Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 4

Chapter 43,825 wordsPublic domain

Contavo appena venti anni, quando in paese si sparse la notizia che nell’agro sassarese si prevedeva un raccolto straordinario di olive. Volendo guadagnare qualche soldo in più, mi allontanai da Florinas, per collocarmi nella qualità di sorvegliante a Sassari, presso due proprietari di molini ad olio; nell’uno lavoravo di giorno, nell’altro di notte. Dopo parecchie settimane di assiduo lavoro, feci ritorno a Florinas. Mi sentivo stanco e abbattuto, ma avevo raggiunto lo scopo, mettendo a parte una diecina di scudi, che consegnai alla mamma.

E così continuai a cercar lavoro da un punto all’altro: nei dintorni di Florinas, nelle campagne di Sassari, e nei _salti_ della Nurra. Nessuna fatica mi spaventava quando mi sorrideva la probabilità di un guadagno.

Coi risparmi fatti, decisi più tardi di acquistare un buon cavallo. Me ne offrì uno bellissimo, di manto nero, il reverendo Pittui, per il prezzo di sedici scudi. Ricordo anzi, a questo proposito, che allor quando sborsai la somma al prete, in presenza della serva, mi scivolò di mano una pezza da _cinque soldi_, che andò a rotolare sul pavimento. Ci chinammo tutti e tre per raccoglierla, ma non ci fu possibile rintracciarla. L’inferno l’aveva inghiottita. Dovetti cacciar fuori dalla borsa altra simile moneta, che non mi venne più restituita. Ricordai più volte questo fatto, ripensando al prete Pittui, che più tardi doveva esser causa d’ogni mia sventura.

Diventato proprietario di un buon cavallo, che battezzai col nome di _Moro_, continuai la mia vita di lavoro con più coraggio. Passavo intiere settimane fuori di Florinas, e non vi rientravo che alla vigilia dei giorni festivi.

Le domeniche erano per me giorni di noia. Il mio unico divertimento consisteva nel tiro al bersaglio: passatempo di molti giovani del paese nella sera dei giorni di festa, ed al quale prendevano pur parte i signori, ed anche qualche prete. La bettola, i balli, e sovratutto il bel sesso, non ebbero mai per me alcun’attrattiva. Devo anzi confessare, che fin da giovinotto ero un orso e fuggivo quasi le donne. Non provavo la smania di far loro la corte, poichè gli amori inutili mi ripugnavano, non volendo perdere il mio tempo. A che trattenere una ragazza e perdersi in sciocchezze, quando l’uomo non ha intenzione di torsela in moglie? Nei nostri villaggi bisogna andar cauti colle zitelle; il far lo spasimante diventa pericoloso, poichè i parenti della donna potrebbero immischiarsene; e il meno peggio che possa capitare, è il matrimonio forzato con donna che non ci piace. Non amavo le leziosaggini, nè le mollezze femminili, che sfibrano il carattere e ci espongono qualche volta al ridicolo. Sdegnavo di cacciarmi nei pubblici balli, o di piantarmi come un palo dinanzi alle case, per fare il cascamorto colle ragazze che sedevano sulle soglie. Preferivo andarmene fuori del paese con la combricola dei tiratori, per vincere una scommessa al bersaglio. Il fucile era la mia prima passione — il cavallo la seconda.

Non mi fecero pertanto difetto le avventure amorose; ma io nella donna temevo le _malìe_ — cioè a dire le _legature_, come noi le chiamiamo. Citerò due soli episodi.

Recatomi una sera in casa di un amico, vi trovai la moglie insieme ad una giovane sorella di costei, di fama un po’ equivoca.

La donna maritata, fra il serio e il faceto, mi disse:

— Guarda mia sorella, com’è bellina! Perchè non te la baci?

Fui quasi spaventato dello strano invito; del che accortasi la scaltra donna, cambiò tono, e mi chiese il favore di accompagnare la sorella ai balli, che avevano luogo quella sera in piazza.

Benchè a malincuore, accondiscesi al suo desiderio. Quando fummo di ritorno, le due sorelle si affrettarono ad offrirmi alcuni amaretti e un bicchierino di rosolio; ma io mi guardai dall’accettare, temendo volessero farmi qualche _legatura_. Appresi più tardi, che la moglie del mio amico aveva contato sulla mia inesperienza, per mantellare col sacramento del matrimonio il primo fallo della sorella.

