Part 4
Mentre me ne stavo così sdraiato, tra veglia e sonno, entrò pian piano la moglie del pastore, e chinandosi dolcemente verso di me, mi domandò se mi sentissi male. Risposi di no; ed ella allora mi baciò due volte sulle guancie e scappò via.
Fu questa l’introduzione di un romanzetto che durò più mesi.
Un’altra volta avevo bisogno di passare una notte a Florinas per appurare certi miei sospetti. I due giovani figli di una vedova trentenne mi portarono in casa della madre, dove venni nascosto fino al tramonto del giorno successivo. La vedovella s’interessò vivamente della mia sorte, volle conoscere alcuni episodi della mia vita, e fra noi due si stabilì una tenera relazione, che durò per molto tempo, quantunque a lunghi intervalli.
Queste avventure si ripeterono con molta frequenza, e si rassomigliavano tutte. Anche la Nurra non mi fu avara di amori. Ivi ebbi rapporti amichevoli per moltissimo tempo con la giovane moglie di un pastore, che faceva il soldato in continente.
Ebbi altra relazione con una donna, il cui marito si assentava spesso dall’ovile; ma questa mi creò qualche fastidio, come dirò a suo luogo.
Vedete dunque che le vedove e le maritate erano abitualmente le mie pietose confidenti!
* * *
Tacendo di tanti altri episodi galanti della mia vita di bandito (comuni a tutti i miei compagni d’infortunio) narrerò la mia ultima avventura, che lasciò più grata e più profonda impressione nel mio animo, per la tenacità dell’affetto col quale venni corrisposto.
Frequentavo nella Nurra l’ovile di un pastore proprietario, il quale aveva in casa una figlia giovane e bella, vedova da un anno. La sua taglia elegante, i suoi lineamenti delicati, il suo volto bianco e roseo (che sotto al nero fazzoletto mi sembrava quello di una madonnina addolorata) mi avevano profondamente colpito. Io mi tratteneva volentieri dentro quella capanna, dove pur convenivano altre donne e qualche vecchio pastore degli stazzi vicini.
O dinanzi al focolare, nelle sere invernali (mentre qualche servo faceva al di fuori la guardia); o seduti nel boschetto vicino, nelle sere d’estate, io raccontavo le peripezie della mia vita: le persecuzioni di prete Pittui, l’ingratitudine di Maria Francesca, i fatti di _Nuzzu_ o di _Monte Fenosu_. Gli astanti mi ascoltavano con religioso silenzio, e prendevano diletto ai miei racconti
La giovine vedovella (non ancora ventenne), colla bocca aperta, e co’ suoi grandi occhioni fissi ne’ miei, era la più attenta di tutti, e tratto tratto sospirava, asciugando qualche lagrima.
Quella donna aveva preso gusto a’ miei racconti, e appena entravo nella capanna mi si sedeva vicina, mi fissava con tenerezza, e mi pregava di narrare qualche barzelletta.
Soddisfatto, non so perchè, dell’attenzione che mi prestava quella bambina vedovella, io metteva tutto il mio impegno nell’infiorare le mie storielle, facendo pompa di tutta la mia erudizione, appresa dai pochi libri che avevo letto.
Per non parlar sempre de’ miei casi, cominciai col narrare le avventure di Fioravante, il figlio del re Fiorello, nato con una croce di sangue sulla spalla destra. Dissi dell’insulto fatto al suo maestro Salardo, a cui tagliò la barba; della sua condanna a morte, commutata poi nel bando.
Io sapevo a memoria tutto il libro dei _Reali di Francia_; e quelle avventure gloriose di Fioravante (bandito al pari di me) commovevano alle lagrime la vedovella. Ella mi guardava fisso fisso quando narravo con enfasi le prove di valore del figlio del re Fiorello, il quale aveva liberato la bella cugina da tre saraceni che l’avevano rapita; oppure quando le raccontavo come Dusolina e Galerana si erano innamorate del giovane valoroso, e come l’ultima ne era morta di dolore. La vedevo impallidire, quando raccontavo come la bella Drusiana, figlia del re Erminione, si era pazzamente invaghita del prode Buovo di Antona, ucciso a tradimento dal proprio fratello Galione, mentre pregava in una chiesa.
Un altro giorno erano gli amori di Rebecca che io narravo; oppure il dolore di Giuseppe, venduto da’ suoi fratelli pastori; il sogno di Giacobbe, od il tradimento fatto a Sansone dalla donna a cui si era affidato.
