Part 7
Il più anziano dei frati, ch’era il più autorevole, prese a parlarmi presso a poco così:
— Giovanni Tolu, perchè non ti ricongiungi a tua moglie? La vita che menate è scandalosa, e siete entrambi in peccato mortale. Tornate insieme e fatela finita, poichè il matrimonio è uno dei sette sacramenti. Noi siamo qui venuti per istruire il popolo, riconducendolo sulla via della salvezza per opera dello Spirito santo. La pace domestica è il supremo dei beni mondani; e quanto più grande sarà il tuo sagrifizio, tanto più accetto tornerà al Signore il tuo ravvedimento. Non dubitare: noi ci adopreremo perchè il prete Pittui più non s’ingerisca ne’ tuoi affari; tu così non avrai più alcun motivo a dolerti di lui. Che rispondi?
— Io rispondo: che Maria Francesca mi ha fatto prendere in affitto due case, e non ha voluto in seguito abitarle con me. Io rispondo, che la prima volta che l’ho chiesta in moglie dichiarai che rinunziavo alla dote, perchè mi bastava il suo amore; ma che adesso (se dovrò abbassarmi a ritirarmela in casa) pretendo che ella si provveda del necessario, secondo il costume del paese; e ciò perchè non abbia più a dipendere dai parenti. Rispondo infine: che essa deve risolversi, per ora, a ritirarsi in una delle due case da me scelte, dove anch’io mi recherò, quando lo crederò conveniente. A condizione, però, che i suoi parenti non vadano a farle visita.
Il frate osservò, scrollando le spalle:
— A simili umiliazioni una donna non deve sottomettersi!
— Ma questa è l’usanza nostra. Chi fa il peccato deve fare la penitenza — ed io non son tenuto a far la penitenza dei peccati degli altri.
Il missionario continuò con tono grave e solenne:
— Ravvediti, Giovanni Tolu, e fa la pace con Maria Francesca. Insieme al clero di Florinas noi verremo in processione fino a casa tua. Ivi impartiremo la benedizione ad entrambi, e vivrete felici per tutta la vita.
A questa predica sorrisi.
— Scusino, reverendi, ma queste mi sembrano mascherate. In siffatta guisa noi usiamo andare in carnevale da una bettola all’altra per bere un bicchiere di vino. Non potrei mai prestarmi a simili pagliacciate!
I tre frati fecero una smorfia disgustosa, ma tacquero.
Io tenni loro un simile linguaggio perchè trattavo i preti con molta confidenza. Ero stato sagrestano e sapevo il fatto mio.
I missionari si scambiarono un’occhiata — come per dire: con costui non faremo niente! — e mi congedarono.
Terminate le missioni, i tre frati lasciarono Florinas per recarsi ad altro villaggio. Appresi in seguito, che avevano parlato col prete Pittui, il quale certamente non era uomo da lasciarsi impressionare da tre zoccolanti.
* * *
Cominciai col rassegnarmi al mio destino. Avevo una spina nel cuore, ma affettavo di non sentirne dolore. I nostri conti erano saldati: l’autorità politica non era riuscita a persuadere mia moglie, come l’autorità ecclesiastica non era riuscita a persuadere me. Nondimeno debbo confessare, che non nutrivo rancore per Maria Francesca: lo nutrivo per il prete, che aveva istigato i parenti a rendermela ostile. Chi avrebbe osato in Florinas trascurare un consiglio di prete Pittui? Egli, famoso cacciatore, esperto tiratore al bersaglio, sindaco supremo del paese, mediatore di matrimoni, dispensatore di grazie e di castighi, fabbricatore di libelli, carabiniere, giudice, boia?!
Maria Francesca era incinta di quattro mesi. Il pensiero forse della sua gravidanza, e del bambino che sarebbe venuto al mondo, spinse i parenti a mutar consiglio. Partiti i missionari, sulla cui opera avevano contato, i parenti si erano raccomandati a tutti i cavalieri e ai più notevoli signori di Florinas per influire sul mio animo. Non pochi mi avevano avvicinato per esortarmi a farla finita e a ricongiungermi a Maria Francesca. Ma questa volta tenni duro. Le altalene non mi andavano a sangue.
— Come volete ch’io m’induca a pregar mia moglie, se essa mi ha scacciato? Dietro quanto è accaduto, è lei che deve venire da me, non io che devo andare da lei. Se è vero che Maria Francesca mi vuole, perchè non viene a trovarmi?
Non dissi altro.
Mia moglie, dal canto suo, fu ostinata nel suo proposito. I consigli del prete Pittui, l’antico suo padrone, avevano più forza della parola d’un affettuoso marito!
Non poteva più oltre durare così — io perdeva il mio tempo. Pensai di ritornare al lavoro, unico sollievo e conforto nella sventura che mi era toccata. Ero stato marito per quattro mesi precisi — dal 17 aprile al 17 agosto — e dovevo ormai considerarmi come scapolo, o come vedovo.
La vista continua de’ miei nemici mi disgustava; ond’è che decisi di allontanarmi dal paese. Mi recai a Sassari, dove mi occupai nel trasporto del mosto e nel commercio delle granaglie. Misi in serbo una trentina di scudi.
Partiti i missionari da Florinas, ero stato di nuovo tormentato dai dolori alle giunture; ma il clima di Sassari mi giovo non poco.
Dopo un altro breve soggiorno a Florinas volli recarmi alla Nurra, dove il lavoro non mi mancava. Trascorso però un po’ di tempo, divenni di cattivo umore ed intrattabile, perchè i soliti dolori m’impedivano di lavorare coll’attività, che in me era natura.
Io sentiva la potenza malefica di quel prete fatale, che continuava a perseguitarmi colle diaboliche _legature_. Crebbe il mio odio contro costui, autore d’ogni mia disgrazia.
— Se io non toglierò la causa del male, il male mi farà soccombere! — dicevo ferocemente a me stesso; e questo pensiero, come chiodo rovente, mi stava infisso nel cervello e nel cuore.
* * *
Venne intanto il dicembre colle giornate rigide, tempestose. Avevo l’umor nero. La solitudine mi pesava, perchè fantasticavo troppo.
Gli acuti dolori, che tratto tratto strappavano una contrazione nervosa al mio labbro, mi facevano imprecare come un dannato.
Si avvicinavano le feste di Natale, e mi sentivo più solo e più accasciato. Io, che avevo sognato una famiglia; che a furia di lavoro ero riuscito a formarmi un nido; ch’ero sul punto di diventar padre, mi vedevo relegato nelle solitudini della Nurra, senza casa, senza amici, senza gioie domestiche, e senza il conforto d’una parola affettuosa — neppure quella della mamma!
E tutto perchè? Per un prete sordido, prepotente, che voleva frapporsi fra me e Maria Francesca, spinto da uno scopo misterioso, ch’io non riusciva a spiegarmi
Temendo che i miei dolori aumentassero, deliberai di far ritorno a Florinas. Volevo almeno passare le feste in famiglia — in casa di mia madre, dei fratelli, delle sorelle: nell’unica casa dove potevo fidarmi, dove ancora ero amato, carezzato, compianto.
— Avrei perdonato anche al prete, se io mi fossi sentito bene — dicevo con rammarico — ma con questi dolori la mia vita non potrà essere che un martirio. Bisogna finirla, e finirla presto! L’idea di diventare impotente, costretto a mendicare il pane altrui, mi spaventa. Parmi ancora di vederlo il povero mendicante di Tissi, paralizzato dalle _legature_! — Bisogna finirla, finirla, finirla presto!
Arrivai a Florinas due giorni prima di Natale. I parenti mi ricevettero con acclamazioni di gioia... ma non mi parevano contenti. Io leggeva negli occhi di mia madre il mio stato deplorevole; ella mi guardava ogni tanto alla sfuggita, con un sospiro, con un senso di pietà dolorosa, che si studiava nascondere per non affliggermi.
Un mese addietro i miei fratelli Peppe e Giomaria (per la prima ed ultima volta) mi avevano fatto intendere ch’erano disposti a far le mie vendette.
Ne fui spaventato e mi opposi energicamente.
— Guai a voi! Non voglio che v’immischiate ne’ fatti miei, nè adesso, nè mai! Basto da solo. Pur troppo io so fin dove arrivano nei nostri villaggi le gare, i puntigli, e gli odî di parte! Le famiglie si distruggerebbero. Pensate ai casi vostri — Dio penserà ai miei.
Il giorno di Natale la famiglia preparò un pranzetto d’occasione. Sedemmo in cinque a tavola: io, la mamma, Peppe, Giomaria e Maria Andriana.
I miei fratelli e la sorella si sforzavano di essere gioviali... ma nessuno lo era. Il mio tristo caso impressionava tutti.
Così passò il primo ed il secondo giorno di Natale. Io, che moriva dalla voglia di rivedere il mio paese, non vedevo l’ora di tornarmene alla Nurra. Troppe triste memorie racchiudeva per me Florinas, nè bastava l’affetto de’ miei cari per cancellarmele dalla mente.
CAPITOLO X.
L’attentato.
Il terzo giorno di Natale — il 27 dicembre 1850 — mi alzai prima dell’alba. Avevo poco dormito e molto pensato. Ero d’umor nero, poichè avevo fantasticato sulla serie delle peripezie, che da un anno mi tenevano in angoscia. Tuttavia debbo dichiarare, che nessun pensiero sinistro aveva attraversato la mia mente durante quella notte insonne.
Dopo aver passeggiato da un capo all’altro della stanza terrena, tolsi la spranga alla porta e mi feci sulla soglia per esplorare il cielo.
L’alba spuntava. Era una giornata fosca, molto fredda. Il vento impetuoso soffiava da tramontana, e urlava fra i comignoli, facendo volare qualche tegola dai tetti.
Indossai il mio lungo cappottone di orbace, e tornai sull’uscio a respirare a pieni polmoni quell’aria frizzante, che pareva spegnesse la mia febbre. Sentivo lo stormire delle foglie degli alberi vicini, agitate dal vento.
Guardando distratto la campagna, verso Codrongianus, i miei occhi si fissarono sul tratto di strada che mi stava di fronte, la quale conduceva all’Oratorio di Santa Croce. Ricordai allora, ch’era la festa di San Giovanni evangelista, e che all’alba di ogni giorno festivo il prete Pittui soleva recarsi a dir messa in quella chiesetta fuori mano.
Per di là, dunque, sarebbe fra non molto passato quel prete: il prepotente, il fattucchiere, il nemico della mia pace.
Non so dire i pensieri che in quell’ora passarono a tumulto nella mia mente. So che rientrai nella mia stanza per spiccare dal capezzale del letto (dove per solito lo tenevo) il mio vecchio pistolone ad una canna. Nascosi l’arma sotto al cappotto, e tornai ad appoggiarmi allo stipite della porta, tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada dell’Oratorio.
Il vento soffiava con più violenza, e i rami degli alberi si piegavano verso terra, quasi minacciando di spezzarsi.
Il temporale pareva imminente. Avevo preso un’istantanea risoluzione, e dovevo ad ogni costo compierla.
— Ma, chi lo sa? — pensai — forse il prete Pittui non uscirà di casa con questo tempaccio; la messa la dirà più tardi.
Non so dire se in quel momento io desiderassi, o temessi un contrattempo. Ero fuori di me.
Certo è però, che quell’uomo doveva essere in cammino, poichè sentivo due acute punture ai ginocchi. Avevo bisogno di romperle, da una buona volta, quelle _legature_ insopportabili!
Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava.
[Illustrazione: Attentato contro il prete Pittui]
Il cielo si faceva sempre più fosco, e il sole non era ancora levato.
Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano tutte chiuse, poichè il freddo tratteneva in casa più dell’usato gli abitanti, i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno festivo.
Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccoccie, col bavaro alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada, curvo, col capo chino contro al vento furioso, che gli soffiava di fronte. Passò come una visione, e scomparve.
Allora io mi mossi ed affrettai il passo per tenergli dietro.
Scantonata la via, studiai di camminare rasente le case per raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli impediva di avvertire il rumore delle mie pedate.
Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi all’imbocco del largo detto _Funtana manna_, in cui a destra la strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di Codrongianus[15].
Il sito era opportuno, perchè spazioso e poco frequentato.
Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto al cappottone, glie la puntai quasi a bruciapelo alla nuca, e premetti il grilletto.
L’arma non prese fuoco, perchè il cane non aveva schiacciato il fulminante.
Continuai a camminare insieme a lui, sempre alla stessa distanza; e per altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai, e il vento contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del prete.
Io era atterrito. Mi venne allora in mente che quell’uomo usava della sua malìa, e che la mia pistola era fatturata. Pensai di ricorrere al coltello, ma non l’avevo meco.
Il prete, sempre collo stesso passo, ignorando ch’era pedinato, camminava verso l’Oratorio.
Si era giunti insieme al centro di _Funtana manna_; e, non volendo lasciarmi sfuggire l’occasione che l’inferno mi offriva, decisi di farla finita in qualunque modo. Feci ancora altri due passi avanti, levai in alto il braccio, e, con tutta la mia forzar lo lasciai ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che stramazzò supino.
Gli fui sopra come un tigre, gli posi un ginocchio sul petto, lo afferrai colla sinistra alla gola, e puntandogli la pistola nell’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre invano.
Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli, che si confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli occhi spalancati. Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie braccia erano di acciaio.
Riuscì finalmente ad afferrarmi per il ventre; fui pronto a tirarmi indietro; ma, rallentando la mano con cui gli stringevo la gola, egli potè emettere due acutissimi gridi.
Furono i soli. Volendo sbrigarmi per non venir sorpreso, gli strinsi con più forza la gola, e colla canna del mio pistolone, a mo’ di pugnale, lo percossi a più riprese sul viso, strappandogli dalle guancie brandelli di carne.
Ero cieco, feroce. Gli premevo i ginocchi sulle costole, gli davo calci, pugni da per tutto; ma egli, colla faccia insanguinata, continuava a fissarmi cogli occhi sbarrati, quasi volendomi far subire il fascino della sua malìa. L’anima di quel mostro non voleva uscir fuori dal corpo!
Nel frattempo, dietro di me, diverse porte si spalancarono con fracasso. I gridi del prete avevano dato l’allarme. Una dozzina d’uomini robusti, da diverse parti, si slanciarono verso di noi, non sapendo ancora che cosa fosse avvenuto. Senza voltarmi, continuai a percuotere il prete con più forza; egli era livido, grondante sangue dalle narici e dalla fronte, ma non c’era verso che volesse morire!
Quando gli accorsi ravvisarono me e il prete Pittui, si fermarono un istante, come inorriditi dinanzi a tanta audacia e a tanto sacrilegio. Finalmente mi furono tutti addosso per strapparmi la vittima, che io cercava invano di strozzare. Sentendomi afferrato da tutte le parti, divenni idrofobo. Abbandonai il prete, mi levai in piedi, e mi slanciai come belva contro i miei assalitori. Con morsi, pugni e calci ne mandai parecchi a ruzzolare sul terreno; un altro ne allontanai con un colpo di pistolone sotto all’occhio, in modo che ne portò la cicatrice finchè visse. Giunsi infine a svincolarmi da tutti, e mi diedi a correre verso casa.
— Fermatelo! fermatelo! — gridava il prete con sordo rantolo, senza potersi alzare.
Parecchi giovinastri m’inseguirono; ed uno, più ardito, mi tenne dietro prendendomi a sassate.
Giunto a pochi passi da casa, mi volsi indietro; e rivolto a quel giovane gridai:
— Fermati lì, un momento, chè voglio insegnarti come si lanciano i sassi!
E siccome ero entrato in casa per prendere il fucile, quel giovane se la diede a gambe, e andò a raggiungere i compagni, occupati a sollevare il prete malconcio, per portarlo sopra una sedia alla propria abitazione.
Molte porte nel frattempo si erano spalancate, e la gente accorreva da ogni parte per dirigersi a _Funtana manna_.
Io corsi ad armarmi di fucile; slegai il mio cavallo, lo portai sulla strada, e vi montai a dorso nudo.
Nel saltare per inforcarlo, mi cadde il berretto, che lasciai sulla strada.
Cacciai in testa il cappuccio, diedi una strappata alle redini, e, senza dar soddisfazione a’ miei (che ignoravano ancora l’accaduto) spinsi il cavallo al trotto per prendere la campagna.
PARTE SECONDA
IL BANDITO DI FLORINAS
[Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della storia]
CAPITOLO I.
Si torna agli esorcismi.
Percorso un buon tratto di strada, sempre al trotto, prima di arrivare allo stradone m’imbattei in Sebastiano Zara (un cugino del prete Pittui) il quale mi fe’ cenno colla mano di fermarmi.
— Perchè corri così a precipizio? C’è forse niente di nuovo a Florinas?
— Vanne, e lo saprai! — gli risposi di mala grazia, e continuai la mia strada.
Seppi più tardi dagli amici, che quando costui apprese l’accaduto, minacciò l’aria col pugno, gridando:
— Eh, se lo avessi saputo! Avrei arrestato Giovanni Tolu sulla strada!
Stupida millanteria, poichè lui era inerme ed io armato, e sapevo di vincerlo in forza ed in destrezza!
Per oltre una mezz’ora mantenni alla corsa il mio cavallo, non scostandomi mai dalla strada reale. Dal _Prato_ a _Badu ludrosu_, e da _Pedru Majolu_ alla _Punta Dunossi_ non mi fermai un minuto. Qui mi diedi a saltare un muro, ma urtando col piede in un grosso sasso mi feci male.
Smontai da cavallo, e impiegai un’altra ora a piedi nel far la salita di _Giunchi_, fino alla _Rocca bianca_, territorio di Florinas, tra Banari ed Ittiri.
Colassù rimasi tutta la giornata senza prender cibo. La lunga corsa a cavallo, a dorso nudo, mi aveva pesto orribilmente; dippiù il mio piede si andava gonfiando per l’urto ricevuto a _Punta Dunossi_. Ero impensierito, perchè non mi trovavo in condizione di battere i boschi in campagna aperta, senza pericolo d’una sgradita sorpresa.
Venuta la sera deliberai di far ritorno segretamente a Florinas. Avevo bisogno di mettermi sotto cura in luogo sicuro.
Abbandonai il mio cavallo (a cui avrebbero pensato i barracelli o i miei parenti) e, favorito dalle tenebre, rientrai sul tardi nel mio paese. Corsi non visto a casa di Chiara, la mia sorella maritata, la quale mi custodì gelosamente.
Colà rimasi una diecina di giorni, medicando la mia storta e le mie piaghe con incenso sbattuto nel bianco d’uovo, bagni d’acquavite, e polvere di carbone impastata con sevo: tutti medicinali, di cui noi, agricoltori, facciamo uso con ottimo risultato.
Ogni notte mi s’improvvisava un letto; ma di giorno io stavo dentro ad una _luscia_[16], prestando orecchio alle chiacchiere che sul mio conto facevano le comari, quando venivano a condolersi con mia sorella.
La notte stessa del mio arrivo, appresi da Chiara, che il prete Pittui era stato trasportato a casa sopra una sedia, malconcio in modo che dava a temere per i suoi giorni. Era sempre a letto, in preda a dolori atrocissimi, e parlava a stento. Al terzo giorno il medico lo dichiarò fuori di pericolo, ma gli raccomandò di non fare alcun movimento, poichè la cura sarebbe stata piuttosto lunga. La notizia non mi fece certo piacere!
Durante il tempo della mia convalescenza, i carabinieri, guidati da spie, erano venuti più volte a Florinas per perlustrare le case sospette, dove si sperava di potermi sorprendere. Nessuno immaginò di certo, che la prima settimana della mia latitanza io la passassi dentro Florinas, in casa di mia sorella. Non si pensò neppure a visitare l’abitazione di Chiara, nè quella di mia madre, poichè non era possibile ch’io fossi stato così gonzo da cacciarmi in bocca al lupo.
* * *
Guarito completamente della storta e delle piaghe, mercè le affettuose cure di mia sorella, abbandonai sul tardi il villaggio e mi recai a piedi fino alla cantoniera di _Scala di Ciogga_, dove giunsi verso mezzanotte. Riposavo in un macchione, dietro la casa, quando dodici carabinieri si fermarono dinanzi la porta, e obbligarono il cantoniere ad alzarsi per dar loro da bere. Ripresero quindi la strada di Florinas, forse alla mia ricerca, poichè l’attentato sacrilego contro un prete aveva suscitato molto rumore, e la Giustizia si dava attorno per impadronirsi del reo.
Andati via i carabinieri, continuai la mia strada verso Sassari. Giunsi all’alba all’oliveto della signora Murro, in _Serra secca_, dove ogni giorno si recavano a zappare alcuni miei parenti. Ivi rimasi il resto della giornata. Sull’imbrunire presi una zappa sulle spalle, ed entrai in Sassari arditamente, confuso coi zappatori che a quell’ora ritornano dai lavori di campagna. Nel 1850 la città di Sassari era un luogo sicuro per i banditi, poichè scarso vi era il numero dei carabinieri, a cui piaceva viver comodi e tranquilli.
Mi recai difilato in casa di Don Antonico Berlinguer, allora Maggiore di piazza, il quale mi trattava con benevolenza, poichè mi sapeva onesto e buon lavoratore[17]. Chiesi a lui consiglio; e siccome mi sentivo minacciato dai soliti dolori per le fattucchierie del prete Pittui, lo pregai che mi raccomandasse a un certo Frate Agostino dei minori osservanti, designatomi come valentissimo negli esorcismi. Era costui un sassarese, in fama di mantener relazione colla moglie di un falegname, dal quale era stato sorpreso e bastonato[18].
Don Antonico mi tenne nascosto in casa sei giorni, dandomi da mangiare e da bere; e volle accompagnarmi in persona fino al convento di San Pietro, per presentarmi al frate.
Prima di lasciare la città volli provvedermi di polvere e di palle. Avevo lasciato il fucile nella capanna di mio cognato Bazzone, marito di mia sorella Giustina.
Uscimmo di casa dopo il meriggio. Don Antonico mi precedette facendo l’indifferente: io gli tenni dietro a una certa distanza, per non compromettere l’amico nella carica delicata di Maggiore di Piazza. Dopo un quarto d’ora eravamo dinanzi al Convento.
Frate Agostino ci accolse con molto garbo e ci offrì una tazza di buon caffè. Poco dopo Don Antonico se ne andò per i fatti suoi.
Rimasto solo col frate, questi mi ordinò d’inginocchiarmi, mi lesse la solita orazione, mi gettò addosso la solita acqua benedetta, e mi licenziò dicendomi, che sperava di avermi sciolto dalle _legature_.
Sbrigato il mio affare feci ritorno all’oliveto di _Serra secca_, e di là m’incamminai verso il _Curraltu mal’a servire_, in fondo alla valle di _Sette Chercos_, territorio di Cargeghe, dov’era l’ovile di mio cognato.
Rimasi nella capanna alcuni giorni, sempre in angustie, per timore che una grave malattia mi rovinasse.
Dissi ad un mio cugino:
— Il prete Pittui è ancora in vita, e continua a perseguitarmi colle sue maledizioni. Temo troppo che gli esorcismi di frate Agostino rimangano senza effetto!
Un mio amico, che si trovava presente — certo Pietro Rassu, già mio vicino di casa — disse a me rivolto:
— Ma perchè non ti rechi dal rettore di Dualchi, uno dei più famosi per scongiurare le _legature_?
Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per togliermi alle malìe del prete Pittui, indussi mio fratello Peppe ad accompagnarmi a Dualchi, villaggio al di là di Macomer.
Ci recammo insieme a cavallo fino a Padria, dove fummo ospitati dall’amico Salvatore Masia, tenente dei barracelli. Di là l’indomani continuammo il viaggio, attingendo qua e là informazioni sulle scorciatoie, non essendo noi pratici dei luoghi. Dopo due ore e più di strada, c’imbattemmo in un vecchio, il quale ci avvertì ch’eravamo sulla strada che conduceva a Sindia e a Scano Montiferro. Saputo ch’eravamo diretti a Bortigali, suo paese, il vecchio si esibì a servirci di guida. Arrivati al villaggio, egli ci condusse in sua casa, dove ci rifornì di vino e di formaggio. Andammo quindi in casa di certo Pietro Maria Murgia, al quale l’amico di Padria ci aveva raccomandato. Era assente dal paese; ma la moglie e la suocera, appreso il motivo della nostra gita, ci dissero con un certo orgoglio:
— Presentatevi pure in nome nostro al rettore di Dualchi, e ditegli, che vi riceva colla stessa cortesia con cui suol ricevere Pietro Maria Murgia, che gli fu servo per ventott’anni.