Part 3
I delitti, nondimeno, ripresero il loro corso fino al 1817; ma furono in gran parte frenati dal rigore memorabile del Villamarina, sebbene egli abbia voluto favorire i propri compatriotti. Fu notato dagli storici, che, durante il suo governo, non venne impiccato alcun gallurese.
Dal 1820 — e più ancora dopo il 1826, anno in cui fu abolita la tortura e tracciata in gran parte la strada nazionale da Cagliari a Sassari — le squadriglie dei malviventi parvero meno feroci nelle loro gesta.
Durante il lungo periodo in cui Lamarmora percorse l’isola da un capo all’altro per i suoi studi prediletti, egli non venne molestato da masnade di ladri e di assassini. L’unico suo incontro coi banditi (avvenuto nell’aprile del 1823, sulla strada fra Nuoro e Siniscola) lo resero convinto che le masnade non erano ingorde di rapina, poichè rispettarono l’oro che portava seco — come lui stesso racconta.
Tuttavia la guerra ai malviventi fu continuata con ardore dal Governo; nè mancarono valorosi cittadini che si distinsero nel perseguitarli. Nel Gennaio del 1836, per il valore spiegato nella caccia dei banditi, fu data una medaglia d’oro (dono del Sovrano) a Don Girolamo Berlinguer, capitano dei Barracelli.
Salì in fama a quei tempi il bonorvese Peppe Bonu, uno dei più popolari banditi dell’isola, e sul quale correvano bizzarre leggende. La generosità, unita al coraggio e alla destrezza, aveva fatto di costui un semi-eroe. Temerario all’eccesso e di una forza erculea, egli dava molto da pensare alle regie milizie; e non potendo il Governo impadronirsene per mezzo delle armi, pensò ricorrere al solito premio in danaro ed alla impunità: il premio in danaro da sborsarsi per intero a chi dava vivo o morto il Bonu, e per metà a colui che avrebbe ucciso qualcuno della sua banda; l’impunità (meno male!) ragguagliata questa volta a un delitto punibile con venti anni di galera.
Peppe Bonu non era un malfattore volgare; fu accertato che molti delitti si mantellavano col suo nome; e il bandito ne fu così sdegnato, che si decise a scortare in persona la _diligenza_ nel transito di Campeda, per tutelare la vita e gli averi dei viaggiatori, temendo che altri in suo nome li assalisse.
Da pochi mesi era emanato il decreto della _taglia_ sulla testa del bandito bonorvese, quando verso il 1838 circolò la notizia della sua morte. Mentre Peppe Bonu, nel _Pianu de murtas_, dormiva placidamente sotto un albero, venne ucciso a tradimento da un tal Rosas, della fazione dei Piu, suoi nemici.
Altro bandito di quei tempi, coraggioso e temuto, era il bonorvese Giovanni Biosa; il quale ebbe l’audacia di strappare il proprio padre (pur bandito) dalle mani dei carabinieri che lo avevano arrestato.
Furti continui, seguiti da misteriose uccisioni (commesse dentro città e nei dintorni di Sassari) fecero sospettare di una squadriglia segreta di malfattori, negli ultimi anni del governo assoluto. E questa volta non trattavasi di banditi, ma di una lega di malandrini, regolata sulla base degli odierni _grassatori_ della Barbagia: di giorno erano artisti ed operai in apparenza onesti e tranquilli — la notte si univano per commettere le ribalderie, servendo di strumento a cittadini creduti galantuomini. Fin dal 1836 questi delitti si sospettarono perpetrati per invidiosi dispetti, o per vessazioni del francese Uxel; il quale aveva fondato a Sassari uno stabilimento di sanse, a breve distanza dalla chiesa di S. Paolo. La mente direttiva non era sarda — sardo era il braccio che eseguiva il mandato di sangue.
Tra il 1841 e il 1842 non vi fu quasi giorno in cui non venisse consumato un delitto di sangue. I malfattori scorrazzavano per l’isola, e fra essi i terribili banditi corsi Stefano il _Serpente_, il Quartara, il Tengone, il _Santa Lucia_. Nel 1842 ne furono rimandati una ventina al Governo francese.
Nell’intento di purgare la società, verso questo tempo, i cittadini discoli venivano arruolati nel Reggimento sardo; ed il governo piemontese, volendo ingrossare le fila dei malfattori isolani, mandava in Sardegna seicento cattivi soggetti, col titolo di _operai di punizione_!
