Part 6
Camminai in punta di piedi, temendo di svegliarla.
Giunsi sul luogo, e vidi una bambina rosea sdraiata su alcune gonnelle e cappotti ripiegati. Ella dormiva placidamente. Le mietitrici, lontane, erano intente al lavoro.
Stetti alcuni minuti contemplandola in silenzio. Il mio cuore batteva violentemente. Mi pareva di sentire delle lagrime agli occhi.
— Sì: questo è mio sangue! è mia figlia! — esclamai quasi inspirato da uno spirito misterioso che mi parlava all’anima[17].
Feci alcuni passi indietro, e dissi al fantino:
— Va subito a chiamare la zia!
Maria Vittoria accorse, ed io le dissi:
— Sveglia tu la bambina; io non l’oso, perchè non mi conosce e si spaventerebbe.
Appena svegliata, dissi rivolto alla zia, tanto per cominciare un discorso:
— Di chi è figlia, costei?
E quella stupidamente:
— Che sappiamo noi di chi sarà figlia?!
Queste parole mi fecero fremere.
La bella bimba — a cui la zia in precedenza aveva annunziato l’arrivo del babbo — udendo le parole di Maria Vittoria, si mise a piangere in modo, che non ci fu verso di calmarla.
Vedendo inutile ogni sforzo, pregai la zia che conducesse seco la bambina, per riportarmela più tardi, quando l’avrebbe veduta tranquilla.
Maria Vittoria si rimise al lavoro, ed io rimasi solo, coll’occhio fisso sul giaciglio, dove la mia piccina aveva riposato.
Dopo una diecina di minuti vidi la bambina venir sola alla mia volta, mandata dalla zia per portarle la gonnella, che si trovava fra gli indumenti e le bisaccie dei mietitori.
Io le rivolsi dolcemente la parola, componendo il mio volto ad un sorriso:
— Vieni qui, Maria: non aver paura: sei la mia figliuola!
E così dicendo la carezzai, baciandola più volte sulle guancie.
— Va a portare la gonnella alla zia... e poi torna qui... dal tuo babbo!
Aiutai la bambina a caricarsi la gonnella ripiegata; indi si allontanò. Io l’accompagnai cogli occhi lagrimosi e col cuore gonfio di emozione, aspettando con ansia il suo ritorno.
Pare, però, che non si decidesse a tornare indietro, poichè la zia dovette lusingarla, dicendole che le avrei dato danaro.
A questa promessa ella cedette, e si avvicinò a me tutta esitante e vergognosa.
Tolsi dalla mia bisaccia un uovo e un pezzo di pane, che addentò avidamente.
— Oh il pane bianco! — esclamò.
Io riceveva con frequenza il pane fresco di semola, che mia madre faceva apposta per me.
— Non ne mangiate, dunque, di questo pane, voi?
— Oh, no!
— Che pane mangi?
— Pane d’orzo.
— Siete dunque molto poveri?
La bambina mi guardò senza rispondere.
— Vedi — soggiunsi — mamma Bazzone (così i nipoti chiamavano mia madre) ha una cassa piena di danaro. Io le dirò che ti faccia un bel vestito nuovo di panno; e tu ne andrai con lei a San Gavino di Portotorres. Mamma Bazzone t’insegnerà la _dottrina_, ed io ti farò insegnare a leggere ed a scrivere. Ricordalo, veh! quando ti chiamerà mamma Buzzone, vacci subito. Tu verrai poi da me con Petronilla, ed io vi darò i confetti!
Petronilla era la sua piccola cugina, figlia di Felice, il mio fratello maggiore.
La bambina mi guardava con stupore, sbocconcellando il pane con appetito.
La presi in braccio, la baciai più volte, e la condussi così da un punto all’altro dell’aia, facendole mille domande. La bambina aveva preso con me confidenza, e si mostrava meno timida.
— La sai la _dottrina_?
— La mamma non me l’ha insegnata.
— Te la insegnerà mamma Bazzone, se andrai spesso da lei.
Si era fatto tardi; le tenebre cominciavano a calare, ed io avevo quasi dimenticato la mia trista condizione, gli agguati ed i nemici miei.
Feci passare la figliuola dalle mie braccia in quelle della zia Vittoria, e ci separammo.
Accompagnai cogli occhi quelle due figure, e non mi mossi, finchè non le vidi scomparire dietro a un folto cespuglio.
