrestare come capitano dei barracelli.
— Ma non li ho perdonati! Se mi verranno a tiro non li risparmierò sicuro! — così esclamò Piana, minacciando l’aria coi pugni stretti.
Io dissi pacatamente, senza guardarlo:
— E faresti male!
— Perchè?
— Perchè uccideresti due innocenti. Essi non ti hanno offeso. Fui io che ti ho sparato!
Giovanni Antonio impallidì, fece un brusco movimento, e mi guardò fissamente, quasi dubitando di uno scherzo. Io rimasi serio.
— Tu?! — ripetè, fissandomi sempre.
— Proprio io! — gridai con forza, piantandogli gli occhi in faccia, quasi per avvertirlo ch’ero disposto a ripetere il colpo, se non smetteva il piglio minaccioso.
Egli chinò la fronte, e ammutolì tutto tremante. Io continuai con vivacità:
— Fui io, sì! Ti ho sparato perchè tu facevi parte dei misteriosi congiurati, che nell’inverno del 1851 (nove anni fa!) si riunivano in casa di prete Pittui, col proposito di uccidermi, o di farmi cadere nelle mani della giustizia. Insieme ai fratelli Rassu, ai fratelli Dore, allo Zara, al Serra, e parecchi signori di Florinas, tu dichiarasti ch’era facile il colpirmi. Ma volle Iddio che i colpiti foste voi!... Se io ti ho ferito al braccio, anzichè al cuore od alla testa, tu devi solamente ringraziare i tre compagni, coi quali quel giorno stavi, e ch’io non volevo offendere. Al mio occhio non rimaneva scoperto che il tuo braccio, ed al braccio ho puntato per darti una lezione![20]
Giovanni Antonio, colla testa bassa, ascoltava e taceva. Pensai alla mia bambina, e conchiusi:
— Non se ne parli dunque più! Il tuo braccio è ormai guarito, e i tuoi complici sono quasi tutti morti di palla, o di pugnale. Se oggi te ne parlo per la prima volta, è solo perchè voglio risparmiarti l’uccisione di due innocenti.
Da quel giorno non ebbi più alcuna questione con Piana, che tacque questo nostro dialogo. Avevo deciso di far punto alle mie vendette, e di vivere tranquillo insieme alla mia figliuola.
* * *
In una brutta giornata d’inverno era stato ucciso, nella _Viddazzone_, un toro ad Antonio Sechi, uno dei fratelli degli amici miei della Nurra.
I sospetti di Antonio caddero su Salvatore Dachena. Risentito del colpo, risolvette di vendicarsi, e venne a trovarmi.
— Mi fai un piacere? — mi disse.
— Sentiamo.
— Dimmi prima se me lo fai!
— Non lo so.
— Ti voglio meco per una notte.
— Per che fare?
— Uccideremo Salvatore Dachena, quando uscirà dalla sua capanna per qualche bisogno. Mi ha ucciso il toro!
— Scherzi? questo è un uomo che fa il fatto suo; non è mai andato alla _Viddazzone_ per ammazzar buoi. Il toro te lo avrà ucciso qualche altro.
— No. So che me lo ha ucciso lui!
— Lasciami pensare, e poi ne riparleremo. Trattandosi del fratello de’ miei cari amici, voglio occuparmene.
Ci separammo. Io mi recai subito da’ suoi fratelli Paolo, Ambrogio e Giovanni Sechi.
— Sono in dovere di avvertirvi, che Antonio ha deciso di uccidere Salvatore Dachena, che egli crede l’uccisore del suo toro. Spetta a voi decidere se questa vendetta sia giusta, o inconsiderata.
— Nostro fratello fu sempre senza testa — disse Paolo — Farebbe invero un bell’affare togliendo dal mondo uno dei nostri più cari amici!
— Aggiustatevela tra voi — risposi — Vi prevengo che egli ha chiesto la mia cooperazione per sbarazzarsi del nemico; ed io son ben lontano dal prestarmi a tali servizi!
Allora i Sechi chiamarono il fratello Antonio e lo rimproverarono acerbamente per le sue sfuriate. Gli fecero osservare, che, non avendo figli, ei poteva sbizzarrirsi a suo talento; mentre essi avevano famiglia, nè volevano fastidi di sorta. Se egli era ben sicuro del suo fatto, poteva compensare il danno col togliere un altro bue dalla tanca del nemico: non però con un assassinio, che avrebbe tolto la pace e la tranquillità a due famiglie.
