Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 3

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Fui invece giusto. Eravamo in sei, e divisi la cera in sette parti uguali, assegnandone una ai padroni dell’ovile, ch’erano povera gente. Gli altri miei compagni si opposero vivamente, e vollero divisa fra essi anche la settima parte. Allora regalai una ventina di libbre di cera al proprietario dell’ovile, togliendola dalla mia porzione. Speravo, d’altronde, di rifarmi dal deposito di cera, che avevo nascosto nella spiaggia, sotto alle grosse pietre.

Corsi sull’alba allo scoglio per ritirare gli altri pani di cera; ma un nuovo uragano, sopravvenuto nella notte, me ne aveva portato via oltre la metà.

Vendetti più tardi la mia porzione di cera ad un prete di Florinas, e ne ricavai quasi cento scudi. Ne avrei avuto più di 200, se il mare furioso non fosse stato più ladro di me.

Prima di comprare da me la cera, il prete florinese volle spezzare i pani colla scure:

— Se vi è deposito di danaro — egli mi disse — sarà tuo; ma se vi è qualche pietra, io non voglio pagarla a prezzo di cera!

I timori del prete non erano infondati. Era tradizione, che una volta fu trovato un grosso pane di cera sulle spiaggie della Nurra, dentro il quale si rinvennero 3000 lire in marenghi, nascostivi per precauzione. Parimenti era noto, che un’altra volta un parroco aveva trovato una grossa pietra in un pane di cera, vendutogli da un bandito.

* * *

Il pistacchio non fu per noi rimuneratore al par della cera. Allettati dal prezzo di 15 scudi al quintale, tentammo di metterlo in commercio; ma la merce era troppo sospetta, e i pochi salumai e confettieri di Sassari, cui l’offrimmo, non vollero acquistarne. I dodici rasieri di pistacchio finirono per esser dati in pasto ai porci della Nurra; e certo nessun maiale d’Europa ebbe la fortuna principesca di essere ingrassato con quel frutto prezioso!

Durante il tempo in cui le guardie si fermarono sulla spiaggia della _Carazza grande_, per sorvegliare il legno naufragato, io rimasi con esse, spacciandomi per un porcaro della Nurra. Ero armato del solo fucile, perchè avevo nascosto in una macchia pugnale e pistola, per non destar sospetto. Le trattenevo spesso col tiro al bersaglio, per dar agio ai pastori di rubare il pistacchio.

Devo notare, che la famiglia di Paolo Sechi, a cui ero stato raccomandato, non disse mai ad alcuno ch’io mi fossi, ma mi presentava come un _camparo_. Ero molto conosciuto nella Nurra di Portotorres, dove avevo lavorato, ma pochissimo nella Nurra _di dentro_, e niente verso la spiaggia occidentale.

Le generose guardie, avevano permesso ai pastori di ritirare dal bastimento molto cordame, utilissimo per i carri; ma non si erano mai accorte, che la loro fiducia era mal ricompensata.

Segnalo un curioso aneddoto.

Un giorno una di esse, che aveva preso a volermi bene, mi chiamò da una parte, e mi diede molte manate di pistacchio, dicendomi:

— Te ne faccio un regalo.

— A che servono questi semi? — le chiesi facendo l’idiota.

— Son buonissimi a mangiare. Con essi si fanno i confetti più fini.

— Vi ringrazio tanto! — risposi ipocritamente.

Quel credenzone non sospettava neppure, che a quell’ora io avevo prestato mano a rubargliene dodici rasieri!

Trasportato in Alghero tutto il carico, il legname, e gli attrezzi del barco naufragato, le due guardie presero commiato da noi, incantate dell’ospitalità dei nurresi, e liete di aver tutelato con coscienza gli interessi d’una nazione straniera!

* * *

Non sono d’altronde rare queste avventure nella Nurra. I pastori, che hanno gli ovili verso la costa occidentale, ricevono assai spesso i regali del mare; poichè le onde inferocite gettano di frequente su quelle spiaggie gli avanzi dei legni naufragati. Dopo una tempesta, non trascurano i pastori la visita ai littorali, per portare a casa grosse tavole, antenne, ed altri attrezzi marinareschi. Conosco diverse capanne, la cui travatura è formata da antenne e pennoni vomitati dal mare.