[Illustrazione: Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas]

Due mesi dopo, a breve distanza da Florinas, mentre rientravo dalla campagna, fui fermato con mistero da una giovane donna, maritata ad un vecchio. Ella cominciò col parlarmi di una sua amica, la quale era alquanto innanzi negli anni, ma possedeva un piccolo vigneto ed una casa bassa, che le procuravano una vita abbastanza comoda. Avendo costei desiderio di marito, me la proponeva come moglie, cercando persuadermi che avrei fatto un buon affare; poichè, anche con una moglie attempatella, non mi sarebbe mancato l’affetto di qualche amica più giovane. Rifiutai con ripugnanza; e allora la giovane si sfogò meco in tenerezze, e mi tenne un linguaggio così singolare, che mi costrinse a fuggire da lei, come un casto Giuseppe dalla moglie di Putifarre[6].

Tale io era con le donne a vent’anni. In seguito, naturalmente, ebbi qualche scrupolo di meno, sebbene non sia mai riuscito a cambiare _la mia opinione_[7].

CAPITOLO II.

In cerca d’una moglie.

Raggiunta l’età di 25 anni, non tardai a sentire tutto il peso della mia vita solitaria, monotona. L’amore al lavoro ed al guadagno, la ripugnanza all’ozio ed ai compagni crapuloni, mi rendevano più penoso l’isolamento. Non bastava più mia madre, non bastavano i miei fratelli, nè le sorelle, a darmi un conforto, quando stanco rientravo in seno alla famiglia, dopo una settimana d’incessante e faticoso lavoro. Desideravo qualche cosa di più attraente che mi eccitasse ogni sera a far ritorno alla mia casetta.

Felice, il primogenito de’ miei fratelli, aveva preso moglie; gli altri pensavano a prenderla; le mie sorelle già parlavano di marito — ed io non sentiva la virtù del sagrifizio, senza uno scopo determinato. Il pensiero di abbandonare la mamma era quello che mi tormentava; ma io avrei potuto ritirare la vecchierella presso di me; avrei potuto darle una compagna, quando le sorelle e i fratelli miei si fossero allontanati dalla casa materna, per crearsi una famiglia.

Pensai dunque ad una compagna.

Avevo fermato l’attenzione sopra una bella giovinetta quindicenne, che ogni domenica io aspettava sul piazzale della chiesa, all’entrata ed all’uscita della messa. Parecchie volte ero stato ai balli con essa, e mi pareva che non gli fossi del tutto antipatico. Il contegno modesto di quella ragazza mi aveva profondamente colpito. Maria Francesca, la prediletta del mio cuore, era al servizio del prete Gio. Maria Masala Pittui, insieme ad una sua zia.

Questa zia — Giovanna Maria Meloni Ru — si trovava da molti anni in casa del prete. Tanto lei, quanto una sua sorella maggiore, si erano allontanate dal paese natio (Scano Montiferro) ferme nel proposito di collocarsi come serve in casa di qualche prete, a Florinas, o altrove. L’una di esse, infatti, riuscì ad essere accettata dal reverendo Pittui — l’altra si collocò presso un altro sacerdote, in Codrongianus.

Le due donne avevano un fratello a Florinas — Salvatore Meloni Ru — già servo del prete Pittui, che gli aveva dato in moglie certa Catterina Merella.

Da queste nozze era nata, fra gli altri figli, Maria Francesca, la ragazza che mi aveva colpito. Costei, fin da bambina, frequentava la casa del prete, dove si recava per visitarvi la zia; e quando crebbe negli anni vi fu accettata come servetta, con piena soddisfazione dei genitori; i quali ascrissero a grazia divina l’aver potuto collocare la loro bella figliuola in casa di un sacerdote benestante, influente, e temuto più che amato nel paese.

Il prete Pittui aveva fatto di tutto per dar marito all’antica sua serva Giovanna Maria, ma non vi era riuscito. In paese correvano molte dicerie sul conto di quella donna, e nessuno voleva caricarsela. Fra gli altri designati, il prete si era rivolto a due suoi nipoti, promettendo loro la protezione, e non so che altro, se avessero appagato il suo desiderio; ma i due nipoti non vollero sapere di dar la mano ad una donna attempatella, a cui si cercava un marito con tanta insistenza.