Le cose si aggiustarono e non si parlò più di vendetta. Io intanto ero riuscito a scuoprire il vero autore dell’uccisione del toro, ma non volli denunziarlo per non suscitare nuovi guai. Tacqui, e non mancai alle regole di cavalleria.
Da qualche tempo Antonio Sechi mi teneva il broncio, ed un bel giorno lo fermai:
— Perchè quel muso lungo con me? Metti giudizio!
— Non credevo che tu fossi così facile a riferire ai miei fratelli quanto ti avevo confidato!
— Miserabile! Non ti accorgi che sei appassionato e cieco, e che i tuoi fratelli vedono più lontano col naso, che tu cogli occhi? Io ho fatto il mio dovere, e tu farai il tuo desistendo da una vendetta insensata.
Antonio, che in fondo era di buon conto, finì per persuadersi che aveva torto, e mi ringraziò di avergli fatto risparmiare un eccesso.
— Sì: ti ho risparmiato un carico di coscienza; e so quello che mi dico. Un uomo non si uccide per un bue: si uccide per gravi ragioni d’onore e di odio fondato!
I fratelli Sechi mi ringraziarono di non essermi prestato ai capricci di Antonio, il quale era eccitato per il toro rubatogli. Io però non meritava i suoi ringraziamenti, ch’erano dovuti solo a Maria Antonia — alla mia bambina[21]!
CAPITOLO XII.
Il giudice di pace.
Visitavo da mattina a sera tutti i campi seminati con grano mio, ed ogni tanto davo appuntamento alla mia figliuola, per parlare delle cose nostre, o per raccomandarle l’ubbidienza alla nonna ed alle zie.
Frequentavo, come prima, tutti gli _stazzi_ della Nurra, e, più di tutti, gli ovili dei fratelli Sechi, sui quali potevo contare, perchè fedelissimi amici.
Trovandomi una sera alla _Sposada_, nell’ovile di Giovanni Sechi, chiesi a costui:
— Sai dirmi dove sia l’ovile di Giovanni Andrea Sedda?
Giovanni mi guardò con occhio diffidente, poichè sapeva che il Sedda aveva molti nemici, e pensava forse che io fossi incaricato di eseguire qualche vendetta per conto d’altri.
— Che ne fai di Giovanni Andrea?
— Desidero abboccarmi con lui, perchè ho appreso che egli ha ucciso due caprioli ad un tiro. Ho bisogno di una pelle per regalarla ad un amico. Non fantasticare, via! Giovanni Andrea mi è amico.
— Quando vi siete conosciuti? — mi domandò Giovanni, non ancora rassicurato sulle mie intenzioni.
— Lo conobbi nelle tanche di _Santa Barbara_, quando facevo l’agricoltore col suo compagno Baingio Dedola. Sono ripassato di là, per caso, al tempo della messe, ed egli mi ha pregato di far ricerca di una cavalla smarrita, che io infatti rintracciai in una tanca d’Osilo.
Giovanni Sechi parve convinto, e mi rispose:
— Giovanni Andrea Sedda sta nell’ovile di _Santa Giusta_.
Andai a trovarlo in sul tramonto; ma nell’ovile non trovai che la moglie, la quale non mi conosceva, e si mostrò titubante e dubbiosa.
Allora, per rassicurarla, le consegnai il mio fucile:
— Mettilo là in un canto, e dimmi dov’è tuo marito. Sono inerme!
La donna mi prese l’arma e mi disse:
— Mio marito sarà qui a momenti.
Aspettai il suo ritorno. Quando Giovanni Andrea si presentò all’ovile e mi vide, ci abbracciammo con affetto. La moglie, fuori di sè dalla gioia, ci riabbracciò entrambi. Si era assicurata che la mia visita non aveva uno scopo sinistro[22].
— Sei contenta, adesso? — le dissi — Dammi il fucile, poichè non posso farne senza. Tuo marito mi è amico!