Leggevo talvolta una pagina dell’ufficio della Beata Vergine; o tiravo fuori la vita di Sant’Agostino, il quale non aveva fatto una bell’azione, quando per consacrarsi a Dio si era separato dalla propria moglie[10].
Ero dunque il benvenuto in quella casa di pastori, e mi ero accorto che la vedovella mi guardava in un modo strano, quando raccontavo le storie di tanti eroi. Avevo pur notato, che essa si commoveva e piangeva più alle mie sventure, che a quelle di Fioravante, di Buovo d’Antona e di Giuseppe ebreo.
Quella vedovella mi aveva intenerito e turbato.
Una mattina, che capitai nell’ovile, la trovai sola. Era in maggio, e la campagna era tutta fiorita — come il mio cuore.
La vedovella era seduta in un canto, colla guancia appoggiata sulla palma della mano.
— Cos’è accaduto? — esclamai vivamente, accostandomi a lei.
— Ho un dente che mi fa male. Non ho potuto chiuder occhio in tutta la notte.
— Vediamo — dissi scherzando — sono un po’ medico e chirurgo.
La bella fanciulla si alzò da sedere, venne vicino alla finestra, ed aprì leggermente le due labbra, che sembravano due foglie di rosa.
— Un po’ di più — le dissi.
Ella sorrise, lo le presi la testa fra le due mani, finsi guardare il dente, e poi rapidamente la baciai sulla bocca.
Divenne rossa come bragia, sedette... e mi guardò fisso fisso, come quando le narravo la storia di Dusolina innamorata di Fioravante.
— Tu non hai più marito... ed io non ho più moglie! — le dissi; e null’altro.
Fu questo il bandolo di una matassa non arruffata, che dipanammo felicemente per oltre un anno.
Io aveva con lei frequenti colloqui, specialmente nel vicino boschetto, all’insaputa del babbo.
Giammai donna, in mia vita, mi amò tanto. Passato l’anno, la vedovella fu chiesta in moglie da un ricco pastore, e il padre trovò convenientissimo il matrimonio. Lei non voleva saperne, e fui io che la indussi con molte preghiere a non lasciarsi sfuggire il buon partito.
— Che puoi sperare da me?... Io non sono un uomo libero. La nostra relazione colpevole non potrebbe recare che guai ad entrambi. Pensaci! Tuo padre e i tuoi fratelli potrebbero vendicarsi... e io sono un bandito, che non ha nulla da perdere!
La vedovella finì per accettare la mano del pastore con ambascia indicibile, e si rassegnò al suo destino.
La mattina del giorno delle nozze — alle quattro dopo mezzanotte — poche ore prima che andasse a sposare, ella volle stare con me per ricordare il dolce passato e per darmi l’ultimo addio.....
Il boschetto tacque sempre quest’ultimo colloquio — e lo tacqui anch’io. Oggi per la prima volta, lo rivelo![11].
M’incontrai più volte con quella giovane donna, ma le parlai sempre come a straniera. Feci di tutto per non trovarla mai sola... e ci sono riuscito. Fu l’unica penitenza che m’imposi per cancellare il mio peccato. Il marito di quella cara bambina (che mi era molto amico) mi pregava di andar con più frequenza nel suo ovile; ma io fuggiva da lui, perchè sicuro che un giorno o l’altro mi sarei tradito.
* * *
Per dimostrare l’orgoglio, che le donne in genere sentono per la relazione con un bandito, basterà il seguente fatto.
Un giorno alcune amiche, che si trovavano riunite in un’aia, intente al lavoro, presero a raccontarsi a vicenda le proprie simpatie, o relazioni amorose, lecite ed illecite.
La moglie di un agricoltore lasciò scapparsi:
— L’uomo che mi ama e che amo sorpassa i vostri: certo è, che nessuno oserebbe dargli uno schiaffo...
— È dunque Giovanni Tolu! — fece una compagna imprudentemente, forse nutrendo qualche sospetto.
La donna tacque con eloquente ed orgoglioso silenzio; e poco mancò che questo pettegolezzo non suscitasse seri guai, che per fortuna son riuscito ad evitare, ascrivendo l’incidente ad un puro scherzo.
E bastano queste mie piccole avventure per darvi un’idea degli amori di un bandito; il quale, errante per la campagna, senza tetto nè famiglia, non vive d’ordinario che di pascolo abusivo!