Ricorderò, a proposito, un altro curioso episodio. Recatomi una volta ad esplorare le spiaggie, in compagnia di due pastori amici, rinvenimmo la carcassa di una grossa barca, incastrata fra due scogli. Penetrati dentro, non vi trovammo che una lunga catena, che dividemmo in tre parti uguali.

Rientrato all’ovile, che mi aveva ospitato, e chiestomi se avessi nulla rinvenuto, risposi scherzando alla moglie del pastore:

— Sì: abbiamo trovato ciò che meritiamo.

— Che cosa?

— Un pezzo di catena!

CAPITOLO III.

Antonio Careddu.

I banditi in generale, e in particolare quelli della Nurra, furono sempre avvicinati e protetti dai signori di Sassari, solo perchè questi, alla loro volta, speravano di essere spalleggiati nei loro odî e rancori di parte.

Erano tempi di lotta e di rappresaglie, e si aveva bisogno del braccio forte dei fuorusciti.

Nei primi anni che mi diedi alla macchia (verso il 1850) ogni partito aveva a disposizione i propri _bravi_ per servirsene al bisogno. Ond’è che la protezione dei signori non tornava che a danno dei latitanti, poichè accendeva non di rado fra banditi e banditi una gara accanita, che si risolveva colle fucilate. Non si aveva talvolta altra ragione d’odio, che quella dei propri protettori. I banditi sposavano i dispetti ed i risentimenti altrui, con soddisfazione della giustizia; la quale si compiaceva di vederci distruggere l’un l’altro, senza mettere a repentaglio la vita dei carabinieri, e senza sborsare denaro per pagare le spese.

Abbiamo veduto la protezione di Cambilargiu pagata cara a _Monte Fenosu_; e potrei accennare ad altre persone ragguardevoli di Sassari, che coprivano altissime cariche.

L’amicizia dei signori ci tornò sempre fatale, ed è perciò che in ogni tempo ne diffidai. Conoscevo troppo quelli del mio paese! Legati talvolta a noi dalla sola paura, cercavano segretamente il mezzo per poterci distruggere. Io li odiavo, ma cercai di non inasprirli; li volevo male, ma li trattavo bene perchè non maltrattassero i miei congiunti di Florinas.

Non ci fidavamo neppure degli avvocati; poichè essi non difendono che i propri clienti, accusando talvolta il bandito avversario per il trionfo della propria causa.

Curiosi misteri che potrei rivelare! Oh, quanti porcetti, rubati al povero, comparvero alla mensa dei nostri avvocati! Quanti barbari omicidî commessi colla polvere e le palle regalateci dai nostri generosi protettori!

* * *

Fra gli uomini più ragguardevoli della Nurra, per ingegno, ricchezza e aderenze, era Antonio Careddu, che conobbi fin dai primi anni che mi diedi alla macchia. Dirò di lui quanto so per mia coscienza, o per narrazione fattami da pastori e compagni miei di esilio.

Antonio Careddu, di Sassari, era cognato di Giovanni Macioccu, avendo costui sposato una sua sorella. Stava nella Nurra, perchè comproprietario (insieme alla sorella) di tre buoni ovili: _Guggiareddu, Guggia manna_ e il _Calzolaio_.

Antonio Careddu era un repubblicano, amico e compagno di Antonico Satta, insieme al quale aringava il popolo a _Baddimanna_ ed altrove. Era stato studente, e ne sapeva più di un avvocato. Alla Nurra si andava tutti a consultarlo, ed egli ci affascinava colla calda parola e colla saggezza de’ suoi consigli, sempre giusti, retti, inappuntabili.

A Sassari erano allora due forti partiti: quello del _vecchio sistema_ che aveva per _bravi_ i fratelli Saba — e quello del _nuovo governo_, che aveva per difensori i Careddu e suoi congiunti[8].

Partito Antonico Satta per il continente, fu sostituito da Antonio Careddu per continuare le prediche rivoluzionarie. Dalla politica, che poco intendevamo, gli odî scivolarono nei rancori privati, accendendo le inimicizie fra diversi gruppi.

Ciccio Saba pretendeva, che la figliuola di Antonio Careddu fosse data in moglie al proprio figlio — quasi a base di una pace che avrebbe fatto cessare le ostilità fra le due famiglie.

Antonio Careddu diceva con disprezzo:

— Ho capito: io dovrei dare mia figlia ai sicari Saba, per servirsene più tardi a portar loro il pane in carcere, quando saranno arrestati! Tutt’altro che la mia figliuola concederò ai Saba, se non metteranno giudizio!