Pernottai nell’ovile. L’indomani, dopo pranzo, si andò insieme a caccia di lepri e di pernici, in compagnia di altre quattro persone. I cani scovarono una lepre, che io sparai col fucile carico a palla, colpendola alla testa. Poco dopo, sempre a palla, presi di mira una pernice lontana e l’uccisi.
Giovanni Andrea mi fece i complimenti, dicendosi impressionato della mia bravura nel tiro, che conosceva solo per fama.
Verso sera, quando ci trovammo soli, egli mi propose, in tutta segretezza, di tenergli compagnia per togliere di mezzo un suo nemico.
— Chi mai?
Egli esitò alquanto, poi mi disse:
— Antonio Francesco Piu.
— Tuo cognato?!
— Lui! Andremo a Portotorres a trovarlo; saremo in sei. Tu sparerai, se ci sarà bisogno, altrimenti poco importa: avrai ugualmente i 200 scudi che ho deciso di darti.
Io gli risposi serio:
— Dimmi, Giovanni Andrea: saresti tu contento ch’io ti uccidessi, se tuo cognato mi offrisse 200 scudi? Tu, son certo, mi sborserai simile somma con sacrifizio, mentre tuo cognato potrebbe anche duplicarmela... Via, ricorriamo ad altri mezzi! A me basta l’animo di mettervi in pace, senza spargere sangue e senza gettare la discordia nelle vostre famiglie.
Giovanni Andrea esclamò:
— Non sai tu, dunque, che siamo otto uomini in causa, e se lui vive possiamo ritenerci perduti?
— Non preoccupartene. Dimmi solo: ci hai tu amici, nella Nurra, che ti vogliano bene?
— Ne ho molti.
— Ebbene, portami dal tuo più fido!
— Conosci Agostino Deroma, ricco proprietario della Nurra?
— Oh altro! è un uomo buono, e mi piace. Andremo insieme da lui.
Giorni dopo, infatti, andammo insieme all’ovile di _Saccheddu_, in _San Giorgio_.
Trovandomi solo con Agostino, gli dissi:
— Dimmi, Agostino: vuoi tu bene a questi fratelli Sedda?
— Sinceramente, come se mi fossero figli. Li ebbi pastori fin dal giorno che li ho allevati in casa mia.
— E ad Antonio Francesco Piu vuoi tu bene del pari?
— Gli voglio bene, perchè per tre volte mi è compare di battesimo.
— Vorresti, dunque, fare un buon servizio per il bene comune delle due famiglie?
— Ben volentieri, se mi sarà possibile. Dimmi che cosa vuoi.
— Orbene: tu devi andare a Portotorres per presentarti al tuo compare Antonio Francesco Piu. Fissandolo bene in viso per vedere l’effetto delle tue parole, gli dirai così: «State in guardia, compare, poichè ho veduto Giovanni Tolu in stretto colloquio con Giovanni Andrea Sedda ed altri vostri cognati!» Mi riferirai al tuo ritorno l’impressione risentita da Piu. Null’altro.
— Se non è che questo, sei bell’e servito!
Ritornato Agostino da Portotorres, mi riferì in confidenza, che Antonio Francesco Piu aveva impallidito e si era turbato.
— Benissimo. Ora lo abbiamo in mano! — esclamai contento; e rivolto ad Agostino:
— Chiedo un altro favore. Fra una quindicina di giorni ti recherai di nuovo da Antonio Francesco per riferirgli in nome mio, che ho bisogno urgente di abboccarmi con lui.
La risposta di Piu a Deroma fu questa:
«— Dirai a Tolu, che non posso per ora recarmi da lui; ma, se avesse bisogno di qualche cosa, me lo faccia sapere, chè lo renderò soddisfatto, senza pur bisogno dell’abboccamento.»
Raccomandai allora ad Agostino Deroma di comunicare al Piu, ch’io desiderava la sua riconciliazione coi cognati e cogli altri suoi nemici.
La risposta fu, che sarei stato soddisfatto.
Le cose prendevano dunque una buona piega, ed io non frapposi indugio a conchiudere la pace.
Parlai di questo fatto con Giovanni Sechi e con altre persone autorevoli e assennate della Nurra; ma tutti mi dichiararono di non aver fiducia nella parola di Piu, il quale non era uomo da mantenerla; motivo per cui sarebbe tornata vana la generosa opera mia.
