Part 5
Mancavano due ore all’alba quando mi diressi tutto solo alle loggie, in cerca di un cantuccio per poter dormire. Passando lungo lo scompartimento assegnato alle donne, fui colpito dalla vista di una nera sottana, che provocava le grasse risa e gli scherzi degli astanti. Era quella di un prete di Mara, venuto per le funzioni religiose. Volendo star comodo, egli si era cacciato alla chetichella nel loggiato delle donne, sordo alle chiacchiere e alle facezie di quanti lo avevano veduto. Io gli dissi, scherzando:
— Ella ha scelto un buon posto, reverendo! Fra sottane e gonnelle ci corre poco!
— Lasciatemi dormire, chè ne ho bisogno, canaglia! — brontolava il prete con stizza. — Tu per il primo, Giovanni Tolu, non vorrai rinunziare alla mia messa! Non è così?
— Sicuro, che è così! — risposi — poichè mi vanto di essere un buon cristiano. Non solamente ascolterò la vostra messa, ma vi prometto di assistervela come antico sagristano. A condizione però, che diciate una messa da cacciatore: brevissima.
— Siamo intesi, e buona notte!
— Dite meglio: buon giorno! — conchiusi.
La giornata susseguente non fu meno chiassosa del Vespro, quantunque quest’ultimo abbia sempre maggior attrattiva.
Fedele alla parola data, volli assistere il prete nella messa, e mi ci misi d’impegno. La maggior parte dei devoti l’ascoltarono all’aria aperta, poichè la chiesa non poteva capire che un duecento persone.
Terminata la funzione religiosa si ricominciarono le danze, i canti e le visite alle baracche.
Si pensò intanto alla collazione. Pietro Paolo si era incaricato di provvedere il pesce; ma siccome aveva pochi soldi da spendere, ne portò una quantità insufficiente. Allora andai io a far l’acquisto, e tornai con un grosso involto di muggini e di aranci, bastevoli per saziare dodici persone. Devo confessarlo: quel giorno volevo fare il signore.
Fu sempre mia opinione, che l’uomo non deve badare ad economie in certe circostanze; e quando non si hanno i mezzi per poter spendere, si rimane a casa per evitare una brutta figura.
Dopo la collazione si andò tutti alla messa solenne; in seguito ebbe luogo la processione, la corsa dei cavalli, e di nuovo i canti e le danze.
Verso la una dopo mezzogiorno i festaiuoli si unirono in diversi gruppi, per i preparativi della partenza.
Fin dal giorno innanzi avevo ordinato che da Mara mi si portasse il cavallo. Montai in sella, ripresi in groppa la figlia di Gavino Pintus, e feci al passo il breve tragitto, per andar di conserva co’ miei compagni di viaggio, ch’erano tutti a piedi.
L’ho detto: quel giorno volevo fare il signore.
CAPITOLO IV.
Ritorno dalla festa.
Arrivati al villaggio di Mara si fece sosta, e si pranzò in casa Peralta. Al pomeriggio si giunse a Padria, dove passammo la notte. All’alba del giorno seguente ci recammo a Tiesi, per accompagnarvi i desini, che ci furono compagni alla festa. Ivi passammo il resto della giornata e la notte, sempre in baldoria.
In quest’ultimo paese Pietro Paolo fece un carico d’uova, ed affidò la figliuola allo zio Gavino, che se la prese in groppa.
Di là si andò tutti a Banari per accompagnarvi la comitiva dei banaresi, e vi si passò allegramente la giornata. Verso sera ci movemmo dal paese per far ritorno a Florinas.
Prima di allontanarmi dalla chiesetta di _N. S. di Bonuighinu_, ebbi cura di far la provvista di confetti e torroni per portarli alla mia famiglia ed a quella di Gavino Pintus. Non si deve far ritorno da una festa senza pensare a quei di casa.
Pietro Paolo Pintus, fin dal mattino, si era messo in viaggio per Florinas col carico delle uova, avvertendoci che alla sera ci sarebbe venuto incontro per riprendere la figliuola. Giunto a Florinas (come seppi più tardi) si era presentato a mia madre, chiedendole se avesse un sellone da donna per adagiarvi la sua Maddalena.
La mia vecchia, già inasprita per la diceria messa in giro sul mio conto, gli rispose bruscamente:
— Invece di sella, perchè non vai alla ricerca di due fascine, per collocarvi la tua figliuola?!