Allora mandai un profondo sospiro, e continuai ad errare per la campagna, felice di quell’incontro che aveva gettato tanta luce nel mio povero cuore.
* * *
Pochi giorni dopo mandai a dire a mia madre che venisse a trovarmi nella vigna dello zio (in _Calchinada_) conducendo seco le due nipoti, Petronilla e Maria Antonia.
Esse vennero; ed io, che avevo le tasche piene di confetti, cominciai a distribuirne a profusione all’una e all’altra.
Petronilla si diè a divorarli facendo festa, ma la mia bambina li lasciò nel cartoccio, come glie li avevo dati.
— Perchè non mangi i confetti? — chiesi alla mia figliuola.
— Li conservo per la mamma — mi rispose timidamente.
Il nome di mia moglie mi gelava il riso sulle labbra.
Si fece pranzo a mezzogiorno colle provviste portate da mia madre. In sulle prime la mia bambina non voleva toccar nulla; ma, pregata da me, si diede poi a mangiare con avidità.
— No, no: così non voglio! — esclamai — Temo che ti faccia male.
Passai la giornata giuocando con la mia figliuola, fino a stancarla. Ad un certo punto ella mi disse, carezzandomi la barba:
— Mi avevi promesso danaro. Non me ne dai?
— Ma sì, che te ne do. Dimmi quanto vuoi.
Pensò alquanto, poi disse:
— Voglio... cinque soldi!
— E a chi li dai? — le chiesi un po’ serio.
La bambina mi fissò impacciata; e per non dirmi che li dava alla mamma, preferì tacere e più non volle danaro.
Chi le aveva detto che il nominare la mamma mi faceva dispiacere?
In quei giorni avevo ideato un mondo di progetti. Dissi a mia figlia:
— Non sai? ho fatto la bandiera a S. Paolo. Se tu verrai da me con mamma Bazzone, ti farò vestire tutta di panno, ti farò un bel giubbetto, un paio di scarpe nuove, e ti farò condurre alla festa sul mio cavallo. La bandiera sarà tua!
La piccola Maria, ch’io teneva fra le ginocchia, apriva tanto d’occhi e mi guardava:
— L’ho visto, sai, il tuo cavallo? lo portava il fantino Francischello, e si rizzava diritto diritto, facendo colle zampe così...
E la bambina imitava colle manine l’inalberarsi del cavallo.
Erano tutte sciocchezze, ma io mi divertiva un mondo.
Dissi a mia madre:
— Hai inteso? Porta la mia figliuola da mia nipote Giustina, la sarta, e falle fare un bell’abito di panno, alla sarda; poi falle fare un busto, un corsetto, il giubbone, un paio di calze, e le scarpette nuove. Pago io!
Poi dissi alla bambina:
— Questo vestito vecchio, che ora indossi, appena avrai il nuovo, portalo alla mamma tua, e dille che lo conservi. Penserà il babbo, d’ora innanzi, a farti gli abiti belli!
Ciò dissi per scherzo, ma la bimba non lo dimenticò; e quando un mese dopo ebbe le vesti nuove, presentò le vecchie alla mamma, ripetendo quanto io le aveva detto.
* * *
La bambina aveva indossato gli abiti alla vigilia della festa di San Paolo. Così vestita uscì sulla strada; e vedutala un mio zio prete, chiese al vicinato:
— Di chi è quella graziosa bambina?
— È la figlia di Giovanni Tolu!
Il prete allora le regalò mezzo scudo; e l’avvocato Paolo Satta, che si trovava quel giorno a Florinas, chiamò la mia bambina per darle una pezza di sette _reali_ e mezzo.
Quando mi si riferirono queste cose, mi sentivo orgoglioso di essere il babbo della piccola Maria Antonia[18].
CAPITOLO IX.
A San Paolo di Monti.
Poco dopo rincontro con la mia bambina, mi era nata l’idea di portare come voto una bandiera a San Paolo, nel giorno della festa. Ne parlai per il primo al mio parente Piana, il marito della serva di prete Pittui, col quale mi ero un po’ riconciliato. Egli si offrì spontaneamente a contribuirvi per la metà; ma essendosi in seguito unito ad altri, non volli più sapere di soci, e feci eseguire la bandiera a tutte mie spese.