Il rifiuto dei due giovani inasprì alquanto lo zio, che tenne loro il broncio per lungo tempo, sebbene non mancasse di prenderne le difese, quando credeva compromessa la dignità del sangue di famiglia.

Il prete Pittui trovò finalmente il desiderato Cireneo della sua Giovanna Maria: un suo servo agricoltore — certo Giovanni Antonio Piana; il quale, sebbene molto giovane (eravamo coetanei) si decise a sposare quella donna, che poteva essergli madre.

Giovanni Masala Pittui era un prete, che aveva oltrepassata la cinquantina. Burbero, prepotente, di modi piuttosto aspri, si sentiva capace di affrontare venti nemici petto a petto. Possedeva una Cappellania, che dicevasi gli fruttasse da quattro a cinquemila scudi; ed aveva l’obbligo di dir la messa tutti i giorni festivi nell’Oratorio di Santa Croce — chiesetta un po’ fuori di mano, perchè posta all’estremità del villaggio.

Erano in quel tempo in Florinas altri tre preti: i due viceparroci e il rettore Gio. Angelo Dettori; ma nessuno poteva vantare l’influenza del prete Pittui, che tutti temevano. In relazione con cavalieri, avvocati, giudici, ed altre autorità di Sassari, egli dispensava promesse o minaccie a diritta ed a manca, e nessuno osava contraddirlo, poichè si sapeva che le minaccie avrebbero avuto il loro effetto.

Il prete Pittui andava sempre armato, ed era ben provvisto di fucili, di pistole, di pugnali. Possedeva una quindicina di cani, fra i quali due feroci mastini, capaci di sbranare quattro nemici a un semplice cenno del padrone. Si vantava di essere un valente cacciatore (e lo era di fatto), e si dilettava parimenti della pesca nei fiumi; però, non mangiava mai pernici, nè lepri, nè anguille, che per solito regalava agli amici.

Io era in buoni rapporti coi preti di Florinas, poichè tutti mi avevano conosciuto sagrestano. Anche prete Pittui mi trattava con una certa confidenza. Non poche volte gli avevo assistito la messa, e assai spesso mi ebbe a compagno nelle solite gare al bersaglio della domenica. Guai però a contraddirlo, o a prendersi troppo confidenza con lui! Corrugava la fronte, rispondeva brusco, e voltava le spalle con aria spavalda e prepotente.

Per dare un’idea del suo carattere focoso e della fiducia che riponeva nelle autorità di Sassari, di cui si vantava amico, narrerò un episodio.

Un giorno io lavoravo in un suo tenimento, insieme ad altri compagni, fra i quali uno dei due nipoti che si era rifiutato a sposargli la serva Giovanna Maria. Avvenne che uno dei contadini che lavoravano insieme a noi, non so per qual contesa insorta, mettesse le mani addosso al nipote del prete, che per caso era presente. Io corsi in difesa dell’aggredito, e afferrato un bastone percossi senza misericordia l’aggressore.

Il prete, cieco di bile per l’insulto fatto al parente, mi si accostò inferocito, gridandomi alle spalle:

— Uccidilo! uccidilo, Giovanni! chè penserò io a strapparti alla Giustizia!

Queste parole mi fecero tornare in me, e sospesi la correzione — tanto più che l’avversario non mi aveva opposto resistenza. Il prete si limitò a licenziare il contadino audace; ma mi accorsi che non era soddisfatto della mia disubbidienza.

Riprendo la narrazione.

Colpito, dunque, dall’avvenenza e dalla modestia di Maria Francesca, e fermo nel proposito di prender moglie, mi decisi a confidare in famiglia i miei progetti, chiedendo un consiglio. Ottenni la generale approvazione per la buona scelta fatta. Lieto che tutti fossero contenti, incaricai la mamma di recarsi in casa del prete Pittui per chiedergli la mano della ragazza. Si sa che in simili casi i genitori passano in seconda linea, poichè spetta ai padroni disporre dell’avvenire delle serve.

Mia madre, dopo essersi vestita degli abiti migliori, si recò dal prete per far la domanda. Io rimasi ad aspettarla in casa, ansioso di conoscere la risposta.

Trascorsa una mezz’ora, mia madre fu di ritorno. Per quanto affettasse disinvoltura, mi accorsi subito che la sua missione non era pienamente riuscita.