Pietro Paolo si allontanò, fingendo prendere l’insulto come uno scherzo innocente. Ognuno sa che sulle fascine si trasportano i feriti od i morti per malefizio.
Eravamo a metà strada da Banari a Florinas, quando Pietro Paolo venne a incontrarci. Egli si affrettò a dirmi:
— Pare che la tua mamma sia in collera!
— Se mia madre è in collera — risposi asciutto — avrà le sue buone ragioni. Ella non si adira mai, senza un motivo.
La ragazza ch’io aveva in groppa, impressionata dalle parole dello zio, voleva ad ogni costo smontare da cavallo.
— Tua madre l’ha con me — diceva impaurita — ed io non voglio essere da lei sgridata!
— Sta tranquilla! — le risposi — con te la mamma non può aver rancori.
E siccome la ragazza persisteva a non voler più stare con me, il padre le gridò con voce autorevole:
— Rimani dove sei! Nessuno oserà farti rimprovero. Ci sono io, qui!
Mi rivolsi allora a Maddalena, e soggiunsi risoluto:
— Se tu smonterai da cavallo, vi pianterò qui tutti, e rientrerò solo in paese!
Lo zio e la cugina di Maddalena Bua non fiatarono.
L’incidente non ebbe altro seguito. Facemmo insieme la strada, e si parlò d’altro.
Intanto a Florinas era pervenuta la notizia delle mie avventure a _Nostra Signora de Bonuighinu_. Alcuni festaiuoli florinesi, arrivati il giorno precedente, avevano parlato della mia gita alla fontana, a braccetto di Maddalena Marongiu. Si diceva di amori, di accordi presi, di nozze conchiuse.
La stessa madre della ragazza si era lasciata sfuggire qualche frase allusiva; la quale era stata colta a volo e commentata in tutti i modi. Più tardi quella furba, abboccatasi colla signora Vittoria Oppia (comare di battesimo del prete Pittui) le spiatellò addirittura, che il marito e la figliuola, lo zio e la nipote, si erano tutti recati a _N. S. di Bonuighinu_ per combinare il matrimonio fra Giovanni Tolu e Maddalena Pintus Marongiu.
La signora Oppia si affrettò a riferire il fatto al compare prete, il quale montò su tutte le furie.
— Come?! si osano fare simili pazzie, dopo le trattative in corso per una ragazza che è in casa mia? Vedremo come l’andrà a finire!
Mia madre, al cui orecchio erano pervenute le chiacchiere del paese, era molto dispiaciuta; e stava appunto adoperandosi a persuadere le comari del vicinato, quando udì lo scalpitare dei cavalli che annunziava il nostro ritorno dalla festa.
Siccome avevo Maddalena in groppa, era mio dovere smontare dinanzi alla casa di Gavino Pintus, posta al di là della nostra. Passando dinanzi a mia madre ed alle mie sorelle, ch’erano sulla porta, dissi loro scherzando:
— Stava qui Giovanni Tolu, quando era vivo?
Mia madre non sorrise, ma mi disse con tono d’ironia:
— Festa lunga, eh?
— Lunga e bella! — risposi, e spinsi oltre il cavallo.
I miei parenti si avvicinarono alla casa di Pintus, col quale erano in buoni rapporti. Feci là distribuzione dei confetti e dei dolci alle due famiglie, e Gavino volle che quella sera si cenasse insieme.
Rientrati in casa nostra, la mamma mi disse con tono grave:
— Dio non voglia, o Giovanni, che questa festa ti costi cara, e che qualche giorno non abbia a pentirtene!
— Quando si ha la coscienza di non aver recato danno ad alcuno, non si devono temere tardi pentimenti!
Allora la mamma e le sorelle mi posero a parte delle dicerie che correvano in paese, e delle scene avvenute fra la madre di Maddalena Pintus, la signora Oppia ed il prete Pittui.
— Tutte falsità e calunnie! — gridai stringendomi nelle spalle — Io non ho avuto mai intenzione di far l’amore con alcuna donna, nè ho incoraggiato ragazze a nutrire sciocche speranze.
Trascorsi alcuni giorni, volendo mettere le cose a posto, pregai la mamma di recarsi un’altra volta dal prete Pittui per smentire le dicerie, e per rinnovare la domanda di matrimonio.
Mia madre rientrò in casa dopo un’ora.
— Eccoti bell’e maritato! — mi disse con amarezza — Maria Francesca non ti vuol più perchè ti sei legato ad altra donna!
