Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 5

Chapter 53,855 wordsPublic domain

— Bisogna pensare da una buona volta a liberarci da Giovanni Tolu. Tolto lui di mezzo, i suoi parenti, che oggi a noi s’impongono, diventeranno mogi al nostro comando. Il paese è intranquillo, ed è dovere di ogni cittadino mettere quel ribaldo nell’impossibilità di nuocere!

Quando i due signori così parlavano, fermi in un viottolo, volle il caso che una mia nipote li udisse dalla finestra, sotto la quale essi cianciavano.

Ne fui informato.

Appena si sparse la voce delle minaccie di costoro, a me riferite, gli altri rispettabili del paese se ne impressionarono vivamente, prevedendo qualche mia vendetta.

Si diedero tutti attorno, per persuadere i miei fratelli e i miei congiunti, che nessuno pensava a farmi male.

Fra le altre persone impegnate, venne a me il fratello di uno dei ciarloni, beneficiato allora nella cattedrale di Sassari. Egli, alla larga, mi esortò a far da bravo, a perdonare, e a non prestar fede a _certe dicerie_.

Figurarsi se io poteva dubitare delle orecchie di mia nipote, che mi voleva bene!

Risposi al canonico:

— So che lei, come confessore, ha l’animo disposto ad assolvere tutti i peccati, di cui un zoticone si accusa. Se vuole che anch’io perdoni, deve dirmi di qual peccato intende parlarmi. Ella — mi scusi — non è che un credenzone, il quale vuol cuoprire le piaghe degli altri, senza preoccuparsi di quelle che ha in casa!

E senz’altro piantai il canonico.

Conosciuta la mia risposta, i due signori chiacchieroni credettero prudenza uscir di casa accompagnati; e la paura li acciecò talmente, che giunsero ad asserire d’esser stati una sera da me inseguiti. Era questa una solenne bugia, che mi fece sorridere. Credendosi da me pedinati in campagna, un giorno essi fecero una mezz’ora di strada alla corsa, per salvare, la pelle... di cui non sapevo che farmi!

* * *

Quantunque bandito, non ho mai tralasciato le mie pratiche religiose. Leggevo sempre l’ufficio della Beata Vergine; recitavo le orazioni del mattino e della sera; pregavo per i defunti, e frequentavo la chiesa e la confessione.

Il rettore Dettori, di Florinas, mi conduceva dentro la chiesa, facendomi passare per una scaletta segreta, che dalla sua casa vi comunicava. Mentre al di fuori i barracelli facevano la guardia, io, bandito, tutto solo col prete, servivo ed ascoltavo la messa allo stesso tempo, e mi confessavo una volta all’anno.

Questo rettore in quel tempo mi diceva:

— Figlio caro: tu devi dare le spalle a tutte le dicerie che corrono, a riguardo dei supposti signori che ti fanno la spia.

Io rispondeva:

— A me basta che non mi cerchino. Lei però, come padre spirituale, che conosce e vuol bene a tutti questi signori, dovrebbe avvertirli che facciano il proprio dovere, badando al fatto loro; poichè se mi cercano, correranno il pericolo della vita. Lei può far loro del bene. Veda? noi adesso siamo in chiesa, nella casa del Signore; io mi sento contrito, perchè mi sono confessato e comunicato; eppure, se questi signori mi sapessero qui, sarebbero capaci di darmi l’assalto anche a piedi dell’altare.

— No, figlio mio!

— Le dico di sì! Or senta, signor rettore. Se i suoi amici qui mi assalissero, io li ucciderei, perchè ho il dovere di conservare la mia vita con tutte le forze. Mi sono riconciliato con Dio, non farò male a nessuno; ma se mi cercano, mi trovano, e non rinunzio al mio diritto di difesa!

Questo parroco, mio confessore, aveva una paura maledetta di me.

Un giorno capitai nella valle di _Nolo gialvu_; dove mi trovai col rettore Dettori, col notaio Oppia, e diversi altri colà convenuti por assistere alla tosatura delle pecore di Don Ignazio Piras.

Vedendo un libro nel taschino della mia giacca, il notaio mi chiese di che trattasse.

— È l’ufficio della Beata Vergine in latino regalatomi dal rettore — risposi.

— Che ne capisci tu?

— Qualche cosa ne capisco, perchè ho fatto il sagrestano.

Il rettore allora soggiunse gravemente:

— Ancorchè lui non lo capisca, Iddio accoglie le sue orazioni, perchè conosce tutte le lingue. Basta in Tolu la fede, e Dio lo ascolterà.

Don Ignazio voleva che quel giorno rimanessi là a pranzo colla brigata; ma io ricusai per far piacere al rettore, il quale si mostrava intranquillo alla mia presenza.

* * *

Narrerò sulle spie un altro episodio, avvenutomi nella Nurra.

Fra le donne mie favorite era la moglie di un pastore nurrese, certa Anna Maria, colla quale ero in relazione da qualche tempo.

Il pastore, non so se per qualche imprudenza della moglie, o per la relazione di qualche maligno, entrò in sospetto, divenne geloso, e mi guardava in cagnesco.

Accortomi del suo malumore, feci l’indifferente, e lo tenni d’occhio.

Non potendo egli prendermi di fronte, perchè mi temeva, pensò di vendicarsi in altro modo; e si diede allo spionaggio, per farmi cadere nelle mani della giustizia.

Anna Maria, in confidenza, mi pose sull’avviso, ma io dubitavo delle minaccie di quel gradasso geloso.

In quel tempo un carabiniere disse in segretezza ad un suo e mio amico nurrese:

— Senti. Tu conosci Giovanni Tolu; digli che Tomaso gli fa la spia perchè è geloso della moglie. Che si guardi, poichè noi dobbiamo fare il nostro dovere!

Un altro giorno il brigadiere del mandamento di Portotorres mandò due carabinieri a Tomaso, per richiamarlo alla promessa fatta sul conto mio. Il pastore rispose, che ben presto avrebbe fornito indizi sicuri.

La moglie del pastore, che voleva salvarmi ad ogni costo, mi confidò la trama, ed io le diedi parola che non me ne sarei vendicato.

Alcuni carabinieri in perlustrazione, giunti una mattina all’ovile, dissero a Tomaso in presenza della moglie:

— Non ti accorgi, dunque, che sei un disgraziato? Tu cammini da stolto, perchè sei acciecato dalla gelosia. Se Giovanni Tolu sa che gli fai la spia così apertamente, sarà capace di spararti, anche se tu avessi il tuo figliuolo in braccio!

Informato di questi fatti, e non volendo recar danno al marito di Anna Maria, io mi ridussi a rendere meno frequenti le visite all’ovile di Tomaso, per dargli agio a frenare la sua gelosia... che non era infondata. Capitavo da lui ogni due o tre mesi, ed egli forse si persuase dell’insussistenza di una colpa.

Posi ogni studio per sfuggire agli agguati, ma non pensai neppure a vendicarmi di Tomaso, che me li preparava. Egli non era che un tradito traditore, e meritava tutta la mia indulgenza. Devo d’altronde dichiarare, che non ho mai attentato alla vita di un marito ingannato, anche sapendolo spia. Colla clemenza verso gli offesi mi pareva di soffocare un po’ di rimorso.

CAPITOLO VII.

Strumento d’odio altrui.

L’ho detto: sono tre gli obbiettivi di un bandito: — vendicarsi anzitutto dei nemici che furono causa della sua disgrazia; liberarsi dai traditori e dalle spie; difendersi dalla forza pubblica, quando da essa viene assalito. L’uomo, uscito onesto dal suo paesello natìo per darsi alla campagna, non pensa ad altro. Il miserabile invece, approfitta della condizione in cui fu messo dal destino, per fare anche il grassatore ed il sicario. Ciò però non esclude, che anche il bandito buono, molto spesso, non finisca per decidersi a fare il sicario e il grassatore, sedotto al malfare dai cattivi compagni, o da coloro che vogliono sbarazzarsi di un nemico incomodo, pur conservando la riputazione di benefici e onesti cittadini.

Ond’è che il bandito nato onesto, invece di poter contare sul consiglio di chi dovrebbe metterlo sulla buona via, si vede costretto a lottare, non colla propria coscienza, ma con la coscienza di coloro che hanno in animo di traviarlo.

Rifuggente per indole dai compagni; abborrente per istinto dalla rapina; sdegnoso di chiedere l’altrui aiuto nelle mie vendette, nonchè di prestarmi di strumento alle vendette altrui, io pervenni a non intingere mai nei due misfatti per me orrorosi. Non fui mai ladro, nè sicario — e me ne vanto!

Nè crediate che da siffatti eccessi io rifuggissi per forza di virtù, o per sentimento di religione: no! Non rubavo, perchè non sentivo il bisogno di rubare, e perchè tenevo alla fama di non essere un ladro. Tutti mi davano danaro, anche spontaneamente, se sapevano che io versavo in istrettezze. A che rubare, quando i pastori e non pochi signori mi offrivano rifugio e pasto? Dirò più tardi com’io sia riuscito a ragranellare un po’ di patrimonio, dopo che il pensiero di formarmi una casa nuova ed una nuova famiglia tornò a carezzarmi il cuore, avido sempre di pace, di affetto e di conforto.

Non volli ad altri prestare il mio braccio, perchè me lo sentivo debole quando l’ira e l’odio non mi acciecavano la mente. Quanto al servirmi del braccio altrui per colpire un mio nemico, lo ritenevo maggior debolezza e vigliaccheria. Dirò crudamente, che non avrei provato soddisfazione alcuna nella vendetta; io volevo tutto il vanto di affrontare il nemico e di ucciderlo con le mie mani; se altri me lo avesse ucciso, ne avrei sentito vergogna e umiliazione. Temevo troppo il disprezzo e le beffe dei compagni banditi, i quali avrebbero detto: Se ha ricorso a noi, è segno ch’ei _non è buono_, od ha paura!

Ho errato, forse, nei primi tempi del mio banditismo, quando cioè — giovane ardente e inconsiderato — ho commesso azioni, che nella età virile ho in seguito deplorato, quantunque mai me ne sia pentito. I fatti d’armi, le avventure audaci, il coraggio bellicoso furono sempre — e lo sono anche oggidì — le mie letture predilette. Esse mi esaltavano. Chiuso nel crepaccio di una roccia, sdraiato in seno ad un macchione — sotto ai raggi del sole, o quando sulla campagna imperversava un temporale — io seguiva sulle pagine dei libri le gesta degli eroi, senza curarmi degli uragani, delle spie, e dei carabinieri, dai quali mi credevo al sicuro.

Ma torniamo ai sicari.

Certi signori, o ricchi proprietari, non proteggono solamente il bandito perchè ne hanno paura o ne ambiscono la difesa; non mancano i malevoli (più tristi assai di noi!) che al bandito ricorrono, per servirsene come di strumento di odî privati, di rancori di parte, od anche talvolta per avidità di lucro, togliendo di mezzo un erede incomodo.

Ben pochi a me ricorsero, poichè conoscevano la mia natura; ma i miei compagni erranti si prestavano assai spesso a questi servizi per scopo di guadagno, e specialmente Cambilargiu, Antonio Spano e Derudas.

— Omicidio più, omicidio meno — essi dicevano — non aggrava nè alleggerisce la nostra condizione.

* * *

Ho già accennato più volte ad inviti fattimi per uccidere un terzo. Citerò ora qualche caso isolato.

Mentre battevo la campagna, venni invitato a recarmi in casa di Pietro Pintus, dove trovai l’amico suo, Antonio Luigi di Banari.

Questi mi disse, che voleva parlarmi a quattr’occhi.

Mi fece attraversare tre camere, l’una dentro l’altra, e dopo aver chiuso con precauzione la porta e aver origliato alle pareti, tornò a me, e mi disse:

— Mi chiamo Antonio Luigi, sono ricco, ho cavalli, ho buoi, ho grano, ho danaro. Sono furibondo perchè mi hanno ucciso due nipoti: Vendicami, e domanda quello che vuoi!

Io risposi risoluto:

— A quest’ora lei sarà informato, ch’io non sono buono a nulla. Se mi fossi sentito un uomo di abilità, avrei già fatto molto per mio conto, in odio a’ nemici miei.

Il ricco proprietario riprese:

— Per me dovresti fare un’eccezione. Io potrei non poco giovarti nelle tue cause, perchè sono in relazione con persone influenti. Tu ben sai che i fratelli Solinas, oggi a Sassari, sono miei cugini, ed ho colà diversi amici impiegati presso la Reale Governazione. Dunque, servimi, e sta tranquillo: sarà per il tuo bene. Non sarai da me abbandonato finchè vivi e finchè vivo. Che rispondi?

— Le ripeto che ogni insistenza torna vana. La servirò in tutt’altro, ma non in quest’affare. Non sono buono a nulla!

E dal mio labbro non trasse altro, che la promessa del silenzio sulla proposta.

* * *

Un’altro giorno ebbi un abboccamento con un proprietario di Banari, certo Gian Paolo, che mi disse:

— È già un anno che Matteo Trudda mi tormenta, facendomi dispetti d’ogni genere. Vorrei liberarmene!

— E perchè non l’uccidete? — gli dissi con sarcasmo.

— Tu sei un bandito... e potresti più facilmente imbatterti in lui. Sarei disposto a dare cento scudi subito!

— Sarò franco. Io non posso ucciderlo per due ragioni: la prima perchè non faccio il sicario; la seconda, perchè Matteo Trudda è mio amico!

Il proprietario sbarrò tanto d’occhi e impallidì. Certo egli pensava, che cercando di togliersi un nemico, se ne aveva creato due. Lo vidi turbato, ed ebbi pietà di lui.

— Vi toglierò io d’impaccio — dissi — Voi cercherete di non far male a Matteo Trudda, che è un bonaccione, quantunque faccia lo spavaldo. Dal mio canto, mantenendo il segreto, io cercherò di persuadere il vostro nemico di vivere in pace con voi.

E così feci. Abboccatomi con Trudda, gli raccomandai di non far torti a Gian Paolo.

Il risultato delle mie pratiche fu questo: che i due nemici vissero in buoni accordi, e si protessero a vicenda, solo perchè temevano l’ira mia. Li misi in pace colla paura!

* * *

Un signore di Tissi venne un giorno a trovarmi nelle campagne di Florinas. Egli mi disse:

— Tu devi tenermi compagnia per uccidere un uomo. Appena lo avremo ucciso, tu ti accompagnerai col prete Salvatore Masala, mio cognato, il quale si è dato alla macchia.

Io gli risposi secco:

— Che vuoi? non sono tagliato per queste cose!

— Ci sono io! tu, forse, non sparerai. Finchè vive quell’uomo, mio cognato non potrà riacquistare la sua libertà. Bisogna toglierlo di mezzo!

— In mia compagnia tu non potresti far nulla. Se è vero che il dente ti fa male, strappalo colle tue mani. Odio i nemici miei, non quelli degli altri!

Il prete Masala era in relazione con una donna. Accusato di averle ucciso il marito, si era dato alla macchia, e venne alla Nurra per fare il bandito. Era il più alto prete della Diocesi. Dopo un po’ di tempo volle costituirsi in carcere; venne processato, ed assolto.

La compagnia di un prete bandito m’avrebbe certo giovato, poichè con lui avrei appreso a leggere correntemente ed a scrivere; ma io ne diffidai, temendo che finisse per denunziarmi. Ai preti non mi piacque dar mai confidenza; li veneravo in chiesa, ma li sfuggivo fuori.

* * *

Tralasciando alcuni altri episodi dello stesso genere, che riporterò nel corso della narrazione, voglio chiudere con uno speciale.

Non fu solamente dai privati, che mi si propose di fare il sicario: ebbi l’invito anche dal Governo.

Per gli eccitamenti di un notaio e di un sotto ispettore demaniale piemontese (persone amiche e influenti, cui stava a cuore la mia trista condizione) mi lasciai convincere ad invocare la grazia sovrana. La supplica fu fatta capitare nelle proprie mani del re, per mezzo del fratello dell’ispettore, impiegato nella Casa reale.

Trascorsero tre mesi, senza una risposta.

Un giorno il brigadiere dei carabinieri di Codrongianus si rivolse a mio fratello Peppe, dicendogli che mi voleva comunicare cosa di molta importanza; e che se io rifiutavo a presentarmi a lui disarmato, avrebbe incaricato della missione il sindaco di Florinas, come di dovere.

Io risposi, che preferivo presentarmi al sindaco.

Il sindaco, in tutta segretezza, mi comunicò: che il Governo era disposto a concedermi la libertà provvisoria, per procurarmi l’impunità colla denunzia di tre banditi: il mio compagno Derudas, Antonio Spano e Pietro Cambilargiu. Mi si dava inoltre la piena facoltà di agire da solo, o di servirmi dei carabinieri, che si sarebbero messi a mia disposizione.

Rifiutai sdegnosamente, poichè non volevo macchiare il mio nome e quello del paese con una simile infamia[14].

Il sindaco si scusò meco di esser stato costretto come ufficiale pubblico a comunicarmi la proposta del Governo. Soddisfatto del mio rifiuto, egli mi battè sulla spalla, mi disse _bravo!_ e mi regalò uno scudo[15].

