Part 6
La cerimonia venne compiuta senza pompa, senza codazzo di parenti e di amici, poichè non volli la compagnia di nessuno, togliendo pretesto dalla malattia che mi tormentava e dai contrasti che avevano preceduto il mio matrimonio.
Assistettero alla funzione mio fratello Peppe e mia madre. I genitori della sposa non vollero inasprire colla loro presenza il prete Pittui.
Sulle prime si pretendeva che, per un po’ di tempo, noi si vivesse separati, cioè a dire, la sposa presso i genitori ed io in casa di mia madre. Mi opposi vivamente, dicendo a Maria Francesca:
— Noi siamo marito e moglie, e dobbiamo mangiare, dormire, e vivere insieme. Se saremo lontani l’uno dall’altra, non mangerai tu, nè mangerò io. In casa mia ci ho grano, ci ho lardo, ci ho fave e fagiuoli — dunque possiamo vivere del nostro, indipendenti.
Secondando il mio desiderio, i genitori di Maria Francesca combinarono di offrirci parecchie stanze nella casa attigua alla loro. Accettai, quantunque a malavoglia.
Dopo la benedizione del prete fu apprestato il pranzo di nozze in casa di mia suocera. Ricevetti dai parenti molto bestiame in dono; alcuni mi regalarono un vitellino od una pecora, altri un montone od un maialetto.
Volli far parte di un grosso castrato alla zia di Maria Francesca, la serva del reverendo Pittui; la quale, in ricambio, mi regalò un barilotto di vino, che mandai subito in casa di mia madre. Non volli berne, perchè proveniva dalla casa del prete, e temevo fosse _fatturato_ a mio danno.
All’indomani ci ritirammo nella nostra casetta provvisoria, e facemmo il pranzetto da soli, come due colombi innamorati, felici d’essere finalmente uniti per tutta la vita.
Appena ritirati nel nostro nido, dissi alla sposa:
— Bada bene: la prima pietanza che uscirà dalla nostra cucina, voglio che sia mandata a tuo padre ed a tua madre. È questa la _mia opinione_, e il nostro dovere!
Durante i mesi di aprile e di maggio la nostra vita trascorse serena. Si viveva in perfetta armonia, fra il riso più schietto e le carezze più affettuose, sempre fantasticando progetti d’ogni genere per migliorare il nostro avvenire. Eravamo ancora giovani: — io contavo ventott’anni, e mia moglie diciasette. Sentivo d’essere contento di me e di lei. Maria Francesca era una pura e ingenua ragazza, piena di attrattive, tutta premure per me, e docile come un agnello ad ogni mio comando.
Si avvicinava intanto la stagione della messe, ed io doveva pensare a dedicarmi con lena al lavoro, per tirare innanzi dignitosamente, senza bisogno di ricorrere all’altrui soccorso.
Il mestiere dell’agricoltore è faticoso, ed è col sudore della fronte che si guadagna il pane quotidiano. Io dissi a Maria Francesca:
— Siamo alla messe, ed è mestieri che io cerchi lavoro. Tu sei troppo giovane ancora, delicata, e non hai l’abitudine di lavorare in campagna, sotto la sferza del sole, affrontando disagi e patimenti. Cercami dunque una spigolatrice di tuo gradimento, e tu cura con agio le faccende domestiche, conservandoti sana e fresca.
Maria Francesca mi fissò lungamente, e mi disse con affettuoso risentimento:
— Come! ed hai potuto così prestò dimenticarmi? Hai tu bisogno di altre, quando io mi sento capace di far la spigolatrice?
— Codesti sono capricci da bambina! — risposi — Non sai tu che il non aver spigolatrice sarebbe una vergogna per me ed un danno per la casa? Mentre colei che spigola avrà un lucro, tu potrai sorvegliare la nostra casa, ed io penserò a tutto. Il lavoro dei campi è molto grave, bambina mia! ed io non voglio aver questioni co’ tuoi parenti!
E siccome Maria Francesca persisteva nel suo proposito, credetti mio dovere avvisarne i genitori, perchè la persuadessero.
Mia suocera disse alla figliuola:
— Lascia le pazzie, e scegli una spigolatrice di tua fiducia. Non è conveniente che tu ti esponga a simile fatica. Bada! chè non abbia ad essere tardo il tuo pentimento! poichè una volta sul posto, dovresti starvi a costo di crepare!
Non ci fu verso di persuaderla, nè colle buone nè colle minaccie. Mia moglie dichiarò recisamente, che la spigolatrice voleva essere lei.
Ero stato invitato a far la messe nella Nurra — regione lontana cinque o sei ore dal nostro paese, e da me con frequenza visitata.
Venuto il giorno della partenza, Maria Francesca si mostrò esitante; tirò fuori non so quali dubbi, e finì per dire che non voleva più seguirmi.
Questo repentino cambiamento all’ultim’ora mi creò degli impicci. Era avvenuto quanto avevo pronosticato. Il babbo, sulle furie, impose alla figliuola di recarsi alla Nurra, giacchè ella stessa ne aveva fatto la proposta.
Dai proprietari nurresi ero stato preposto alla direzione della messe, ed avevo l’incarico di far la scelta degli uomini componenti la brigata. Come capo dei mietitori dovevo pensare alla sorveglianza, all’ordine del lavoro, nonchè a preparare la cena.
Avevo portato meco alla Nurra tutti i miei fratelli, le mie sorelle, i cognati, e non pochi amici compaesani, per poter così contare sull’abilità, sull’attività e sulla disciplina de’ miei dipendenti.
I _salti_ nei quali dovevo eseguire la messe erano due, di diversi proprietari: — quello in _Giumpaggiu_, di Vincenzo Pasquino, e quello in _Abba-meiga_ di Gianuario Agnesa.
Eseguita la messe, venne la volta della trebbiatura. Destinai al primo _salto_ Peppe (mio gemello), Giammaria e Maria Andriana, ritenendo per me il secondo _salto_, dove mi recai con mia moglie e con Giustina, volendo così equilibrare coll’opera mia solerte l’insufficienza delle mie deboli compagne. Sbrigai la bisogna in sole quattr’ore, trebbiando diciasette _corbule_ di grano.
La nostra permanenza alla Nurra fu di dieci giorni. Maria Francesca resistette fino alla fine della campagna, ma non tardò a dichiararsi stanca e ammalata, come avevo preveduto. Non abituata, al par di noi, ai penosi lavori dell’aia, ella non potè sopportare i caldi afosi del giorno, nè l’umido delle notti; dippiù la poveretta era incinta da un mese, e soffriva molto.
Terminati i lavori della messe tornammo insieme a Florinas, dopo esserci fermati a Sassari un giorno ed una notte per ritirare le paghe dai proprietari dei salti. In quest’ultima città volli fare diversi acquisti per contentare Maria Francesca; la quale, trovandosi in _istato interessante_, esternava certe _voglie_ che bisognava ad ogni costo soddisfare, per non recar pregiudizio al nascituro. Le comprai, fra gli altri oggetti, un elegante grembiale a vivi colori, ed un fazzoletto da testa, che gradì moltissimo.
Arrivati a Florinas, affidai a Maria Francesca il governo della casa; ed io mi diedi nuovamente attorno per cercar lavoro in campagna, per mio conto, e per conto della famiglia di mia madre; perocchè avevamo preso in affitto (per lo più a mezzadria) alcune terre appartenenti alle chiese di Florinas.
Coll’aiuto del mio cavallo, l’inseparabile Moro, io cercava ogni mezzo per guadagnare qualche soldo; poichè il lavoro era per me un bisogno, un conforto, una vera passione — e non lo dico per volermi vantare!
Tornavo ogni volta a casa così soddisfatto, così contento, che mi pareva di aver dimenticato le soperchierie del prete, i malumori di mio suocero, e i dispetti dei parenti di Maria Francesca.
CAPITOLO VIII.
Prime nubi.
Durante le mie assenze da Florinas — o per darsi svago, o per non voler rinunziare alle antiche abitudini — Maria Francesca soleva frequentare la casa del prete, col pretesto di andar a trovare la zia. Così pure si piaceva di visitare or l’uno or l’altro de’ suoi parenti, i quali si divertivano a renderla ribelle a’ miei consigli. Mia moglie era una buona ragazza, ma piuttosto credenzona, facile ad impressionarsi, e sovratutto ciarliera in modo singolare. Lo star sola in casa le dava noia, e la rendeva curiosa dei fatti altrui.
Quando rincasavo ella tirava fuori questioni nuove, nuovi quesiti, e mi metteva a parte di qualche nuovo pettegolezzo; ond’io, che conoscevo l’indole sua e il suo carattere, non tardai ad avvedermi che le chiacchiere dei parenti e delle comari le riscaldavano la testa. Pareva, insomma, avesse preso il partito di ricondurmi sulla buona via, con ammaestramenti che facevano a pugni col buon senso.
A me, giovane piuttosto serio, di poche parole, poco espansivo, questo stato di cose dava ai nervi; e un po’ colle buone, un po’ colle brusche, cercai di correggere mia moglie:
— Bada! — le dicevo — se darai retta a me, potrai trovarti bene; ma se ascolterai i consigli degli altri te ne avverrà male!
Un’altra volta la ripresi:
— Non voglio che tu vada così spesso in casa del prete, poichè egli mi vede di mal occhio, io non sono cane da star sotto tavola, nè vado a leccare i piatti di nessuno. Se il prete ha bisogno di me, sa dove trovarmi; ma intendo di essere il padrone in casa mia. Eppoi..... non voglio prestarmi ad alimentare certe dicerie... Hai capito? Mi accorgo pur troppo, che quando vai fuori di casa ne ritorni colla testa piena di corbellerie. Pensa alle faccende domestiche, e non immischiarti nei fatti degli altri. Se farai altrimenti, le cose cambieranno... te lo prevengo!
E dopo questa avvertenza montavo a cavallo, e correvo da paese in paese a trasportar grano per conto mio, o per conto altrui, superando i miei compagni nel numero dei viaggi.
Quando poi si faceva la raccolta in casa di mia madre, lavoravo alacremente: — lasciavo due porzioni alla famiglia, e ritenevo per me la terza parte, come d’uso, per la _dote_ dell’uomo. Le donne, d’ordinario, impiegano la loro porzione nell’acquisto di lingeria e di masserizie per preparare il corredo nuziale.
Io dunque, oltre ai guadagni propri, contavo sul modesto patrimonio di famiglia, e lavoravo con lena per accrescerlo a vantaggio mio, e a vantaggio della mamma, dei fratelli e delle sorelle.
Continuarono pertanto i piccoli dissidî nel mio nido coniugale.
Un giorno avevo fatto aggiustare il basto del mio cavallo, e, per mie vedute speciali, ero rimasto debitore del saldo di tre _reali_ al falegname. Rientrato in Florinas dopo alcune sere, appresi che mia moglie, senza ordine alcuno, aveva soddisfatto il mio debito. Mi spiacque la sua intromissione, e la rimproverai:
— Tu non hai debiti da saldare per conto mio! — le dissi — Li salderò io, quando lo crederò conveniente. Lascia il mal vezzo di andare attorno per far chiacchiere inutili, che mi compromettono. Rimani a casa! — io non m’immischio nel tuo lino e ne’ tuoi lavori di cucito. Fa tu altrettanto!
Le comari del vicinato, a cui mia moglie faceva le confidenze, si divertivano ad aizzarla contro di me; ed io non tardai a scorgere in lei un certo freddo riserbo ed un’asprezza di modi, che non erano nel suo carattere abituale. Ne fui piccato, ma tacqui.
Una sera Maria Francesca osò rinfacciarmi, che una mia zia conviveva con un compagno, che non le era marito.
— Che sai tu di queste cose? Se tu rimanessi a casa, nulla sapresti di mariti falsi e di mogli illegittime!
Invece di accettare i miei consigli, Maria Francesca persisteva a vivere nel pettegolezzo; e giunse a tanto, che un giorno si ridusse a confidarmi, che una nostra vicina mi aveva chiamato _faccia di cane!_
— Le dirai che è in errore! — le risposi con pazienza affettata. — Quella donna un giorno voleva lusingarmi a prendere in moglie una sua sorella, ch’era stata in corrispondenza illecita con altri. La mia faccia, così simpatica allora, è diventata _cagnesca_ dietro il mio rifiuto. Ti ripeto che non voglio più sentire simili spropositi; e se tu persisterai a raccogliere per strada i pettegolezzi dei parenti e delle comari, finirò per farti conoscere chi sono io!
Essendosi accentuato il nostro diverbio, e costretti entrambi a gridar forte, non tardarono le vicine di casa, comprese le zie, a farsi all’uscio di casa mia, minacciandomi della loro collera se avessi osato toccare un capello a Maria Francesca.
Era il colmo della sfacciataggine. Mi feci sul limitare della porta e gridai infuriato:
— Chi siete voi?! Toglietevi subito alla mia presenza e sgombrate la strada; chè altrimenti con un ceffone vi mando tutte a gambe in aria!
Ci volle tutto l’aiuto di Dio per far intendere un po’ di ragione a quelle pettegole; le quali si allontanarono brontolando, poichè sapevano ch’ero uomo da mettere in pratica le mie minaccie. Tuttavia mi contenni, e mi limitai per quel giorno ad ammonire severamente mia moglie, avvertendola che avevo bisogno di quiete e di tranquillità per poter lavorare.
— Bada, Maria Francesca! il mio individuo è diviso in due parti: io sono per metà dolce e per metà amaro. Datti alla parte del miele se vuoi vivere felice; chè se mi stuzzichi dalla parte opposta, finirò per amareggiarti la vita!
Intanto pensai ch’era tempo di sloggiare da quelle due stanze provvisorie; le quali, essendo attigue all’abitazione dei parenti, diventavano causa permanente de’ miei litigi in famiglia...
Da più settimane andavo in cerca di una casa che fosse di pieno gradimento di mia moglie; ma costei, forse suggerita dai parenti, indugiava nella scelta.
Finalmente ne trovai una che piacque a Maria Francesca. Pattuito il prezzo col padrone, ringraziai la Madonna di tutto cuore, credendo di potermi alfine sottrarre al sindacato noioso di mia suocera.
Si era vicini al Mezzagosto. È costume in Florinas di cambiar di casa alla vigilia dell’Assunta: giorno in cui ciascuna famiglia dev’essere a posto.
Quando tutto fu combinato, disposi per il trasporto delle legna e del grano, che avevo in deposito in casa di mia madre.
La mattina della vigilia dell’Assunta, mentre mi disponevo a trasportare le masserizie, Maria Francesca mi fece intendere che sarebbe stato meglio sospendere ogni cosa.
— Perchè? — le chiesi sorpreso.
— Perchè io non ci verrò!
— Non ci verrai?!
— No.
— Ed io come devo fare?
Mia moglie tacque.
Il sangue allora mi montò alla testa, divenni cieco, e diedi a quella matta uno schiaffo così forte, che le fece saltare un’orecchino in mezzo alla strada.
Maria Francesca si diede a piangere ed a strillare. Accorse la madre, la quale riuscì a calmarci, dicendo che ci voleva a pranzo in casa sua, e che al trasporto si sarebbe pensato il giorno susseguente a quello dell’Assunta.
Cedetti al suo desiderio e mi contenni.
Non uno, ma due giorni dopo — il 17 agosto — dissi pacatamente a mia moglie:
— La festa è ormai finita. Ora possiamo andare. Ho pronto il cavallo per il trasporto delle masserizie.
— È inutile, poichè io non ci vengo più! — mi rispose bruscamente quella caparbia, forse incoraggiata dalla presenza della madre.
— Ma non sai tu — soggiunsi — che io sono capace di chiamar qui tuo padre, per darti una lezione e per costringerti a seguirmi?
A queste parole mia suocera uscì fuori, certo per prevenire il marito in favore della figlia.
Vedendo tornar vano ogni mezzo di persuasione, piantai quella matta, e mi accostai alla soglia della casetta di mio suocero:
— Salvatore, vieni fuori, chè tua figlia desidera parlarti!
Mio suocero entrò in mia casa, ed io gli tenni dietro. Egli chiese alla figlia con tono imperioso:
— Che vuoi da me?
— Non ho chiesto di lei — rispose Maria Francesca, cogli occhi bassi.
E allora io:
— Ebbene, giacchè tua figlia non ha nulla a dirti, ti parlerò per conto mio. Sappi che mia moglie mi ha fatto impegnare nel fitto di due case, e che ora si rifiuta ad abitarle. Che cosa dici tu?
Salvatore, già istigato da mia suocera, mi si piantò dinanzi cogli occhi spalancati, e gridò con voce alterata dall’ira:
— Dico, che tu sei un poco di buono, un cattivo soggetto, un birbante matricolato!
A questo punto Maria Francesca, prevedendo la tempesta, scappò fuori in istrada per cercar rifugio nella casa paterna.
Mio suocero, inferocito, si die’ a correre come pazzo intorno alla stanza, dando di piglio ad effetti ed a mobili per gettarli sulla strada — come per farmi capire che non voleva in sua casa nè me, nè le robe mie.
Il sangue mi montò alla testa; pure mi contenni, e dissi con calma:
— Se non avessi per te il rispetto che si deve ad un padre, ti prenderei per i piedi e ti sbatterei al muro!
Salvatore afferrò un tavolo e lo smosse, come per volerlo buttar fuori; allora perdetti la pazienza, e dato di piglio al mio fucile gli gridai risoluto:
— Se tu tocchi un altro oggetto per buttarlo in strada, giuro che con esso usciranno le tue cervella!
Spaventato dal mio volto acceso e dall’arma che impugnavo, Salvatore si fermò di botto; indi saltò in strada, gridando a squarciagola:
— Accorrete! accorrete! Giovanni Tolu mi uccide!
Il grido di Salvatore ebbe il suo effetto. Tutte le comari si fecero in sull’uscio di casa; molte finestre si spalancarono con fracasso; dallo sbocco delle vie vennero fuori a frotte uomini, donne, ragazzi; così che in poco d’ora un’onda di popolo faceva ressa dinanzi alla mia soglia. Vidi, fra gli altri, arrivare il sindaco (il medico dottor Serra, di Giave), e poco dopo il prete Pittui, il quale più degli altri pareva in preda ad un’agitazione nervosa.
La folla tumultuava, e il sindaco gridò con voce autorevole:
— Andate per i fatti vostri! Ogni cittadino ha il diritto di non venir disturbato nel proprio domicilio!
E pronunziate queste parole si allontanò, esortando la folla a ritirarsi.
Dopo aver rimesso a suo posto il fucile, io guardai freddamente quella frotta di curiosi, che si divertivano a cacciarmi gli occhi addosso. Nessuno però volle azzardarsi a varcare la soglia della mia casa.
Uno solo l’osò: il prete Pittui. Con passo fermo, ma con un tremito per tutta la persona, egli si aprì un passaggio tra la folla e si avanzò verso di me colle mani in tasca: carezzando certamente l’impugnatura delle pistole, che soleva portare sotto la sottana.
Entrato arditamente nella stanza, il prete Pittui mi lanciò un’occhiata fulminante:
— Tu hai girato la scatola! — mi gridò con aria di minaccia. — Sei un miserabile, un birbante, un bastardo!
Frenai a stento la bile, e risposi con calma, accentuando le parole:
— Ella s’inganna, reverendo! Io sono il figlio di Pier Gavino Tolu e di Vincenza Bazzone. Tutti conoscono in paese mia madre, come conoscevano mio padre. Non sono quindi un bastardo, come dice! E se anche mia madre fosse una disgraziata, a lei non spetta insultarla, poichè per tre volte le fu compare di battesimo!
Il prete ripetè l’insulto; e allora io diedi un’occhiata sotto al letto, dove per solito riponevo la scure. Fu per lui fortuna, che quel giorno l’arma fosse in fondo, in modo che il manico non si trovasse alla portata della mia mano. Ero deciso di spaccargli la testa e di farla finita.
Dopo aver detto al mio indirizzo un mondo d’insolenze, il prete uscì in piazza sbuffando, e accostandosi alla casa di mio suocero, gridò forte, in modo che tutti lo sentissero:
— Ritirate la vostra figliuola in casa, e non dategliela mai più!
E dopo avermi fissato un’ultima volta con piglio minaccioso, si allontanò lentamente come era venuto, sempre colle mani nelle tasche della sottana.
Rimasi solo nella stanza terrena, risoluto di commettere qualche eccesso.
Due ore dopo venni avvertito che il prete aveva incaricato Giovanni Antonio Piana (il marito della sua serva) di cacciarmi fuori di casa. Avevo preveduto il tiro, e stavo aspettandolo, pronto a fargli fuoco addosso se avesse osato varcare la mia soglia.
Verso l’imbrunire, infatti, vedendolo avvicinare, presi in mano il fucile.
Le donne del vicinato gli corsero tutte incontro e lo fermarono; e Pietro Rassu, il mio vicino di casa, gli gridò con mal piglio:
— Che fai disgraziato? Ha torto chi ti manda, e tu hai più torto ad ubbidire. Non vedi che Giovanni Tolu ti spaccierà con una fucilata?
Due giovani robusti presero a braccetto Giovanni Antonio Piana, e lo trascinarono a viva forza in altra via.
Quella notte non andai a letto. Temendo una sorpresa, e volendo farla pagar cara, lasciai l’uscio socchiuso, e sedetti in un canto, senza deporre un istante il mio fucile.
CAPITOLO IX.
Tentativi di pace.
Il mio stato era angoscioso. Solo, sconfortato, in odio a tutti, non sapevo a qual partito appigliarmi per uscir d’impiccio. Io dissi a me stesso:
— È mai possibile che al mondo non vi sia giustizia per un povero diavolo? Come dovrò contenermi in un paese, dove i preti ed i nobili comandano? A chi dovrò ricorrere quando nobili e preti sono intesi coi giudici, e la peggio tocca ai zoticoni pari miei?
Come spuntò l’alba del giorno seguente presi una risoluzione. Montai a cavallo, venni a Sassari, e mi presentai all’Intendente, ch’era un continentale[13]. Gli esposi schiettamente i miei casi, ed invocai un provvedimento per evitare un maggior disastro.
— Scriverò io al sindaco — mi disse l’Intendente — Tornate pure a Florinas, e state di buon animo!
Rientrato in paese, seppi che la lettera non era pervenuta al dottor Serra, poichè il caso l’aveva fatta capitare nelle mani del prete.
Tre giorni dopo mi presentai di nuovo all’Intendente per informarlo dell’accaduto. Sorpreso del caso, egli scrisse un’altra lettera, che mi porse, dicendo:
— Consegnatela voi stesso in proprie mani del sindaco, e fate in modo di dargliela alla presenza di testimoni.
Il sindaco, già da me informato, esclamò dopo aver letto il foglio:
— Io farò il mio dovere, e s’impicchi chi vuole!
Seppi in seguito, che l’Intendente aveva ordinato al Sindaco d’invitare Maria Francesca ed il babbo a recarsi in Sassari per conferire con lui. Il prete, richiesto di consiglio, aveva suggerito a mia moglie ed a mio suocero di dichiarare all’autorità, ch’io li avevo entrambi minacciati di morte, e che ogni riconciliazione sarebbe stata impossibile.
E così riferirono. L’Intendente fece loro comprendere che il matrimonio era sacro, e che bisognava fare la pace; ma tanto il padre, quanto la figlia, persistettero nella determinazione di tenermi lontano dalla casa coniugale.
Il capo del Governo di Sassari non si diede per vinto, ma mandò a Florinas un suo segretario, coll’incarico di adoperarsi per il nostro buon accordo.
Nè preghiere, nè minaccie valsero a far smuovere mio suocero e Maria Francesca dal loro proposito. Entrambi si rassegnarono a pagare una multa (non so per quale articolo di legge) ma si mostrarono inflessibili.
Tornato la terza volta dall’Intendente (per informarlo della pertinacia del prete e di mio suocero, che si ostinavano a volermi separato da Maria Francesca) quel cortese funzionario mi disse:
— Senti: se tu mi dichiari d’esserne contento, io mi varrò della facoltà che mi accorda la carica, per far tradurre a Sassari tua moglie, scortata dai carabinieri o dai luogotenenti[14].
Presi riserva a rispondere più tardi, volendo prima consultare mia madre. Questa mi disse:
— Non mi piace simile provvedimento. Maria Francesca è tua moglie: oggi siete separati, e domani potreste riconciliarvi. Io non voglio, nè tu devi permettere la vergogna e lo scandalo di farla arrestare!
— Non sono del tuo avviso — risposi — Sarei contento di vederla in carcere, se non altro per far dispetto al prete; il quale, co’ suoi consigli, è stato causa unica di quanto è avvenuto.
— Ti ripeto ch’io non voglio scandali e vergogne, che farebbero mormorare il paese! — ripetè mia madre, con tono di comando.
— Ebbene, farò quanto desideri; ma che non si parli più di conciliazione. Noi saremo separati, e per sempre!
Quel giorno stesso dissi a mia suocera, perchè lo riferisse al marito ed alla figlia:
— Siete miserabili! Voi avete voluto che Maria Francesca fosse separata da me, ma non tarderete a pentirvene. Farete di lei la sgualdrina del villaggio!
* * *
Eravamo nel mese di settembre, e tre frati erano venuti a Florinas per le solite _Missioni_. Ero andato a confessarmi dal rettore, ed avevo adempiuto a tutte le pratiche religiose prescritte per la circostanza.
Fra gli obblighi delle _Missioni_ era quello di metter pace tra le famiglie nemiche ed i coniugi separati.
Fui chiamato in casa del vice parroco Antonio Fiori, presso il quale i tre missionari erano alloggiati.