Il bandito più celebre che chiuse il periodo del regime assoluto fu l’algherese Agostino Alvau. Di costui ci darà qualche ragguaglio Giovanni Tolu, nella sua narrazione.
* * *
Ed eccoci giunti sulla soglia del 1848, l’anno delle agognate riforme, che dovevano far crollare il vecchio governo assoluto per aprire l’era novella di tempi più civili.
Pur troppo è destino dei popoli, che nei grandi rivolgimenti politici, nel passaggio repentino dall’uno all’altro regime di governo, vi abbia sempre chi approfitti del fermento della situazione, o per avidità di guadagno, o per sfogo di qualche antica vendetta, o per libidine di mal fare, servendo questo o quel potente, nella speranza dell’impunità. Non parve vero ai tristi della campagna e della città di poter mantellare gli istinti feroci sotto la larva di una lotta politica.
Io sorvolerò sulla storia di questi avvenimenti, perchè uscirei di carreggiata.
Il Municipio di Sassari, vivamente impressionato dalle scene di sangue a cui assisteva, ricorse il 22 ottobre 1849 al presidente dei Ministri, esponendogli, con foschi colori _i continui, e in questi ultimi giorni spaventevolmente cresciuti delitti ed attentati alla vita e proprietà dei pacifici cittadini_.
Il 1850 fu anno tristo per sanguinosi avvenimenti. Con l’allontanamento da Sassari del tribuno Antonico Satta (partito nel giugno del 1849) non furono spenti i rancori, come si sperava. Si ebbe nel giugno la strage così detta dei _Saba e Careddu_ alle porte della città; si ebbe l’anno seguente, nel lunedì di carnevale, l’altra strage dei _Saba_ e dei _Macioccu_ all’uscita del teatro; e le scene sanguinose si ripeterono di tanto in tanto fino al 1855 — anno in cui il cholera mieteva a Sassari oltre 5000 vittime, spegnendo molti odî e molti tristi, e svelando le trame dei numerosi delitti, che da quasi un ventennio si erano macchinati, o compiuti, dentro ai laberinti misteriosi dello stabilimento di San Paolo.
Il primo decennio del governo costituzionale (dal 1849 al 1859) fu memorabile per stragi e per odî di parte, mantellati sempre dalle lotte politiche, le quali non servirono che di pretesto.
Ed è appunto in questo periodo che compariscono sulla scena i quattro banditi famosi: Pietro Cambilargiu, Antonio Spano, Antonio Maria Derudas, e quel Giovanni Tolu, che, inseguito per trent’anni dalla giustizia, fu da questa assolto nelle Assise di Frosinone.
* * *
L’antico bandito sardo, conosciuto per l’odio implacabile verso i soli nemici e le spie, per la ripugnanza al furto, la fierezza del carattere, la generosità cavalleresca, è da un pezzo scomparso dall’isola.
Di simili banditi (per vero non troppo numerosi!) si occuparono in ogni tempo, con pietosa simpatia, storici e letterati insigni, nell’intento di mettere in rilievo quella fierezza e quella generosità, che pure in mezzo alle ferocie li rendeva talvolta degni di compianto, se non di ammirazione.
Ne citerò alcuni, per non tediare più oltre il lettore.
Lo storico Pasquale Tola esaltò la magnanimità di Salvatore Anchita verso il suo nemico Francesco Brundano. Dopo aver riportato nel suo _Dizionario biografico_ l’episodio da me altrove citato, scrive: «— Esempio di generosità d’animo, da cui traspare quanto negli uomini stessi rotti al mal fare sia potente il sentimento dell’onore: raggio di virtù che brilla talvolta in mezzo alla fosca luce dei più enormi delitti.»
Sulle pagine del Tola s’inspirò Gavino Cossu, che scrisse un romanzo storico in due volumi col titolo: _gli Anchita e i Brundanu_.
L’infaticabile frate Vittorio Angius ha voluto scrivere più d’una pagina pietosa, tanto in favore di Leonardo Marzeddu, che si diede alla macchia dopo aver vendicato il suo onore oltraggiato — quanto di Giovanni Fais, che il Valery chiama un _Leonida_.