* * *

Io continuai ne’ miei propositi di vendetta. I frequenti messaggi dei signori di Florinas non valsero a disarmare l’ira mia. Io non doveva perdonare. Perdonano i deboli ed i vigliacchi — ed io non ero vigliacco, nè debole! Che poteva farmi la giustizia? Non avevo che una vita da darle, contro le cento che avrei tolte ai nemici.

Con questi propositi feroci continuavo a scorrazzare tra la Nurra e Florinas, aspettando che gli avversari venissero a tiro del mio fucile.

Correva l’anno 1856, da me chiuso colla morte di Salvatore Moro. Da soli cinque anni battevo la campagna. Cinque anni che mi parvero secoli. Ma non avevo fretta!

CAPITOLO VIII.

La bambina nell’aia.

Erano trascorsi sette anni dal giorno in cui, volontario proscritto, battevo la campagna di Florinas e della Nurra, dando la caccia a’ miei nemici, e sfuggendo la loro caccia. Ero assalito assai spesso da una noia tormentosa, da una stanchezza spossante, ch’io sentivo più nello spirito che nel corpo. Vi erano momenti di sconforto e di fastidio, in cui più tenace sentivo il bisogno dell’isolamento e della solitudine, quantunque l’uno e l’altra maggiormente mi accasciassero, poichè più assiduo mi assaliva il pensiero delle mie disgrazie.

In quei momenti angosciosi, chiudendo gli occhi, io vedeva sfilare ad uno ad uno i ricordi più cari e dolorosi. Ricordavo il mio passato, la mia laboriosa gioventù, il mio primo incontro con Maria Francesca, le serene occupazioni della casa materna, e i consigli del vecchio mio babbo, così onesto, così rigido, così scrupoloso ne’ suoi doveri. Oh, se quel buon vecchio avesse potuto levar la testa dal suo sepolcro e mi avesse veduto! Le mie mani si erano lordate di sangue umano, eppure non avevo mai sentito rimorso; mai ne’ miei sonni, posso asserirlo, nessuna delle vittime da me immolate era venuta a rinfacciarmi la mia ferocia: indizio che esse meritavano la punizione loro inflitta, per il male che mi avevano fatto. Sentivo invece, in quei momenti, ridestarsi più intenso l’odio verso i distruttori della mia felicità; e l’ombra nera di quel prete fatale grandeggiava sinistramente nelle mie visioni — non per esercitare la sua missione di pace e di perdono — ma per strappare dal mio labbro nuove maledizioni al suo indirizzo. Era forse questa la sua penitenza nell’altro mondo: la divina giustizia lo aveva condannato a mantenermi vivo nell’anima il sentimento dell’odio antico, perchè le memorie delle sue scelleratezze non si cancellassero in terra! Egli aveva fatto molto male agli altri co’ suoi intrighi, co’ suoi ricorsi, colle sue malìe, e più volte me n’ero accorto. Io ben sapeva, che il prete, nel dir la messa, vede i defunti e i condannati a morte violenta; e sull’altare medita i diabolici malefizî a danno altrui.

* * *

Con questi brutti pensieri per il capo, io girovagava per i dintorni di Florinas, in una calda mattina di luglio.

La campagna era arsa, le foglie secche e polverose, il sole scottante. Eppure io mi compiacevo di quell’arsura canicolare e di quello squallore, a me più cari del tiepido alito della primavera e del lieto verde dei pioppi e dei mandorli fioriti. Io — l’uomo dell’aratro e della messe — amavo il caldo soffocante, le spighe color d’oro, i covoni sparsi per le aie, le cavalle trottanti nel lavoro della trebbiatura; amavo quel silenzio eloquente rotto dal canto stridulo e monotono dei grilli e delle cicale; mi facevano fremere le canzoni amorose, il chiacchierìo festevole dei mietitori e delle spigolatrici, che in gruppi di venti e di trenta ingombravano le aie. Ripensavo alla mia antica professione, alla mia innocente giovinezza, non turbata da paure e da sogni di vendetta.

Possedevo allora un buon cavallo di corsa, che di tanto in tanto mandavo a correre per i paesi dell’isola, quando sapevo che vi era una festa.

Quella mattina mi diriggevo ad un’aia, per cercarvi il padrone del fantino che doveva cimentarsi alla corsa. Vi trovai il fantino, ma il padrone era assente.

Insieme alle donne che lavoravano nell’aia, vidi certa Maria Vittoria Mancone, cugina di mia moglie.

Avvicinatomi al muro per chiamare il fantino, Maria mi si fece incontro e mi disse:

— Se tu fossi venuto ieri, avresti veduto la tua figliuola!

Corrugai la fronte e mi feci serio, fingendo un’indifferenza glaciale; ma le parole di quella ragazza mi destarono nell’anima una strana agitazione, che non sapevo spiegarmi.

Senza rispondere alla donna, dissi al fantino, in modo che mia cugina sentisse:

— Domanda al tuo padrone se ti lascia venire due o tre volte da me, per _stirare_[16] il cavallo. Verrò qui domani per avere la risposta.

Maria Vittoria tornò allora a dirmi:

— Se mi assicuri che verrai domani, io porterò qui tua figlia.

Coll’indifferenza sul volto, ma coll’ansia nell’anima, risposi freddamente a mia cugina:

— Portala pure.

E mi allontanai.

Lo confesso: quel giorno mi parve un secolo. Io moriva dalla voglia di vedere quella bambina, che neppur conoscevo. Povera creatura! era la figlia d’un bandito, lei! un’orfana prima di nascere, poichè entrata nel mondo due mesi dopo ch’io n’ero uscito. Che colpa a lei d’esser nata? Che colpa a lei s’era venuta per tenerci compagnia, e ci aveva trovati disgiunti?

Oh, come avrei stretto al mio cuore quella bambina, se il pensiero d’una madre snaturata non avesse avvelenato il sentimento pietoso che mi parlava all’anima!

Maria Francesca — mia moglie — continuava a viver sola in una catapecchia fuori mano, lontana dai genitori. Faceva la sarta per campare la vita... e campava male. Il paese, fino allora, non aveva mormorato sul di lei conto; ma voci vaghe e sinistre erano già pervenute al mio orecchio. Mi si era riferito che un uomo era stato veduto entrare ed uscire dalla sua casetta a notte inoltrata ed all’alba. Il paese dormiva tranquillo sull’onestà di Maria Francesca Meloni; ma le mie spie vegliavano, e vegliavano i miei parenti sulla condotta d’una donna, cui avevo dato il mio nome, sebbene da lei fossi diviso... e per sempre. Maria Francesca era giovane, era bella, era sola, era poverissima: quattro circostanze critiche, delle quali gli scaltri avrebbero approfittato. I signori di Florinas, che vivevano d’ozio e di crapula, non l’avrebbero certo rispettata!

Un uomo s’introduceva nella casa di quella disgraziata; ma chi era? Non lo sapevo ancora, nè m’importava di saperlo. Ma della mia bambina che sarebbe avvenuto? Quale educazione avrebbe potuto ricevere? Ecco il pensiero fisso che mi tormentava, alla vigilia di vedere la mia figliuola. Potevo io lasciarla presso quella madre? Le madri diventano snaturate, noncuranti delle proprie creature, quando sono tormentate dalla febbre d’una passione amorosa. Li avevo ben io veduti, i figli di Maddalena Marongiu, quando quella donna si era a me unita tradendo il marito! E quante volte non avevo io comprato le scarpette ed un giubetto alla bella bambina dell’adultera, quando la vedevo lacera e scalza nell’ovile di _Giunchi_? Mia figlia avrebbe fatto la stessa fine; nè sapevo neppure se il drudo di Maria Francesca sarebbe stato pietoso, come io lo fui!

* * *

In preda a questi foschi pensieri, che mi tormentarono per 24 ore, tornai l’indomani a mezzogiorno all’aia.

Mi feci al solito muro e chiamai il fantino.

Questi venne a me.

— Ebbene? — gli dissi — che ti rispose il padrone?

— Per far piacere a Giovanni Tolu è disposto a lasciarmi andare alla corsa anche per otto giorni!

— E tu sei contento?

— Contentissimo.

— Va bene. Ringrazia per me il padrone, e salutalo.

Così dicendo finsi di allontanarmi. Il fantino mi gridò dietro:

— Ve ne andate? È qui la vostra figliuola!

Mi voltai freddamente:

— Dov’è?

— Qui vicino: coricata fra le bisaccie e le robe dei mietitori.

Scavalcai il muro e mi diressi al punto indicatomi. Dubitavo ancora di una mistificazione. Temevo che la cattiva madre avesse scambiata la mia bambina con un’altra.