Il rifiuto reciso inasprì Ciccio Saba, che si dichiarò nemico dei Careddu.

I Saba, falegnami costruttori di molini ad olio e di farina, erano stabiliti a Sassari, e speravano sulla protezione di persona influente presso la giustizia come magistrato.

Antonio Careddu si unì allora ai mugnai fratelli Vacca, osilesi, i quali un giorno chiamarono i quattro Saba, padre e figli, per accomodare un loro molino, situato verso _Logulentu_. Aggiustato il molino, come d’intelligenza, i Vacca, dopo il pranzo loro offerto, proposero il tiro al bersaglio, per passare la sera. Lo scopo non era altro che di far consumare le munizioni di polvere e di palle agli avversari.

Terminato il divertimento si apprestarono tutti a far ritorno a Sassari.

Antonio Careddu, con dodici uomini, si era impostato verso _Baddimanna_, aspettando il passaggio della comitiva.

I figli Saba, prevedendo qualche brutto tiro lungo la strada, attraversarono gli oliveti saltando i muri. Il padre Ciccio, insieme ai Vacca e ad altri, avevano invece preso la viottola.

Ciccio Saba, che era alto di statura, esplorava di qua e di là gli oliveti, dubitando di qualche tranello. Come scorse gli uomini appiattati, si diede a gridare rivolto ai figli:

— Guardatevi, chè siamo morti!

E in così dire fece fuoco, uccidendone uno, certo Luzzu, pastore di Antonio Careddu.

Avvenne allora un terribile conflitto, in cui rimasero uccisi Antonio Delogu (servo di Luzzu) e Salvatore Saba. Due fratelli Vacca inseguiti dai Saba fino a _Porta Rosello_, furono feriti entrambi, come fu ferito gravemente Ciccio Saba, che in seguito guarì.

I Vacca, Giovanni Saba e qualche altro vennero arrestati.

* * *

Ma Antonio Careddu non era ancora soddisfatto, e pensò di distruggere i Saba superstiti, servendosi di certo Antonio Desini di Ploaghe, capo di una compagnia di sicari. Altro capo sicario volle Giovanni Macioccu, cognato di Careddu, e combinò con un certo _Giacinto_. Il primo di essi, Desini, si associò a certo _Biddisò_ — il secondo, _Giacinto_, scelse per coadiutore un tal _Cabriolu_, già studente.

Il colpo doveva eseguirsi la mattina del lunedì di carnevale, all’uscita del ballo del Teatro civico.

Fu concertata la posta all’imbocco della _Via dei Corsi_, prospiciente al vicolo di S. Andrea, dov’era la casa di Saba.

Come Ciccio Saba e i suoi figli, di ritorno dal teatro, giunsero dinanzi alla chiesa, i congiurati fecero loro fuoco addosso in mezzo alla folla che transitava nel Corso. Giovanni cadde fulminato, e Gavino morì poche ore dopo. Fu pur colpito a morte, accidentalmente, il figlio settenne del fabbricante di paste _Dionisio_, che trovavasi nel suo magazzino.

Della famiglia Saba non rimaneva che il padre Ciccio e il più giovane dei figli. Furono offerti cento scudi per togliere quest’ultimo dal mondo, ma i sicari si rifiutarono, ritenendolo troppo giovine[9].

* * *

L’agguato ai Saba era stato veramente ordito e condono a termine da Desini, da _Biddisò_ e da _Cabriolu_; tuttavia _Giacinto_ si era affrettato a presentarsi in casa di Macioccu, il quale gli sborsò subito i 300 scudi, prezzo convenuto per l’eccidio consumato.

Trascorso qualche giorno, il sicario Desini si presentò allo stesso Macioccu per essere pagato.

— Ho già versato la somma all’autore del colpo! — gli rispose.

— Il colpo è stato eseguito da noi, e perciò io credo non abbiate sborsato somma alcuna ad altri. Pagateci!

Macioccu, dopo essersi rifiutato ad altro pagamento, volle consultarsi con suo cognato Antonio Careddu, che trovavasi nel suo ovile della Nurra.

Non tardarono a recarsi colà Desini, _Cabriolu_ e _Biddisò_, i quali si fecero accompagnare dal bandito Pietro Cambilargiu.

Come Macioccu li vide venire, voleva spararli addirittura; ma Careddu lo calmò, persuadendolo a lasciar loro esporre le ragioni.