— Dio voglia che egli mi dia la parola! — risposi — se poi vi mancasse, penserò io ad aggiustarlo!
* * *
Fermo nel mio proposito, trovai modo di riunire una settantina di persone in un dato punto; e quindi invitai Piu a recarsi alla Nurra.
Egli vi accorse in compagnia di tre suoi amici: Antonio Vincenzo Melis, Miali Ghera, e Filippo Cano, il famoso cacciatore.
Per luogo di riunione era stato scelto un vasto campo nella regione di _Puttu Esse_, sebbene io avessi proposto di riunirci in montagna, per essere più al sicuro. Mi si era fatto osservare, che essendo in settanta, e tutti armati, si poteva far fronte a cento carabinieri, in caso di un assalto.
— Quando i pericoli sì possono evitare — soggiunsi — è sempre meglio. Parmi stoltezza mettere a repentaglio la vita per futili motivi.
Gli amici insistettero, ed io mi lasciai convincere a rimanere in _Puttu Esse_.
Tutta la mattina fu impiegata nel divertimento del tiro al bersaglio. Il bravo cacciatore Filippo Cano prendeva diletto a misurarsi con me, ma io fui fortunato, e lo vinsi in tutti gli spari; poichè tenevo a non fallire un colpo, quando mi trovavo in compagnia d’altri.
Mentre le carni erano tutte al fuoco — poco prima di andare a pranzo — determinai di sbrigare la cerimonia delle paci.
La numerosa comitiva, divisa qua e là in gruppi, era intenta a discutere e a chiacchierare allegramente. Chiamai allora da una parte Antonio Francesco Piu e i suoi tre amici, e dissi loro, ridendo:
— Vogliamo finirla colle ciancie? Bisogna prima far le paci!
— Figlio mio — prese a dire Miali Ghera, ch’era il più anziano — noi nulla sappiamo di queste ragioni e di queste paci. Fa tu; disponi come meglio credi, e noi seguiremo il tuo consiglio.
— Ebbene, m’incaricherò io della cosa; ma fate silenzio e lasciate per un poco le ciancie.
— Aggiustati, figliuolo! noi siamo qui a tua disposizione.
Mi rivolsi a Piu, ch’era presente e non parlava.
— E tu, Antonio Francesco, dichiari di sottostare a quanto farò io?
— Ti ho dato la mia parola e la manterrò fino alla morte. Quello che ti piacerà fare sarà sempre ben fatto: per me e per gli altri!
— Sai che cosa dico? Dio vi guardi da una leggerezza! Colui che mancherà di parola, non avrà più da fare coi propri nemici, ma con me: con Giovanni Tolu, che ha assunto l’incarico di ravvicinarvi. Il bandito della Nurra, saprà punire il traditore della fede!
— È intesa! — esclamarono tutti.
Feci in seguito chiamare Giovanni Sedda, e tolsi da tasca una reliquia, che tenero involta in un fazzoletto. Questo talismano, benedetto da un prete, lo portavo sempre meco, poichè serviva per il bestiame malato. Lo si cuopriva di terra e vi si faceva passar sopra la mandra. Talvolta le faceva bene, tal altra non faceva nulla.
Presa in mano la reliquia, dissi rivolto a Sedda:
— Farai, tu, quanto ti comanderò di fare?
— Sono disposto a farlo!
— Orbene: tu, che sei il più anziano della famiglia, dovrai cresimare un figlio di tuo cognato Antonio Francesco Piu; e così voi sarete compari d’olio santo. T’impongo pure in penitenza, che, tanto tu, quanto i parenti e gli amici tuoi, ogniqualvolta vi recherete a Portotorres, non dimentichiate di far visita a Piu nella propria abitazione; e se Piu per caso non vi fosse, visiterete la moglie, o la famiglia, o la sua casa. Voglio che ciò si adempia! Farai tu il tuo dovere?
— Lo farò.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Recitato il mio sermone, invitai Antonio Francesco Piu e Giovanni Sedda a mettere la mano sulla reliquia benedetta. Compiuto il giuramento, dissi loro:
— Manca ancora una formalità.
— Quale?
— Il bacio della pace.
