Part 1
ENRICO COSTA
GIOVANNI TOLU
STORIA D’UN BANDITO SARDO NARRATA DA LUI MEDESIMO
PRECEDUTA DA CENNI STORICI SUI BANDITI DEL LOGUDORO
Con Vignette di Dalsani
Volume Secondo
SASSARI PREMIATO STABIL. TIP. G. DESSÌ 1897.
CAPITOLO XXI.
Spigolatrice e spigolatore.
Dopo essermi separato da mia moglie, non posso dire di essere stato sordo all’amore.
Avevo 27 anni, ero giovane, e sapevo di non essere antipatico, nè brutto. Siccome però io tenevo alla sobrietà, alla quale dovevo la virtù della prudenza, stetti in guardia. L’uomo, quando vuole, può esercitare un imperio sulle proprie passioni, ed io era uscito sempre vincitore dalle lotte: mi sapevo frenare dinanzi al vino e dinanzi alle donne. Solamente dinanzi al tabacco ed alla vendetta io mi sentiva debole, nè alcun freno seppi mai impormi — lo confesso.
Io sapevo per esperienza, che solamente nell’intemperanza si commettono le imprudenze. L’eccesso nel bere e la febbre amorosa non possono che togliere l’energia e offuscare l’intelletto. Il latitante ubbriaco, od innamorato, cade facilmente nella rete della giustizia. Il vino e la donna sono i due traditori del bandito; quindi io abborriva dall’uno e dall’altra: conoscevo la storia di Noè, che aveva dato scandalo ai figli; e la storia di Sansone, ch’era stato tradito da Dalila.
Io ero uscito incolume da tutti gli assalti: le palle mi rispettavano. Ero stato compagno dei principali banditi del Logudoro, e li avevo veduti in poco tempo sparire dal mio fianco: — Antonio Rassu, arrestato; Puzzone, morto in carcere; Leonardo Piga e Derudas, in galera; Gio. Cossu, di Nulvi, freddato dai carabinieri; Antonio Spano, avvelenato; Cambilargiu, ucciso da un parente traditore. Io li aveva veduti scomparire ad uno ad uno nei primi anni della mia vita randagia... ed io sorvissi ad essi!
* * *
Nelle mie solitudini io ricordavo con dolore il mio amore tradito — l’amore calmo e sereno della sposa che v’incoraggia al lavoro e vi sprona ai risparmi quotidiani, per dare un po’ di benessere ai vostri figli, alla vostra famiglia. Io maledicevo quella ragazza sconsigliata che si era da me divisa, solo per dar retta ai mali consigli de’ miei nemici.
Maria Francesca viveva sola, abbandonata da tutti; e qualche vaga voce di contegno scorretto era pervenuta al mio orecchio, sebbene in paese ella avesse fama di buoni costumi. Ma, che m’importava della sua condotta? Mi ero separato da lei; per lei ero diventato un tristo; ed a lei sola io doveva la vitaccia che menavo e che sarebbe finita con una morte violenta, o ignominiosa. Che importava a me di Maria Francesca? La disprezzavo, e null’altro!
* * *
Era il mese di agosto — della stagione a me cara, perchè mi ricordava la messe e i lavori della trebbiatura, ai quali mi ero dedicato nella mia sana ed onesta giovinezza. Girovagavo in quei giorni mezzo annoiato, in preda ad una stanchezza morale, più che fisica.
Avevo una cugina quindicenne — Mattea Merella — fidanzata a certo Paolo Fonsa. Quantunque non ancora maritata, mia cugina era andata a spigolare per conto del suo Paolo, in un campo poco distante da Florinas, nella regione _Nuraghe Idale_. Il fratello di Paolo, Francesco Fonsa, aveva preso seco, come spigolatrice per tutta la raccolta, Maddalena Pintus Marongiu — quella ragazza furba, colla quale ero andato alla festa di Mara, e che aveva suscitato sul mio conto un mondo di dicerie.
Io bazzicavo con frequenza in quell’aia, e prendevo svago a chiacchierare colla comitiva allegra delle spigolatrici e dei mietitori.
Un giorno, che Maddalena spigolava a me vicino, mi rivolse la parola:
— Come te la passi, Giovanni?
— Faccio la vita comoda, come vedi!
Maddalena mi gettò un’occhiata tenera; e mi disse con un sospiro:
— Te ne accorgi, eh? come sei andato! Se invece di Maria Francesca Meloni tu ti fossi ammogliato con _qualche altra_, forse oggi non lamenteresti quello che ti è accaduto!
— Cara mia; se al mondo si fosse indovini, forse non sbaglierebbe nessuno! So che tu sei innamorata e promessa sposa ad un pastore, ma nessuno sa come finiranno le cose. È il destino che ci tira per i capelli!
La ragazza tacque, e continuò alcun poco a spigolare; poi mi disse senza guardarmi:
— Ricordi, o Giovanni, la nostra gita alla festa di Mara?... e la colazione vicino al ponte? e l’andata alla fontana? Come eri burbero quel giorno con me! Mi tenevi il broncio perchè sapevi che ti volevo bene. Eppure non ho mai dimenticato che mi prendesti a braccetto insieme a mia cugina, per difendermi dalla folla che correva alla fonte... Certe cose non si possono dimenticare! Pare ieri... e sono passati più di quattro anni!
E Maddalena continuava a spigolare, mentre io andava fissando quella ragazza dal volto abbronzato, che in quel momento mi sembrava graziosa.
Io le dissi, affettando noncuranza:
— Anche tu sei ora legata; io ho potuto sciogliere il mio nodo, ma tu...
— Nessuno è legato a questo mondo! — mi disse Maddalena con voce tremante — ed io potrei sciogliermi, perchè sento di amarti come prima.
— Bada, ch’egli non ti senta!
— Chi?
— Lui... il tuo pastore.
— Che importa? Gli direi sul muso, che amo te più di lui: ecco tutto!
— Quale attrattiva potrei avere agli occhi tuoi? Perchè dovresti amarmi?
— T’amo, perchè ti ho amato prima; perchè sei un disgraziato; perchè sei forte e coraggioso!
Quel giorno mi allontanai; ma confesso che le parole di Maddalena avevano fatto uno strano effetto sull’animo mio. Il ricordo di quella creatura che avevo tanto disprezzato, e che ora mi teneva un linguaggio così affettuoso, m’intenerì. Ella, già così disprezzata, trovava ancora una dolce parola per me; mentre la donna onesta, che avevo prescelto a compagna, non aveva fatto che amareggiarmi la vita, trascinandomi al mal passo.
Ritornai più volte alta messe per chiacchierare con mia cugina e con Paolo, e per continuare i discorsi con Maddalena, che mi aspettava ansiosamente.
Il fidanzato di Maddalena — Gio. Antonio Pitieddu — era un povero pastore. Non potendo abbandonare le sue pecore, se ne stava all’ovile, e veniva di rado all’aia per visitarvi la sposa. Era un giovane vizioso, che nelle sue frequenti visite a Sassari aveva menato una vita dissoluta.
I miei convegni si erano fatti più spessi. L’aia mi tentava, nè tardai ad accorgermi che vi ero spinto dalla passione. Maddalena mi dava l’ora degli appuntamenti, e fra noi si era stabilita un’intimità, che divenne quasi scandalosa.
Passarono così parecchie settimane.
Una maligna cognata di Gio. Antonio, che spiava ogni nostro movimento, un bel giorno ebbe il coraggio di dire a costui:
— Mi pare che ti comporti assai male con una fanciulla che non ti è ancora moglie! Apri gli occhi e intendimi bene! Lo stato della tua fidanzata mi è sospetto. O affretta le nozze se vuoi riparare al tuo fallo, o ritardale se non vuoi riparare al fallo degli altri. Ho detto abbastanza: la tua coscienza ti dica il resto!
La cruda e inattesa rivelazione turbò vivamente il pastore, che aveva stabilito le nozze per la fine di agosto.
— Sei una visionaria od una calunniatrice! — rispose Gio. Antonio alla cognata — e te lo proverò col rimandare il matrimonio alla fine di ottobre.
La madre e i parenti della sposa si adoperarono a scongiurare lo scandalo... e Maddalena andò a nozze il giorno d’Ognisanti, facendo ricredere il marito, ma non persuadendo la cognata, che sapeva il fatto suo.
I due sposi si ritirarono nel loro ovile di _Giunchi_, dove si stabilirono.
* * *
Errante per la campagna, io capitavo qualche volta nella capanna di Giovanni Antonio, e continuai la mia relazione segreta con Maddalena, la quale mi aveva dichiarato che sentiva di amarmi più di prima.
I due coniugi erano poveri, e Maddalena si recava con frequenza a Florinas, per chiedere qualche soccorso a mia madre. La buona vecchia le dava sempre viveri, o qualche indumento, ma a malincuore, perchè aveva sospettato della tresca, e me ne moveva continuo rimprovero.
Anch’io soccorrevo il marito, e più d’una volta gli diedi qualche scudo, o lo provvidi di scarpe.
Il fratello, la cognata, ed altri parenti ed amici di Gio. Antonio — che con frequenza lo visitavano — continuarono a sospettare della mia segreta relazione con Maddalena; ma nessuno osò mai mormorarne apertamente, perchè si aveva paura del bandito.
Finalmente Gio. Antonio, aprendo l’orecchio alle insistenti esortazioni della cognata, credette vera la tresca, e si provò a farmi il broncio.
Non volendo più oltre turbare la pace domestica, sospesi per qualche tempo le mie visite all’ovile.
Cominciarono allora le lagrime e le smanie dei due coniugi: — la moglie piangeva il mio abbandono — il marito si disperava, temendo che mi liberassi di lui con una fucilata.
Un vecchio pastore, amico comune, venne a me per rivelarmi le inquietudini di quella famiglia, che io solo potevo salvare. Io gli risposi:
— Mi ha egli forse ucciso il padre, per temere la mia collera?
— Andiamo dunque a rassicurarlo! — mi suggerì il vecchio.
— Andiamo pure!
Mi presentai all’ovile, e Gio. Antonio corse al mio incontro festoso ed umile. Si venne a spiegazioni reciproche, e la pace fu ristabilita.
Continuai da quel giorno a visitare l’ovile, ma con più cautela e con meno frequenza.
Tuttavia devo confessare, che la mia relazione con Maddalena era durata per oltre sei anni.
Gli amori continuati sono un pericolo permanente per un bandito, ed io volevo sottrarmi agli adescamenti di quella donna.
Dopo un’assenza di più settimane, un giorno entrai nell’ovile di _Giunchi_.
Maddalena era sola, il marito lontano, e i tre figliuoli in fondo al cortile, intenti a giuocare.
Come mi vide, Maddalena mi corse incontro, mi gettò le braccia al collo, e mi disse con accento vibrato e risoluto:
— Ormai son stanca di questa vita! Io non posso più vivere insieme ad un uomo che non ho amato, che non amo, e non amerò giammai! Portami via: voglio stare solamente con te. Mettimi in qualche molino, dove vuoi, anche serva presso qualche tuo amico, ma toglimi a questa solitudine che mi uccide!
Cercai invano di liberarmi da quelle braccia d’acciaio, e gridai a lei:
— No: assolutamente no! È tempo di mettere giudizio, togliendoci ad una posizione falsa. Tu devi rimanere con tuo marito per aver cura de’ tuoi figliuoli. Pensa che la tua bambina, fra pochi anni, diventerà una fanciulla, nè devi abbandonarla a sè stessa. Che speri da me? io sono un bandito!
— Non m’importa nulla de’ miei figliuoli: il mio mondo sei tu: portami via!
Il delirio febbrile di quella donna mi spaventò. Divenni furibondo, e tentai con tutte le mie forze di svincolarmi da lei. Vedendo che ella ritentava l’assalto, me ne scostai alquanto, le diedi un sonoro schiaffo, la buttai di peso sopra una sedia, e mi slanciai fuori della capanna.
Fui vigliacco, lo so, ma era tempo di finirla[1].
Da quel giorno non visitai più l’ovile, nè più rividi quella donna.
Maddalena non era certo lo specchio della moglie fedele, nè dell’amica costante.
Pochi mesi dopo la nostra separazione, ella fuggì dal tetto coniugale insieme ad altro giovane, col quale andò a convivere a Mara di Padria. Aveva abbandonato i figliuoli ed il marito con una crudeltà ed un cinismo senza pari.
Gio. Antonio, addolorato di quella fuga, visse alcun tempo tutto solo co’ figliuoli; indi parve rassegnarsi, e si unì illecitamente ad altra donna, a cui affidò il governo della sua casa.
Stabilita col suo amante nel povero villaggio di Mara, forse Maddalena avrà ripensato molte volte alla nostra malaugurata gita alla festa di _Nostra signora di Bonuighinu_.
La sua bambina primogenita si era fatta col tempo una bellissima fanciulla, ammirata da quanti la vedevano. Raggiunti i quindici anni, essa fu ingannata da un giovane, e fece la fine della madre.
È questa la trista storia di quella Maddalena Pintus, che fu la prima causa delle mie sventure. Chi lo sa? Se io l’avessi scelta a compagna, forse l’uno e l’altra saremmo stati più fortunati e meno colpevoli!
CAPITOLO XXII.
Gita notturna.
Ho bisogno di risalire a un mezzo anno addietro per parlarvi di Salvatore Moro.
Era costui un pastore proprietario d’Osilo, col quale correvo in buoni rapporti. Cercai sempre di proteggerlo, ma egli non corrispondeva con pari lealtà ed affetto alla mia benevolenza. Giunsi persino, per volerlo difendere, ad accapigliarmi con Cambilargiu. Questi un giorno mi disse:
— Fammi il piacere di tenermi compagnia fino ad Osilo. Salvatore Moro ha voluto ritenersi otto scudi sul salario dovuto a un mio nipote, col pretesto di presunti danni arrecatigli durante il servizio prestato. Se oggi non mi paga, ho risoluto di ucciderlo!
— Tu non lo ucciderai. Anche i padroni vantano diritti verso i servi. Noi rifaremo i conti, valuteremo i danni, e regoleremo le partite.
— Lo ucciderò se non mi paga! — ripetè Cambilargiu colla solita sua prepotenza.
— Lascia le furie! Se tu l’uccidi, io ucciderei te!
Cambilargiu ammutolì, ed io lo compiacqui.
Ci recammo insieme da Moro, e riveduti i conti risultò che i danni fatti dal servo ammontavano a soli tre scudi.
Nacque allora una viva contestazione fra le parti; ma la moglie di Salvatore, spaventata dal piglio minaccioso di Cambilargiu, corse a un forziere, ne tolse il danaro, e lo porse a me, dicendo:
— Ecco gli otto scudi! Vi è Dio per pagare mio marito!
Cambilargiu intascò senz’altro il danaro, ed uscimmo dall’ovile. Aveva raggiunto il suo intento, nè chiedeva di più. A simili estorsioni ricorreva ei sempre, quando si trovava corto a soldi.
* * *
Continuai nei rapporti amichevoli con Salvatore Moro, però non me ne fidavo.
Da qualche tempo mi ero accorto ch’egli covava il disegno di far soldi, traendo partito dai banditi che bazzicavano nella sua capanna. La polizia, in quel tempo, aveva messo in giro i suoi cagnotti, sperando d’impadronirsi dei banditi coll’aiuto delle spie, giacchè non lo poteva colla forza delle armi. Non tutti i pastori erano incorruttibili dinanzi alla lusinga del danaro o della impunità. La speranza del lucro acciecava Moro, ed io stetti all’erta per non dare nella rete.
Un giorno ch’io scorrazzava per la campagna d’Osilo, insieme al bandito Derudas, ci fermammo all’ovile di Moro, che si era mostrato con noi di una cortesia insolita, epperciò a me sospetta.
Egli ci disse:
— Mi sembrate di cattiva cera. Il continuo strapazzo non può che nuocere alla vostra salute. Vi abbisogna un po’ di riposo. Come sapete, ho a mia disposizione la vicina chiesa campestre. Vi è acceso un buon fuoco, ed è un asilo sicuro per voi. Con qualche soldo che riuscirete a strappare ai vostri amici, e col poco che procurerò di darvi, potrete vivere tranquilli per una quindicina di giorni, senza bisogno di correre per monti e per balze da mattina a sera.
— Non mancheremo di approfittare della tua cortesia — disse il Derudas.
Io non risposi nulla. Allontanatici da lui, dissi al mio compagno:
— Senti: Salvatore non ha buone intenzioni; la sua generosa offerta mi è sospetta, perchè non può celare che un’insidia. Guardati dal venir qui! — io certo non ci vengo!
L’intenzione di denunziare qualche bandito era salda nell’animo di Salvatore Moro. A Cambilargiu non poteva certo pensare, poichè questo era suo compaesano, aveva molti parenti ad Osilo, ed il Moro non avrebbe potuto a lungo godere del frutto del suo tradimento, se il tiro gli fosse riuscito. Io invece ero florinese, Derudas era d’Ossi, e il colpo poteva da lui tentarsi con probabilità di successo.
Ebbi pazienza, e dissimulai. Fu sempre mio sistema quello d’indugiare nella vendetta fino a procurarmi le prove che un nemico realmente mi offendesse. Ben sapevo che la calunnia è anch’essa un’arma valevole per sbarazzarsi di una persona molesta; poichè certi malevoli, non riuscendo talora a comprare il nostro braccio, tentano assai spesso d’insinuarci nell’animo l’odio implacabile verso una supposta spia.
Avevano intanto arrestato Derudas ed ucciso Cambilargiu a _Luogolentu_. Restavo io solo, ghiotta preda per un perfido pastore. Avevo sulla testa 400 scudi — la taglia più alta messa dal Governo finallora sul capo dei banditi sardi. Salvatore adocchiava dunque la mia pelle preziosa, e pensava di conciarla per ricavarne 2000 lire. Molti miei amici e parenti mi mettevano sull’avviso, ma io scrollavo le spalle dicendo: — Le prove mancano; non ho fretta!
Una notizia messa in giro mi colpì vivamente. Salvatore Moro si era dato alla latitanza per sfuggire alle ricerche della giustizia.
Latitante perchè? Qual delitto aveva egli commesso? Perchè darsi alla campagna senza una causa palese? C’era sotto un mistero! I delitti sono noti ai banditi, e delitto alcuno non si era commesso nel circondano di Osilo, del quale il Moro potesse venir accusato. Dunque si trattava di una latitanza simulata per poter carpire la mia confidenza; di un’impunità fittizia che si voleva tirar fuori per giustificare una perfidia; di un mezzo escogitato per poter intascare il danaro della taglia, sfuggendo all’accusa di venale!
Questo piano — certamente concertato colla polizia — non rivelava che l’imbecillità di Salvatore Moro; nè io ero così babbeo da addentare all’amo.
Stentavo a prestar fede anche alla latitanza, quando un nuovo fatto mi diè motivo a sospettare del tranello.
Nel sito detto le _Anime del purgatorio_, a breve distanza da Sassari, nel punto dove si aprono le due strade di Osilo e di _Scala di Ciogga_, era avvenuto uno scontro fra Salvatore ed i carabinieri. Vennero scambiate alcune fucilate da ambe le parti, e la notizia fu recata la stessa sera ad Osilo e a Florinas, dai villici che transitano in quella regione, per il continuo commercio con Sassari.
Era stato un finto attacco a sola polvere, senza spargimento di sangue, e fatto ad arte in quel punto, perchè la notizia pervenisse pronta ai due villaggi.
Nessuno credette che quello scontro fosse avvenuto sul serio, ma io mi guardai dall’esternare i miei dubbi ad alcuno. Finsi di credere, mi contenni, e per evitare pericoli me ne andai per un po’ di tempo alla Nurra.
Dopo avvenuto l’attacco delle _Anime del purgatorio_, il finto latitante aveva reso più frequenti le sue visite all’ovile di mio fratello Giomaria, chiedendo sempre mie nuove. Questo contegno insospettiva i miei parenti e gli amici, che m’informavano di tutto.
Un giorno il barracello Giulio Sechi — amico e collega di Giomaria — venne segretamente all’ovile per abboccarsi con lui. Egli gli disse:
— Trova il modo di avvertirmi non appena Salvatore Moro verrà nel tuo ovile. Ho bisogno di pedinarlo, poichè l’ho sorpreso due volte in colloquio con carabinieri.
— Possibile?!
— So quello che mi dico.
Venuto Moro all’ovile, mio fratello mandò un suo fido ad avvertire l’amico, il quale accorse e si pose in vedetta. Come Salvatore venne fuori dalla capanna, egli lo tenne d’occhio seguendolo per più di un’ora, finchè lo vide accostarsi a dodici carabinieri, coi quali scambiò alcune parole, in vicinanza d’una cantoniera.
Dopo quell’incontro, il finto latitante osò recarsi per altre tre volte nella capanna di Giomaria, per chiedere con insistenza dov’io mi fossi. Egli diceva d’essere un disgraziato che aveva bisogno della mia compagnia.
Impensierito dal complesso delle circostanze, Giomaria non stette più sul dubbio. Montò a cavallo, venne alla Nurra, e mi narrò l’accaduto per mettermi sull’avviso.
Confidai al mio antico padrone Paolo Sechi, nel cui ovile bazzicavo con frequenza, i casi capitati.
— Per carità, fa attenzione — mi disse — poichè la cattiva pietra è quella che fa crollare un buon muro!
— Non ho paura — risposi — poichè conosco le cattive pietre!
* * *
Mi portai difilato a Florinas. Lasciai la cavalla in casa dei parenti, e mi ricoverai in campagna. Ivi feci venire mia madre, che condusse seco una sarta col marito, per prendermi la misura di un cappotto, di cui avevo bisogno.
Poco prima che mia madre arrivasse, mi ero recato ad un terreno poco lontano dal paese, posto in _Sa pigalva_, per abboccarmi con Giomaria, che vi lavorava.
Mio fratello esclamò nel vedermi:
— Guarda combinazione! se tu fossi venuto un momento prima, avresti qui trovato Salvatore Moro!
— Da molt’ora?
— Da cinque minuti.
— Procura di vederlo... e chiamalo!
Mio fratello si spinse fino al ciglione, ed esplorò la campagna all’intorno.
— È strano: non si vede più!
— Allora dev’essere qui vicino. È facile che siasi ritirato nel boschetto. Guardaci!
Giomaria tornò quasi subito:
— È addormentato, supino, in mezzo agli alberi.
— Va, sveglialo, e digli che ci sono io. Osservalo bene in faccia. Mi dirai l’impressione che gli avrà fatto il mio nome.
Pochi minuti dopo, Giomaria comparve con Salvatore. Mio fratello trovò modo di dirmi, che egli aveva trasalito quando seppe che io lo volevo.
Salvatore Moro si fece avanti, armato di fucile, di pistola e di pugnale, come lo sono tutti i banditi. Io gli dissi con finta commiserazione:
— A te pure è toccata la trista sorte d’essere un bandito come me!
— Eh, fratello caro! sono proprio rovinato!
— Via, non lo sarai come tu credi!
— Sono rovinato, ti dico! La passata settimana ho avuto un attacco coi carabinieri, a pochi passi dalle _Anime del purgatorio_.
Ed io con affettata premura:
— Sei stato ferito, forse?!
— No, grazie a Dio.
— Avrai ferito qualche carabiniere, almeno?
— Non ne ho saputo niente!
Poi, cambiando tono, gli dissi:
— Sono ben lieto di trovarti qui. Fui incaricato di procurare uno starello di grano rosso d’Osilo per seminerio. Andremo insieme al tuo paese per farne ricerca, poichè debbo favorirlo ad un amico.
Salvatore non potè celare un movimento di soddisfazione, che tradiva un proposito da lungo tempo preso.
— Figurati se troveremo uno starello di grano rosso d’Osilo!
Intanto era venuta mia madre colla sarta per farmi prendere la misura del cappotto nuovo e per portarmi la biancheria di bucato, come soleva fare di tanto in tanto.
Come mia madre scorse Salvatore Moro, si turbò e impallidì. Essendo già informata da Giomaria delle continue insidie che mi tendeva il delatore, indovinò tutto. Ella certamente lesse nel mio sorriso sinistro il pensiero che mi dominava. Ne fu spaventata, e divenne inquieta.
Salvatore, dal suo canto, colla venuta di mia madre e della sarta, si era forse rassicurato sul motivo che mi conduceva a Florinas.
La vecchia e mio fratello avevano portato da mangiare e da bere, e facemmo pranzo assieme, compreso Salvatore.
Mia madie non faceva che lagrimare, poichè era a parte del tradimento di Salvatore e prevedeva quanto sarebbe avvenuto.
Io le dissi con tono di scherzo e con doppio significato:
— Sei una madre che piange i figli altrui, a quanto pare!
Appena pranzato caricai la pipa, ed offersi a Salvatore ed al marito della sarta un buon tabacco di contrabbando.
— È proprio eccellente! Dove lo hai? — mi domandò Salvatore.
— Ne ho due grossi mazzi presso un amico qui vicino; te ne regalerò un poco stassera, quando passeremo dinanzi al suo ovile per recarci ad Osilo. È meglio che noi partiamo sull’imbrunire.
— Certamente. Nella notte i latitanti viaggiano più sicuri!
Verso l’imbrunire presi commiato da mia madre e da mio fratello, e dissi a Salvatore che ero a sua disposizione.
Mia madre continuava a lagrimare, e mi seguì cogli occhi per un buon tratto di strada. Qualunque fosse l’esito della nostra gita notturna, la povera vecchia non poteva che addolorarsene. La sua anima così buona e così pia non faceva che pregare — pregare per me... e per gli altri. Ma che doveva io farci? Così voleva il mio destino.