Dopo aver persistito nell’affermare il pagamento già fatto, Antonio Macioccu finì per rivelare il nome di _Giacinto_, a lui presentatosi come capo sicario ed autore dell’eccidio dei fratelli Saba.

— Possiede nulla questo _Giacinto_? — domandò Desini.

— Possiede un oliveto a Sassari.

— Ebbene, allora ci farete il piacere di chiamar costui con un pretesto nella vigna. Noi ci nasconderemo dentro la casa rustica, e voi lo interrogherete. Alla nostra presenza egli vi rivelerà i veri autori dell’agguato. Lo costringeremo allora a firmare un atto d’ipoteca sul suo oliveto, a risarcimento del danno recatoci coll’indebita appropriazione.

Antonio Careddu approvò il ragionamento dei tre sicari; ma Macioccu esternò il sospetto che essi avrebbero ucciso _Giacinto_.

— Dubbio puerile! — osservò Desini — Finchè non siamo soddisfatti del nostro avere, ci diventerà più cara la sua vita!

Fu accettata la proposta. Nascostisi i tre _bravi_ nella casetta della vigna, Macioccu trovò mezzo di attirarvi _Giacinto_, invitandolo a declinare i nomi de’ suoi complici, col pretesto della riconoscenza.

Accortisi che il sicario esitava a rispondere, i tre compagni sbucarono dal nascondiglio:

— Dillo dunque: chi ha fatto il colpo?

_Giacinto_ impallidì, e confessò di non aver preso parte all’uccisione dei Saba.

— Restituisci, dunque, il danaro preso!

— Non l’ho più.

— Ma l’oliveto, ce l’hai ancora?

— Sì.

— Sei disposto a sottoscrivere lo strumento di cessione?

— Dispostissimo!

Venne in seguito firmato l’atto notarile, col quale _Giacinto_ vendeva l’oliveto a Macioccu.

Fatta la cessione, quest’ultimo sborsò altri 300 scudi a Desini, a _Cabriolu_ ed a _Biddisò_, i quali finalmente si dichiararono soddisfatti.

Questa storiella, da molti ignorata, mi venne riferita da alcuni degli interessati e da Cambilargiu.

* * *

Antonio Careddu — ricercato dalla giustizia dopo l’assalto di _Baddimanna_ — si era dato a fare il bandito nella Nurra.

Lo conobbi di persona, gli ero molto amico, e gli fui compagno di ventura per alcuni mesi.

Egli si recava da un ovile all’altro, si dilettava di caccia, e faceva il signore. Era un uomo piuttosto pingue e molto frugale; non beveva mai vino, nè liquori, ma prendeva il caffè tre volte al giorno. Si faceva portar tutto da casa, poichè aveva molto bestiame ed estesa proprietà.

Era ben voluto, stimato e rispettato dai pastori, poichè nè sapeva più di un avvocato. Lo consultavano tutti, e i suoi consigli erano seriamente apprezzati. Contava moltissimi amici fra i signori di Sassari, ed era in buoni rapporti coi nobili, e specialmente col marchese di Sant’Orsola.

Egli venne arrestato nell’ovile della _Stantarida_ da dodici carabinieri, fra i quali erano il maresciallo Scaniglia e certo Pietro Puzzone, già carbonaio della Nurra e pratico di tutti gli ovili. Dicevasi che quest’ultimo si servisse dei parenti per facilitare le ricerche dei latitanti in quella regione.

Messo in carcere Antonio Careddu, non si tardò a fargli il dibattimento; ma per i molti amici che contava a Sassari, e per la sua buona condotta, venne assolto e rimesso in libertà.

Un suo amico calzolaio — certo Salvatore, condannato a molti anni di galera — gli aveva raccomandato la moglie... ch’ei fece propria. La moglie vera ed i figli di Antonio Careddu passarono allora sotto tutela della zia — sorella di lui e moglie di Macioccu.

Per questa sua condotta un po’ libertina, e per essersi separato dalla famiglia, Careddu fu abbandonato dagli amici signori di Sassari, i quali non ebbero per lui stima, nè riguardi di sorta.

Antonio Careddu visse molti anni nella Nurra consultato anche per questioni legali, tanto era d’ingegno.

Salvatore, intanto — il calzolaio che gli aveva affidato la moglie — era ritornato da galera. Appresa la tresca della sua compagna, meditò l’uccisione del falso protettore e dell’amico infedele.