I due cognati si abbracciarono e si baciarono con trasporto.
Ottenuta la conciliazione di questi due, feci chiamare l’altro fratello Baingio Sedda, a cui domandai:
— Farai tu quanto ti comanderò di fare?
— Fino a morire!
— Orbene: appena tua moglie ti partorirà un figlio od una figlia, devi invitare Antonio Francesco Piu, tuo cognato, a tenertelo a battesimo; e così sarete compari; e quando ti recherai a Portotorres, o vi andranno i tuoi parenti ed amici, non dimenticherete di visitare in casa la sua famiglia. Così voglio, e così sia. Sei disposto ad ubbidirmi?
— Con tutto cuore.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Alla mia esortazione seguì il solito giuramento sulla reliqua, l’abbraccio, e il bacio della pace.
Allo stesso cerimoniale sottoposi Giovanni Andrea Sedda, terzo cognato di Antonio Francesco Piu.
Venne poscia la volta di Giovanni Foi e di Baingio e Salvatore Pinna, ai quali feci la stessa esortazione, invitandoli al giuramento, all’abbraccio ed al bacio.
I chiamati erano stati sei, poichè Piu mi aveva dichiarato di non conoscere altri nemici. Io non insistetti per prudenza, ma sapevo che ve n’erano parecchi altri, a lui ignoti. Non volli menzionarli per non tradirli, disposto com’ero ad adoperarmi perchè non gli facessero male.
Compiuta la cerimonia delle paci, si andò tutti a pranzo, in numero di oltre settanta.
* * *
Sdraiati sull’erba si mangiò con molto appetito, e regnò fra i numerosi commensali la più schietta allegria.
Sul finire del pranzo Filippo Cano, l’ottimo cacciatore, buttò in aria un piatto, e poi lo mandò in frantumi con una fucilata a pallini.
— Buttàtene un altro in aria! — gridai scherzando — chè non voglio lasciar solo un buon tiratore come il signor Filippo!
Fu lanciato un piatto a grande altezza; ed io, che avevo il fucile carico a palla, lo puntai e feci fuoco, rompendolo in due. Tutti i commensali proruppero in applausi, vantando il mio difficile tiro.
La comitiva volle in seguito divertirsi a tirare ad una grossa bottiglia, alla distanza di 200 passi. Io me ne stavo in distanza, senza prender parte alla gara. Parecchi amici si accostarono a me:
— Perchè non spari?
— Perchè da un’ora non siete riusciti ad _uccidere_ una bottiglia. Se io sparo l’_uccido_, e voi non vi divertirete più.
— Pròvati!
Puntai la bottiglia. Il primo colpo mi andò fallito; col secondo mandai la bottiglia in frantumi.
In altra parte del campo una ventina di tiratori erano intenti a sparare, a 70 passi di distanza, un piccolo bicchiere, nel quale avevano messo un fiore di papavero. Nessuno ebbe la fortuna di colpirlo.
Io, che stavo in disparte, conversando coi fratelli Sedda, mi avvicinai alla brigata:
— Perdio! voi fate vergogna ai tiratori. Siete da mezz’ora consumando polvere e palle, e non riusciste a rompere un bicchierino.
— Colpiscilo tu, dunque!
— Non col mio fucile — dissi sorridendo — ma colla mia pistola.
E armato il grilletto puntai... e il bicchierino andò in pezzi.
Era la terza vittoria che io riportavo quel giorno, dinanzi alla numerosa brigata, là convenuta per assistere alle paci. Non dovevo certo vantare a mia superiorità sugli altri. Fin da ragazzo mi ero esercitato nel bersaglio, e la mia condizione di bandito mi aveva aguzzato maggiormente l’occhio. Ci era di mezzo la vita, se io falliva un colpo!
Quel giorno, nel campo di _Puttu Esse_, erano intervenute molte donne, per preparare il pranzo a settanta persone; ma vi mancava la moglie di Antonio Francesco Piu, dalla quale da tempo egli viveva separato. Questa separazione era stata la causa prima dell’inimicizia coi cognati.
Alcune di queste donne, verso sera, mi chiamarono in disparte, per raccomandarmi di rendere complete le paci, col ravvicinamento del marito alla moglie.