CAPITOLO V.
Occupazioni e passatempi.
Andavo in quel tempo da un ovile all’altro per far relazioni; e nel vedermi armato fino ai denti, tutti si domandavano: — chi è costui?
— È un camparo! — si rispondeva dagli amici, i quali non volevano si conoscesse il mio nome.
Andato un giorno a caccia grossa con una comitiva di pastori, mi venne assegnata una posta. Volle il caso, che, per la soverchia carica di polvere, io non colpissi un capriolo, che mi passò dinanzi.
— Il camparo ha sbagliato! — si diceva con tono canzonatorio da’ miei compagni pastori; e ciò mi ferì nell’amor proprio, poichè sapevo di sparar bene.
In quella partita di caccia vennero uccisi due caprioli e due cinghiali. Avanzandomi verso la comitiva, che si era riunita intorno alle bestie morte, io domandai:
— Chi ha colpito il capriolo?
— Giovanni Antonio.
— Orbene: giacchè ho sbagliato il tiro, vi propongo di giuocare la pelle del capriolo al bersaglio: io ci metterò sopra altre venti lire!
Fu messo per bersaglio il piccolo sonaglio di una capra, a cinquanta passi di distanza.
Nessuno volle cimentarsi. Ci facemmo avanti io e Baingio Caliga (uno degli eccellenti tiratori della Nurra). Tirammo cinque colpi per ciascuno, mettendo sempre la palla dentro al sonaglio.
Paolo Sechi rideva, dando la baia agli altri; e allora tutti dichiararono, che si doveva a un caso accidentale se non avevo colpito il capriolo.
La domenica seguente invitai di nuovo a caccia quattro di quei pastori. Avevo bisogno di avvalorare la mia abilità nel tiro, sebbene nessuno mi conoscesse.
Da qualche tempo si era avvertito in quelle località un cinghiale gigantesco, che riputavasi una delle più grosse bestie vedute nella Nurra. Mi vennero assegnate due poste, dicendomi:
— Sta attento: se scoviamo il cinghiale ti passerà a destra; se sarà il capriolo, ti verrà da sinistra. Ora vedremo quanto vali a caccia!
Mi posi d’impegno. A quindici passi di distanza vidi il grosso cinghiale che veniva: feci fuoco, e gli misi la palla dentro l’occhio, trapassandogli il cuore.
Fu per me un vero trionfo. Avvicinatomi alla bestia morta gli scaricai a bruciapelo la pistola, e poi le diedi una pugnalata; ma, nè la palla nè il ferro intaccarono la pelle, tanto il cinghiale era vecchio. Pesava 140 libre.
* * *
Continuai la mia vita girovaga di qua e di là nella Nurra _di dentro_, sempre per raccomandazione di amici e scortato da fidi pastori; fino a che mi determinai ad andar solo, dopo essermi impratichito dei luoghi.
Pur non tralasciando di recarmi di tanto in tanto a Florinas, continuai a far lunghe soste nella Nurra, prendendo parte cogli amici e conoscenti a partite di caccia, in cui (lo dico senza modestia) avevo pochi competitori.
Un giorno, trovandomi con quattro amici e con buonissimi cani, circondammo un folto macchione, donde di colpo sbucarono otto grossi cinghiali. Ne uccisi due scaricando ambe canne del fucile, mentre i miei compagni non riuscirono che a ferirne uno solo.
Diverse volte, da solo, mi riuscì di colpire parecchi cinghiali e caprioli. Una domenica puntai un cinghialone alla fronte, e l’uccisi; e l’indomani ne presi un altro, che mandai a mia sorella in Portotorres, in contraccambio del pane e del vino che mi aveva mandato.
La mia riputazione sull’eccellenza del tiro era già formata e riconosciuta nella Nurra.
In attesa delle occasioni propizie per aggiustare i conti co’ miei nemici di Florinas, io mi divertivo alla caccia; la quale, d’altra parte, è utile ai banditi per mantenersi in esercizio.
Trattavasi dunque di una caccia reciproca, senza tregua: io la davo ai cinghiali, e i carabinieri la davano a me. Tener d’occhio le mie spie; guardarmi dagli agguati della giustizia e dalla perfidia dei compagni — ecco le occupazioni abituali della mia vita randagia. Del resto noie, malumori, disinganni, e un’intranquillità rassegnata, di cui avevo fatto una seconda natura.