Questo Salvatore aveva per compare di battesimo certo Baingio Deroma, un pastore sfacciato, che di frequente faceva pascolare il proprio bestiame nelle terre di Antonio Careddu. Costui lo pregava di dargli almeno qualche piccolo compenso, ma quegli faceva il sordo.

Un altro pastore vicino d’ovile — certo Giovanni Luigi Manunta — imitando Deroma, introduceva il suo gregge nei tenimenti di Careddu, e questi tornò a dolersene con entrambi:

— Pagatemi almeno una trentina di scudi all’anno. Anch’io ho diritto di trarre qualche lucro dalle mie terre, nè parmi giusto che voi approfittiate del mio pascolo senza offrirmi compenso alcuno.

Consultato dai contendenti, io diedi piena ragione a Careddu, poichè il danno che gli recavano i due pastori oltrepassava i cento scudi, mentre l’amico era discreto nel domandarne soli trenta.

Manunta e Deroma promettevano di risarcire il danno, ma non pagavano mai.

Un giorno Careddu, inasprito più del solito, minacciò di far loro pagare la contravvenzione.

I due pastori vollero cogliere l’occasione, e concertarono di liberarsi del creditore importuno.

Vicino agli ovili di Manunta e di Deroma abitava un giovane — certo Gio. Andrea Ilde — il quale faceva all’amore colla figliastra di quest’ultimo.

— Se riuscirai ad uccidere Antonio Careddu — gli disse Deroma — ti darò in moglie la mia figliastra.

— Solo non mi attento: aiutami tu!

— Andremo insieme. Dopo che l’amico sarà ucciso, ti manterrò la promessa!

Si unirono, infatti, e diedero la caccia a Careddu, che tolsero di mezzo con una fucilata.

Il giovane Ilde fu preso dalla paura e si diede subito alla macchia; Deroma stette sul sospeso, fra il bandito e l’uomo libero. Entrambi vennero arrestati.

Mentre batteva la campagna, Gio. Andrea Ilde mi pregò più volte di prenderlo in mia compagnia; ma io lo tenni sempre lontano per aver ceduto ai consigli di Deroma. Acciecato dall’amore, egli si era lasciato trascinare ad un’azione indegna.

Il potente partito di Deroma, colle deposizioni in tribunale, seppe aggravare la causa di Gio. Andrea Ilde, scagionando il compagno; ond’è che questo fu assolto, e il giovane fu condannato alla galera in vita. Solite cose della giustizia!!

L’uccisione di Antonio Careddu non fu che una vigliaccheria. Quest’uomo non meritava simile fine, perchè era buono ed aveva tutte le ragioni del mondo.

Il calzolaio tradito aveva vendicato il suo onore, senza compromettere la propria libertà!

CAPITOLO IV.

Gli amori del bandito.

La vita randagia del bandito, l’ozio continuo, le visite frequenti a questo e a quell’ovile, fanno sì, che più degli altri egli senta il bisogno dell’amore.

Ho già detto che in nessun tempo la donna mi ha allettato; ed anche da giovinotto preferivo l’esercizio delle armi ai balli ed alle chiacchiere colle forosette.

Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita del prete, e inasprito per l’abbandono dell’ingrata che avevo scelto per compagna, provavo quasi ripugnanza a intrattenermi colle donne, che io trovava negli ovili, nei molini, o nelle aie.

Durante i primi mesi di latitanza avevo appreso, dall’esperienza de’ miei compagni, quanto la donna e gli amori riuscissero fatali al perseguitato dall’umana giustizia. È nel nido d’amore che si colgono più facilmente le belve; e i carabinieri lo sanno. Non pochi banditi caddero in questa rete, ed io ben lo sapeva. Chi ha un’amante ha una spia, e la sua perdizione è certa. La donna, o per gelosia, o per vendetta, o per leggerezza, assai di frequente getta il suo amante fra le braccia della giustizia. La forza non deve mai darsi in braccio alla debolezza. Sono più pericolose le lusinghe e le moine d’una donna, che le manette dei carabinieri; da queste possiamo spesso liberarci, da quelle mai: bisogna soccombere!

Io sorrideva, ogni qual volta vedevo Cambilargiu, Spano e Derudas correre audacemente in cerca di donne, e fidarsene tanto! Non solo mi guardavo dall’imitare i miei compagni, ma badavo di non accompagnarli mai in questo genere di conquista. Mi sottraevo sempre con un pretesto.

La donna si affeziona facilmente al bandito. Non si può immaginare il fascino che sulla loro immaginazione esercita il coraggio, la forza, l’audacia di questi uomini erranti, che gettano lo spavento nelle popolazioni. Non si ha mai migliore amico e protettore di una donna — ma più grande è il loro attaccamento, più grande è il pericolo di essere tratto in arresto.

Non è vanto il mio; poichè non fui più fortunato degli altri. Ci troviamo più spesso nel caso di fuggire l’amore, che di andarlo a cercare. Non c’è bandito che non abbia la sua amante; e quasi tutte, d’ordinario, sono le mogli degli altri. I molini e gli ovili, in modo speciale, sono quelli che a noi forniscono queste innamorate.

Ben difficilmente un bandito fa relazione con una ragazza, se non è per sposarla. Le vedove sono quelle che più ci tentano e più ci danno l’assalto.

Non ancora trentenne, pieno di slancio e di fuoco, anch’io dovetti pagare il mio tributo all’amore — anzi a più amori; e devo subito confessare, che non fui mai fedele, nè costante. Ogni ovile ed ogni molino, dove capitavo per caso, era il mio ritrovo d’amore; ed io rivedevo l’amante ogni settimana, ogni mese, ed anche ogni anno, se l’occasione di avvicinarla non si presentava spontanea. L’idea fissa di un tradimento, di un agguato, di una sorpresa bastavano per frenare i miei bollori e per rendermi cauto; onde posso dire, che nella mia lunga carriera di bandito, per trent’anni, non ebbi mai a lamentare alcun disguido, nè alcun pericolo per causa di una donna. Ho avuto più fastidi assistendo agli amori degli altri, che agli amori miei; e ne avete le prove nell’episodio della vedovella di Derudas, da me narrato.

Sono molte le avventure amorose capitatemi nei primi dieci anni di vita randagia (dai trenta ai quarant’anni) — in seguito misi giudizio, e abbandonai del tutto la donna, poichè fui sempre per natura serio, riflessivo, e mi pareva cosa puerile correr dietro ad una gonnella. La mia dignità ne soffriva in faccia a’ miei compagni.

Dirò di un’altra fissazione. Mentre tutti i miei compagni narravano con un certo orgoglio i loro casi amorosi, le avventure, le conquiste delle mogli altrui, io ridevo con loro, scherzavo, ma mai risposi con pari confidenza. Nessuno mai seppe le mie peripezie d’amore, nè mai dal mio labbro sfuggì il nome d’una donna che mi aveva amato. A me sembrava vigliaccheria denunziare o compromettere una debole creatura, la quale forse non aveva ceduto che alla forza delle nostre lusinghe, od alla paura! Conobbi banditi prepotenti (fra i quali Cambilargiu) che chiedevano amore ad una moglie altrui, minacciando di ucciderle il marito se si mostravano scortesi. Se l’amore veniva, io lo coglieva senza rimorsi; ma certo non lo provocavo, per non pagare d’ingratitudine il pastore a cui dovevo asilo e protezione.

* * *

Diversi casi mi capitarono, ma non mi fermerò sui particolari, poichè mi ripugna rivelarli. Accennerò di volo ad alcune avventure, oltre a quella di Maddalena, la cui relazione ebbe più lunga durata.

Mi trovavo, un giorno, chiuso in una casa di Florinas, il cui padrone era un vecchio che aveva moglie giovane. Mi avevano nascosto al pian terreno. Due figlie del padrone, di primo letto, entrambe maritate, venivano con frequenza a visitare la madrigna e a veder me. Un giorno mi trovai solo con una di esse, e le rivolsi una galanteria.

— Sta attento per la mamma! — ella mi disse dolcemente, incoraggiandomi a continuare la corte.

Il marito era lontano, nella sua fattoria; e la chiusa dell’avventura fu, che ella mi invitò in sua casa, e mi dichiarò che un bandito disgraziato le aveva sempre destato una pietà profonda...

Un altro giorno mi trovavo in un ovile di fiducia, dove solevo recarmi di tanto in tanto. Si era tutti intenti a tosare le pecore; e il padrone, dopo avermi offerto un bicchierino d’acquavite, tornò fuori al lavoro co’ suoi compagni. Mi buttai sul letto perchè mi sentivo stanco ed avevo bisogno di riposare.