— Per oggi dovete rinunziarvi — risposi — Vi prometto di occuparmene un’altra volta.
Sull’imbrunire presi commiato dalla comitiva, e ciascuno tornò a casa.
* * *
La riunione a _Puttu Esse_ aveva avuto luogo nei primi di maggio del 1858. Venuta la festa di San Gavino — la quale chiama molto concorso a Portotorres — consigliai i cognati e le cognate di Piu di condurre con loro alla casa di quest’ultimo la moglie Maria Antonia e le sorelle, come per fargli visita.
Si eseguì quanto io avevo consigliato.
Quando Antonio Francesco Piu, entrando in casa, vide la propria moglie, parve comprendere, e le disse tra il dolce e il grave:
— Tu sei già stata altra volta in questa casa. Se vuoi rimanere, sei padrona; se vuoi andartene, fa il piacer tuo. Dal canto mio ti dico, che sarebbe meglio di fermarti!
Si pianse tutti di commozione, e fu una giornata indimenticabile. I cognati e gli amici presero commiato da Antonio Francesco Piu, lasciandolo solo con Maria Antonia; la quale, da quel giorno, visse in pace col marito, e benedisse la provvidenza che le aveva risparmiato tante amare lagrime.
Quando la comitiva tornò alla Nurra, le andai incontro sorridendo:
— E Maria Antonia? — chiesi.
— È col marito! — risposero tutti allegramente, e mi narrarono la scena avvenuta.
— Vedete? — conchiusi. — Quando c’è Dio per lo mezzo, le cose si aggiustano sempre; ma bisogna credere in Dio, e non fare la vita dei beduini!
Antonio Francesco Piu si era riconciliato coi nemici, e la giustizia volle tutti dimenticarli. Ed è così che si fanno le paci: coll’amore, e senza spargere una goccia di sangue.
Non pochi pastori della Nurra avevano dubitato della fede di Piu; eppure s’ingannarono. Le paci durarono a lungo, e fu una grazia per le due famiglie, ch’erano alla vigilia di distruggersi a vicenda.
Soddisfatto e felice dell’opera mia, io ritornai nella solitudine: alla mia vita randagia e tribolata. Tutti erano contenti — meno io ch’ero riuscito ad ottenere la pace altrui.
Per me non vi era che la dolce immagine della mia bambina; e quando alla sera, stanco e sconfortato, mi sdraiai in un macchione, recitai la mia solita preghiera pensando a lei — alla mia piccola santa!
CAPITOLO XIII.
A «Monte Rasu.»
Le paci fatte a _Puttu Esse_, nonchè la riconciliazione dei coniugi Piu, valsero a rendermi popolare nella Nurra, attirandomi le simpatie di molte persone rispettabili di Sassari e Portotorres.
La mia riabilitazione cominciava.
Datomi alla macchia nel 1851, per sette anni i miei casi si erano svolti in un’alterna vicenda di bene e di male. La mia vita era stata come un’incostante giornata di novembre: — qua un lembo d’azzurro, là una nuvoletta che offuscava il sole; a levante uno sprazzo di luce, a ponente un orizzonte nero, che preannunziava il temporale.
Forte nell’amore della mia figliuola, da tre anni vivevo tranquillo. L’odio non aveva più tormentato il mio cuore, e la giustizia era stata meno feroce nel perseguitarmi. Ma forse non meritavo tanta felicità, poichè il destino volle mettermi di nuovo a dura prova.
Sull’imbrunire di un giorno di maggio, in _Badde Cubas_, percorrevo a cavallo un _cammino reale_ (così noi chiamiamo una strada di passaggio, e di molto trafico in aperta campagna). Tormentato da più giorni da un foruncolo all’anca, avevo ripiegato a mo’ di cuscino il mio cappotto sulla sella, per meno inasprire la piaga.
Ad un tratto mi trovai di fronte ad una brigata di sette uomini, che cavalcavano di conserva. Li credetti carabinieri, poichè uno di essi montava un cavallo grigio, simile a quello che soleva portare il brigadiere.
Piedi di sprone al cavallo e mi cacciai in un _cammino falso_ (scorciatoia poco battuta).
La trottata a precipizio mi aveva inasprito il foruncolo, in modo che n’ebbi la febbre per parecchi giorni.