L’abituale mio genere di vita era il seguente. Di giorno visita a qualche ovile; informazioni per sfuggire a spie ed a carabinieri; un po’ di caccia, un po’ di lettura, e molto riposo. Di notte vegliare, il più a lungo possibile; mettermi in viaggio da un punto all’altro; e nella stagione estiva, nuova caccia ai cinghiali.
* * *
Per quest’ultima caccia, d’ordinario, si ha bisogno di un compagno. Darò qualche schiarimento.
Un giorno, per esempio, avevo preso meco un carbonaio della Nurra, il quale pretendeva di essere un buon cacciatore. Si andò nel cuore della notte ad una tanca di fieno, dove i cinghiali accorrono dai boschi, ghiotti del poco grano sfuggito qua e là ai mietitori.
Ci ponemmo in agguato, coll’orecchio teso. Come intesi le pedate delle bestie, mandai il mio compagno innanzi, perchè le tenesse d’occhio, badando a spararle se le venivano a tiro, ma senza molestarle se prendevano la mia direzione. Gli feci togliere le scarpe, perchè a questa caccia si va a piedi nudi, avendo i cinghiali un udito finissimo.
Il carbonaio si diresse al punto da me indicato; ma nel camminare faceva un chiasso tale, che perveniva al mio orecchio.
Indignato della poca cautela di quel semplicione, e sicuro che i cinghiali sarebbero scappati, lo raggiunsi:
— Ti vanti sì fino cacciatore, e fai il chiasso del bue?!
Per fargli allora un po’ di dispetto, e per punirlo, soggiunsi:
— So io dove sono i cinghiali. Andiamo piano; tu scalzo, ed io colle scarpe.
E così lo feci camminare, per un buon quarto d’ora, sul fieno tagliato e pungente.
Abituato com’ero a percepire i suoni più deboli, m’accorsi che i cinghiali mangiavano. Feci segno al compagno che si fermasse:
— Se vengono verso la tua direzione, punta e fa fuoco: qui abbiamo il campo _netto_. Se corrono al _brutto_, ci penserò io!
M’inoltrai pian piano, finchè vidi sotto una elce una troia, attorniata da otto cinghialotti, tutti intenti al pasto. Il rumore, che facevano mangiando, impediva loro di sentire il mio leggiero calpestio. Quattro di quei cinghialotti appartenevano ad una grossa troia che avevo ucciso pochi giorni prima; e i poveri orfani (come hanno per istinto) avevano cercato le cure d’altra madre.
Feci ancora pochi passi, e li ebbi a tiro. La troia mi avvertì e si cacciò dentro un macchione; i piccoli, grugnendo, giravano attorno all’albero, annusando il fieno.
Era una notte di luna, e li distinguevo chiaramente. Messo in faccia il fucile, ne uccisi due con una doppia scarica.
Gli altri scapparono colla madre. Mi volsi allora al compagno, che avevo dietro, e gli gridai:
— Ora puoi mettere le scarpe, imbecille!
Il carbonaio mi guardò mortificato; ed io gli dissi:
— Una di queste bestie è tua; ma per punizione te le carico entrambe sulle spalle!
A questa caccia notturna non ho mai rinunciato nella stagione estiva. Vi andavo solo, o con un compagno. Essendo abituato a riposare di giorno, mi sentivo fresco la notte.
* * *
In tempi più tranquilli si concertavano le caccie grosse cogli amici. Si andava talvolta in venti, in quaranta, e persino in ottanta fra pastori ed ospiti venuti alla Nurra. Avevamo con noi un numero considerevole di cani; e, quando capitava il _buon filo_, si uccidevano persino dieci _capi_, fra cinghiali e caprioli. Quanto più numerosa era la comitiva, tanto meno pericoloso era per un bandito l’esporsi in campagna; tuttavia, quando si concertavano simili partite di caccia, volevo conoscere i nomi di tutti coloro che vi prendevano parte; e se fra essi erano persone di dubbia fede, mi astenevo dall’andarvi, e pensavo a’ casi miei.