L’erudito marchese di San Filippo scrisse e stampò una storia romantica su Peppe Bonu di Bonorva, la quale parve una leggenda, e venne riprodotta in parecchi giornali di Torino.
Il padre Bresciani, che volle visitare più volte la Sardegna, nel suo libro _Dei costumi sardi_ ha dedicato parecchie pagine entusiastiche ai banditi sardi, la maggior parte dei quali (egli afferma nel 1846) lo erano per vendetta d’onore.
Questo scrittore rileva un particolare. Egli dice: quando un bandito sardo è sorpreso nella foresta da qualche carabiniere che gli grida: _ferma, il re!_ — egli risponde togliendosi con riverenza il berretto: — _Rispetto il re, ma gli consacro la tua testa!_ — E postosi dietro un albero fa fuoco sul carabiniere. Il Bresciani a questo punto esclama: — _Che laconismo! e che fiera alterezza di cuore!_ (A me, invece, pare fuori luogo il suo entusiasmo sopra un fatto che non credo vero!)
Parlando delle paci fatte nel 1840 per intervento dei missionari, il Bresciani cita un venerando pastore, il quale si ridusse ad abbracciare un nemico che gli aveva ucciso il figlio. (Caso non troppo comune in Sardegna!)
Lo stesso scrittore riporta un altro episodio storico, narratogli a Cagliari da un giudice della Reale Udienza. Un famoso bandito, inseguito da due carabinieri, cacciossi per caso dentro un ovile, dove, insieme a molti armati, si trovava l’uomo a cui aveva ucciso il fratello. In omaggio alla sacra ospitalità, il pastore lo accolse nella capanna, e intimò ai carabinieri di allontanarsi, se volevano salva la vita. Informata del caso la Giustizia, fu subito spedito un messo al pastore (padre di due figli di recente condannati a morte) proponendogli la libertà di essi, se si risolveva a cedere il bandito accolto nel suo ovile. Il pastore rifiutò sdegnosamente. Giustiziato uno dei figli, fu rinnovata la proposta per la liberazione dell’altro; ma il vecchio diede al messo questa fiera risposta: — Dirai al giudice, che il sardo ha più cara la fede che i propri figliuoli!» — Quando apprese la morte del secondo figlio il poveretto svenne.
A proposito di questo fatto il Bresciani cita un caso avvenuto in Corsica al tempo in cui Paoli combatteva per la indipendenza dell’isola sua. Un popolano corso, cieco d’ira, aveva ucciso colle proprie mani l’unico suo figlio sedicenne, solo perchè questi, dopo aver concessa l’ospitalità ad un bandito, lo cedette per denaro ad un carabiniere.
«I sardi, che tanto ritennero delle condizioni del mondo antico (conchiude il Bresciani) hanno di queste esagerazioni, riputandole diritto, dovere, e stretta osservanza della ragione delle genti.»
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E mi pare che le citazioni storiche da me riportate siano sufficienti per dare un’idea del colore dei tempi.
Ho esposto a larghi tratti il quadro dei principali avvenimenti di sangue che afflissero il Logudoro nel lungo periodo di quattro secoli. Mi accorgo però che la mia tela ha tinte troppo fosche, ed è incompleta; poichè non ho potuto riportare che i fatti crudi, quali li estrassi da documenti ufficiali. In riscontro alle nequizie dei banditi da me segnalate, le carte di Archivio non registrano virtù alcuna, nè le intime cause che determinarono il traviamento di tanti infelici, trascinati assai spesso al delitto dalla trista condizione dei tempi miseri e corrotti.
Negli scaffali della Giustizia si riscontrano unicamente le colpe, non le virtù dei disgraziati; e questo forse succede, perchè l’uomo è nato cattivo, e la virtù realmente non esiste. Come l’ombra non è che l’assenza della luce, così la virtù non è che l’assenza del vizio. La società, insomma, pare non pretenda che il solo freno delle passioni, convinta che l’uomo riescirà sempre a fare il bene, sempre quando potrà astenersi dal fare il male.
Ho esposto in altro libro il sistema usato dallo storico e dal poeta, quando vogliono fabbricare i grandi benemeriti e i grandi delinquenti: — dei primi essi registrano le sole virtù, dei secondi non rivelano che i soli vizi. In pochi, però, la coscienza di voler ritrarre l’uomo qual’è, col fardello del bene o del male, fornitogli dai tempi, dagli uomini, o da madre natura.
Perchè questo? forse perchè il popolo ha bisogno di commuoversi dinanzi a quanto esce dalla cerchia dei fatti comuni: esso sdegna le mediocrità, per esaltarsi alle azioni dei grandi buoni o dei grandi cattivi. L’evangelista Giovanni lo ha detto chiaro nell’_Apocalisse_: «— Deciditi: sii freddo, o sii caldo; ma se tu sarai tiepido, ovvero nè freddo nè caldo, ti rigetterò dal mio seno!»
Fra i molti banditi che nacquero belva — come Pietro Cambilargiu e Francesco Derosas — non mancarono i disgraziati, che pure in mezzo alle ferocie ebbero slanci di generosità magnanima, di virtù vera, di singolare rettitudine d’intelletto.
Nella storia di Salvatore Anchita, di Francesco Brundanu, di Leonardo Marceddu, di Giovanni Fais, di Peppe Bonu, e di Giovanni Tolu non fanno difetto gli sprazzi di luce che rischiarano azioni generose, delle quali tacciono i documenti Ufficiali. Questo silenzio è spiegabile; poichè la giustizia non sa leggere che nel _Codice penale_, e non sa pesare nella sua bilancia che le sole colpe degli sventurati! — Ed è forse per reazione che i grandi poeti (come Byron e come Schiller) vollero idealizzare con splendore di colorito le gesta avventurose di corsari e di briganti.
Bisogna, dopo tutto, convenire, che l’uomo ha un fondo malvagio.
Non è questione di alti o bassi strati sociali: — l’ignoranza e il pregiudizio salgono tutti i gradini. Abbiamo veduto come nei traviamenti dei secoli passati incorsero nobili e plebei, e come talvolta si ebbero esempi di volgo nobile e di nobiltà plebea.
Nelle gesta delittuose vi hanno due cavallerie: quella _rusticana_ e quella incivilita. La prima, per sua natura, è apertamente audace — la seconda, all’incontro, nobilmente accorta: forse perchè ha troppi guanti — e i guanti, assai spesso, non servono che a nascondere le mani sporche.
Io non voglio fermarmi sul numero infinito dei delinquenti volgari, che battono la città e la campagna: sono essi i delinquenti d’ogni tempo, d’ogni paese, e parlano ogni lingua. Ripeto solo, che Giovanni Tolu, nel suo complesso di bene e di male, è l’_ultimo bandito sardo_.
Il bandito sardo — giova ricordarlo, perchè il giornalismo italiano pare si ostini a non volerlo rilevare! — non è un masnadiero, non è un brigante, non è un grassatore, non è un fabbro di _ricatti_. Ed è solamente per dimostrarlo, che ho voluto aderire a scrivere la storia di Giovanni Tolu.
I tempi or sono cambiati. Colla nuova Italia è sottentrato un altro brigantaggio, che al piombo, al pugnale, ai grimaldelli ha sostituito il libello, la truffa, e i brogli bancari.
Dobbiamo tuttavia ardentemente sperare, che questa nuova forma di delinquenza inguantata, la quale sfugge così spesso alle leggi, abbia fatto il suo tempo. Ad ogni modo, lusinghiamoci di non trovarci per anco nel tristo caso di ripetere la frase tagliente, ch’ebbe sulle labbra Giovanni Prati negli ultimi anni di sua vita: «— Dappoichè ho conosciuto i galantuomini d’oggi, ho preso a stimare i ladri antichi!»
_Sassari, maggio 1896._
ENRICO COSTA.
STORIA DI GIOVANNI TOLU
NARRATA DA LUI MEDESIMO
PARTE PRIMA
PRIMA DELLA COLPA
[Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della storia]
CAPITOLO I.
Infanzia e prima giovinezza.
La nostra famiglia è di Florinas.
I miei nonni — Felice Tolu e Francesca Cossu — vivevano agiatamente, perchè possessori di terreni, di case, e di molto bestiame. Dalla loro unione erano nati sei o sette figli, fra i quali Pietro Gavino — mio padre.
I tempi intanto si facevano tristi. Dopo la carestia dell’_ottanta_ — ci diceva il babbo — le terre diminuirono di prezzo, e la piccola fortuna del nonno cominciò a venir meno[2].
Il vecchio Felice scese nel sepolcro lasciando i figliuoli in giovanissima età; e la povera vedova, sperando di poter tirare innanzi la famiglia nell’agiatezza in cui era stata allevata, fu costretta a vendere i pochi beni che ancora le rimanevano. I suoi sforzi, però, riuscirono vani. I giorni calamitosi si succedettero senza tregua, nè si tardò a provare tutte le strettezze della miseria.
Pietro Gavino, per campare la vita, si era adattato a prestare l’opera sua presso alcuni parenti facoltosi; ed una sua sorella, non potendo più oltre mantenere l’antico sfarzo, fece dono della sua ricca veste alla _Madonna del Rosario_, presso la quale (com’è tradizione nella nostra famiglia) conservasi tuttora.
Sebbene alquanto innanzi negli anni, il mio babbo Pietro Gavino tolse in moglie la giovane figlia di un pastore — Vincenza Bazzoni — che gli regalò una dozzina di figli, diversi dei quali morirono bambini.
Mia madre era in fama per i parti doppi; e infatti per tre volte ebbe figliuoli gemelli, nel numero dei quali sono anch’io compreso.
Ecco i nomi dei figli sopravvissuti: — Felice, il primogenito; Chiara, la seconda; in seguito tre coppie di gemelli, cioè: Peppe ed io — Giammaria e Nicolò — Giustina ed altro che visse pochi giorni — e finalmente Maria Andriana[3].
È cosa ormai assodata: quando Dio non può mandare ai poveri un po’ di fortuna, concede loro la grazia di molti figliuoli!
Pietro Gavino Tolu, mio padre, era un tipo di agricoltore fiero, energico, scrupoloso. Uomo di stampo antico, era rigido e severo nell’educazione della famiglia. Soleva dare poca confidenza ai figli, nè voleva che essi s’intromettessero in alcuna questione di famiglia. I figli, da parte loro, gli ubbidivano ciecamente, non permettendosi la minima osservazione, nè atti sconvenienti alla sua presenza.
Egli ci diceva spesso:
— Figli miei: o buoni, o morti! Voglio che rispettiate gli altri, perchè gli altri vi rispettino.
Guai se egli avesse saputo che i figli si permettevano d’introdursi nei poderi altrui! Sarebbe stato capace di picchiarci senza misericordia.
Ci eravamo tutti abituati al regime rigoroso del babbo, ed in famiglia si viveva tutti di buon accordo.
L’ho detto: al mondo non venni solo. Io sono _una grossa metà_. Nacqui ad un parto col fratello Peppe, il 14 marzo del 1822 — a Florinas[4].
Entrambi fratelli fummo mandati a studiare presso un maestro prete, nostro parente, il quale ci sgridava sempre, e qualche volta ci picchiava colla sferza. Peppe, più paziente, imparò a leggere, ed anche un po’ a scrivere; io, invece, inasprito delle brusche maniere del prete, mi ribellai, e non volli più sapere di scuola.
All’età di nove anni, tanto io quanto il mio gemello, fummo accettati nella chiesa parrocchiale, in qualità di sagrestani. Mio fratello, dopo un annetto, lasciò bruscamente la Sagrestia, dichiarando di volersi dare al lavoro dei campi; io rimasi al mio posto per altri due anni.
Tenevo alla carica di sagrestano, poichè lusingava il mio amor proprio. I sacerdoti mi volevano bene, ed io cercai di cattivarmi la loro stima, col mandare a memoria (giacchè non riuscivo a leggere) tutte le risposte latine relative alle funzioni ecclesiastiche — oltre la _dottrina cristiana_, che sapevo a menadito. Indossavo con un certo sussiego la sottana e la cappetta, ed ero diventato esperto nella professione. Assistevo con disinvoltura alla messa; cantavo con voce squillante nei funerali; accompagnavo il parroco in tutte le cerimonie — tanto nelle visite che faceva alle partorienti dopo il battesimo, quanto alla casa dei moribondi per somministrar loro il viatico. Ond’è, che masticavo molti confetti, e mi ero abituato al tristo spettacolo degli agonizzanti, che nei primi tempi mi facevano una penosa impressione.
Mi pareva di essere diventato quasi il padrone della chiesa e della sacristia. Preparavo gli arredi sacri, regolavo e custodivo il vino, aiutavo i preti a vestirsi e a spogliarsi, ed avevo imparato a mettere in assetto gli altari con un certo gusto. Anche la clientela delle devote mi era affezionata. Tutte le penitenti si raccomandavano a me; ed io trovavo modo di far sbrigare al confessionale le peccatrici che mi andavano più a genio, e che volevo favorire. Le più noiose ed insistenti erano le vecchie, le quali d’ordinario sono quelle che si confessano con più frequenza, forse perchè non hanno più occasione di peccare.
Ero infarinato delle cose ecclesiastiche, e giunsi perfino a capire, che quando il prete nella messa recita più di tre orazioni, egli compie una brutta azione, cioè a dire, fa le _legature_ a danno di qualche nemico[5].
Raggiunta l’età di 12 anni, mi avvidi che il mestiere di sacrista non faceva più per me; sentivo di essere un ozioso, e temevo di esser fatto segno alle beffe de’ miei compagni. Un bel giorno buttai in un canto la sottana, e mi diedi, come gli altri fratelli, a lavorare i campi.
Mio padre era stato accettato come socio da un suo compare agiato, parimenti agricoltore; il quale gli forniva la semente, i buoi e la terra, lasciandogli a benefizio un terzo del guadagno, e tenendo per sè gli altri due terzi, secondo la usanza del paese. Questa società ebbe la durata di otto e più anni, con piena soddisfazione del compare; il che dimostra che mio padre era un abile lavoratore, ed onesto fino allo scrupolo.
Gettata all’ortiche la sottana di sacrista, volli andare a lavorare con mio padre, per servirgli di aiuto. Maneggiavo la zappa, o guidavo i buoi, secondo i casi; e quando per me non c’era lavoro, mi adattavo a trasportar pietre sullo stradone, tanto per non stare in ozio, e per non essere di peso alla famiglia.
Ho l’orgoglio di vantarmene. Fin da giovane avevo la fama di abile lavoratore, di sobrio, di onesto, di docile; nè pochi erano gli agricoltori che chiedevano l’opera mia. Ma io preferiva di aiutare il babbo ne’ suoi lavori di campagna. Pieno di amor proprio e di buon volere, mi sentivo spronato al lavoro dall’emulazione, e godevo di essere mostrato a dito dai compagni, con una compassione che mi sapeva d’invidia.
Ero appena diciasettenne quando perdetti mio padre, morto a 54 anni. Lo piansi amaramente, e da quel giorno mi dedicai con più lena al lavoro, poichè volevo recar sollievo alla mamma ed alla famiglia.
Felice, il nostro fratello maggiore, aveva intanto preso moglie. Si era unito a Giovanna Serra di Giave, ed erasi allontanato da noi per mettere su casa, a parte.
Io era ritenuto come il figliuolo più serio e più lavoratore; tanto è vero, che a diciotto anni mi si erano affidate le redini della casa. Peppe, più delicato e più debole di me, era rimasto addietro, e subiva la mia influenza.
Provvistomi d’un cavallo mi diedi a lavorare per i paesi circonvicini, facendo il _viandante_. Trasportavo viveri e merci da un punto all’altro; mi recavo con frequenza a Sassari per vendervi grano; e di là ripartivo con un carico di vino, che mia madre rivendeva in paese per trarne qualche lucro.
L’ho detto: mio padre ci aveva educati rigidamente, e si viveva tutti in buon accordo. Ciascuno di noi portava alla mamma i propri guadagni, e godevamo di una certa agiatezza, relativa alla modesta nostra condizione. Il lavoro non ci mancava mai, ed i viveri erano a buon mercato. Ricordo che verso il 1840 la carne si vendeva a due libre _mezzo reale_ (circa 30 centesimi il chilogramma).
I principali proprietari di Florinas richiedevano continuamente l’opera mia e quella di Peppe; ma non volevamo legarci ad alcuno, poichè la mamma era gelosa di noi, e temeva che coll’abbandono venisse meno l’accordo in famiglia.
Quando Chiara — la nostra sorella maggiore — toccò i 23 anni, fu chiesta in moglie da un bravo giovane. La scelta fu di nostro gradimento, e raddoppiammo di attività nel lavoro, tanto per poter riuscire a preparare un po’ di fardello alla sposa.
La nostra casa era il nido della pace e della concordia. La vecchia mamma non faceva che ringraziare il Cielo, per averle dato figliuoli così buoni ed affettuosi.