— Ebbene....? — le chiesi, andandole incontro.

— Bisogna ancora aver pazienza, figlio mio!

— Un rifiuto?!

— Non rifiuto, veramente! Mi disse solo, che avessi prima pensato a maritare le tue sorelle Giustina e Maria Andriana, poichè per Maria Francesca ci sarebbe stato tempo, avendo essa di poco oltrepassato i quindici anni.

Questa risposta, che mia madre si studiava di raddolcirmi, mi tenne alquanto di malumore. Tuttavia, non disperai, deciso di tornare all’assalto in un momento più opportuno.

Lasciai trascorrere alquante settimane. Nel frattempo in paese si era fatta correre una voce, la quale in sulle prime mi fece sorridere, ma in seguito mi destò qualche inquietudine. Dicevasi dalle comari, che io mi era pazzamente invaghito di Maddalena Pintus Marongiu, figlia di Pietro Paolo, la cui fama non correva troppo buona in paese. Si era pur detto, precedentemente, che tanto la ragazza, quanto i suoi genitori, studiassero tutti i mezzi per accalappiarmi con un matrimonio.

L’origine e lo scopo della diceria erano palesi. La zia di Maria Francesca aveva confidato alle comari la mia domanda di matrimonio; e la famiglia Pintus, al cui orecchio era pervenuta la notizia, aveva messo in giro la storiella del mio amore, per dar pretesto al prete di rifiutarmi la mano della ragazza.

Un caso innocente, avvenuto poche settimane dopo, diede corpo all’ombra ed alimento ad una diceria, che servì di appiglio ai disgustosi incidenti che amareggiarono in seguito la mia esistenza.

CAPITOLO III.

Alla festa di Mara.

Si era verso la metà di Settembre del 1848, e si avvicinava il giorno della famosa festa di _Nostra Signora di Bonuighinu_, che suol farsi presso una chiesa campestre, nelle vicinanze del villaggio di Mara. Questa festa, con annessa fiera, è una delle principali dell’isola, e chiama tuttora dal Logudoro e dalla Planargia una folla considerevole di curiosi e di devoti[8].

Essendo Mara molto distante, i florinesi hanno bisogno di quattro o cinque giorni per effettuare la gita e godere del divertimento; e forse per questo motivo l’attrattiva è maggiore, e cresce nei festaioli la smania di prender parte alla baldoria.

Già da tre anni mi ero prefisso di recarmi a _N. S. di Bonuighinu_ per sciogliere un voto fatto, e nello stesso tempo per divertirmi un poco. Lavoravo tutto l’anno con assiduità, e mi pareva di aver diritto a un po’ di svago. Circostanze impreviste avevano impedito che si effettuasse il mio disegno; ond’è che quella volta fui irremovibile nel mio proposito.

Mia madre non vide di buon occhio la mia gita, e me lo disse con una certa amarezza:

— Bada, Giovanni! A me pare, che in questa circostanza non ti convenga recarti alla festa. Non vorrei che la tua gita avesse a procurarti qualche dispiacere!

Io mi strinsi nelle spalle. Mia madre, certamente, voleva alludere alle trattative in corso per la domanda di matrimonio; ma io sentiva di aver la coscienza netta, nè dovevo temere serie conseguenze da un passatempo innocente.

Anche il nostro vicino di casa — Gavino Pintus — aveva deciso di andare alla festa insieme alla figliuola, e si era dichiarato contento di avermi a compagno di viaggio.

Questo Pintus, agricoltore benestante, era fratello dell’altro Pintus, della cui figlia mi dicevano invaghito. Le due cugine avevano lo stesso nome: Maddalena.

All’alba del giorno designato insellai il mio _Moro_; Gavino Pintus prese la figliuola in groppa, e partimmo insieme.

Svoltate appena due stradicciuole, il Pintus fermò il cavallo e mi disse:

— Aspettami qui un momento. Mi spingo fino alla casa di Pietro Paolo, per sapere se insiste nell’idea di venire alla festa.

Fu tanta la mia sorpresa, che non risposi neppure. Mi lusingavo già che si trattasse di un semplice atto di convenienza, quando vidi sboccare da una viottola i due fratelli a cavallo, colle rispettive figliuole in groppa.