La mia bandiera era bellissima, speciale. Mi ero rivolto a diversi negozianti della piazza di Sassari, i quali pensarono a tutto. Vi spesi oltre 400 lire; poichè 76 scudi mi costò la stoffa e l’asta, 4 scudi l’effigie di San Paolo, e 2 scudi la colomba da collocarsi sulla sommità della croce.
La festa di San Paolo ha luogo nelle vicinanze del villaggio di Monti ai 17 di agosto. È propriamente la festa dei banditi, e chiama gran folla di devoti da ogni parte della Sardegna, specialmente dal capo settentrionale.
Alla vigilia della festa i miei fratelli, con uno zio di mia madre, accompagnati da una quindicina di persone, tutti a cavallo, mossero da Florinas per San Paolo di Monti. La mia bambina sedeva in arcione con lo zio Giomaria; il mio fratello Peppe portava la bandiera da me provveduta.
Avevo raccomandato a mia madre di dire ai parenti che avessero dato alla mia figliuola abbastanza danaro, e che non l’avessero disgustata.
Col cuore straziato per non poter andare alla festa, ma fiero di quella comitiva che conduceva la bimba e la bandiera mia, rimasi per un’ora sul ciglione della strada, per dove la cavalcata doveva passare.
Li vidi finalmente da lontano, in un nembo di polvere, e mi si gonfiò il cuore. Quando giunsero a me dinanzi, si fermarono tutti. Io gridai a mio fratello Peppe:
— Spiega la bandiera, perchè si veda!
La fissai con orgoglio, e diedi uno scudo alla bambina; la quale, tutta lieta e sorridente, mi disse:
— Babbo: dallo a _Tiu Mia_ (Zio Giomaria) che ha il mio danaro!
Tornai ad avvertire la comitiva, che non disgustassero la mia figliuola, ma che le dessero quanto avrebbe chiesto, soddisfacendo ogni suo desiderio. Avrei rimborsato qualunque spesa.
La comitiva si mosse continuando la sua strada; ed io commosso l’accompagnai cogli occhi, salutando con una mano la figliuola, e rasciugando coll’altra una lagrima di tenerezza.
* * *
Alla festa di San Paolo di Monti accorreva in altri tempi un gran numero di banditi; i quali vi godevano piena libertà, essendo stato vietato ai carabinieri d’intervenirvi.
Si recavano colà i soli banditi dei dintorni, poichè i lontani non si fidavano per i molti sentieri sospetti e pericolosi.
Verso il 1854 avvenne a San Paolo una rissa sanguinosa, in cui un festaiuolo uccise un _torronaio_ pattadese. Dietro a quel caso, dall’anno susseguente, il Governo mandò alla festa un forte nerbo di soldati, obbligando i festaiuoli a recarvisi disarmati. Il divieto delle armi allontanò per sempre i banditi dalla chiesetta di Monti.
I devoti entrano prima in chiesa per fare orazione; indi rimontano a cavallo, spiegano la bandiera, e fanno per tre volte il giro della chiesa, fermandosi ogni volta dinanzi alla porta per salutare il santo. Ciò eseguito smontano di nuovo da cavallo, rientrano in chiesa, e dispongono le bandiere in bell’ordine ai due lati del simulacro.
Messe le bandiere a posto, e fatta la preghiera, si pensa a far custodire alla meglio i cavalli; e poi di nuovo tutti uniti in chiesa, per recitare una terza orazione.
L’anno ch’io mi recai alla festa di San Paolo (verso il 1846) contai sul luogo 72 bandiere — senza tener conto di altre 14 che mancavano da Bottida, poichè il paese era in lutto per un attacco sanguinoso fra due partiti. Si può quindi immaginare il numero dei festaiuoli devoti; toccavano i quattromila.
* * *
Non mancarono i parenti e gli amici di darmi ragguaglio sul viaggio della mia bambina e sull’ammirazione che destava la mia bandiera.
La mia bambina, meravigliata di quanto vedeva, si accostava ogni tanto allo zio:
— _Tiu Mia_, dammi danaro!
— Quanto vuoi, figliuola?
— Mezzo _reale_.
— Che ne fai?
— Per comprare i confetti.
Come lo zio glie li comprava, Maria Antonia non faceva che distribuirli alle bambine e ai bambini che l’attorniavano, cosichè ben pochi glie ne rimanevano. Quando li aveva esauriti tornava a mio fratello:
— _Tiu Mia!_
— Che vuoi?
— Mezzo _reale_!
E così continuò il giuoco dei _mezzo reali_ da baracca in baracca. La mia bambina pagava, gli altri mangiavano, ed io fui soddisfatto del buon cuore della mia figliuola verso i piccoli compagni di baldoria.
A festa finita furono tutti di ritorno a Florinas, ed io di nuovo li aspettai sul ciglione della strada per vederli e salutarli colla gioia nel cuore.
Quando l’allegra comitiva a cavallo giunse vicino al convento di Ploaghe, i frati si fecero al portone per vederla sfilare.
Il vecchio guardiano disse a voce alta ai suoi confratelli, indicando lo stendardo spiegato:
— È questa la più bella bandiera finora andata a San Paolo di Monti!
Entrati in Florinas, si recarono tutti in casa di mamma Bazzone per accompagnarvi la bambina e per deporvi la bandiera. Ivi fu fatta larga distribuzione di confetti e di torrone alla famiglia, come avevo raccomandato.
In seguito la comitiva si sciolse, e ciascuno si ritirò nella propria abitazione.
La mia bambina, dopo essere andata dalla mamma per farle parte dei confetti e dei torroni, era ritornata in casa della nonna per i preparativi di un nuovo viaggio, che doveva effettuarsi due giorni dopo.
CAPITOLO X.
La scolara insegna il maestro.
Uno dei progetti da me fatti, dopo il primo incontro colla bambina, era stato quello di separarla dalla madre, presso la quale la credevo in pericolo per l’avvenire.
Ponderate le cose, consigliatomi colla vecchia, e tutto combinato, fu stabilito di aspettare unii buona occasione per allontanare la bimba da Florinas.
A Portotorres io aveva due sorelle, Maria Andriana e Giustina, maritate a due pastori, colà domiciliati. Era dunque in quel paese che pensavo di collocare la mia figliuola, facendovi a lungo fermare la nonna per meglio assisterla e sorvegliarla, e dubitando che le mie sorelle non avessero tutto il tempo necessario per incaricarsi di lei.
Ne’ miei propositi non frapponevo indugio; ond’è che mi ero dato attorno per effettuare il mio disegno.
Si trovava in quei giorni a Florinas la moglie del mio amico Antonio Giuseppe Zara, un carrozziere florinese, da qualche anno stabilito a Sassari. Costei aveva ricevuto una lettera dal marito, che la richiamava a Sassari; e si pensò di approfittare del legno spedito, per far viaggiare la vecchia e la bambina.
Il giorno susseguente alla festa di San Paolo, la bambina prese commiato dalla mamma, e venne con la nonna a Sassari, dove rimasero una sera. L’indomani, colla carrozza dello stesso Zara, si trasferirono a Portotorres.
La vicinanza di questo paese alla Nurra (mio abituale soggiorno) e la convenienza di poter far dare dalle mie sorelle una buona educazione alla mia bambina, mi avevano determinato a questo passo.
La mamma, ogni sera, conduceva la mia figliuola e gli altri nipotini alla basilica di San Gavino, per far loro insegnare la dottrina cristiana — sempre cantarellando, com’era il sistema d’allora.
Quando avevo piacere di abbracciare o di conferire colla mia bambina, mandavo un messaggio segreto alla nonna; e mio cognato si affrettava a portarmela all’ovile, o ad altro luogo da me designato.
Sedevo Marietta sulle mie ginocchia, giuocavo con essa come un bambino, e cercavo di darle consigli e ammaestramenti. Poi toglievo da tasca l’_Ufficio_ od altro libro, e cercavo d’insegnarle le lettere iniziali.
Era davvero curioso, vedere il bandito terribile, armato fino ai denti, in uggia alla giustizia, passeggiare fra i macchioni con una bambina di sette anni in braccio! Col cuore pieno di gioia, io baciavo la mia creatura, guardandomi attorno con diffidenza, per sfuggire al pericolo di una brutta sorpresa di carabinieri.
[Illustrazione: Il bandito e la sua bambina]
Pareva che al mio fido cane fosse noto il valore del tesoro che custodiva. Esso faceva le feste alla bambina, e sembrava più attento nel far la guardia. Spesse volte l’innocente creatura andava a carezzare il cane e gli sedeva vicino, appoggiandogli la testa sul dorso. E dire che non c’era uomo che avesse osato accostarsi a quella bestia feroce!