* * *
Fra i più valenti cacciatori della Nurra era famoso un certo Ledda, rinomato per la caccia notturna ai cinghiali. Un giorno il suo compare Antonio Furru — molto conosciuto dai pastori, poichè dicevasi fosse _portato dai morti_ — lo esortò a dare una messa in suffragio dell’anima di due carbonai, di recente uccisi nella Nurra. Il Ledda si strinse nelle spalle, non curò l’avvertenza, e gliene colse danno. Mentre una notte, precisamente nel sito dove i carbonai morirono, faceva la posta a un grosso cervo, questi uscì di colpo da un macchione e gli si avventò. Datosi alla fuga, spaventato, la grossa bestia lo inseguì per un gran tratto di strada, dandogli molte cornate nella schiena. Fu tanto lo sgomento provato dal Ledda, che ne fece una grave malattia; e da quel giorno non fu più buono a nulla.
Ho detto che solevo riposare di giorno, per meglio vegliare la notte. Dormivo pochissimo, intieramente vestito, e sempre armato. Non tolsi mai le scarpe in trent’anni, salvo ogni quindicina di giorni, quando la mamma mi portava la biancheria di bucato, nei luoghi da me indicati. Dormivo per lo più in un macchione, o nelle spelonche, durante la stagione estiva; nell’inverno riposavo in qualche ovile, ma sempre vicino alla porta, lontano dal fuoco, e col fucile sulle ginocchia. Prima dell’alba ero fuori, qualunque tempo facesse. Quando accendevo un po’ di legna all’aperto, badavo al vento, e che il fuoco non fosse avvertito. Fumo e fuoco sono sempre due spie, se non si ha l’accortezza di saperli regolare.
Il mio sistema di vita non era abituale a tutti i miei compagni. A molti di essi, per esempio, piaceva star comodi; e preferivano dormir la notte, pensando solo a mangiare, a bere e a chiacchierare negli ovili; e da ciò la loro facile caduta in potere della Giustizia e delle spie.
Io vegliava nelle tenebre; e quando il sole era alto mi cacciavo non visto nelle roccie o nei macchioni, dove dormivo, o leggevo con tutto comodo. Questa solitudine mi tornava cara, poichè ho sempre sdegnato la compagnia d’altri. I compagni d’ordinario si cercano per avere un aiuto nella vendetta — ed io non ne avevo bisogno, perchè bastavo da solo a saldare i miei conti. La relazione co’ compagni c’impone obblighi — ed io non mi prestavo ad uccidere gente che non mi aveva offeso.
Tanto lungo il giorno, quanto lungo la notte, regolavo le mie occupazioni. Conoscevo la strada del sole e di tutte le stelle, e mi bastava guardare il cielo per conoscere l’ora[12].
CAPITOLO VI.
Tra carabinieri e spie.
Molti furono gli appostamenti e le caccie datemi dai carabinieri, sì a Florinas che alla Nurra, ma coll’astuzia e la prudenza pervenni a sventarli. Salvo a _Nuzzu_ ed a _Monte Fenosu_, tutte le altre volte sono riuscito a svignarmela senza ricorrere al fucile.
Così stesso posso dire delle spie, maschi e femmine, nelle quali incorsero molti miei compagni. Ho già parlato della moglie di Derudas, della quale non volli vendicarmi perchè non ho mai creduto degna di punizione una gonnella, all’infuori di quella di un prete!
Di spie avrò sempre argomento di toccare lungo la mia narrazione, e così pure di carabinieri; ma voglio qui notare qualche fatto isolato e più importante.
Un giorno mi recai dalla Nurra a Florinas, per assistere alle nozze di una mia cugina. Mandata la cavalla in casa di mia madre (come solevo fare) feci chiamare mio fratello, a cui dissi:
— Domani notte vieni a trovarmi nel solito ritrovo, insieme al capitano dei barracelli, col quale voglio conferire.
Era di maggio, nel pomeriggio di un giorno piovoso.
Non avendo veduto nessuno, mi recai al villaggio, presso mio cugino Gio. Maria Nuvoli, facendo avvertire mio fratello che venisse là col capitano.
La pioggia continuava insistente, e i due chiamati non venivano.
Verso la mezzanotte sentii sbuffare il cavallo nella casetta attigua, posta all’estremità del villaggio. Quando un cavallo sbuffa, vuol dire che sente l’alito di gente estranea alla casa.
Spensi il lume, e dissi al padrone di casa, ch’era con me:
— Che vuol dir ciò? Il cavallo avverte qualcuno che si accosta. Se fossero stati mio fratello e il capitano non sarebbero passati per il cortiletto.