— Che ti disse il prete?
— Lo trovai sulle furie. Egli non pronunciò che queste parole: «— Dirai al tuo figliuolo, che si mariti con chi gli pare e piace, ma che stia lontano dalla mia casa.» — Sei contento, adesso?
— Via, non t’inquietare. Dissiperò io l’equivoco. Mi presenterò dal prete, e saprò convincerlo.
Due giorni dopo mi feci annunziare al prete Pittui. Mi ricevette nello studio, ma di mala grazia.
— Che vuoi tu qui?
— Ve lo ha già detto mia madre: — voglio in moglie Maria Francesca, la vostra servetta.
— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia. Maria Francesca non sa filare, non sa fare il pane, non sa far niente!
— E che importa ciò? — risposi piccato — Io so filare, so fare il pane, so far tutto. Col mio lavoro e colla mia attività saprò provvedere a quanto abbisogna in una casa.
— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia!
— Ed è appunto in casa vostra che voglio maritarmi, perchè vi si trova colei che mi piace.
Il prete Pittui si mostrò meco inflessibile. Non volle darmi alcuna soddisfazione, nè volle ascoltare alcuna discolpa. Riflettei che non era il caso d’insistere, e me ne andai, col proposito di scegliere un momento più propizio per far valere le mie ragioni.
Ritornato da lui una seconda volta, lo trovai anche più duro. Mi parlò di mala grazia, e mi fece intendere, che non mi avrebbe mai dato il consenso di sposare la sua servetta.
Il suo contegno insolente e le sue parole tronche mi fecero perdere la pazienza.
— In fin dei conti — risposi — Maria Francesca non è vostra figlia; e se tale pur fosse, mi basterebbe il consenso di lei. Ottenendolo, io resterei con mia moglie, e voi senza figlia!
— Ed io non le darò nulla! — esclamò vivamente il prete, piantandomi addosso due occhi da spiritato.
— Se voi non le darete nulla, tanto meglio per me. Vivrò più tranquillo; poichè coi vostri doni non potrei sfuggire alla critica del paese... Voi m’intendete!
Queste mie parole ferirono a sangue il prete. Egli non volle più ascoltarmi, e mi licenziò bruscamente.
CAPITOLO V.
Fattucchierie.
Ottenuto, per mezzo di impegni, un terzo abboccamento col prete Pittui, questi si mostrò addirittura implacabile, nè volle udire ragione alcuna. Non valsero preghiere, nè umiliazioni per smuoverlo dal suo proposito. Allora gli dissi con significato:
— Chi lo sa? i tempi cambieranno!
E il prete con aria minacciosa:
— Possono cambiarsi in bene, ed anche in male!
— Badate, reverendo! quando i tempi si cambiano in male, i signori rischiano di perdere la vita e il patrimonio; — i poveri invece non potranno rischiare che la sola vita, poichè non hanno altro da perdere!
E così dicendo presi commiato dal prete, in preda ad un’agitazione febbrile, che non riuscivo a dominare.
Da quel giorno vissi irrequieto e cominciai a disperare di me, della mia fortezza d’animo, della mia fibra d’acciaio.
I miei timori non furono infondati. Il prete cominciò la sua vendetta, valendosi vigliaccamente dei mezzi che gli dava il suo ministero. Egli mi fece le _fattucchierie_, nè tardai ad accorgermi che mi trovavo sotto l’influenza d’una _legatura_. Caddi ben presto ammalato; di quel malore singolare, che i medici sono impotenti a guarire[10].
Non si rida delle mie credenze. La mia convinzione è profonda, perchè fondata sulla esperienza di tutta la mia vita.
Io ero _fatturato_. Il prete Pittui mi aveva fatto le _legature_, e dovevo pensare a scioglierle. Mi sentivo seriamente ammalato, e bisognava guarire.
La mia malattia era curiosa. Mi sentivo tutto pesto — come se fossi stato bastonato senza misericordia. Provavo una svogliatezza singolare, dolori atroci alle ossa, punture insopportabili a tutte le articolazioni. E questi dolori si facevano più acuti nell’ora del Vespro, alla vigilia delle feste solenni — quasi a ricordo della festa di _Nostra Signora di Bonuighinu_. Era in quel vespro che Maddalena Pintus Marongiu si era appoggiata al mio braccio per recarsi alla fontana!
Dovevo dunque pensare alla guarigione. Io ben sapeva che in questi casi è opera vana ricorrere ai medici; bisognava raccomandarsi ai soli preti, o a persone esperte nella scienza delle fattucchierie.
Mi rivolsi, primo fra tutti, al nostro vice parroco Giovanni Stara, un buon prete esemplare, molto povero. Egli si munì di stola, di aspersorio e di breviario, e cominciò gli esorcismi.
Per tre volte ricorsi a lui, e devo dichiarare che fra i consultati fu il più efficace nella cura. I miei dolori non cessarono, ma diminuirono sensibilmente e mi diedero tregua per qualche settimana.
Seppi un giorno, che nel villaggio d’Ossi era un prete assai potente negli scongiuri. Si chiamava Valerio Pes. Montai a cavallo e andai a visitarlo.
Come il vice parroco Stara, egli mi fece mettere ginocchioni, mi lesse il breviario, mi asperse d’acqua santa, e mi raccomandò di ripetere la prova altre due volte. Dopo i tre esperimenti, gli dissi che i miei dolori erano più intensi e che non avevo risentito alcun miglioramento. Allora il reverendo Pes mi confessò addirittura, che egli si trovava in una condizione eccezionale. Anche lui era un _fatturato_, per _legatura_ fattagli da un prete nemico, il cui potere era maggiore del suo. A ciò dovevo attribuire la vera causa dell’inefficacia degli esorcismi[11].
Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per riacquistare le perdute forze, mi decisi a consultare un bravo agricoltore florinese, potentissimo nell’arte degli esorcismi.
Il metodo seguito da questi profani era d’ordinario il seguente. Anzitutto l’esorcista doveva operare dopo un intimo colloquio colla propria moglie. In seguito si muniva di un archibugio sardo, che avesse già servito ad uccidere un uomo, e si recava col paziente ad una vigna, i cui viali fossero disposti in croce. Fatto collocare il malato in un crocicchio, gli appoggiava alla schiena il calcio del fucile, e gli ordinava di far fuoco in quella posizione, portando all’indietro la mano per far scattare il grilletto. Partito il colpo, la _legatura_ era sciolta.
Per due volte l’esorcista ripetè l’esperimento, ma senza alcun vantaggio per me. Finalmente mi disse con dolore:
— È questa la prima volta che fallisce la mia prova. Dunque una mano potente pesa sul tuo capo, e non ti resta che raccomandarti a Dio.
Queste parole mi colpirono vivamente, e quasi ne piansi. Per fortuna, in quei giorni, i dolori mi diedero un po’ di tregua, e non perdetti del tutto la speranza della guarigione.
CAPITOLO VI.
Convegni amorosi.
Gironzando una sera per le vie del villaggio, in preda ai miei cupi pensieri, mi fermai dinanzi alla casa d’un amico, a breve distanza da quella dei genitori di Maria Francesca.
— Com’è che non vi maritate ancora? — mi chiese l’amico.
— Il prete non vuole! — risposi sbadatamente.
— E che c’entra il prete? Se tu ce lo consenti, noi parleremo il padre e la madre della ragazza. Sono nostri vicini, e siamo in ottimi rapporti.
— Fate come volete! — dissi, e continuai la mia strada.
All’indomani l’amico venne a dirmi, che i genitori di Maria Francesca nulla sapevano del matrimonio, ma che avrebbero scrutato l’animo della figliuola per darmi una risposta.
Ringraziai l’amico ed attesi. La risposta mi fu data tre giorni dopo, ed era consolante. Maria Francesca acconsentiva a diventare mia moglie.
Fattomi coraggio, mi presentai ai genitori della ragazza. Dopo avermi confessato che il prete contrariava questo matrimonio, essi conchiusero:
— Non devi per ciò disperare; se il prete non lo vuole, lo vogliamo noi. Siamo contenti che la nostra figliuola diventi tua moglie, e che tu diventi figlio nostro!
— Il vostro consenso mi consola; ma non mi basta. Vorrei scambiare alcune parole con Maria Francesca, qui, alla vostra presenza. Datemi un appuntamento.
Pochi giorni dopo mi ripresentai a Salvatore, il quale mandò un suo figliuoletto in casa del prete Pittui, per dire a Maria Francesca che la mamma aveva bisogno di lei.
Il cuore mi batteva forte, e i minuti mi parevano secoli.
A un tratto Maria Francesca comparve sulla soglia, e vi rimase indecisa alcuni secondi; indi si fece avanti lentamente, col capo chino e le braccia conserte. Era impacciata, commossa.
Ruppi per il primo il silenzio:
— Che dici tu, Maria Francesca, di quanto accade?
— Io non so che cosa dire. Han cominciato col farmi sapere che avevi chiesto la mia mano, e si finì coll’avvertirmi che non sarei stata più tua moglie. Le ragioni non vollero dirmele.
— Anzitutto devi manifestarmi il tuo sentimento. Se tu mi vuoi bene quanto io te ne voglio, i contrasti cesseranno subito, poichè nessuno potrà impedire la nostra unione!
A questo punto la ragazza levò la testa, ed esclamò ingenuamente:
— Quando il prete e la zia mi fecero sperare che questo matrimonio si sarebbe effettuato, io ne fui contentissima, poichè fra i giovani del paese tu eri il prescelto dal mio cuore. Aggiungo adesso, che, se tu mancherai alla parola, io uscirò dalla casa del prete per servire altro padrone... e non prenderò più marito!
— Io non ho mai mentito, e la mia parola è sacra. Mi chiamo Giovanni Tolu, sento di essere un giovane onesto e laborioso, e prometto di renderti felice. Non ti darò mai motivo a pentirti di avermi scelto per compagno!
Così dicendo mi avvicinai alla ragazza e soggiunsi:
— Qui, alla presenza del babbo e della mamma, voglio darti il primo bacio: sarà caparra solenne del sacrosanto matrimonio.
E dopo averla baciata sulla guancia, le dissi:
— Questo bacio era tuo da lungo tempo, ma non potevo mandartelo con altri. Serbalo come saldo pegno dell’amore che ti porto, e affidati a me![12]
Maria Francesca, per la prima volta, levò la testa per guardarmi negli occhi; poi arrossì, mi sorrise, e andò via quasi bruscamente, senza salutare nessuno.
Da quel giorno mi parve di star meglio e di aver lo spirito più tranquillo. Visitavo assai spesso la casa del mio futuro suocero, ed aspettavo con ansia il giorno festivo, designato per gli appuntamenti, all’insaputa del prete. Non dimenticherò mai quel tempo felice e i dolci colloqui colla cara ragazza!
Sventuratamente la mia felicità fu di breve durata, poichè alla gioia succedette l’affanno. Le punture ai ginocchi ricominciarono, e i dolori acuti mi fecero accorto, che la maledizione del prete non voleva darmi tregua.
Fuori di me per lo spasimo, mi diedi alla ricerca di nuovi esorcisti per sottrarmi alle malìe. Dove mi s’indicava un esperto in quell’arte diabolica, io correvo come pazzo senza frapporre indugio, fosse anche in capo al mondo. Montavo a cavallo, e col pretesto degli affari visitavo tutte le cascine, tutti gli ovili, tutti i paesi dei dintorni — ma sempre inutilmente. Ero disperato.
Volevo farla finita colle fattucchierie del prete, ma prima volevo sposare Maria Francesca. L’influenza di quel sacerdote mi spaventava. Il mio malumore crebbe, quando un giorno mi rivolsi ai genitori della ragazza, dicendo loro che desideravo affrettare le nozze.
La madre tacque abbassando gli occhi; ma il padre mi disse con un certo tono fra l’agro e il dolce:
— Ti par proprio giusto, che noi dobbiamo affidare la figliuola ad un malato?
Quel tono amaro m’indispose, ed esclamai vivamente:
— Voi mi avete conosciuto sano... e ciò vuol dire che io potrò guarire. D’altronde vi comunico la mia risoluzione: — o fatemi sposare subito con Maria Francesca, o portateci entrambi dinanzi ad un parroco per scioglierci dalla promessa. Ciascuno penserà ai casi propri. Scegliete!
I genitori della ragazza si acquietarono; ed io mi diedi di nuovo attorno, in cerca di esorcisti.
Mi rivolsi nuovamente a diversi preti, i quali si dichiararono impotenti a lottare col mio jettatore.
Una sera mi recai a Tissi per consultarvi un famoso scongiuratore di _legature_. Prima di andare da lui, mi si volle far visitare un infermo _fatturato_, la cui moglie dicevasi fosse l’amica di un prete. Quel povero disgraziato, colpito da paralisi alle gambe, giaceva sulla paglia di un tugurio, in preda a spasimi atroci.
Mi tolsi raccapriciando a quella spettacolo orribile.
— Se io diventassi come costui — dissi — sarei rovinato per tutta la vita!
Non volli ritornare a Florinas. Passai la notte a Tissi, e l’indomani mi spinsi fino ad Uri per sottopormi alle cure di un maestro di esorcismi, indicatomi come valentissimo.
Ma i dolori continuavano.
Sempre alla ricerca dell’uomo che doveva guarirmi, io trottai all’impazzata da un paese all’altro, finchè mi decisi a far ritorno a Florinas, dopo un’assenza di tre giorni.
Un caso singolare, avvenutomi in quella circostanza, contribuì ad agitare nuovamente il mio spirito. Voglio narrarlo, per persuadere gli increduli, che le _legature_ non sono un parto di mente inferma.
Giammai, come in quei tre giorni, io aveva provato la smania tormentosa di rivedere Maria Francesca. Mi pareva di esserne lontano un secolo. Diedi di sprone al cavallo e trottai come un forsennato fino alla casa di mia madre. Ivi appresi che il prete, durante la mia assenza, aveva licenziato la servetta, inasprito per le nozze stabilite senza il suo consenso.
Smontato di sella, affidai il cavallo a mio fratello Peppe, e mi avviai sollecito alla casa dei genitori della ragazza.
Come posi piede sulla soglia, mi sentii avvinto da un misterioso fascino, che non seppi spiegare. La viva smania di rivedere la sposa diletta si era cambiata in un’avversione invincibile. Una forza occulta mi respingeva da lei; la sua vista mi metteva quasi ribrezzo; ond’io le volsi bruscamente le spalle, e continuai a parlare coi genitori, senza rivolgerle la parola, senza stringerle la mano, e senza baciarla sulle guancie, come al solito. Temevo persino il contatto delle sue vesti, poichè avevo la convinzione che esse mi avrebbero scottato. Rimasi là come intontito, paralizzato, subendo l’influsso malefico del prete, che si vendicava di me. Ad un tratto, non potendo più oltre resistere, mi precipitai fuori della porta, e mi diedi a correre. Mi pareva di essere inseguito da una furia infernale.
Quando rientrai in casa, mio fratello Peppe mi venne incontro agitato:
— Il tuo cavallo è tutto gonfio! — gridò pieno di spavento.
— So di che si tratta! — risposi cupo; ma non dissi che il prete n’era la causa, poichè le sue malìe si erano estese anche alla bestia che mi aveva venduto.
— Il tuo cavallo sta male... e forse muore! — ripetè mio fratello.
— Lascia ch’esso muoia, nè dartene pensiero! — esclamai con profondo dolore — Tutti moriamo, e morrò anch’io fra non molto!
La mamma e le sorelle si scambiarono un’occhiata, non riuscendo a spiegarsi lo strano senso delle mie parole.
CAPITOLO VII.
Sponsali e luna di miele.
Il mio cavallo non morì, e i miei dolori si calmarono. Approfittai della tregua per sollecitare presso la famiglia di Maria Francesca i preparativi degli sponsali. I parenti accondiscesero al mio desiderio.
Si andò anzitutto dal parroco per sottoporci all’esame della _Dottrina_, come l’uso voleva. Il parroco rinunziò ad interrogarmi, perchè molte volte gli avevo assistito la messa e mi sapeva addentro nelle pratiche religiose. Si limitò ad esaminare Maria Francesca, e si accorse, che, sebbene educata in casa di un prete, ella ben poco ne sapeva.
Il parroco disse, a me rivolto:
— Se si fosse trattato d’altri, e se io non vi sapessi in condizioni speciali, mi sarei ben guardato dal permettere le vostre nozze. Ma questa volta voglio passarvi sopra. A te specialmente raccomando d’istruire la sposa nella dottrina cristiana.
— Ne prendo impegno! — risposi con un certo orgoglio — sapete pure che sono stato sagrestano!
Ottenuto l’assenso del parroco, vennero fatte in chiesa le _pubblicate_ d’uso per due sole domeniche, avendoci la Chiesa dispensato dalla terza, com’è d’obbligo.
[Illustrazione: Gli sposi uscenti dalla chiesa]
La mattina del 17 aprile 1850 fu designata per lo sposalizio.
Ci eravamo confessati entrambi dal parroco, ed assistemmo alla messa, celebrata dal prete Pittui, il quale non aveva avvertito la nostra presenza. Quando ci scorse, non potè contenere un movimento di dispetto. Pareva un diavolo sull’altare!