Quell’incidente impreveduto mi gelò il sangue. Mi venne persino in mente di piantare la comitiva e di andarmene tutto solo alla festa; ma ebbi vergogna di una debolezza, che poteva venir interpretata paura o vigliaccheria. Ripensai allora alle parole di mia madre, la quale non s’ingannava mai ne’ suoi pronostici.

Che dovevo fare? Feci l’uomo di spirito, e mi rassegnai ad essere il compagno di viaggio dei due fratelli e delle due cugine, deciso però a mostrare il broncio alla coppia malaugurata, che aveva messo in giro la diceria de’ miei amori. Volevo che si notasse quanto poco gradita mi fosse la compagnia dei due intrusi.

La figliuola di Gavino, appena quindicenne, era di un’ingenuità infantile; la cugina, invece, a diciott’anni, rivelava una furberia singolare, ed era molto addentro negli intrighi amorosi.

Il padre di costei, povero quanto Giobbe, tirava a stento la vita, ma studiavasi di comparire agli occhi del mondo meno miserabile di quello che era.

I nostri tre cavalli trottavano di conserva sulla strada. Mi ero messo alla sinistra di Gavino per togliermi alla vista di Pietro Paolo e della figliuola. Mi divertivo invece a scherzare e a conversare colla più giovane delle Maddalene, lasciando l’altra ad annoiarsi fra il babbo e lo zio.

Arrivati dopo un’ora di strada al sito denominato _Sas funtanas_, smontammo tutti per abbeverare i cavalli.

Stando insieme sul ponte, Gavino si lamentò meco della lentezza del suo cavallo, incapace di poter portare due persone sul dorso. Io gli dissi:

— Se per quindici giornate tu mi aiuterai ad arare la terra, porterò la tua figliuola in groppa.

Il babbo mi rispose, scherzando:

— Anche per venti giorni avrai l’aiuto mio, se vorrai alleggerirmi di Maddalena!

Dopo avermi aiutato ad assicurare il sellone sul mio cavallo, Gavino sollevò da terra la figliuola e me la sedette in groppa.

Ci rimettemmo in viaggio.

Mi sentivo proprio contento del servizio reso a Gavino Pintus. Il mio cavallo trottava, ed era facile lasciarmi addietro gli altri compagni, la cui conversazione mi riusciva oltremodo impacciante.

Così trottando, colla donna in groppa, volli mangiare un boccone. Tolsi dalla mia bisaccia un po’ di pane e di noci, e ne offersi a Maddalena, la quale si divertiva un mondo alle mie facezie.

Arrivati dopo cinque ore di viaggio alla cantoniera di Giave, Pietro Paolo invitò tutti a smontare da cavallo, offrendoci le sue provviste per far collazione.

— Ho giù mangiato e non ne ho voglia! — risposi.

— Mangiato! e quando? — mi chiese sorpreso Pietro Paolo.

— Or ora in viaggio — risposi — ed ho anche bevuto. Anzi, se volete approfittare, ci ho ancora vino nel mio fiasco!

Mi ero proposto di nulla accettare da quella gente. Sebbene avessi giustificato il mio rifiuto, mi accorsi ch’esso spiaque ai due fratelli, i quali pertanto si guardarono dall’insistere.

Terminata la collazione continuammo il viaggio, e dopo altre due ore di strada sostammo a Padria, ospiti del comune amico Salvatore Masia, il quale volle offrirci una lauta cena.

Come più ci avvicinavamo a Mara, più numerose diventavano le comitive dei festaiuoli, accorrenti da ogni punto dell’isola a _N. S. di Bonuighinu_.

All’alba del giorno susseguente rimontammo a cavallo, e un’ora dopo entravamo nel villaggio di Mara, accolti generosamente da Antonio Francesco Peralta, che ci volle ospiti, insieme ad altri festaiuoli che ci avevano preceduto.

I miei compagni lasciarono in paese i cavalli, e si recarono a piedi alla chiesetta campestre, distante appena una mezz’ora. Io feci quel tragitto a cavallo, sempre con Maddalena in groppa.

Pietro Paolo si era rassegnato a far la strada a piedi, poichè la figliuola, sprovvista di sellone, era stata adagiata alla meglio su due cuscini. Il vero scopo della sua gita era il solito commercio d’uova; e si sentiva giustamente umiliato della propria miseria, tanto più sapendo che a me non mancavano soldi da spendere[9].

Durante la breve gita da Mara alla chiesa campestre, io continuai le facezie colla mia compagna di viaggio, quasi per far dispetto alla cugina, della quale volevo vendicarmi. Ero ancora inasprito delle dicerie messe fuori dai genitori di una ragazza, la quale pretendeva di essere corteggiata per forza. La mia natura superba rifuggiva da simili donne!

Un’immensa folla occupava i dintorni della chiesetta; e vi erano rappresentati la maggior parte dei comuni dell’isola.

Attiguo alla chiesa è un vasto cortile con un lungo loggiato per comodità dei visitatori e dei mercanti. Vi si vendeva di tutto, e si macellava all’aria aperta carne di bestiame, proprio... o rubato.

Siccome mi ero recato alla festa per sciogliere un voto, non mancai di far le mie preghiere in chiesa; dopo di che, pensai a darmi un po’ di spasso. Ho sempre mantenuto la mia parola, anche con Dio e coi santi!

Da Mara erano venuti, insieme a noi, molti curiosi e devoti; e non poche forosette, in allegra brigata, avevano voluto accompagnare le due cugine Pintus.

Eravamo arrivati alla chiesa verso il Vespro, dopo aver fatto a Mara le provviste per la cena.

Io non stavo indietro ad alcuno nello spendere; anzi mi ero proposto di fare il generoso. Avevo comprato molte libbre di pesce d’Oristano cotto, nonchè una ragguardevole quantità d’aranci, che dispensai largamente a quanti componevano la numerosa comitiva.

Cenammo in una delle loggie del vasto cortile della chiesa.

Terminata la funzione del Vespro, s’iniziarono i balli. Era un gridìo incessante di mercanti e di compratori, di giovanotti allegri e di donnette di buonumore. Al chiarore dei lampioncini, dei falò, dei razzi, si correva da un punto all’altro scherzando, ridendo, altercando. La festa era stata allietata dalla presenza dei principali cavalieri e signori di Bonnanaro, di Torralba, di Bessude, di Borutta e di Tiesi, che gironzavano di qua e di là, in compagnia delle loro donne.

Dopo aver preso parte ai balli, come attori o come spettatori, fu proposta la visita a tutti i _liquoristi_ e _torronai_; e da una baracca all’altra non si faceva che bere ed acquistare dolciumi per i bambini. Com’è usanza in simili feste, ci alternavamo nello spendere; e ciascuno cercava di distinguersi nella prodigalità.

A Pietro Paolo non erano rimasti in tasca che sette soldi e mezzo, ed io non avevo cessato di superarlo negli acquisti.

Verso la mezzanotte si die’ principio alla solita gara dei poeti estemporanei, con botta e risposta. I due fratelli Pintus vollero assistere alle sfide in versi, poichè uno di essi — Gavino — si piccava d’essere poeta. Io, invece, con le due cugine Pintus, preferimmo di prender parte al ballo.

Terminate le danze la Maddalena Bua mi disse:

— Andiamo a bere alla fonte!

La fonte è lontana un quattrocento passi dalla chiesa, e la folla vi affluiva di continuo.

Volli appagare il desiderio delle donne, e le accompagnai.

La moltitudine che andava e ritornava dalla fonte rendeva penosa la nostra gita. Frotte di allegri giovinotti, un po’ brilli, davano la baja a questa o a quella forosetta, e bisognava lottare, or colle buone ed ora colle brusche, per aprirci un passaggio. Io stava attento perchè le mie donne non si sbandassero, trascinate dalla folla che ci seguiva, o da quella che ci veniva incontro.

A un certo punto Maddalena Bua (la più giovane) si fermò e mi disse ingenuamente:

— In questo modo non potremo andare avanti! Perchè non ci dai il braccio?

E senza aspettare che io l’offrissi loro, le due donne mi presero a braccetto: l’una a destra, l’altra a sinistra. Sudavo freddo, immaginando le chiacchiere dei maldicenti florinesi che assistevano alla festa.

Dopo essere stato alla fonte, ricondussi le Maddalene verso la chiesa, e le accompagnai fino alle loggie. Erano le due dopo mezzanotte, e volevano riposare.

Offersi il mio cappotto alla più giovane, perchè se ne servisse come guanciale, e tornai indietro per raggiungere i miei compagni, che erano intenti al giuoco, ai canti, ed alle gare poetiche.