Venuta l’ora di separarci, io baciava a più riprese Maria Antonia, e le raccomandavo di far da brava e di essere ubbidiente alla nonna ed alle zie. Dio sa che cosa pensava quell’innocente del mio ritiro selvaggio! Non immaginava certamente la ragione per cui non visitavo la casa della zia, rinunziando alle sue carezze.
— Dove vai adesso, babbo? — mi domandava talvolta, quando le dicevo ch’era l’ora di separarci.
— Vado... a caccia!
— A uccidere gli uccelli?
— Sì: gli uccelli cattivi: i buoni li lascio in pace!
Oh, se i miei giudici fossero stati presenti a queste scene, forse mi avrebbero perdonato!
* * *
Appresa la dottrina in chiesa, diedi ordine che la bambina fosse mandata alla scuola di Portotorres. Io volevo che la mia figliuola imparasse a leggere ed a scrivere; volevo che per il momento non servisse nessuno.
Per molti anni la mia figliuola frequentò la scuola di Portotorres, sempre sorvegliata dalla nonna, da mie sorelle e dai miei cognati. Mia madre conviveva con una delle figlie, non avendo aderito al mio desiderio, che era quello di ritirarsi in casa a parte, per meglio dedicarsi alle cure della nipotina disgraziata.
Mia figlia contava tredici anni, quando l’insegnante ordinò, che ciascuna scolara cucisse una camicia da uomo, senza portare il lavoro a casa.
Quando ciò seppi, diedi ordine alla nonna che comprasse per la mia figliuola una tela finissima, perchè potesse meglio lavorare, e perchè non si torturasse le dita.
Il risultato fu ottimo e lusinghiero. La camicia eseguita dalla mia bambina fu giudicata fra le migliori della scuola.
Per meglio assicurarmi che la mia figliuola studiava, pretesi che essa mantenesse con me una corrispondenza epistolare.
Le lettere di mia figlia (che talora mi facevo leggere da altri, poichè stentavo a decifrare il manoscritto) fecero in me nascere il vivo desiderio d’imparare a scrivere. Mi procurai un quaderno; e, colla pazienza di un carcerato, appena ricevevo una lettera di Maria Antonia, ne imitavo le lettere maiuscole e le minuscole; fino a che, dopo due anni, io ero riuscito a rispondere alla mia prima scolara, la quale era diventata la mia maestra. Leggevo gazzette e libri e mi mantenevo in continuo esercizio. Io debbo a quella creatura il poco che so. Nelle mie saccoccie, insieme alle palle, alla polvere ed al coltello, non mancavano mai i quaderni ed il calamaio. Facevo allo stesso tempo il bandito e lo scolaro!
* * *
In quel frattempo la maestra di Portotorres, volendo correggere una scolara che aveva commesso non so che impertinenza, la percosse e la buttò in terra; tantochè la poverina ne fu malconcia, ammalossi, e ne morì agli otto giorni.
La maestra era in intimi rapporti col pretore di Portotorres; e raccomandò alle scolare, con minaccie, che nulla dicessero delle percosse date alla scolara morta.
Interrogata la mia bambina dal giudice istruttore, essa si chiuse nel silenzio: non disse bene, nè male. Spaventata però dai continui interrogatori e dalle minaccie della maestra, essa divenne ribelle, e non volle andare più a scuola.
Ciò saputo, feci venire a me la figliuola e le dissi:
— Tu ritornerai alla scuola quando ci sarà una nuova maestra: colla vecchia mi aggiusterò io!
Capitavano spesso nella Nurra, per partite di caccia, amici e consiglieri comunali di Portotorres; ed io mi dolsi con essi del poco conto che tacevano di una maestra che uccideva le scolare.
— O mandatela via — conchiusi — o penserò io a licenziarla!
Seppi, dopo pochi giorni, che il comune aveva diminuito sensibilmente lo stipendio alla maestra, con lo scopo di costringerla ad andarsene.
Intanto io, per affrettare le pratiche, scrissi una lettera all’insegnante, invitandola a recarsi da me. Le dicevo, fra le altre cose, che, anche bandito, potevo offrire ad una signora un pollastro od un capretto.
La maestra mi rispose con lettera che non poteva soddisfare al mio desiderio, dovendo trasferirsi ad Ozieri, sua nuova residenza. Mi pregava inoltre di lasciar andare con lei la mia figliuola, la quale era studiosissima e poteva far progressi. Intanto mi dava l’indirizzo della casa di Ozieri, presso la quale sarebbe stata a pensione.