Mio cugino si spaventò. Io lo spinsi in un angolo della stanza, dicendogli:
— Non muoverti di lì! Se picchiano correrò io ad aprire.
Era mio sistema, quando mi sapevo circondato in un luogo chiuso, di saltar subito fuori, affrontando il pericolo — mezzo sicuro per sfuggire all’agguato.
Tesi l’orecchio, ed udii le pedate di più persone che si allontanavano dalla porta.
Tenni pronte le armi: il fucile in pugno, la pistola legata al polso, e il pugnale alla cintola. Aspettavo che gli sconosciuti si facessero all’uscio.
Mio cugino tremava. Nella casetta vicina, da cui ci divideva il muro, dormivano la figlia ed il genero. Ad un tratto sentimmo la voce di quest’ultimo:
— Babbo: l’acqua cola dalle tegole e cade sul nostro letto. Ce ne veniamo da te!
Consigliai Nuvoli di farli venire.
I due coniugi, infatti, uscirono in istrada, e il babbo aprì loro la porta.
Interrogati entrambi, risposero di non aver veduto nessuno sulla strada. Io dissi al giovine, ch’era barracello:
— Va a vedere: in vicinanza ci devono essere carabinieri.
Quegli uscì fuori, e rientrò dicendo che il luogo era deserto.
Allora gli ordinai d’insellare il suo cavallo e di portarlo in istrada. Montai di un salto in sella, e mi allontanai a spron battuto, dopo aver mormorato all’orecchio del barracello:
— Domani vieni a ritirare il tuo cavallo da _Sos badigius de clexia_.
Non mi ero ingannato. Poco discosto dal villaggio erano otto carabinieri, venuti nella notte per darmi l’assalto. Seppi che tre di essi volevano entrare addirittura nella casa di Nuvoli — cinque vi si opposero, osservando ch’io mi trovava in luogo forte e buio, donde avrei potuto ucciderne almeno tre. Dovetti quel brutto tiro ad una spia dei signori, i quali avevano immaginato che non sarei mancato allo sposalizio, e che probabilmente avrei chiesto un ricovero a mio cugino Nuvoli. Non credo, però, che mi avessero veduto entrare in paese.
* * *
I carabinieri erano avidi di prendermi; e a proposito narrerò un altro fatto, accadutomi nel tempo che avevo a compagno il bandito Derudas.
C’era nel molino di San Lorenzo, presso Florinas, una giovane e belloccia mugnaia, maritata ad un vecchio e un po’ scioccone. Questa donna amoreggiava coi carabinieri, ed andava con piacere a portare qualche sacco di farina alla caserma di Codrongianus, dove i soldati se la tenevano a chiacchierare. Il marito, di frequente, si recava alla caserma per cercarvi la moglie, ma il piantone gli rispondeva... che non vi era andata.
I carabinieri, con le tenerezze, erano riusciti a far di quella donna una spia, per potersi impadronire di me e di Derudas, che frequentavamo il molino di San Lorenzo.
Mi accorsi della trama, e non passai più nel molino. La bella si lamentò con Derudas dell’assenza mia, e questi venne a confidarmi che la peccatrice desiderava la nostra compagnia.
— Quella donna sa far di tutto... e ci farà anche la spia — risposi — Bada a te: io non mi fido!
Una sera sul tardi la bella Maria uscì dalla caserma con una bisaccia di viveri, che andò a deporre nella chiesetta campestre di San Lorenzo, distante dal molino un 200 passi. La stessa notte dieci carabinieri andarono ad acquartierarsi nel sacro recinto, e vi rimasero chiusi sei giorni e cinque notti.
Fui avvertito da un amico, e compresi l’idea dei carabinieri. Essi volevano prendere i due piccioni nel molino; ma i piccioni erano stati furbi[13].
Trascorse alcune settimane, passai una mattina dinanzi al molino di San Lorenzo, e mi feci al limitare della porta.
Maria, tutta sola, era intenta a pettinarsi nel centro della stanza.
Come alzò gli occhi e mi vide sulla soglia, notò il mio viso arcigno: impallidì, diè un grido e... si lasciò cadere sconciamente a terra.
La guardai, mi venne da ridere, e scrollando le spalle passai oltre, pago dell’effetto del mio sguardo.
* * *
Le delazioni a mio danno continuarono sempre.
Un giorno sull’imbrunire, a Florinas, un avvocato diceva ad un altro signore: