Giovanni Tolu, vol. 2/2

Part 2

Chapter 23,717 wordsPublic domain

Lungo il cammino io invocai colla mente la Beata Vergine perchè mi illuminasse la coscienza, rivelandomi se il mio compagno meritasse la morte. La coscienza mi rispose di sì, e fui tranquillo. Raccomandai pure l’anima mia al Signore, nel caso in cui fossi rimasto soccombente.

Non ho mai trascurato simili pratiche religiose lungo il corso della mia vita. Ero stato sagrestano, e conoscevo la dottrina cristiana.

Camminammo entrambi per un’ora. Si era di gennaio, aveva nevicato, e la notte era molto fredda, quantunque non spirasse un alito di vento.

Tanto l’uno, quanto l’altro, badavamo a non darci mai le spalle.

Ci fermammo all’ovile di un comune amico, dove chiacchierammo per tre ore. Verso la mezzanotte ci rimettemmo in cammino. Salvatore doveva sentirsi contento, sapendosi mia guida e compagno per le terre del suo paese, di cui non ero abbastanza pratico. Per avventurarsi in un territorio quasi sconosciuto, bisognava nutrire cieca fede nel proprio compagno: condizione disgraziata di tutti i banditi!

Giunti a un certo punto in cui la strada si apriva fra due fitte macchie di lentischio, sentimmo le pedate del bestiame, che scappava al nostro avvicinarsi.

— Cammina piano e fa silenzio! — dissi al mio compagno.

— Perchè?

— Perchè questo è un punto in cui di frequente si appiattano i carabinieri. Io lo so!

— Tieniti pronto — soggiunsi, armando i grilletti del fucile — io sono più esperto di te in queste faccende.

Salvatore montò anche lui i due grilletti del fucile, e stette all’erta colle canne abbassate.

— Sta attento a destra... io terrò d’occhio la sinistra. Oltrepassate le piante d’elce ci troveremo al sicuro.

Le tenebre si erano addensate, ma la strada era abbastanza chiara per il riflesso della neve.

Eravamo a _Pala Montedda_, in territorio di Ossi.

Si camminava sempre di conserva, a dieci passi l’uno dall’altro, ma sempre sbirciandoci colla stessa diffidenza e collo stesso intento sinistro. L’occasione era ghiotta per entrambi, poichè a lungo aspettata, e non dovevamo lasciarcela sfuggire. La vittoria è degli audaci.

Ad un certo punto mi fermai di botto, come in ascolto; e colla rapidità del lampo, puntando il fucile alla testa del mio compagno, feci fuoco.

Si udì una detonazione, e il sordo rumore di un corpo che stramazzava. Null’altro — non un gemito, non un sospiro.

Prima mia cura fu quella di ricaricare il mio fucile, appoggiando il calcio sul corpo del caduto; indi recitai un’_Ave Maria_ ed un _Requiem_ per il trapassato. Io ho sempre ucciso il corpo, non l’anima dei nemici; l’anima ce l’ha data Iddio, e Dio deve riprendersela; il corpo è della terra, e alla terra deve ritornare[2].

[Illustrazione: Uccisione di Salvatore Moro]

Recitata la preghiera, afferrai per un braccio il cadavere, lo trascinai per breve tratto, e lo lasciai cadere nello spacco d’una roccia vicina.

Dopo di che, coll’animo tranquillo, continuai tutto solo la mia strada.

Regnava in campagna il più profondo silenzio; non si vedeva anima viva. Nessuno mai seppe di quel duello a morte, avvenuto a mezzanotte in quella viottola deserta. Le piante d’elce e le macchie di lentischio furono i soli testimoni della scena di sangue.... ma mantennero il segreto![3]

* * *

Due giorni dopo compiuta la vendetta, io aveva insellato la mia cavalla, ed ero ritornato alla Nurra. Presentatomi all’ovile di Paolo Sechi, questi si fece alla soglia, e mi chiese con curiosità premurosa:

— Ebbene...?

— La cattiva pietra è tolta! — risposi — Speriamo, almeno per ora, che il buon muro non crolli!

* * *

La moglie di Salvatore Moro, non vedendo più ricomparire il marito, dopo due settimane ne aveva dato relazione alla polizia.

Un mese dopo, il pastore Antonio Giavesu riferì alla giustizia di aver rinvenuto un cadavere nel territorio di Ossi. Era stato spogliato da qualcuno, per appropriarsene le vesti.

Diverse autorità, i carabinieri, e i barracelli d’Ossi e di Florinas (fra i quali era mio fratello Giomaria) si recarono sul luogo per vederlo. Nato dubbio sull’identità dell’individuo, il pretore mandò a chiamare la moglie di Salvatore; la quale, dopo aver fissato il cadavere, diede in urli, esclamando:

— È lui!... è mio marito! L’uccisore non può essere stato che Giovanni Tolu!

Il pretore lasciò scapparsi alla presenza di tutti:

— Come sai, che fu Tolu? Dunque tuo marito gli faceva la spia!

Questa credenza era fondata nella popolazione.

Nel susseguente maggio, mentre mia madre trovavasi alla _Grotta de Marmaru_ nell’ovile di mio cognato Bazzone — in territorio di S. Gavino _scapezzato_ — vi capitarono una signora ed un prete per chiedere un bicchiere di latte caldo. Essi affermarono di essersi trovati presenti nell’ufficio della pubblica sicurezza di Sassari, quando Salvatore Moro conferiva coll’ispettore, pronunciando più volte il nome di Giovanni Tolu. Era a cognizione di molti, che Moro avesse ricevuto in acconto ottanta scudi, incaricandosi della mia morte o della mia cattura.

PARTE TERZA

IL BANDITO DELLA NURRA

[Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della storia]

CAPITOLO I.

Alla Nurra.

Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita di prete Pittui, io non poteva dimenticare la Nurra, vasta regione che da giovinotto avevo visitato con frequenza, chiamatovi per i lavori del seminerio, per la mietitura, e per il raccolto del grano. Come ho già detto, ero salito in fama di uno dei più abili lavoratori di campagna. Le mie cognizioni agricole, il mio ardore, la mia instancabilità, mi avevano procurato la conoscenza di molti proprietari di terre e di bestiame. D’ordinario io veniva invitato come capo agricoltore, coll’incarico della scelta degli uomini adatti al lavoro; epperciò godevo d’una stima e fiducia illimitate.

Non potevo dunque dimenticarla, la Nurra, territorio accidentato, sicuro, adatto per i banditi, perchè ricco di montagne, di foreste, di macchioni e di rifugi quasi inaccessibili ed inesplorati. I casali e gli ovili, posti a grandi distanze; i pastori ospitali e fedeli per indole; le rare visite dei carabinieri per la inaccessibilità dei luoghi, facevano della Nurra un soggiorno assai gradito ai latitanti del Logudoro e di altre regioni della Sardegna. Da tutta l’isola, infatti, vi accorsero in ogni tempo agricoltori, pastori, e banditi, i quali finirono per domiciliarvisi; e ciò si desume dai casati delle famiglie, molte delle quali rivelano l’origine degli abitatori — come i Bittichesu, i Rebecchesos, ed altri molti.

Sparsi per la Nurra saranno un 270 ovili circa; ognuno dei quali possiede in media un centinaio di _rasieri_ di terra (circa 140 ettari).

Nei primi tempi che io vi andai (verso il 1845) la fama dei nurresi non correva troppo buona. Mi si disse dai più anziani, che non pochi lavoratori forestieri vennero uccisi dai proprietari, per non pagar loro alla fine dell’annata il salario dovuto.

Gli abitanti della Nurra erano protetti dai signori di Sassari; i quali assai spesso se ne servivano come _bravi_, massime nei tempi in cui più ardevano le inimicizie tra le famiglie cittadine.

La zona delle mie escursioni era ristretta. Il campo di azione era per me limitato ai soli territori della Nurra e di Florinas, ch’io conoscevo palmo a palmo. Mi spingevo qualche volta fino ad Osilo, a Sorso, o ad altri paesi lontani, solo per compiacere i banditi coi quali mi univo. È consuetudine che l’uno serva di guida all’altro nel territorio del proprio paese.

Nei primi anni di banditismo, poco mi allontanai dal mio paese, dov’erano sparsi gli ovili dei parenti e dei fidi amici che mi soccorrevano, e dai quali potevo facilmente attingere informazioni su’ miei avversari, per affrontarli, o per sfuggirli. In seguito sbollì nel mio cuore il patrio entusiasmo. A Florinas non avevo più affetti; non avevo più nido, perchè me lo avevano distrutto i miserabili che giurarono la mia rovina. Più tardi la Nurra divenne la mia seconda patria, perchè in essa e a Portotorres erano concentrati tutti i miei affetti, come dirò nel corso della mia narrazione.

Anche fra i banditi vi sono i tristi, i miserabili, che vendono il proprio compagno, adescati dal lucro d’una taglia, o dalla speranza della propria impunità. Ma è cento volte da preferirsi il cader fulminato sotto le palle dei carabinieri, che viver libero, segnato a dito qual traditore e spia. D’altra parte questi tali non vivono sicuri neppure in libertà, poichè non tardano a cader vittima del proprio tradimento, per opera dei parenti del tradito.

Io posso dire di aver passato i miei trent’anni di banditismo fra le campagne di Florinas e quelle della Nurra.

La mia vita di bandito, in rapporto al soggiorno, potrebbe dividersi in due distinti periodi. Durante il primo decennio mi fermai più a lungo nei dintorni del mio paese, facendo brevi soste nella Nurra, da me ritenuta come luogo di diporto e di villeggiatura. Nel secondo periodo, al contrario, feci brevi le soste nel territorio di Florinas, per fermarmi più a lungo nella Nurra, finchè la prescelsi a mia stabile dimora.

* * *

Come altrove dissi, mi esercitavo continuamente nella lettura. La storia dei _Reali di Francia_ era fra i miei libri prediletti, e tuttora la conservo. Ho sempre letto con vivo piacere le avventurose gesta di _Fioravante_ e di _Buovo d’Antona_; e confesso che esse eccitarono la mia immaginazione, contribuendo ad accrescere nel mio animo le ansie della lotta e del combattimento. Tutti gli altri libri, che in seguito lessi, erano dello stesso genere. I fatti d’armi m’inebbriavano.

Nelle mie prime gite alla Nurra, io visitava qua e là gli _stazzi_ (casolari isolati) de’ miei vecchi amici, dov’ero accolto con molta cordialità, e dove trovavo conforti e soccorsi, che lenivano in parte le mie continue ambascie.

Nei famigliari colloqui con quella buona gente io dimenticava, almeno per brev’ora, le mie sofferenze e gli odî miei. Avevo bisogno di scambiare quattro parole con un mio simile, perchè i ricordi dolorosi venissero con meno insistenza a martellarmi il cervello, e perchè i sogni di sangue turbassero meno le brevi ore del mio riposo. Il silenzio e la solitudine mi erano cari; ma io mi avvedevo che in seno ad essi fantasticavo troppo, diventavo più irrequieto, più irascibile, più feroce nei propositi di vendetta.

Quando mi trovavo solo — massime nelle fredde e tempestose giornate invernali — mi pareva che i miei pensieri nuotassero come in un lago di sangue; mentre invece quando mi trattenevo a scherzare colle donne e coi bambini dei pastori, dimenticavo di essere un fuggiasco maledetto, e mi pareva di vivere nel focolare domestico, insieme alla famigliola che avevo sognato. Raccontavo alle donne le barzellette, narravo ai pastori qualche passo della Storia sacra o dei _Reali di Francia_, e il tempo mi volava.

* * *

Il lungo ozio, mi aveva aguzzato la mente. Poco per volta mi ero perfezionato nella lettura e nelle nozioni popolari di medicina. Ero il medico della gente di campagna, perchè conoscevo la virtù di non poche erbe medicinali, e molti segreti per le cure, attinti all’esperienza.

Venivo chiamato con frequenza al letto degli ammalati, perchè conoscevo la febbre. Avevo sempre meco le lancette, e salassavo le donne incinte e gli uomini di temperamento sanguigno; poichè a quel tempo il salasso era tutto; e quando l’uomo riusciva a cavarsi un po’ di sangue si credeva immune da qualunque malanno. Naturalmente io entrava negli ovili con circospezione, e tenevo sempre un occhio sull’ammalato e un occhio alla porta, poichè sapevo che i carabinieri non avevano troppo rispetto per l’uomo della scienza!

Le mie nozioni popolari di medicina e di chirurgia erano molte: tutte indispensabili ai banditi, i quali non possono ciecamente affidarsi alle cure di un medico.

Fra le altre cose, io era salito in fama per la guarigione delle fistole. Tagliavo un’erba che nasce nei luoghi umidi (da noi chiamata _s’erva de sa rana_, o _de sus fistolas_) pronunciando per tre volte il nome della persona ammalata; la facevo seccare al sole, la riducevo in polvere, e la somministravo per nove giorni di seguito al sofferente, sciolta nel caffè o nel brodo. Il difficile stava nel cogliere l’erba in tempo utile. Guai se si sbaglia il giusto punto della luna!

Parimenti famoso ero nella guarigione delle grosse piaghe alle gambe. Prendevo il femore di un uomo ucciso a malefizio; lo raschiavo, e ne applicavo la polvere sulla piaga. Consumato tutto l’osso, la persona era guarita. Non mi fallì mai una cura!

Narrerò in proposito un aneddoto.

Un giorno fui chiamato dal prete Matteo Sanna di Florinas, il quale camminava zoppo, a causa di molte piaghe alle gambe.

— Ti chiedo un favore — mi disse. — Tu che vai in giro per la campagna, e conosci tante vittime immolate per vendetta, devi procurarmi l’osso della gamba di un uomo morto di palla, o di pugnale. Ho bisogno di raschiarlo per guarirmi dalle piaghe che mi tormentano.

— Lei è prete — gli risposi — nè so se io possa, senza peccato, soddisfare al suo desiderio. Trattasi della profanazione di un sepolcro, e vorrei sapere se mi assolverebbe, se venissi a confessarmi da lei!

Il prete mi disse solennemente:

— Quando una cosa si fa per il bene, il bene uccide il peccato!

Gli portai l’osso desiderato, e il prete guarì. Questo buon successo mi rese più saldo nella mia convinzione[4].

Dirò un altro fatto. Venni un giorno chiamato a curare un certo tale, affetto da un grosso tumore al ginocchio. Sul tumore erano chiaramente segnati i due occhi, il naso e la bocca di una testa di morto. Interrogato l’infermo, egli mi confessò di aver avvertita l’enfiagione poco dopo di aver dato un calcio ad un teschio, capitatogli fra i piedi attraversando una viottola.

L’infermo e i parenti sapevano, al pari di me, che il rimedio infallibile era l’osso di un morto. Promisi di cercarlo, e indicai un posto in campagna per venire a ritirarlo.

Non dimenticherò mai quel giorno; poichè nel momento che consegnavo il femore ai tre amici dell’infermo, vidi a poca distanza da me quattro carabinieri immobili, che mi guardavano fisso. In due salti raggiunsi un’altura, dove mi seguirono i compagni. I carabinieri continuavano a piantarmi gli occhi addosso; ed allora feci loro segno colla mano di accostarsi. Per fortuna essi si allontanarono, dopo aver scambiato fra loro qualche parola. Mi persuasi quel giorno, che anche la professione di medico non va esente da pericoli!

* * *

Lo studio delle lettere mi tornava più gradito della medicina, poichè potevo coltivarlo con meno spasimi. Chiuso nel crepaccio d’una roccia, o sdraiato in mezzo a una folta macchia di lentischio, io leggevo stentatamente, ma con pazienza e molto piacere, i miei tre libri prediletti: l’ufficio della Beata Vergine, regalatomi del Rev. Dettori, rettore di Florinas; i _Reali di Francia_, che possedevo da lungo tempo; e una piccola Bibbia del Diodati, che avevo acquistata da un rivenditore ambulante di libri.

Ripeto dunque, che vivevo con piacere nella Nurra, dove meno erano i pericoli, e dove non mi mancava un po’ di svago, compreso qualche amoruccio, come narrerò in seguito.

Non tralasciavo, pertanto, di far frequenti gite al mio paesello natìo, quando sentivo il bisogno di rivedere la mamma e i congiunti, per cambiarmi la biancheria, o per chiedere notizie di nemici che non cessavano di tendermi insidie.

Le vendette da me compiute davano un po’ d’inquietudine ai miei compaesani, non esclusi i signori.

Comincierò dunque dal narrare le principali mie avventure nella Nurra, nonchè il risultato delle mie gite a Florinas, quando di tanto in tanto ero costretto ad andarvi.

CAPITOLO II.

I nuovi pirati.

Fu dopo il 1855, che mi determinai a fermarmi più a lungo nella Nurra _di dentro_.

Comunicata l’idea a mio cognato Ignazio Piana, che aveva colà molte conoscenze, egli mi raccomandò segretamente a un suo buon amico: certo Vigliano Masia, che aveva l’ovile nella regione di _Fiume santo_.

— Bisogna procurare, per alquanti giorni, un rifugio sicuro a Giovanni Tolu — gli disse.

— Vieni da me con lui sabato notte — gli rispose — ed io penserò a custodirlo.

Presentatomi a Masia con mio cognato, egli c’invitò a cena; poi mi accompagnò all’ovile di un suo cognato, dicendomi che ivi fossi rimasto tranquillo fino al suo ritorno.

Mi lasciò colà solo.

Nei dintorni di quella cascina abitavano diversi cugini di Masia; ed io andava a visitarli con frequenza, essendo tutti brava gente.

Dopo una diecina di giorni che rimasi fisso in quella cascina, Vigliano mi fece montare a cavallo, e mi portò in giro per visitare gli ovili circonvicini. Gli amici comuni stavano sempre in vedetta, per avvertirmi quando scorgevano carabinieri in perlustrazione, o qualche nota spia che avrebbe potuto arrecarmi danno.

In quel frattempo io mi ero adoperato per assestare una vertenza sorta fra Vigliano e certi dispettosi suoi vicini, i quali da qualche tempo gli demolivano il muro di cinta d’una tanca. Scoperti da me i malevoli, e appianata la questione, mi cattivai la stima dell’amico.

Trascorsa così un’altra quindicina di giorni, Masia mi portò prima dell’alba nell’ovile di Paolo Sechi, suo compare di battesimo, e già intimo amico di Agostino Alvau. Picchiò alla bassa finestra con un segno convenzionale, e il pastore si alzò da letto per aprire la porta.

— Ti lascio quest’amico per dieci giorni — gli disse presentandomi — Verrò io a riprenderlo. Procura di custodirlo gelosamente!

Vigliano Masia, — che mi conduceva sempre di notte per non essere veduti — mi lasciò nell’ovile, senza dire a Paolo chi io mi fossi.

* * *

Rimasi alcuni giorni nell’ovile. Una sera mi addormentai, e feci un sogno, che mi rimase impresso nella mente, per le singolari circostanze che lo seguirono.

Sognai di trovarmi in riva al mare, vicino all’Argentiera, e propriamente nel luogo detto la _Carazza grande_, dove vidi un bastimento sfasciato, sulla cui prora era scritto a lettere grosse: _Basto_[5].

— Dentro a questo legno — pensai nel sogno — ci dev’essere qualche cosa di buono. Voglio entrarvi!

Montai sulla nave, col proposito di non accettare da bere da chicchessia, nel dubbio che mi si volesse avvelenare.

Mi trovai dinanzi ad una grande signora, a cui chiesi:

— Chi è lei?

— Sono la moglie del governatore di _Basto_. Per carità, non uccidetemi!

— Non vi uccido — risposi — ma datemi di quello che avete!

Mentre guardavo le tre sale sontuose che si offrivano in fila a’ miei occhi, vidi un signore sfarzosamente vestito e coperto di decorazioni, che le attraversò rapidamente. Egli si dileguò come in una nebbia.

Mi svegliai tutto agitato, ripensando alla mia visione.

Poco dopo fui chiamato a pranzo, e sedetti a tavola coi padroni dell’ovile. — Paolo Sechi e sua moglie; Maria Antonia Dore — a cui narrai il mio sogno.

La sera di quello stesso giorno, proveniente dalla _Stantarida_, venne un servo, che disse a’ suoi padroni:

— Vostro compare vi prega di recarvi a visitarlo alla marina, poichè sulla spiaggia della _Carazza grande_ trovasi un grosso barco sfasciato, là buttato dalla tempesta.

Ci guardammo in viso meravigliati. Paolo Sechi mi disse:

— Ma questo è il tuo sogno avverato!

— Andiamo insieme a vedere il barco — esclamai — Non sono mai stato da quelle parti.

Si partì tutti alla volta della _Carazza grande_, dove giungemmo a notte.

La mia meraviglia crebbe, quando mi accertai che la località era quasi identica a quella da me veduta in sogno. Fu questo uno dei fenomeni che più mi abbiano colpito nella vita, nè giunsi mai a spiegarmelo[6].

Era un legno a tre alberi, pendente da un fianco, vicino al quale stavano due barche algheresi, in cui erano sei o sette individui.

Spintomi fino all’alta roccia, quasi a picco sul mare, puntai il mio fucile in direzione delle barche, e gridai forte:

— Venite a terra, o vi brucio uno per uno! Voi siete i ladri, e poi riferirete che il bastimento fu spogliato dai pastori della Nurra!

— Ch’io possa morire, se siamo ladri! — gridò uno dalla barca a me rivolto — Siamo in compagnia del vice console d’Alghero.

— Venite tutti da noi per provarcelo! — soggiunsi a voce alta — altrimenti vi faccio fuoco addosso!

Vennero allora a farsi riconoscere; e in seguito le due barche si portarono ad Alghero, per dar rapporto che i pastori nurresi avevano loro fatto resistenza, perchè il pistacchio (di cui era carico il legno) non venisse derubato.

Il vice console ordinò allora a due guardie di finanza di pernottare nell’ovile più vicino al mare, per poter di giorno meglio sorvegliare lo scaricamento del legno, incagliato sulla spiaggia.

Le ondate del mare avevano trasportato a terra una grande quantità di pistacchio. Alcune barche algheresi, due giorni prima, avevano rubato dal bastimento tutto lo zucchero, il caffè e molta tela.

Mentre ogni notte le due guardie se ne stavano tranquille nell’ovile a conversar colle donne, non pochi pastori si portavano alla spiaggia, per trasportare coi cavalli il pistacchio, che nascondevano dentro i macchioni, all’insaputa dei sorveglianti. Avevamo appreso dalle stesse guardie, che quel frutto valeva a 15 scudi il quintale; e perciò si era riuscito ad accumularne nelle macchie per oltre 12 rasieri.

Ci eravamo pure accorti, che le due guardie, per proprio conto, facevano anch’esse man bassa su molti effetti appartenenti al bastimento. Un legno naufragato appartiene alla spiaggia su cui viene sbalzato dalla tempesta, e perciò ciascuno ha diritto alla preda[7].

La notte susseguente si scatenò un violento uragano. Il vento soffiò orribilmente da mezzanotte all’alba, e il mare mandava i ruggiti di un toro.

Io rimasi nel crepaccio di una roccia, in compagnia di alcuni pastori; altri tornarono alle loro capanne per custodirvi il bestiame.

Il vento impetuoso sbatteva il legno alle roccie, e il chiasso infernale non mi lasciò chiudere occhio in tutta la notte. Pareva un finimondo.

Verso le due dopo mezzanotte mi affacciai alla roccia. Pioveva a dirotto, e le ondate schiumose si frangevano con fragore agli scogli sottostanti. Il legno, a dieci metri dalla spiaggia, si dondolava scricchiolando, ed aveva i fianchi aperti.

Poco prima dell’alba, insieme a cinque pastori, scesi fino alta spiaggia. Il mare era ingrossato, e vedevo galleggiare sui marosi, di qua e di là, alcuni pezzi quadrati, come piccoli bauli. Quei dadi curiosi uscivano ad uno ad uno dal fianco squarciato del bastimento, nè sapevo che cosa fossero.

Mi levai le scarpe, rimboccai i pantaloni all’altezza del ginocchio, ed entrai piano piano nell’acqua. Giunsi ad afferrare uno di quei dadi, che erano ricoperti di tela ben cucita. Tagliai con un coltello l’involucro, e mi accorsi che contenevano grossi pani di cera.

Poco mancò che io non fossi travolto dalle onde furiose. Due altri pastori, che erano entrati con me nell’acqua, sorpresi dai cavalloni, si videro perduti. Feci in tempo ad afferrarli per la mano, e guadagnammo la spiaggia.

Da solo, quindi, con molto coraggio e altrettanta pazienza, giunsi a tirare a riva una quindicina di quei grossi dadi di cera. Dieci ne nascosi accuratamente accanto ad uno scoglio vicino, collocandovi sopra grossi macigni; e cinque ne portai meco in vicinanza dell’ovile.

Uno dei pastori, mio compagno nella pirateria, mi sbirciava con occhio torvo e diffidente. Più tardi egli stesso mi confessò, che aveva temuto che io lo uccidessi in quel luogo deserto, per appropriarmi dell’intiero bottino.