Non mi curai più di lei. Il comune aveva nominato una maestra del paese, il cui marito era insegnante della scuola maschile. Questa donna, trovandosi incinta, aveva incaricato la mia figliuola di prendere la lezione alle compagne. Lusingata da simile fiducia, Maria Antonia si determinò a frequentare la scuola per altri due anni.
* * *
Mia madre si recava di tanto in tanto a Florinas per visitarvi i parenti, ma ritornava subito a Portotorres per sorvegliare Maria Antonia. Ero io che pensava a mantenere la vecchia; e ci tenevo!
Fin dal primo anno che avevo ritirato la bambina da Florinas, Maria Francesca si era recata a piedi fino a Portotorres, per rivedere la sua creatura. La prima volta trovò in casa mia sorella Andriana, la quale si rifiutò a mostrarle la bambina, dicendole ch’era a scuola.
La seconda volta vi trovò invece mio cognato, il quale, più pietoso, non solo la ricevette, ma l’ospitò in casa una notte, con cruccio della moglie, e con cruccio mio quando me lo riferirono.
Al terzo anno la madre disgraziata si ammalò gravemente di angina, e fece scrivere una lettera alla figliuola, dicendole che voleva abbracciarla prima di morire.
In famiglia non sapevano dove io mi trovassi per chiedermi consiglio. Mio cognato allora, dietro il caso urgente, condusse addirittura la mia figliuola a Florinas per abbracciare la mamma.
Montai sulle furie quando ciò seppi, e sgridai fortemente mia sorella, dicendole che non volevo, senza mio ordine, che la figliuola uscisse da Portotorres. Scrissi subito la seguente lettera a Maria Antonia[19]:
_Cara figlia_,
«Ti voglio subito in casa a Portotorres. Tu hai fatto uno _sbaglio_ recandoti a Florinas senza il mio consenso. Sei partita senza un mio consiglio e senza i soldi che ti avrei dato. Non lo farai più un’altra volta, spero.
Tuo babbo
Giovanni Tolu.»
La madre di Maria Antonia, a cui il sindaco mostrò la lettera, asserì che era falsa; ma il sindaco dichiarò che conosceva la mia scrittura.
Mia figlia era ritornata a Portotorres, dopo quattro giorni di assenza.
* * *
Continuai intanto ne’ miei esercizi calligrafici, e mi ero dato a leggere con più passione libri di ogni genere, specialmente i sacri e quelli che trattavano di fatti bellicosi. Fra gli altri avevo preso diletto a leggere la Bibbia del Diodati. Un mio nipote che studiava per farsi prete, mi avvertì un giorno ch’era un libro da dare alle fiamme.
— Io lo trovo bello e buono, e non lo brucio! — gli risposi.
Volli nondimeno consultarmi con altro prete parente (il teologo Cugurra rettore di S. Catterina) il quale mi disse:
— In fondo non è che un ristretto (!) della vera Bibbia, ma i precetti vi sono sani. Così li osservassero tutti i cattolici, in questi tempi di miscredenza e di pazzie _quarantottesche_!
Ciò inteso, continuai la lettura del libro sacro di Diodati, e tolsi ogni scrupolo dalla mia coscienza.
CAPITOLO XI.
Vita nuova.
Dopo il ritiro della mia bambina da Florinas, io sentiva nell’anima un sentimento che non sapevo spiegarmi, una gioia mai provata, che mi rendeva quasi felice. Sopportavo con più rassegnazione il disagio e la solitudine; sentivo più vivo il bisogno di amare, e meno intenso l’odio verso i miei nemici Mi sembravo un altro! Un repentino cambiamento si era in me operato. Vi erano momenti in cui mi sentivo capace anche di perdonare.
Quella bella creatura ingenua, quella bambina innocente aveva portato un raggio di sole nella mia anima: mi aveva fatto dimenticare tutte le amarezze che la madre aveva versato nel mio cuore.
Oramai non ero solo: io aveva una casa, avevo una famiglia, per formar la quale ero andato incontro all’odio di tutti.
Preoccupato com’ero di quella fanciulla, per più mesi non avevo potuto pensare ad altri: a null’altro, tranne che a preservarmi dalla persecuzione delle spie e dei carabinieri; perocchè la vita e la libertà mi erano divenute care, dopo aver avvinto al mio destino il destino della mia figliuola, alla quale dovevo procurare tutte quelle felicità, che a me erano state tolte.